[Immagine generata con Google Gemini AI.]Ricordate la “legacy olimpica”, ovvero tutto ciò che sarebbe rimasto in eredità a lungo termine ai territori coinvolti e, di rimando, all’intero paese dopo la conclusione dei Giochi Olimpici di Milano Cortina? Bene: ormai sono numerose le testimonianze e le prove – ultima quella di Giuseppe Pietrobelli su “Il Fatto Quotidiano” del 17 settembre – che dimostrano quale sia la vera “legacy” che le Olimpiadi stanno lasciando non solo alle località sedi delle gare ma a tutti noi: i debiti.
«Il Consiglio dei ministri ha approvato una sostanziosa mancia di 150 milioni di euro a favore di Fondazione Milano Cortina 2026, il comitato organizzatore delle Olimpiadi Invernali. Si tratta di un regalo che cerca di tappare le falle di una gestione finanziaria che ha già fatto sforare di oltre mezzo miliardo di euro le spese del Circo Bianco» scrive Pietrobelli, che sta attentamente seguendo il prima e il dopo Olimpiadi, aggiungendo che questi soldi – di noi contribuenti, è bene ricordarlo – con i quali si sta cercando di tappare le falle di una gestione finanziaria che sembra fuori controllo, non saranno gli ultimi da dover elargire, visto che non è stato ancora emesso il bilancio finale di liquidazione della Fondazione Milano Cortina con la «relazione dettagliata sull’impiego delle risorse assegnate». C’è di che essere preoccupati, insomma.ù
Posto lo stato delle cose, dunque, la vera legacy olimpica al momento non è fatta dalle infrastrutture sportive, che in molti casi erano già presenti e spesso sono state rifatte senza che ve ne fosse l’esigenza (come d’altro canto si poteva rilevare dal dossier di candidatura olimpica nel quale i nuovi impianti erano ben pochi) e comunque sono funzionali alle località, non alle competizioni olimpiche nello specifico: la pista di bob di Cortina, costata circa 120 milioni di Euro, è un caso esemplare al riguardo.
Non è fatta nemmeno dalle opere pubbliche, le quali servivano ai territori a prescindere dalle Olimpiadi, che si sarebbero dovute realizzare da decenni, che in alcuni casi sono state concluse in modi opinabili, in tanti altri non sono nemmeno iniziate e neppure si può sapere se verranno portate a compimento, visti i ritardi accumulati, le gestioni approssimative dei progetti e la sostanziale incertezza che ancora aleggia su numerose opere previste. Le Olimpiadi sono semmai servite a coprire le mancanze di lungo periodo nei territori coinvolti dai Giochi di una politica evidentemente incapace di provvedere altrimenti ai bisogni delle loro comunità – quando di ciò si può parlare dato che in altri casi, come accennato, le “opere olimpiche” appaiono più come interventi funzionali a interessi particolari più che a esigenze della collettività.
Non è fatta, la legacy olimpica, neppure dal ritorno turistico dell’evento, almeno per ora e come evidenziano perfettamente i dati sui flussi turistici della Valtellina, uno dei territori olimpici principali, rilevati dalla AFP – Azienda di Formazione e Promozione Turistica della provincia di Sondrio:
Non solo non c’è stato l’incremento tanto atteso e preventivamente osannato delle presenze turistiche durante il periodo delle gare olimpiche ma, anzi, la perdita di turisti è stata ingentissima: più di 163.000 presenze in meno rfispetto al 2025 ovvero quasi il 30% di perdita. Il che, infatti, ha provocato numerose lamentele da parte degli operatori turistici dell’Alta Valtellina, illusi da promesse di successi di varia natura che non si sono materializzate.
Inoltre, anche l’incremento delle presenze turistiche del 5% nel corso dell’estate appena trascorsa, che si è voluto far credere un effetto positivo dei Giochi – come qualche organo di informazione ha riferito, vedì qui sotto – è in realtà assolutamente in linea con il trend degli anni scorsi per i quali non c’era nessun effetto olimpico a dare beneficio, visto che in provincia di Sondrio il turismo complessivo nel 2025 era cresciuto del +4,7% nelle presenze (e del +4,8% negli arrivi) rispetto al 2024, e la stessa cosa è avvenuta negli anni precedenti: dunque anche qui, per ora, non si coglie nessuna vera “legacy olimpica”. Ovviamente un effetto positivo derivante dai Giochi lo si potrebbe registrare nel futuro ma non tanto per una reale “legacy” quanto per il successo che potranno avere le campagne di promozione turistica che verranno, per le quali l’effetto di ritorno d’immagine delle Olimpiadi è già ampiamente scemato – e i dati dell’estate 2026 citati lo confermano bene.
Quindi, per riassumere e vista la realtà di fatto, torno all’assunto con il quale ho aperto questo articolo: ad oggi l’unica reale “legacy olimpica” è quella dei debiti.
I debiti che i responsabili istituzionali e non di Milano Cortina avevano assicurato che non ci sarebbero stati perché le Olimpiadi sarebbero state «a costo zero» quando invece, a fronte di una spesa preventivata nel dossier olimpico di 1,4 miliardi di Euro, il costo complessivo effettivo ha superato i 5,7 miliardi di Euro, con proiezioni che toccano o superano i 7 miliardi di Euro se si include l’intero pacchetto delle opere infrastrutturali connesse.
Tutti soldi nostri, ribadisco, che con tutta probabilità si sarebbero potuti spendere molto meglio, anche per un grande evento come le Olimpiadi (la quale in sé non è il problema, sia chiaro) ma molto meglio organizzate e gestite, con ben più benefici per i territori coinvolti, le loro comunità e per il paese intero e senza debiti “imprevisti” (si fa per dire) che alla fine, di nuovo, pagheremo noi tutti.
Un’ennesima grandissima occasione sprecata da parte delle istituzioni per fare del bene all’Italia, ma ben sfruttata per causarvi altri danni: l’amaro sunto di ciò che avete letto è questo, infine.
P.S.: ovviamente, per quanto mi riguarda, l’analisi che propongo qui è assolutamente scevra da qualsivoglia marcatura politica e ideologica di parte, dalle quali sono la persona più distante dell’Universo. Voglio invece proporre una riflessione basata su fatti concreti e dati oggettivi, come avete letto: tutto il resto – che le Olimpiadi le abbiano organizzate questi e ora le stiano criticando quelli e ogni altra cosa simile – a me non interessa. Anzi, sono convinto che, invertendo le parti e i ruoli, il risultato sarebbe esattamente lo stesso. Già.
Avrete forse letto della “SkyWalk” in costruzione a quasi 2600 metri di quota sopra il Passo del Tonale, una nuova attrazione turistica che consiste in una piattaforma panoramica di cemento e acciaio a sbalzo, con pavimento in vetro, piazzata a poca distanza dalla stazione della cabinovia di Passo Paradiso – la vedete nel rendering qui sopra con una panoramica del luogo coinvolto. Si dice sarà pronta per l’estate 2027.
È chiaramente una fesseria colossale, l’ennesimo esempio della folle turistificazione alla quale vengono assoggettate molte località delle nostre montagne, considerate soltanto dei luna park alpini da offrire e (s)vendere al turismo di massa cercando di fare più numeri (e più tornaconti) possibile. Al punto che, quando i responsabili del comprensorio Pontedilegno-Tonale, committente della piattaforma, sostengono che la stessa «servirà a valorizzare il paesaggio e la storia della Guerra Bianca», viene da chiedersi se siano seri, se veramente credano a ciò che affermano o se si rendano conto dell’insensatezza proferita ma cerchino comunque di imporla come “verità” in quanto è funzionale ai loro interessi. Di quelli della montagna no, per nulla, ma d’altro canto viene da pensare che a quelli della montagna ben poco importa!
Vorrei anche capire come un’attrazione turistica ludico-ricreativa del genere – un’ennesima macchina da selfie, in pratica – serva a «valorizzare» la storia della Guerra Bianca e, dunque, la memoria delle migliaia di soldati morti sul fronte dell’Adamello, invece di esporla al serio rischio di banalizzazione antistorica: anche perché opere del genere non sono fatte per valorizzare alcunché se non se stesse e la fruizione effimera che impongono. Al riguardo mi piacerebbe sapere che ne pensa Onorcaduti, l’ufficio per la tutela della cultura e della memoria del Ministero della Difesa (penso proprio che li contatterò) o gli altri soggetti che si sono dati il compito di ricordare e commemorare gli eventi bellici e i caduti italiani, in particolar modo quelli della Prima Guerra Mondiale (come il Museo della Guerra Bianca di Temù, a pochi chilometri dalla nuova giostra panoramica in realizzazione). D’altro canto i committenti della piattaforma panoramica – il comprensorio Pontedilegno-Tonale, ripeto – sono gli stessi che ogni estate piazzano gli ipocriti e inquinanti teli geotessili su ciò che resta del ghiacciaio del Presena, posto appena sopra il sito della nuova piattaforma, sostenendo così di contribuire alla sua salvaguardia ma in verità tentando di salvaguardare il proprio business turistico: anche in questo caso di serietà non ne trovo traccia, per nulla.
[Immagine tratta da www.ilgiorno.it.] [Lo stato desolante del Ghiacciaio Presena lo scorso 7 settembre. Immagine tratta dal gruppo Facebook “Noi che amiamo le montagne“.]Fatto sta che le proteste contro la realizzazione della “SkyWalk” stanno già arrivando copiose da più parti; tuttavia, come al solito, questa ennesima assurdità di cemento e acciaio in alta quota è “comparsa” all’improvviso, ad autorizzazioni concesse e a lavori praticamente già avviati, così che sia più difficile poterli efficacemente contrastare dal punto di vista giuridico e che le rimostranze pubbliche risultino tardive e probabilmente inutili. È un modus operandi ormai classico da parte della politica locale in queste circostanze: meglio tenerle nascoste il più possibile, opere del genere, ben sapendo quelli che le propongono quanto siano controverse e criticabili.
Ma se immagino che in tanti, al di là delle proteste pubbliche già rimarcate e riprese dalla stampa, nel constatare un’opera del genere la giudicheranno nel modo con il quale la giudico io – una scemenza colossale nonché invasiva, ripeto – penso ai gitanti che invece, per i più vari motivi ludico-ricreativi, ci vorranno andare una volta realizzata. E che non si renderanno conto dello scherno e del disprezzo ai quali la fruizione di un’opera del genere li sottopone.
Già, per questo mi rivolgo a voi, gitanti, turisti, escursionisti, vacanzieri che decidete di fruire di attrazioni come sarà la piattaforma del Tonale e le altre simili: ma non vi rendete conto che vi incita a goderne crede che siate dei poveri idioti? Non capite che chi vi invita a divertirvi in montagna attraverso queste infrastrutture in pratica sta dicendo che senza di esse non siete in grado di farlo, di divertirvi comunque, di godere della bellezza del paesaggio montano e di comprenderne il valore? Veramente credete che per trovare panorami «mozzafiato», «effetti wow», «adrenalina» e altre cose del genere sia necessaria una struttura artificiale? Se lo credete, state dando ragione a chi ve la propone pensando che altrimenti voi non siate in grado di godere quelle emozioni quando siete in montagna, che non potete capire, che non avete la sensibilità necessaria. Che siete dei poveri disadattati, insomma, che arrivano in montagna ma non sono in grado di capire cosa sia e quanto abbia da offrire e, per questo, che abbiano – che abbiate bisogno di un aiuto, come un persona miope che senza occhiali non è in grado di vedere cos’ha di fronte o un bambino che non sa come comportarsi e ha bisogno di un adulto che glielo spieghi.
Veramente siete disposti a stare a un tale ambiguo e disonorevole gioco e a farvi prendere così platealmente per i fondelli? Seriamente?
Lassù dove si sta realizzando la “SkyWalk” c’è un universo montano da scoprire, esplorare, conoscere, dal quale farsi affascinare ed emozionare, e il modo per ottenere tutto ciò e poi tornare a casa felici e soddisfatti è solo uno: camminare con passo lento, osservare, aprire la mente e il cuore, toccare le rocce, fiutare l’aria delle alte quote, fermarsi a contemplare il paesaggio, magari – con le dovute accortezze e l’equipaggiamento adatto – percorrere uno dei tanti itinerari che percorrono i monti attorno al Tonale e, oltre a farvene conoscere la meravigliosa bellezza e l’anima peculiare (siete pure tra due parchi naturali, quello lombardo dell’Adamello e quello trentino dell’Adamello-Brenta), vi conducono a conoscere veramente la storia umana che le hanno caratterizzate, innanzi tutto con le vicende della Guerra Bianca, così valorizzandole autenticamente e facendovi tornare a casa non solo contenti e appagati ma anche arricchiti da storie e da un sapere notevoli e importanti.
E tutto ciò, senza stupidaggini assolute come una piattaforma panoramica dal nome tanto ipocritamente altisonante quanto banale e abusato, che si protende nel vuoto non del paesaggio ma delle idee e della conoscenza della montagna e degrada un luogo d’alta quota già fin troppo “consumato” svilendone ancor più l’anima! Che diamine!
Contro la visione retriva e perniciosa di chi propone queste attrazioni turistiche sui monti spacciandole per «valorizzazione», «sviluppo», «turismo sostenibile» o altre formule così svuotate di senso da apparire ormai fasulle, voglio ricordare le parole di colui che è stato il più grande studioso ed esperto italiani di paesaggi, Eugenio Turri, pronunciate ormai decenni fa ma, evidentemente, ancora del tutto valide (e totalmente inascoltate da certi soggetti che governano i nostri territori, montani e non, i quali non vogliono capire i danni che fanno e lasceranno alle generazioni future):
Il problema della tutela e del rispetto per il paesaggio è un fatto intimo, da riportare alla coscienza individuale, anche se rientra tra i grandi fatti territoriali, collettivi e addirittura planetari. Non servono prediche, indicazioni disciplinari pesanti, ma solo la lieve carezza di uno sguardo verso il maggiore dei doni che ci sono stati dati sulla Terra e che quindi deve essere amato e rispettato, come bene sacro, troppo spesso tradito in cambio di beni puramente materiali.
[Immagine generata con Google Gemini AI.]Siamo a settembre, si sta concludendo un’ennesima “bella stagione” turistica montana fatta di code, assembramenti, sovraffollamenti, funivie e bus turistici presi d’assalto, parcheggi ingolfati, krapfen virali (quelli del Rifugio Friedrich August in Val di Fassa, divenuti il simbolo dell’overtourism alpino di quest’estate: ne avrete quasi certamente letto in giro) e altre amenità ormai consuete e prevedibili, al pari delle conseguenti e inesorabili discussioni, dei dibattiti, delle polemiche al riguardo che ormai sono diventate cronaca quotidiana anche sui maggiori media d’informazione, a riprova di quanto il tema sia ormai presente nella cosiddetta “opinione pubblica” – ma non di come venga bene o male disquisito, sia chiaro.
Tutte cose ampiamente previste, ripeto, e al proposito il 7 maggio scorso, dunque ben prima dell’inizio ufficiale dell’estate turistica, così scrivevo qui sul blog: «Alla fine della bella stagione che sta per iniziare, tutto – ma proprio tutto quanto – sarà rimasto come prima, come all’inizio della stagione, come l’anno prima, come cinque anni prima che però non c’era tutta questa gente nonostante fossimo appena usciti dal Covid. Scommettiamo?»
Come scrivevo allora, speravo e spero di perderla una tale scommessa: ad esempio, secondo “Il Post”, uno dei media nazionali più importanti che ha dato spesso conto della stagione in corso, gli albergatori delle Dolomiti – territorio montano come sempre emblematico forse più di ogni altro sul tema, almeno per le Alpi italiane – inizierebbero a rivalutare le scelte di questi anni:
È come se le code avessero fatto scattare qualcosa: una consapevolezza nuova della necessità di limiti che nessuno aveva mai stabilito, come se ci si fosse accorti all’improvviso che il modello turistico delle Dolomiti sia sfuggito di mano e che forse serve darsi una regolata.
D’altro canto nello stesso articolo de “Il Post” si osserva che
È illusorio pensare che i turisti possano diventare velocemente più responsabili: è un’evoluzione culturale troppo lenta rispetto a quella infrastrutturale e commerciale che sulle Dolomiti ha spinto e continua a spingere nella direzione del consumo, del non luogo.
Ma non sono le orde di turisti il “problema” vero, ovvero non quello principale: certa fruizione discutibili e in concreto deleteria dei territori montani non nasce per caso, e il turista che sale a oltre 2000 metri di quota per mangiarsi un krapfen formalmente uguale a quelli che già mangia in città (non è detto che questi siano meno buoni!) e del quale ha solamente letto sui social ma non si guarda nemmeno intorno se non per scattarsi il selfie di rito e dunque non capisce con adeguata consapevolezza dove si trova e come interagisce con il luogo è a sua volta una vittima di tale dinamica, non il sicario e tanto meno il mandante. La sola sua pecca è (perdonatemi la franchezza) di non riaccendere il cervello almeno per qualche attimo e comprendere il senso reale di ciò che sta facendo; ma quanti metterebbero la mano sul fuoco garantendo di non comportarsi allo stesso modo, se si ritrovassero in circostanze similari? E chi è sicuro che alcuni di quelli che si sono messi in coda per il krapfen del rifugio della Val di Fassa non siano in altri ambiti dei turisti più consapevoli e responsabili di tanti altri che altrove si vantano di esserlo?
[I krapfen del Rifugio Friedrich August. Immagine tratta dalla pagina Facebook del rifugio.]Di contro, le montagne non sono state turistificate in pochi anni o solo dal Covid in poi, come qualcuno pensa: il loro successo turistico e commerciale (o il disastro che stanno subendo, se si osserva la realtà dalla parte opposta) è frutto di decenni di infrastrutturazione poco o nulla pianificata – in senso politico, innanzi tutto – e ancor più di narrazioni che puntavano proprio a ottenere ciò che oggi constatiamo concretamente. In altre parole, e per tornare alle osservazioni de “Il Post”, la zappa sui piedi se la sono tirata da soli gli stessi operatori turistici, sulle Dolomiti e altrove, puntando per anni a massimizzare i propri introiti e quindi a gonfiare a più non posso la propria filiera turistica, ingigantendo parimenti la turistificazione delle proprie montagne. La politica, spesso incompetente e come sempre inadeguata (salvo rarissimi casi), invece di elaborare una pianificazione organica e strategica a lungo termine dello sviluppo socioeconomico dei territori amministrati, nel quale il turismo rappresentasse una parte certo importantissima ma non preponderante e soffocante ogni altra, ha pensato e pensa ancora solo (o quasi) a come sfruttare la turistificazione crescente a proprio vantaggio propagandistico, alimentandola con cifre spropositate di denaro pubblico ovviamente prelevato al sostegno finanziario di ogni altro elemento necessario a quella pianificazione organica e strategica tanto necessaria quanto (funzionalmente) assente.
Ora, uscire da una realtà del genere è parecchio difficile. Anzi, non lo sarebbe così tanto se vi fosse una volontà condivisa nel ripensarla veramente, la realtà corrente, nel cambiare i suoi paradigmi, nel riacquisire quel buon senso che si pensa(va) genetico innanzi tutto nelle genti di montagna fino a che pure tra le vette il “dio soldo” non ha sostituito ogni altro nume tutelare – a partire dal loro Genius Loci, dalla loro anima originale e peculiare – e alimentato quella che l’amico e Presidente di Mountain Wilderness ItaliaLuigi Casanova chiama «l’imprenditoria degli affamati». Io la definirei più un’imprenditoria dei bulimici, perché mi pare che la fame degli “affamati” in questione sia chiaramente – in molti casi – un’autentica voracità economica patologica veramente assimilabile a un disturbo psicogeno: d’altro canto, quando pur di fare sempre più soldi si arriva a degradare e rovinare il motivo principale per il quale si fanno – il paesaggio montano – come si può non pensare a un vero e proprio disagio cognitivo-comportamentale? E ha ragione Casanova a sostenere che
Chi abita in montagna ha la responsabilità storica di aver sostenuto questo modello economico improntato all’eccesso, al consumo di suolo montano, preferendo il profitto immediato alla tutela del bene comune e dell’ambiente.
In effetti non mi pare che in passato siano giunti sulle Alpi grandi tour operator, o altri soggetti simili, che abbiano imposto i propri modelli turistici massificati ai locali e alle loro piccole pensioni familiari imponendo loro di trasformarle in resort da centinaia di posti letto, o di sostituire forzatamente piccoli skilift e spartane seggiovie con mega cabinovie da portate orarie di migliaia di persone. Ci sono arrivati certamente sulle Alpi, quei soggetti industriali, ma anche perché “sollecitati” dai locali che, intuendo (legittimamente) guadagni fino a prima impossibili e insperabili e per ciò gettando al vento (molto meno legittimamente) ogni relazione culturale e qualsiasi senso del contesto con le proprie montagne – ovvero assoggettandosi a quei fenomeni di spaesamento, alienazione e disagio esistenziale già identificati anni fa ad esempio da Annibale Salsa -, hanno deciso di farsi discepoli integralisti del suddetto “dio soldo” e amen.
[Una delle due immagini qui sopra è vera, l’altra è generata con l’IA. Ma non c’è molta differenza tra le due, vero?]Infine, c’è un ulteriore elemento fondamentale che è parte integrante e invero protagonista assoluto del tema del turismo montano, ma che ancora resta parecchio ai margini dei dibattiti conseguenti: le comunità locali, e intendo soprattutto quella parte di comunità che non è coinvolta nelle attività della filiera turistica locale e per ciò ne subisce in modo ancora più significativo le eventuali conseguenze negative. Fateci caso: i locali “non turistificati” vengono citati (ma non per questo realmente considerati) solo quando cominciano a lamentarsi in maniera plateale degli eccessi della presenza turistica nei propri territori, altrimenti sembra quasi che non esistano ovvero che siano un contorno secondario alle realtà in questione. Ma, come ricordo sempre, il turista più o meno cafone o consapevole a fine vacanza se ne torna a casa, l’abitante della meta turistica e del luogo che così è identificato ci resta, e se a fine stagione turistica non subisce più il disturbo e il disagio dell’eccesiva presenza di turisti spesso ne subisce altri che si crede che il turismo possa contrastare e risolvere e invece no: il degrado della qualità dei servizi di base, la chiusura di scuole e ambulatori (qui un esempio emblematico al riguardo), il taglio nei trasporti pubblici e quelle tante altre evenienze delle quali spesso si dà notizia, che non di rado fanno decidere a molti di andarsene dai propri paesi montani così pesantemente turistificati, banalizzati, non luoghizzati. Ecco, trascurare le comunità locali in qualsivoglia dibattito più o meno valido sul turismo in montagna, per quanto ho appena osservato e per mille altri validissimi motivi, è sempre una cosa deprecabile, insensata e ipocrita.
[Un servizio RAI del 17 agosto scorso sul Lago di Braies, altra meta ovetouristificata delle Dolomiti. Cliccate sull’immagine per vederlo.]Dunque, per tornare alla domanda che fa da titolo a questo articolo: posto tutto quanto avete letto fino qui e il resto che dà sostanza alla questione, che facciamo, concretamente, con il turismo di montagna?
Le risposte valide possono essere diverse, soprattutto quando non vengano dalla politica attuale (lo so, è un’affermazione populista, ma smentitemela se ci riuscite). Secondo me, proprio per ciò che avete letto fino a qui, diventa sempre più importante e necessario lavorare nei contesti locali con le comunità, tanto con chi ne fa parte che lavora nel turismo quanto con chi non ne fa parte e abita stabilmente e attivamente in loco. Se è vero che risulta illusorio pensare che i turisti possano diventare velocemente più responsabili, è altrettanto vero che i locali, per motivi evidenti, sono molto più velocemente responsabilizzabili ma non attraverso l’imposizione di normative e regolamenti (a volte utili ma spesso visti con insofferenza, inutile osservarlo), semmai con l’interlocuzione costante, la partecipazione attiva ai processi decisionali locali, la politica “dal basso”, la coltivazione di una massa critica edotta e consapevole e dunque, prima di tutto, con una riattivazione della relazione culturale – sociologica, antropologica, identitaria ma, per compendio, scrivo culturale – tra i luoghi e chi li abita, quella relazione che dà forma e sostanza ai paesaggi locali «il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni», come rimarca la relativa Convenzione Europea. Ciò determina che se si gestisce male il paesaggio – il territorio, gli ambienti naturali, i luoghi, i beni comuni che possiede, le “risorse” che offre, eccetera – si gestisce male l’umanità che lo vive e vi interagisce, dunque non solo l’abitante stanziale ma pure il visitatore occasionale. Le comunità locali devono avere ben chiare queste nozioni: su di esse, sui doveri e sulle responsabilità che impongono (alla tutela ambientale e dei beni comuni, ad esempio) così come sui diritti e sui benefici che vi scaturiscono (di godere del benessere che offre un paesaggio gestito con equilibrio, per dirne uno), si deve innanzi tutto costruire, o nel caso ri-costruire, la relazione culturale profonda tra di esse e le loro montagne.
[Le code di turisti per accaparrarsi i krapfen al rifugio Friedrich August. Immagine tratta da “Today.it“.Peraltro, da tali dinamiche di (ri)presa di coscienza attiva e consapevole da elaborare e alimentare presso le comunità, può e deve derivare un altro obiettivo estremamente importante: la rigenerazione della rappresentatività politico-sociale dei territori montani e della conseguente rappresentanza individuata (in modi liberamente stabiliti) nelle comunità stesse, che facciano tornare i territori stessi ad avere voce forte, chiara e ben ascoltata presso i consessi amministrativi ai livelli locali e a quelli superiori. Ancora oggi, troppe volte, la montagna subisce iniziative elaborate e decretate in sedi ben lontane dai monti da soggetti privi delle competenze – tecniche, scientifiche, umanistiche – necessarie alla buona gestione politico-amministrativa di essi: è una realtà che viene ribadita da lustri senza che tuttavia nulla venga formulato al fine di cambiare, anche qui, il paradigma di fondo, legato a mere logiche di potere e di influenza politica. Be’, anche qui, appunto, è ora di cambiare strada, di ritornare a muoverci verso il futuro invece di rimanere a girondolare in un presente sempre più stantio, sempre più obsoleto e ammuffente.
Credo che ogni soggetto che intenda operare a vario titolo per il bene dei territori e delle comunità della montagna italiana – il bene ambientale, ecologico, sociale, economico, culturale, turistico, eccetera – debba sempre più impegnarsi su questo fronte e in tali azioni comunitarie concrete, e altresì sono certo che la migliore pianificazione possibile della frequentazione turistica delle montagne debba inevitabilmente contemplare la presenza attiva, edotta e consapevole, dunque decisionale, delle comunità locali – sia che operino nelle filiere turistiche e sia che non ne facciano parte, ribadisco di nuovo – oltre ai soggetti che sappiano fornire le più adeguate competenze tecniche, scientifiche, umanistiche (ce ne sono molti in Italia e parecchio validi, dalle università agli istituti di ricerca alle organizzazioni, associazioni e reti multidisciplinari). La politica, il cui potere di rappresentanza si è ampiamente smarrito nel tempo, come ho anche indirettamente spiegato fino a qui, dovrà infine fornire gli strumenti istituzionali per mettere a terra quanto elaborato e strutturato in sede locale, facendo di ogni cosa realizzata un’opera compiutamente condivisa e comunitaria.
Ecco, questa, secondo me, è una buona risposta (e spero anche valida) alla domanda sopra suggerita. Sicuramente mi auguro lo sia per me che, nei prossimi mesi, mi impegnerò sempre più in quella dimensiona comunitaria montana nel solco qui sopra delineato. Ripeto, ce ne possono ovviamente essere tante altre di risposte buone e valide: l’importante è che ci siano, che vengano formulate, discusse, elaborate e poi quanto più possibile messe in atto.
I paesaggi alpini entrano in stretta connessione con la qualità della vita nei luoghi: non solo contenitori di elementi materiali e immateriali ma spazi connessi alla vivibilità del territorio per i singoli e per le comunità. In questo legame con la vivibilità «tutto fa paesaggio»: le competenze di autogoverno del territorio, le modalità di gestione delle risorse naturali, le pratiche di tutela dei patrimoni così come il costruire e l’abitare, il coltivare e l’allevare. È l’uomo a «fare paesaggio», ed è in esso che possiamo cogliere la fecondazione della natura da parte della cultura. Il governo del territorio, del paesaggio e dell’ambiente necessita di una prassi responsabile, attenta all’uso delle risorse, cosciente del valore del limite e fondata sul senso di appartenenza e sulla partecipazione come unica strada per trasformare lo spazio alpino in termini di una buona vivibilità. Così intese, qualità del paesaggio e qualità della vita appaiono oggi come questioni complementari.
Ribadisco: «Il governo del territorio, del paesaggio e dell’ambiente necessita di una prassi responsabile, attenta all’uso delle risorse, cosciente del valore del limite» eccetera. Capito, cari amministratori pubblici dei territori di montagna?Competenza e responsabilità: due doti (o due doveri), peraltro, che alcuni amministratori pensano – apparentemente almeno, per come si esprimono sui media – di detenere ma che in verità non sono e non possono essere mai sufficienti, quando si ha l’onere e l’onore di gestire territori di così grande bellezza, valore, fascino e altrettanta delicatezza e fragilità. Dunque, qual è lo strumento migliore per equilibrare tutto quanto? È proprio la coscienza del senso e del valore del limite, in relazione al paesaggio – che lo manifesta – nel quale si vive e si opera: una coscienza che dovrebbe essere il prodotto di competenze e responsabilità attive e autentiche, d’altro canto, e che non si può più trascurare.
Avanti, costruite ferrovie ovunque, profanate la Jungfrau con il frastuono delle vostre macchine e la cupa marea di gente, e calpestate il suo capo con le vostre suole sporche del fango della grande città! […] Ma l’avete violentata; la svendete per un misero guadagno, come una volgare prostituta!
Così scrive a pagina 228 del suo romanzo “Flut” lo svizzero Jakob Wiedmer, archeologo di grande fama, scrittore, direttore di museo, finanziatore, inventore, uomo di notevole e brillante eclettismo; del libro e del suo autore ne racconta un bell’articolo di “Swissinfo.ch”.
Quelle lì citate sembrano parole scritte oggi riguardo l’infrastrutturazione turistica delle montagne e le conseguenze legate al turismo di massa; invece il romanzo fu scritto nel 1904 e uscì l’anno successivo, quando Wiedmer si fece pure albergatore a Wengen – oggi celeberrima località dell’Oberland Bernese ma ai tempi poco più di un anonimo villaggio di montagna – per aver sposato Maria Stern, donna abile negli affari e proprietaria dell’albergo. Proprio in quegli anni Wengen si stava trasformando in località turistica grazie alle ferrovie che la collegavano a Lauterbrunnen e Grindelwald, ma divenne meta inevitabile del turismo internazionale con l’apertura della Ferrovia della Jungfrau, nel 1912. Wiedmer visse dunque la rapida e per molti versi sconvolgente trasformazione del villaggio, e il suo assoggettamento al turismo di massa, del quale già allora intuì le degradanti dinamiche consumistiche e – oggi si direbbe – “estrattive” a danno dei luoghi e delle loro comunità.
D’altro canto il suo libro è chiaro nei propri contenuti fin dal titolo: “Flut” significa ondata, un termine che tutt’oggi viene utilizzato per descrivere il sovraturismo, o overtourism, in territori che non hanno le capacità di sostenerlo, subendone gli sconquassi. Il libro racconta le vicende di un isolato villaggio di montagna dalle tradizioni rurali si trasforma improvvisamente in una località turistica internazionale invasa dai turisti. I contadini diventano albergatori, sullo sfondo di gelosie e conflitti crescenti che portano a un finale apocalittico: il villaggio viene completamente distrutto da un incendio, simbolo delle conseguenze di uno sviluppo centrato esclusivamente sul turismo e del suo impatto sulla natura alpina. Il romanzo ebbe un buon successo ma non piacque affatto nell’Oberland Bernese, tant’è che nel 1907 i Wiedmer dovettero andarsene da Wengen e si trasferirono a Berna, dove Jakob divenne direttore del Museo storico nel 1907.
[Turisti allo Jungfraujoch. Immagine tratta da https://swissfamilyfun.com.]Insomma: già più di un secolo fa si erano perfettamente intuite le conseguenze negative che un turismo troppo massificato e basato su dinamiche prettamente economiche e commerciali in territori pregiati e delicati come quelli montani. Anzi: ancora prima, nel 1883, un altro autore svizzero legato all’Oberland, Arnold Halder, pubblicò il racconto Die Stiefelchen oder Was sich in Interlaken Alles treffen kann (“I piccoli stivali, ovvero cosa può succedere a Interlaken”) nel quale descrisse le fratture che il turismo stava generando all’interno delle società alpine e il mondo rurale che si opponeva ai sempre più numerosi e grandi alberghi di lusso.
[Veduta panoramica dell’odierna Wengen, con (nelle nuvole) la vetta della Jungfrau e a destra la celebre valle di Lauterbrunnen.]Ecco, sono passati 150 anni e nonostante tutto ciò, nonché la grande massa documentale critica nei riguardi del turismo di massa che è stata elaborata nel frattempo in forza del divenire del fenomeno, abbiamo spesso (troppo spesso) lasciato che le montagne venissero violentate e svendute per un misero guadagno, come volgari prostitute, e continuiamo a farlo. Un secolo e mezzo (ma le radici del turismo contemporaneo nascono ancora prima, nel XVIII secolo) di storia, cronache, fatti, conseguenze, successi divenuti fallimenti, paesaggi stravolti, frequenti disastri, culture e identità calpestate, in molte località non è servito a nulla, non ha fatto capire niente. E non tanto sul o contro il turismo in sé (ovvero i turisti), ma riguardo la sua trasformazione in uno strumento di assoggettamento, sfruttamento, consumo e svendita dei territori montani. Che è il modo con il quale ancora oggi il turismo viene considerato e utilizzato da certa politica alienata dalla realtà delle cose, dal tempo e dalla storia ma che, purtroppo, governa molte nostre montagne. Speriamo almeno che non facciano la fine apocalittica del villaggio raccontato da Wiedmer perché, in effetti, le premesse ci sono tutte.