Il territorio non ha bisogno di essere addomesticato per poter diventare desiderato. Tanto più se si tratta di un territorio montano, la cui geografia naturale offre ogni cosa che possiamo considerare desiderabile per frequentarlo e sentirci bene, per emozionarci e appagarci. E diventa ancora più appagante se sappiamo coltivare in noi il desiderio di viverlo nella maniera più approfondita e consapevole possibile invece che tramite modalità artificiose e preconfezionate.
Ponti sospesi, passerelle panoramiche, panchine giganti, vie ferrate e altre cose simili vengono sparse per luoghi e territori naturali di pregio soltanto allo scopo di addomesticarli, da chi evidentemente non è più in grado di comprendere la multiforme bellezza che quei posti offrono in origine e il valore inestimabile che possiedono, considerandoli solo come spazi vuoti da manipolare, alterare, falsare – tutti termini sinonimi di “addomesticare”, appunto – e dunque da sfruttare per i propri tornaconti.
Di contro veramente devo pensare che di conseguenza ci siano così tante persone per frequentare le montagne si fanno a loro volta addomesticare da quei manufatti inutili e invasivi? Sul serio c’è gente così apparentemente ottusa da convincersi che in montagna per ammirare il panorama ci sia bisogno di una passerella panoramica di cemento e acciaio, o di un ponte sospeso per sentirsi “sopra” il paesaggio? Evidentemente sì, verrebbe da temere. Ma io credo (ingenuamente forse, ma tant’è) che non sia così e che tutto rimandi al suddetto addomesticamento imposto a forza sui luoghi e su chi li frequenta: come recinti nei quali si accetta di essere reclusi perché convinti che da dentro il mondo al di fuori appaia più bello e solo questo contasse, senza così capire di restarvi inesorabilmente imprigionati. Addomesticati nella mente, nelle facoltà percettive, nelle sensazioni emotive, nell’animo.
No, la montagna (e non solo lei) non ha proprio bisogno di questo per essere apprezzata, vissuta, goduta, amata. E se invece qualcuno, nonostante quanto ho affermato poc’anzi, veramente accetta di essere addomesticato da tutte quelle infrastrutture che ho citato e dalle tante altri simili che invadono, e spesso devastano, i territori montani, forse sta solo palesando di non aver bisogno della montagna. Almeno fino a che non sappia meritarsela dimostrando di volerla vivere sul serio, di comprenderne l’essenza e il valore profondo, di essere parte del suo paesaggio. Non ci vuole molto per fare ciò: basta essere vivi non solo nel corpo ma pure nella mente, nel cuore, nell’animo, nello spirito. Uno stato che in fondo dovrebbe essere normale per chiunque, no?
Già. Per lo stesso principio con il quale non si può considerare “normale” certa montagna poco o tanto – a volte tantissimo – addomesticata, cioè alterata e manipolata, che ci invitano a frequentare. Un principio di buon senso, in fondo.
Il 30 settembre è la data nella quale, convenzionalmente, termina la stagione di ablazione – cioè di fusione – dei ghiacciai, che nella torrida estate appena trascorsa è stata oltre modo devastante. Ecco dunque che vengono tolti anche i teli geotessili dalle superfici glaciali dove sono stati posizionati ad inizio estate: per cui aspettiamoci commenti enfatici e entusiasti, da parte di chi li ha fatti mettere, su quanto ghiaccio avranno evitato che si fondesse, e quindi, di come avranno «salvaguardato» il ghiacciaio dagli effetti del caldo estivo.
Cioè, per dirla con altre più obiettive parole, aspettiamoci nuove manifestazioni pubbliche del bieco e ipocrita greenwashing che quei teli rappresentano benissimo. Perché, come ribadisco nuovamente (l’ho fatto spesso in passato) e altri come me rimarcano da tempo, i teli non salvano affatto i ghiacciai – come ci vogliono far credere – ma le piste da discesa che occupano minime parti della loro superficie. Ovvero, servono a salvare gli affari dei comprensori sciistici, mentre del ghiacciaio intorno alle piste ad essi non importa nulla: atteggiarsi a paladini climatici e difensori dei ghiacciai sofferenti per la crisi climatica, dunque, è greenwashing al massimo livello, una fandonia tragicomica bella e buona.
Tuttavia c’è pure di più e peggio, ad aggravare il portato della presenza dei teli geotessili sui ghiacciai: non solo non li salvano ma sono un fattore di grave inquinamento per i territori montani (e non solo) coinvolti. Come riporta il documento che nel 2022 è stato firmato da decine di enti, istituzioni e scienziati contro l’uso dei teli geotessili,
Dal punto di vista ambientale e del contrasto al cambiamento climatico, la pratica di copertura dei ghiacciai è problematica per diversi motivi: ad esempio il carburante per alimentare i gatti delle nevi che movimentano i teloni ogni anno e la produzione dei teloni stessi, spesso composti di materie plastiche, sono risorse non rinnovabili, il cui utilizzo contribuisce a incrementare il riscaldamento globale. Bruciare carburante per stendere i teli significa contribuire all’immissione di CO2 nell’atmosfera, contribuendo ulteriormente al cambiamento climatico nel vano tentativo di proteggere i ghiacciai, essi stessi vittime del riscaldamento globale. Discorso simile vale per la produzione della plastica di cui sono fatti la maggior parte dei teloni utilizzati. Sebbene riciclabili da un punto di vista teorico, i teli non vengono riciclati ma sostituiti ogni pochi anni a causa dell’usura favorita dalle condizioni ambientali che contraddistinguono i ghiacciai. Usura per la quale i teli rilasciano grandi quantità di fibre plastiche che si accumulano una volta espulse dai ghiacciai insieme all’acqua di fusione.
Guardate le immagini sottostanti, che ho tratto (salvo dove diversamente indicato) da un post sulla pagina Instagram “Glacionaut” del fotografo austriaco Juergen Merz e mostrano il Kaunertaler Gletscher, che un tempo ospitava uno dei più grandi comprensori sciistici glaciali delle Alpi austriache:
I teli che coprono i ghiacciai, spesso per centinaia e centinaia di metri quadrati, di squarci come quelli mostrati nelle immagini provocati da agenti esterni e dall’usura ne hanno molti, alcuni grandi, altri minuscoli. Ogni squarcio rilascia microplastiche che finiscono sul ghiaccio e sul terreno circostante, poi il ghiaccio fonde, l’acqua di fusione carica di microplastiche percola e scorre intorno, scende a valle, forma ruscelli, torrenti e fiumi, alimenta i bacini idrografici che poi riforniscono acquedotti pubblici e reti di distribuzione idrica anche a centinaia di chilometri di distanza. Le microplastiche sono particolarmente persistenti nell’ambiente, hanno la capacità di penetrare nei tessuti degli organismi viventi e la proprietà di veicolare sostanze chimiche tossiche e patogeni. Essendo composte da particelle di dimensioni inferiori a 5 millimetri (e nel caso delle nanoplastiche inferiori a 100 nanometri), sfuggono facilmente ai sistemi di filtraggio ed entrano stabilmente nella catena alimentare globale. Finiscono nell’acqua che beviamo e nel cibo che mangiamo, insomma.
Nel nostro mondo, di cose che generano microplastiche e provocano inquinamento ambientale ce ne sono già troppe, tant’è che ormai se ne trovano ovunque, anche in ambienti apparentemente incontaminati. Abbiamo proprio bisogno di produrne altre, per giunta in alta montagna e attraverso un greenwashing tanto meschino e ingannevole? Vogliamo di nuovo lasciare che la prossima estate, come è accaduto in quella appena conclusa e già in tante precedenti, persone senza troppi scrupoli e prive di attenzione e sensibilità verso i territori montani stendano ancora quei loro stramaledetti teli geotessili per salvaguardare i loro affari e intanto per inquinare, contaminare e degradare le montagne sulle quali malauguratamente lavorano e noi sperabilmente vorremmo continuare a frequentare senza pericoli né ipocrisie? Accetteremo di essere presi nuovamente in giro in un modo tanto plateale?
[Quest’immagine invece mostra dei teli geotessili abbandonati sul Ghiacciaio del Rodano, in Svizzera, ed è della Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio.]
Vista la situazione generale che caratterizza le nostre montagne in forza della crisi climatica in divenire, e di come certe pratiche meramente affaristiche imposte ai territori montani, anche in alta quota, non possano più essere considerati accettabili e ammissibili, direi che alle domande che ho appena posto – alcune di tante altre che si potrebbero (e dovrebbero) formulare intorno a queste realtà – vanno trovate buone e valide risposte senza più alcun indugio, e senza voltarci di nuovo dall’altra parte o pensare che «in fondo cosa vuoi che sia?» per deresponsabilizzarci una volta ancora.
Tutti abbiamo il diritto di salire in montagna e godere delle sue bellezze tanto quanto di lavorarci per vivere: ma a questo diritto non può non corrispondere il dovere di avere cura della montagna stessa, dei suoi ambienti, dei suoi paesaggi e delle sorti future che insieme alle Terre alte condividiamo. Questo io credo debba essere uno dei principi fondamentali alla base della nostra presenza sui monti. Una questione di semplice, altissimo buon senso, ecco.
«Sognando la neve», già. Così leggete nell’articolo de “L’Eco di Bergamo” sopra riportato che riferisce dei “lavori in corso” nei comprensori sciistici delle Alpi e Prealpi bergamasche. E non so se quel verbo coniugato al gerundio presente sia casuale oppure meditato. Sognando, non «sperando» o «auspicando» la neve: e il “sogno” è, per definizione lessicale, un’immaginazione vana, fantastica, di cose irrealizzabili. Per cui si potrebbe interpretare il titolo del quotidiano bergamasco così: «Si costruiscano pure nuovi impianti sciistici, tanto è tutto (o quasi) inutile!»
Certo, è un’interpretazione provocatoria, e d’altro canto la neve non è qualcosa da sognare ma da sperare nel modo più intenso possibile: perché se nevicasse vorrebbe dire che il clima sulle nostre montagne non sarebbe del tutto compromesso come viene da temere allo stato attuale, e buon per i comprensori sciistici che potrebbero aprire le loro piste di discesa senza troppi patemi e soprattutto senza sparare la deprecabilissima neve artificiale, che essi ancora ritengono la salvezza dei comprensori quando invece rappresenta una gran zappata sui loro piedi.
Magari nevicasse come una volta, e magari facesse freddo come un tempo così che la neve caduta si conservasse al suolo! Invece, il vocabolo scelto da “L’Eco di Bergamo” per il titolo del suo articolo è assolutamente, tristemente azzeccato. Siccome, come diceva un tempo quel tizio, «Non si vive di sogni ma di solide realtà», e dato che non c’è nulla di più solidamente reale dei rilievi scientifici strumentali, nel grafico sottostante ho elaborato i dati sull’andamento delle precipitazioni nevose sulle Alpi bergamasche negli ultimi trent’anni:
La linea rossa tratteggiata mostra una tendenza complessiva alla diminuzione degli accumuli nevosi stagionali, con una riduzione media stimata nell’ordine di circa 70-80 cm per decennio rispetto agli anni Novanta e una diminuzione crescente col passare del tempo: più passano gli anni e meno nevica, insomma.
Qui sotto invece vedete l’andamento della quota dello zero termico sempre sulle Orobie nell’ultimo trentennio, su base annuale e, nel grafico più sotto, rispetto ai soli mesi invernali:
Anche qui la linea di tendenza tratteggiata in scuro mostra un chiaro e marcato incremento della quota media dello zero termico, con un aumento stimato di circa 130 metri per decennio e una curva tendenziale crescente con il passare del tempo: più passano gli anni e più fa caldo, in pratica.
Ecco poi, per utile raffronto, i grafici sulla variazione delle precipitazioni nevose e della quota dello zero termico riguardanti le Alpi italiane nel complesso:
Al pari delle montagne bergamasche, anche lungo tutte le Alpi italiane nevica sempre meno e fa sempre più caldo, sicché la contrazione della neve al suolo si specchia perfettamente con l’innalzamento della quota dello zero termico invernale: l’aumento delle temperature riduce la frazione solida delle precipitazioni (piove anche a quote alte in pieno inverno, insomma) e accelera la fusione precoce del manto nevoso a primavera.
Bene: posti tali dati ineccepibili (per i negazionisti la porta è sempre quella in fondo a destra!) e, tornando alla zona specifica delle Alpi Orobie contemplata nell’articolo sopra citato, considerando che tutti i comprensori sciistici bergamaschi sono posti totalmente o quasi al di sotto dei 2000 metri di quota, capirete chiaramente che il vero “sogno”, qui, non è tanto (o non è solo) che cada la neve, ma che gli investimenti nei nuovi impianti sciistici risultino realmente redditizi e non rappresentino invece un insensato spreco di denaro. Che non di rado è pubblico, per giunta, ergo la cui spesa dovrebbe essere molto più assennata e oculata di quanto appare.
Capisco bene che i gestori dei comprensori sciistici, messi sempre di più con le spalle al muro dal divenire della crisi climatica e della situazione economica generale del paese, tentino in tutti i modi di preservare la propria attività, formalmente “negando” la criticità della situazione meteoclimatica (perché il sempre maggiore utilizzo della neve artificiale non è affatto un adattamento ai cambiamenti climatici, come a volte viene affermato, ma è la dichiarazione evidente di una sconfitta che, continuamente perpetrata, assume sempre più i contorni di un disastro), ma temo che, in molti casi sulle nostre montagne e in modo pressoché inevitabile su quelle bergamasche, questo tentativo sia già fallito qualche tempo fa e il reiterarlo ancora rappresenti veramente una sorta di bias cognitivo, tanto se visto come un consapevole rifiuto della realtà di fatto funzionale alla (presunta) difesa dei propri interessi, quanto se interpretato come l’inconsapevole, ingenua, imprudente speranza che alla fine, in stile Covid, «andrà tutto bene» (e no, per il Covid non è affatto andato tutto bene, lo sapete!)
[Foppolo, inverno 2022.][Monte Pora, marzo 2023.]Affidare delle attività economiche (i comprensori sciistici) dalle quali sovente dipendono in buona parte i territori montani che le ospitano, spendendo in essi milioni e milioni di Euro sovente pubblici per progetti senza una reale visione temporale strategica, sostanzialmente ignorando i dati scientifici che certificano l’evoluzione climatica presente e futura in quei territori – dicevo, affidarle a dei meri «sogni nevosi» evitando invece di elaborare uno sviluppo territoriale molto più sensato, organico e consono ai territori e ai tempi che corrono, be’, a me sembra veramente una cosa piuttosto grottesca e francamente assurda. Ciò, nonostante tutta la possibile “comprensione” che posso riservare ai gestori delle suddette attività economiche che tuttavia, in quanto tali, non possono (non dovrebbero) trascurare la più elementare logica della cultura d’impresa oltre che – e forse ancor più – la cura nei confronti dei territori naturali nei quali operano e che utilizzano come strumento funzionale alla propria attività, ma che, non bisogna dimenticarlo, sono un patrimonio collettivo di inestimabile valore il cui eventuale degrado rappresenta una rovina materiale e immateriale per chiunque.
«Sognare non costa nulla», dice quel famoso proverbio: ma quando si sogna l’inverosimile, se non già l’impossibile, non serve pure a niente. Meglio restare coi piedi per terra e più razionali, nel bene e nel male: è una semplice tanto quanto fondamentale questione di buon senso, che sulle montagne ha valore forse più che in ogni altro luogo.
[Foto di Fotoauge da Pixabay.]Da quando ho cominciato a salire le montagne in maniera assidua – sempre da alpinista mediocre, sia chiaro – e dunque a pernottare nei rifugi, una delle cose che ho imparato ad amare di più è quel momento sul tardo pomeriggio, in attesa della cena, quando gli escursionisti di giornata se ne sono andati, la quiete si fa quasi assoluta, il Sole scende verso l’orizzonte e il giorno si stempera nella sera in quegli attimi sospesi nel tempo che i fotografi chiamano l’ora blu.
Trovo sia un momento bellissimo da vivere anche perché, per goderselo appieno, non bisogna fare niente. Me ne sto lì, perdo lo sguardo negli orizzonti che si fanno nitidi e, con gli ultimi raggi solari, luminescenti, seguo i profili multiformi delle vette d’intorno, osservo le prime luci che si accendono nei fondivalle mentre la quiete che regna accresce l’armonia con il luogo e il benessere dello starci. Rare volte come in questi momenti, a non fare niente si sente di stare facendo tutto ciò che serve.
Come d’altro canto le montagne richiederebbero di fare a chi le frequenta per svago: nulla.
Restare lassù, nei lori paesaggi meravigliosi come pochi altri, semplicemente godendo della loro bellezza – morfologica, geografica, naturalistica, culturale – e facendo che essa ci penetri dentro, diventi il nostro paesaggio interiore così regalandoci benessere, serenità, appagamento. L’anima della montagna è fatta anche di questa dote, di questa alterità dimensionale rispetto alla città e alle zone più antropizzate che la rende così speciale, preziosa, appagante e rigenerante. Gli ampi spazi delle montagne, apparentemente vuoti, in realtà sono pieni di queste peculiarità. Non c’è nulla ma c’è tutto; non c’è nulla solo per chi non sa vedere il tutto, e per vederlo, percepirlo, comprenderlo, non bisogna fare nulla, appunto. C’è solo da star lì e goderne: facendo nulla si fa tutto ciò che serve, l’assenza di azione è pienezza di senso.
Lassù al rifugio oppure stesi su un prato, seduti su un masso in un punto panoramico, camminando lentamente nel bosco o restandovi fermi in mezzo agli alberi. Non serve fare nulla di più, la montagna farà tutto per conto nostro.
[Immagine tratta dalla pagina Instagram “TMLPLanet“.]Non capisco proprio perché, invece, in montagna ci venga di frequente imposto di fare un po’ di tutto e molto di più di quanto classicamente si può fare – sciare, camminare e tutto il resto di correlato – al pari di quanto accade in città, che consente e impone di fare un sacco di cose. Ma è una città, appunto, offre per sua natura cose da fare e che chiede di fare.
Sulle montagne di oggi, di contro, l’hotel non è hotel senza la spa e senza una miriade di servizi che i clienti possono (devono) acquistare, nei ristori lungo le piste c’è il dj e si balla, dopo lo sci c’è da fare l’après-ski, il paesaggio lo si osserva dalle piattaforme panoramiche e dalle panchine giganti, sui ponti sospesi si fa l’experience e si scattano i selfie, il ciclista deve scendere dai monti a tutta velocità sulle piste di downhill e poi ci sale su ampie e comode ciclovie, bambini e ragazzi si devono divertire nei parchi avventura o sugli alpine coaster mentre i genitori salgono in quota perché c’è comprare quei krapfen di cui tutti parlano sui social… eccetera eccetera eccetera. La lista di cose che si possono fare in montagna, e spesso si devono fare per “sentirsi” in montagna, è assai lunga.
Lunga, sconcertante e non di rado assurda.
Anche perché tutte quelle cose che vengono proposte riducono la montagna a un mero spazio non più da vivere ma da utilizzare e, spesso, la cui fruizione è da acquistare in base a un prezzo di vendita. Da viaggiatori, villeggianti e turisti si diventa in tutto e per tutto clienti di beni e servizi che sfruttano la montagna, ne impongono il consumo – non solo in senso economico.
E questo consumo impone la realizzazione continua di “mezzi” per metterlo in atto e alimentarlo: ecco dunque tutta la messe di opere e infrastrutture – dalle funivie alle piste da sci e alle ciclovie, ai ponti sospesi e alle passerelle panoramiche, ai resort sempre più grandi ai parcheggi sempre più capienti, eccetera – realizzata senza limiti o quasi, proprio come se la montagna fosse uno spazio vasto e vuoto da poter riempire liberamente con tutto ciò che lo renda pieno, utile, sfruttabile, vendibile. Come fosse uno spazio urbano, una periferia della città da riempire di “servizi” dei quali i turisti possono fruire ma i locali non sanno concretamente cosa farsene.
[Foto di Pexels da Pixabay.]Chiunque può scegliere liberamente come divertirsi ovunque, inutile rimarcarlo. Ma in questo modo si vive veramente la montagna? Cosa si porta a casa, a giornata o vacanza finita, della sua bellezza, della sua anima peculiare, di ciò che sa donare, del gran bene che ci sa fare alla mente e all’animo? Da quante distrazioni certamente divertenti ma altrettanto superflue veniamo sviati, confusi e infine resi incapaci di comprendere pienamente la bellezza che ci circonda?
Una bellezza talmente grande, emozionante e coinvolgente – anche se osservata senza troppa retorica sentimentale e meramente estetizzante, converrete – che, lo ripeto di nuovo, non ha bisogno di nulla per poter essere goduta, apprezzata e amata. Recuperare questo dolce e prezioso far niente tra i monti, comprendere nuovamente quanto sia importante e proficuo perdere tempo nello stare lassù a far nulla guadagnando benessere – il vero lusso, come hanno già detto altri, non è avere tanto tempo per fare “cose”, è non avere fretta di farle – sono certo che recupera anche moltissima bellezza delle montagne altrimenti trascurata e smarrita. E ci fa recuperare anche il gusto pieno di stare lassù sentendosi bene come altrove raramente accade, nel posto giusto al momento giusto, in armonia con il luogo e in pace con se stessi. Che poi dovrebbe essere il senso ultimo della “vacanza”, parola che viene dal latino vacantia, che significa “essere vuoto”, “essere libero” o “essere privo di occupazioni”. Infatti il “vuoto” delle montagne è pieno di libertà: ci sentiamo liberi dagli impegni, dal tempo che corre, dagli obblighi e dalle responsabilità quotidiane, dalle preoccupazioni, dagli spazi regimentati delle città… perché dunque gettare al vento questa libertà così bella e preziosa per assoggettarci a fare cose – attività, svaghi, “esperienze”, divertimenti… – preconfezionate e imposte?
È montagna, questa?
Io credo di no. Non come e più di quanto sia lo stare seduti in un prato a osservare il paesaggio e non fare nient’altro. Dentro la sua bellezza autentica, fuori dalla sua scenografia artificiosa.
[Foto di Paul Pastourmatzis su Unsplash.]Liberissimi di godere delle montagne come volete, ribadisco. Ma provate ogni tanto, quando siete lassù, a non fare nulla, a “perdere tempo”, a stare semplicemente lì a godere il momento e osservare cosa avete intorno, a vivere il luogo e non più soltanto a usarlo. Forse così converrete con me che, sulle montagne, il vuoto è pieno, il nulla è il tutto, il tempo non si perde e si guadagna vita e il paesaggio è dentro di noi, il paesaggio siamo noi.
Premessa (inevitabile): chi scrive considera lo sci da discesa una delle attività sportive e ricreative più belle mai concepite dall’uomo e ha indossato un paio di sci prima che delle scarpe atte a camminare. Ciò che state per leggere non è contro lo sci e nemmeno contro i gestori degli attuali comprensori sciistici ma è una proposta di analisi obiettiva della realtà delle cose e di riflessione che, al netto di qualsiasi stimolo da cui possa scaturire, deve essere innanzi tutto basata sul più ordinario buon senso e sulla piena consapevolezza di ciò che è la montagna contemporanea.
Posta tale premessa, lo sci, per come l’abbiamo inteso da quando è nato a tutt’oggi oggi, e vista la realtà in divenire, sfortunatamente ha il destino pressoché segnato – salvo che per un numero esiguo di comprensori posti a quote alte che tuttavia a loro volta, in futuro, potrebbero non riuscire a garantire la continuità della pratica come un tempo. Se la situazione climatica continuerà a evolvere (o a peggiorare) come è accaduto finora, lo sci è un’attività che ha avuto una grande storia passata, ha un presente sempre più incerto – se non già irragionevole in molti casi – ma non ha più un futuro, ormai è tristemente chiaro [1].
A meno che…
Già, perché qualcuno sta pensando a come svincolare l’attività sciistica dal divenire della realtà climatica, e non serve rimarcare che non sarà certo la neve artificiale a salvare lo sci (anche se dovessero inventare quella che si può produrre in piena estate a 40°), anzi: con i suoi costi in aumento costante sta tanto illudendo gestori e sciatori quanto contribuendo ad accelerare le suddette sorti infauste.
[Una cartolina del Sestriere, “madre” di tutte le località sciistiche di stampo moderno delle Alpi italiane, viaggiata nel 1951, quando di neve sulle Alpi italiane ne cadeva – e ne rimaneva al suolo – un sacco.]Siccome di queste presunte “soluzioni” avrete certamente letto sul web o sentito in giro e magari vi sarete fatta una vostra opinione al riguardo, vi chiedo: vista la realtà di fatto sulle montagne, secondo voi quale sarà il futuro dello sci?
Vi propongo qualche spunto di risposta e/o di riflessione – senza voler o pensare di poter influenzare la vostra opinione:
Lo sci non ha futuro, pensare di preservarne l’attività è qualcosa di irrazionale e nocivo, dunque è destinato a finire e la cosa più sensata è accettare di buon grado questa realtà inevitabile ripensando di conseguenza il turismo invernale attraverso altre attività più consone alla realtà corrente e futura.
Lo sci potrà essere praticato per periodi invernali ridotti solo nei comprensori posti in massima parte oltre i 2000 metri di quota: ad essi verrà garantito il mantenimento allo stato dell’arte e l’aggiornamento tecnico continuo nel rispetto delle tutele ambientali e in accordo all’evoluzione climatica; i comprensori alle quote inferiori dovranno inevitabilmente convertirsi ad attività alternative.
In forza dell’evoluzione climatica, lo sci potrà essere praticato con una certa continuità stagionale solo alle quote più alte: a tale scopo si potranno convertire i comprensori sciistici estivi sui ghiacciai residui a comprensori invernali nel rispetto delle specificità geomorfologiche locali e delle tutele ambientali.
Lo sci, se pur in formato ridotto, sopravvivrà negli ski dome, impianti costosissimi ma non più di molte funivie e che d’altro canto si possono realizzare anche in territori urbani, senza così impattare sugli ambienti montani, e che lo consentono tutto l’anno.
L’attività sciistica potrà essere svolta sulle piste di plastica, che consentono di praticarla tutto l’anno all’aperto anche se non sarà più lo sci che abbiamo inteso fino a oggi e posta la necessità di risolvere l’incompatibilità dei materiali plastici in ambienti naturali.
Il futuro dello sci su neve sarà lo sci d’erba, opportunamente sviluppato e migliorato al fine di risolvere alcune problematiche che lo caratterizzano e differenziano da quello su neve.
Oppure, ribadisco, sentitevi assolutamente liberi di dire la vostra, qualsiasi essa sia, e proporre le risposte, le azioni e le soluzioni che ritenete più sensate, di contro – mi auguro – senza farne occasione di contrapposizione, scontro e battibecco disarticolato e scortese.
Grazie di cuore!
[1] Senza poi contare la variabile economica, che creerà ai comprensori grossi problemi di sostenibilità finanziaria come se non (per certi versi) più di quella climatica. Ma qui il focus è su quest’ultima, mi occuperò (di nuovo) della prima più avanti.