Se torna la paura di mettersi in viaggio

Da “Il Secolo XIX” dello scorso 30 novembre, alcune interessanti riflessioni di genesi letteraria in tema di paure antiche, superate e rinnovate nella pratica del viaggiare di Emanuela E. Abbadessa, scrittrice assai raffinata e dallo sguardo sempre sagace anche quando abbia a narrare del nostro “ordinario” mondo quotidiano. Un mondo la cui cronaca registra inopinate ma a volte inevitabili “rivalse” di quelle paure sulle nostre (apparentemente) acquisite sicurezze quotidiane, come sta accadendo con la questione dei viadotti autostradali crollati in modo più o meno tragico e della mancanza di cura di certe infrastrutture d’uso pubblico e comune. Una casistica sconcertante proprio in forza della sua ripetitività, a fronte di manufatti come le strade e le autostrade che dovrebbero rappresentare l’eccellenza riguardo a solidità costruttiva e sorveglianza della sicurezza di chi li utilizza.

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La montagna che “crolla”

Il disfacimento dei ghiacciai montani, sulle Alpi come su qualsiasi altra catena montuosa del mondo, ogni tanto sale agli onori della cronaca nelle disquisizioni sui cambiamenti climatici oppure, più raramente, in circostanze eclatanti come quella del Ghiacciaio di Planpincieux (cliccate sull’immagine per leggere l’articolo al riguardo de “La Stampa”). Tuttavia, nonostante il tema “caldo” (è il caso di dirlo!) del riscaldamento globale, è una notizia che viene sempre letta dai più come qualcosa di “suggestivo”, di pittoresco mi viene da dire: una massa di ghiaccio che sta per franare da una montagna e finire a valle e «wow!» – chissà che “spettacolo” sarà quando verrà giù, chissà quanti video, nel caso, gireranno sul web… Ecco, e poi finisce tutto lì.

In verità, quello che ancora si capisce molto poco, anche perché gli organi di informazione non approfondiscono mai le notizie come a volte dovrebbero e potrebbero, è che il disfacimento dei ghiacciai alpini (dacché il fenomeno è a livello globale, come già osservato, ma per molti aspetti è sulle Alpi che assume maggiore evidenza, in primis per la maggior presenza e pressione antropica sul territorio alpino) non comporta solo un guasto alla bellezza del paesaggio d’alta quota e dei relativi panorami, a breve pressoché privati di una delle loro componenti fondamentale e più “montane”, le nevi eterne, ancora così presenti nell’immaginario collettivo alpino di matrice più o meno turistica, ma ancor più comporta un profondo mutamento della percezione del territorio abitato e della relativa concezione del paesaggio, con conseguente alterazione della relazione tra l’uomo e i luoghi abitati. In parole povere: un territorio e un paesaggio che sono rimasti più o meno immutati per secoli, e che su tale loro essenza geomorfologica hanno generato la propria identità di luogo, di dimensione culturale e influenzato la relazione delle genti che li hanno abitati e li abitano, in breve tempo subiscono una modificazione così profonda e alterante da cambiare la percezione di essi negli occhi di chi li osserva, così cambiando inevitabilmente il rapporto antropologico di chi vi interagisca, sia come abitante sul lungo periodo che come visitatore nel breve.

Immaginatevi un luogo con cui avete un legame particolare, ad esempio un albergo nel quale avete passato per tanti anni vacanze bellissime e per questo vi siete affezionati: un bel giorno vi ritornate e lo trovate sempre lì dove è ubicato da sempre e più o meno uguale ma il terrazzone dove prendevate il Sole non c’è più, la sala da pranzo è totalmente diversa, le camere hanno un arredamento differente… L’albergo è sempre quello, il nome è lo stesso ma vi verrà difficile riconoscerlo come lo riconoscevate prima, per come vi identificavate in esso e per come ogni suo angolo vi suscitava piacevoli ricordi, memorie, aneddoti che vorreste nuovamente rivivere ma ora no, è impossibile: troppi cambiamenti da come era prima.

Ecco: senza voler troppo superficializzare o banalizzare la questione, il succo è più o meno questo.

E senza tener conto di tutte le altre innumerevoli conseguenze, spesso più materiali, derivanti dalla sparizione dei ghiacciai alpini: dalla diminuzione delle risorse idriche, ad uso domestico o per la produzione idroelettrica, ai danni all’industria turistica, dal dissesto idrogeologico all’aggravamento ancor più intenso del riscaldamento climatico, senza più i “freezer” d’alta quota sulle vette, eccetera. Non è solo un ghiacciaio che precipita a valle, dunque; non solo dei giganteschi seracchi che crollano (ma se va bene senza fare troppi danni a cose e persone), ma in realtà un paesaggio intero che crolla nelle sue “certezze” geografiche, geomorfologiche, naturalistiche, ambientali, antropologiche fino ad oggi “acclarate” e accettate. Un danno che va ben oltre quello idrogeologico e diviene pienamente storico-culturale, anche perché non più recuperabile se non entro qualche secolo e solo con un (ora utopistico) raffreddamento del clima.

Quella abitata dall’uomo ma senza più ghiacciai sarà una montagna inesorabilmente diversa, certamente peggiore dal punto di vista paesaggistico e ambientale, verso la quale i modus vivendi resilienti – e in necessaria costante mutazione – diverranno la norma, rendendo superata ovvero fuori luogo ogni stanzialità antropica per come si è manifestata fino a oggi, sia essa meramente residenziale e sussistenziale, sia funzionale alla fruizione turistico-commerciale (o comunque utilitaristica) dei monti. La montagna d’una volta, insieme ai ghiacciai, per molti aspetti sparirà; e chissà come noi e le future generazione reagiremo nel concreto, materialmente e immaterialmente, a questa drammatica perdita.

La tragica normalità di un paese “analfabeta” in tutto, o quasi. Dopo Livorno, a chi toccherà?

L’articolo qui sotto riprodotto è datato 28 novembre 2013. Già, lo pubblicavo quasi 4 anni fa, qui sul blog, facendo un breve ma già significativo elenco di luoghi tragicamente colpiti da alluvioni e dissesti idrogeologici vari, chiedendo poi: a chi tocca, ora? Si sono aggiunte altre località, inevitabilmente: Livorno è solo l’ultima, coi suoi 8 morti (ai tempi invece era appena accaduta l’alluvione in Sardegna, da cui il riferimento nel titolo). Un’assurdità vera e propria, che definire “imprevedibile” non fa che acuirne la tragicità piuttosto di motivarla ovvero giustificarla.
E’ cambiato dunque qualcosa, in questi 4 anni? No, così come non cambiava nulla da decenni, nonostante i tanti morti. Cambierà qualcosa, nel futuro? No, ne sono certo, nonostante si continui a morire per poche ore di pioggia straordinaria: al solito, questo paese non sa risolvere i suoi problemi, anche quando macroscopici (vedi questo articolo, a riprova), dunque li rende cronici che, qui, è sinonimo di “normali”. Tragedie, morti, polemiche, scaricabarili, inchieste, assoluzioni, tarallucci e vino: il modus operandi resta questo e tutto va avanti uguale a prima, come nulla fosse accaduto. Quindi, ripropongo di seguito il suddetto articolo – attualissimo, ça va sans dire – e ripongo/ribadisco quella domanda, sempre più sconcertante e drammatica: a chi tocca, ora?

La tragica normalità di un paese “analfabeta” in tutto, o quasi. Dopo la Sardegna, a chi toccherà?

Italia_dissesto_idrogeologico
Alé, anche la Sardegna è entrata in elenco. Dopo Liguria, Toscana, Campania, Piemonte, Veneto… – un elenco parecchio lungo, in effetti.
A chi tocca, ora?
Sì, perché capiterà ancora, e mica bisogna essere Nostradamus per prevederlo. Lo intuiscono pure i sassi ormai, così come ormai conoscono tutta la prassi successiva a tali tragedie – sempre la stessa: le polemiche, i dibattiti in TV, l’allerta che c’era anzi no e la colpa è tua no è sua, i soccorsi in ritardo, i politicanti che dicono “siamo accanto a voi!” mentre con 10 minuti di elicottero volano sulle zone colpite per poi tornarsene nei propri palazzoni romani, gli sms da 2 Euro che siano lodati, certo, ma a volte si ha l’impressione che li abbiano inventati apposta per far mettere il cuore in pace a chi non è della zona e non sentire la colpa del pensare “meno male che è capitato a loro e non a me!”, i fondi stanziati ma che, chissà perché, non arrivano mai… Poi altre notizie occuperanno i servizi dei TG e le prime pagine dei giornali, le polemiche si placheranno, la gente troverà ben altro con cui distrarsi e tutto scivolerà via liscio come il marmo d’una tomba uguale a tante altre, l’ennesima anomalia muterà in normalità, esattamente come ogni altra che questo paese non è stato capace di risolvere e dunque ha pensato bene di rendere “normale”, appunto, di trasformare in regola. E’ normale che in Italia ci sia la mafia, è normale che i politici siano quel che sono, è normale che le strade siano piene di buche, è normale che per una partita di calcio dei “tifosi” si accoltellino. Tutte “regole”, tra le tante, e pure fedelmente rispettate – queste sì.
Ecco, anche il dissesto idrogeologico è regola, in Italia. Sempre i suddetti sassi lo sanno, ormai, che la penisola italiana da questo punto di vista è un territorio a rischio, eppure col tempo è diventato normale – ad esempio – costruire sul letto dei fiumi, se non addirittura dentro. Per poi piangere morti e devastazioni – così tante volte che ormai è cosa normale, vedi sopra. Se non fosse così, si cercherebbe di fare qualcosa, di sistemare tale anormalità, ma essendo ormai una cosa normale, mica richiede una soluzione, no? Il ragionamento fila, esattamente come fila la cosa più stupida e irrazionale nella mente dell’imbecille.
D’altro canto, è normale che un paese che ha deciso di ignorare e dimenticare di essere una delle culle mondiali della cultura, tanto da sputare in faccia a qualsiasi cosa di culturale per fare spazio – il maggior spazio possibile – all’idiozia generale, istituzionale e non, sia divenuto totalmente analfabeta anche nella lettura del territorio. Perché il territorio è elemento culturale, e il saperlo leggere, interpretare, comprendere, il sapersi adattare ad esso, è in tutto e per tutto cultura, è esercizio culturale. La si usa anche una definizione del genere, in questi casi: leggere il territorio, proprio come fosse un libro che trasmette certe nozioni, da capire, imparare e in base alle quali agire – è anche per questo che ne voglio parlare qui sul blog, in mezzo ai più disparati argomenti letterari e non solo.
Ma in Italia è ormai normale pure che al potere, sulle poltrone del comando, ci vadano i peggiori analfabeti civici – uso tale definizione cercando di trattenerne altre ben più scurrili. E dunque? Dobbiamo anche noi adattarci a tale imbecille analfabetismo? Siamo così ipnotizzati dalle mille e mille futilità che ci vengono propinate (panem et circenses, la regola è sempre quella!) da passare per emeriti cretini, e farci di conseguenza prendere per il sedere in modo tanto sfacciato?
Alla fine, la scelta è sempre nostra, e nostra può essere l’azione contro chi devasta il territorio – il nostro territorio – per poi presentarsi in giacca e cravatta di fronte alle bare piagnucolando e assicurando che “io non centro nulla!”, oppure per mostrarsi in qualità di benefattore al solo scopo di intascarsi una bella fetta di soldi stanziati per l’emergenza – ah, ecco: l’emergenza all’italiana, altra normalità ormai ben consolidata!
O la smettiamo con ‘sta immonda e letale tiritera, ovvero ci riprendiamo in mano il nostro territorio togliendolo dalle mani di politici e affaristi criminali, oppure prepariamoci ad aggiungere il nome di un’altra zona del paese a quell’elenco citato in testa all’articolo – magari proprio quella in cui abitiamo: chi può dirlo che non sarà così? Ah, e nel caso, smettiamo pure una volta per tutte di considerarci cittadini di una “democrazia”! Questa sì, una cosa che dovrebbe essere normale e invece è diventata ormai una sconcertante anomalia!

“Emergenza” emergenze

Emergenza.

Non c’è dubbio che, da qualche tempo, questa sia una delle parole più amate dai media e da chi li ispira. L’“emergenza stupri”, è una delle più recenti (chissà che non venga rapidamente “oscurata” da una ancor più nuova “emergenza malaria”!), poi c’è l’intramontabile “emergenza sbarchi” ovvero “emergenza immigrazione”, inoltre l’“emergenza siccità” e l’“emergenza incendi” che si danno il cambio con l’“emergenza alluvioni” e l’“emergenza frane”, alla quale va aggiunta la stagionale “emergenza neve” e così via – inutile continuare, sapete bene che l’elenco potrebbe essere assai lungo e comprendere autentiche “chicche” quali, ad esempio, l’“emergenza molossi/pitbull” non qualche mese fa…

Tutto questo uso emergenziale del termine risulta piuttosto paradossale, se si considera la sua accezione originaria e primaria, sostanzialmente positiva: ne parlai giusto di questi tempi un anno fa, qui. Oggi invece, nel mondo della non informazione contemporanea dominato dal più impudico e sfrenato clickbait posto al servizio della propaganda pseudo-politica, quando si vuole attrarre attenzione e al contempo suscitare determinate sensazioni di natura allarmistica, fobica e ossessiva, et voilà: un bel titolone con dentro “emergenza” e il gioco è fatto.
Peccato che in tal modo, distorcendo l’uso del termine e, in fondo, pure il suo significato, col tempo esso finisca per agevolare pure la stortura del tema, argomento, evento o questione a cui fa riferimento. Se infatti l’accezione oggi più comune di “emergenza” è quella parecchio influenzata dall’equivalente inglese di emergency, indicante una circostanza imprevista ovvero una situazione critica di natura improvvisa e temporanea dunque qualcosa che richiede una soluzione altrettanto immediata e rapida al fine di risolverne la criticità, le presunte “emergenze” urlate spesso sguaiatamente da certi media hanno il solo senso e scopo di fare allarmismo sensazionalista, come detto, e giammai di porre l’attenzione sulla necessità di trovare una buona soluzione a un certo problema concreto. Anzi, accade il contrario, appunto: non essendoci alcuna volontà di risoluzione della sbandierata “emergenza” nonché, a ben vedere, spesso non essendoci nemmeno una reale emergenza ma soltanto un esercizio di “sensazionalizzazione mediatica” d’una questione pur critica ma di gestione altrimenti “ordinaria” o poco più (significativa in tal senso è la recente “emergenza stupri” annunciata da certi media a fronte invece della diminuzione dei relativi reati, vedi qui), l'”emergenza” da situazione temporanea diventa cronica, viene in qualche modo “normalizzata” in quanto tale e per questo accettata come tale da quella parte di opinione pubblica che crede a ciò che gli viene propinato dai media suddetti. D’altro canto è evidente: se si continua a gridare “Al lupo! Al lupo!” senza fare nulla di concreto per difendersi da tale minaccia, ben presto quelle urla d’allarme non verranno nemmeno più udite, essendo diventate “normali”.

Attenzione: ciò non significa affatto che il problema dichiarato “emergenza” non sia reale e non sia da affrontare. Tuttavia, è proprio la distorsione della sua realtà, a partire dalla stessa definizione resa pubblica (l’“emergenza” che non è emergenza, insomma), che finisce per confondere le acque e ostacola, quando non vanifica del tutto, la necessaria risoluzione – presupponendo, ribadisco, che una volontà effettiva di risoluzione vi sia e che lo scopo di tutto non sia invece e soltanto il mero clickbait sensazionalista e fobico, come pare evidente e come il più delle volte io credo.
Non solo, accade qualcosa di anche più grave. Tornando alla suddetta “emergenza stupri”, si finisce per non vedere nemmeno più il vero nocciolo del problema, il reato effettivo e realmente terribile: l’atto di violenza sulle vittime. Lo evidenzia proprio la presidente di Telefono Rosa, Maria Gabriella Carnieri Moscatelli (vedi ancora qui), affermando che «Il problema è che sta passando un messaggio tremendo di impunità, perché gli stupri in Italia sono all’ordine del giorno.» Inevitabile, appunto: si urla, si sbraita tanto ma non si fa nulla o quasi di concreto per risolvere l’“emergenza”: che rapidamente tale non è più ma un tema a cui buona parte dell’opinione pubblica non presta nemmeno attenzione. Così, la complicità e il danno di chi proclama “emergenze” ai quattro vento solo per fare allarmismo, sensazionalismo mediatico e bieco clickbait sono completi.