La libertà in montagna

[Foto di Marc Sendra Martorell su Unsplash.]
Qualche giorno fa un amico mi ha sollecitato una riflessione sul tema della libertà in montagna, il quale, ve ne sarete resi conto, è tornato sulle prime pagine degli organi di informazione e nei servizi dei media radio-tv dopo la tragedia della Marmolada – e chissà perché (!) torna sempre in auge dopo siffatti episodi tragici, mai in altri contesti nei quali la discussione sul merito risulterebbe senza dubbio meno condizionata e istintiva e più meditata.

Comunque, la sollecitazione dell’amico – posto che nel suo caso era mirata innanzi tutto alle aree sottoposte a tutele particolari – è di quelle che possono generare riflessioni e considerazioni della durata di giorni. Per farla breve, in senso generale ovvero al di là di casi specifici, è inutile rimarcare che il tema della libertà in montagna è (sarebbe) di base legato alla percezione soggettiva e anche per questo risulta sicuramente delicato, ma io credo più in forza dell’immaginario collettivo diffuso e per la stortura che esso subisce in forza della generale mancanza di cultura e di sensibilità “consapevole” al riguardo. A tale proposito, dal mio punto di vista il problema nemmeno si pone o si porrebbe, perché la libertà è una dote che ha senso e valore solo con la paritetica presenza di consapevolezza e responsabilità – siamo veramente liberi quando ci rendiamo conto di esserlo e di cosa significhi sia in quanto a diritti che a doveri: la libertà inconsapevole è solo una convinzione presunta, non una condizione presente.

In tema di montagna, continuiamo a presentarla come un luogo da fruire esclusivamente in modo ludico, una mera periferia ricreativa, dunque divertente, della città nella quale potersi analogamente comportare da “cittadini”, salvo poi definirla “assassina” con vario corredo di toni e paroloni apocalittici appena qualcuno ci lascia le penne. Come fosse una sorta di confortevole e dilettevole parco giochi cittadino le cui giostre improvvisamente e inauditamente diventano mostri antropofagi che uccidono malcapitati innocenti. Che senso ha? E, posto ciò, che senso può avere l’imporre dei divieti istituzionali quale “soluzione” per la mancanza della suddetta cultura e della conoscenza di ciò che è realmente (e da sempre) la montagna? Con quello che accade di tragico lungo tutto l’anno (oltre 450 morti nel 2020, anno più recente del quale trovo le statistiche del CNSAS) allora la montagna andrebbe vietata sempre! Ci sarebbero più morti, senza i divieti? Forse sì ma per mancanza di cultura e responsabilità, non per assenza di ordinanze amministrative! Le quali, è bene non dimenticarlo, risultano sempre costituzionalmente discutibili per come limitino la libertà delle persone nel contesto naturale in base a situazioni forzatamente considerate “d’emergenza” quando invece sono parte della realtà ordinaria delle montagne – da qualche decina di milioni di anni, eh non da ieri!

Limitarne l’accesso ai monti non è un salvaguardare le persone, è uno scaricarsi di dosso le responsabilità, è un voltare le spalle al dovere (anche politico) di sviluppare una fruizione consapevole dei territori montani, è una dimostrazione di non conoscenza dell’ambiente di montagna e al contempo è una sorta di ottusa negazione della sua naturale pericolosità. Come se quando il pericolo diventa palese e innegabile lo si voglia nascondere per proteggere l’idea della montagna-parco giochi accogliente, divertente e rilassante – cioè facilmente vendibile. Ce la immaginiamo una brochure promozionale con su scritto «Salite tutti in vetta, è bellissimo, è super-wow, ma attenti che se crolla un seracco o cede il sentiero ci lasciate le penne!»? Veramente si vuole arrivare a quella scellerata nonché stupida idea delle bandiere verdi o rosse come al mare, proferita dal Presidente della Provincia Autonoma di Trento poco dopo la tragedia della Marmolada? Peraltro una forma mentis, questa, perfettamente funzionale alla sempre maggiore infrastrutturazione della montagna, al fine di addomesticarla come non mai agli agi turistici e vincerne tutte le sue pericolosità, appunto, traendone il maggior profitto possibile a totale discapito del suo valore e della sua identità culturali.

Una volta – intendo qualche anno fa, mica secoli – chiunque salisse sui monti, che avesse frequentato corsi specifici o per raziocinio popolare diffuso, sapeva bene che lo faceva a suo rischio e pericolo e a prescindere dalla possibilità di essere soccorsi. Oggi la propaganda turistica vende (appunto) l’idea che in montagna ci si possa salire liberamente come se non esistessero rischi e pericoli, poi, quando questi si manifestano, ecco che interviene la propaganda politica – la stessa che patrocina la prima – e vieta tutto come se si avesse a che fare con l’inferno in Terra. Passiamo dal «no limits!» al «all limits!» senza un briciolo di riflessione e di considerazione culturale al riguardo, nonostante nel mezzo di quei due “limits” ci sta tutta la montagna con ogni cosa che le dà forma e sostanza.

Ribadisco: che senso ha?

Detto ciò, come ho già rimarcato, il tema potrebbe essere disquisito per giorni interi, con infiniti rimandi a questioni correlate. Il presente è solo un piccolo e fin troppo conciso contributo personale, senza alcuna pretesa di indiscutibilità – anzi! -, che mi auguro possa agevolare anche in altri la riflessione sul tema, tanto grande da sembrare indefinibile eppure oltre modo importante, che sia correlato alla montagna o qualsiasi altri ambito vitale.

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): il Sommelier

Come spiego con maggior dovizia di particolari qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora.

Il Ghiacciaio del Sommelier, ad esempio. Ecco com’era tra gli anni Sessanta e Settanta:

Ecco com’è oggi:

Altri ghiacciai ove si praticava lo sci estivo dei quali ho già scritto:

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): il Presena

Come spiego con maggior dovizia di particolari qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora.

Il Ghiacciaio Presena, ad esempio. Ecco com’era negli anni Settanta:

[Immagine tratta da retrofutur.org.]
Com’era nei primi anni Duemila:

Ecco com’è oggi:


(Qui potete vedere com’era e com’è il Ghiacciaio della Marmolada.)

N.B.: qualcuno, non qui ma altrove, ha osservato che l’immagine centrale che io avevo inizialmente riferito al 1980 sia invece degli anni Duemila e non sia estiva ma invernale. Probabilmente è vero, ma è bene sapere che per creare la comparazione fotografica ho utilizzato l’immagine in questione ricavandola da una sezione del sito pontedilegnotonale.com (dunque il sito della località in questione) con la dicitura che vedete nella riproduzione dell’immagine qui sotto, in basso a sinistra, la quale mi ha tratto in inganno – dunque chiedo scusa per questa mia svista. Anche a me pareva strano che fosse una foto così vetusta, ma come mettere in dubbio la dicitura di chi l’ha diffusa? Sul Presena ci ho sciato innumerevoli volte, le ultime suppergiù a cavallo del 2000 e fino ad allora il ghiacciaio, già in smagrimento, restava morfologicamente simile agli anni precedenti; in ogni caso il web è pieno di immagini del Presena e di quando vi si praticava sci estivo, da fine anni Sessanta fino ai primi anni Duemila, dunque verificare e comparare ulteriormente è attività assai facile.

Tuttavia, consentitemi di notare che, se la foto non è degli anni Ottanta ma dei Duemila, la questione è ancora più grave: in vent’anni, e non in quaranta, il ghiacciaio è sostanzialmente scomparso. Che poi la foto sia invernale e non estiva, poco conta: a parte il fatto che sui ghiacciai sovente c’è(ra) più neve a inizio estate che in pieno inverno, la differenza di morfologia del ghiacciaio è comunque definita e evidente a prescindere dalla neve che lo copre e la perdita di massa, spessore, estensione del corpo glaciale è a dir poco spaventosa, al di là di ogni altro dettaglio.

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai)

[Foto di Fabrizio Lunardi da Unsplash.]
In alcune delle chiacchierate con amici nella realtà e sul web sorte intorno ai tragici fatti della Marmolada, e in generale sul tema “ghiacciai e cambiamenti climatici”, sono saltate fuori le reciproche esperienze di sci estivo sui numerosi ghiacciai alpini che consentivano tale pratica. Intorno agli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso, forse la massima “età dell’oro” dello sci estivo, solo sulle Alpi italiane vi erano suppergiù una ventina di comprensori, senza contare gli impianti sciistici non in ambito glaciale che in certi anni particolarmente nevosi restavano aperti per una certa parte dell’estate, sfruttando l’innevamento residuo. Oggi, di quei comprensori italiani ne rimangono solo due: (Cervinia, peraltro sfruttando unicamente gli impianti sul versante svizzero di Zermatt) e il Passo dello Stelvio, che peraltro offrono poche piste rispetto a un tempo e condizioni a dir poco deprimenti.

Ripensando alle chiacchierate prima citate, ho riflettuto sul fatto che, se in tema di cambiamenti climatici le diffuse immagini fotografiche comparative sullo stato di un tempo e su quello attuale di numerosi ghiacciai rappresentano un’ottima e immediata dimostrazione di ciò che sta avvenendo, per certi versi comparare le immagini passate dei ghiacciai sui quali fino a non molti anni fa si sciava d’estate con quelle attuali e constatare le loro sconsolanti condizioni, sovente accentuate nella loro cupezza dai rottami delle infrastrutture sciistiche rimaste lassù, è persino più emblematico. Su molte di quelle misere lingue di ghiaccio scuro, quasi sempre prive di neve residua, a volte coperte dai teli geotessili per cercare di difenderle dai raggi solari (ma non certo per “salvarle”, come si usa dire in questi casi), in tanti casi ormai prossime all’estinzione totale, qualche decennio fa c’erano piste d’ogni difficoltà, impianti di risalita e migliaia di appassionati che sciavano immaginandosi di essere nel pieno dell’inverno a fine luglio: un “prodigio naturale” tanto emozionante e suggestivo quanto divertente.

Invece, in pochi anni, a una velocità realmente sconcertante, è finito e sparito quasi tutto. In quelle località, realmente la montagna è diventata un’altra cosa rispetto a ciò che era, il suo paesaggio è ora inesorabilmente percepito e considerato in modi totalmente differenti rispetto a qualche tempo fa, la sensazione è quella di un luogo differente se non proprio “altro”, il che genera di conseguenza una relazione antropica con esso altrettanto differente, gioco forza, probabilmente anche di tono cupo ed effetto repulsivo quando invece un tempo risultava in ogni senso attrattiva e affascinante – anche solo per il fatto che dove una volta c’erano ampie distese glaciali innevate oggi spesso ci sono soltanto vaste e sterili pietraie.

In una serie di post che inizia da questo vi proporrò dunque alcune immagini, poche ma emblematiche (a volte di bassa qualità digitale, ma hanno i loro anni!), dei ghiacciai alpini al tempo in cui vi si praticava sci estivo e altre che ne mostrano le condizioni attuali. È un ulteriore, forse banale ma io spero comunque significativo contributo per capire non solo l’importanza della questione climatica ma pure – sotto certi aspetti anche di più – quanto le montagne stanno cambiando e cambieranno nei prossimi anni, anche quelle sulle quali magari negli anni scorsi abbiamo passato piacevoli e confortevoli momenti e ora facilmente ci sembreranno luoghi che tutto sono fuorché gradevoli e accoglienti.

Inizio con il ghiacciaio oggi tragicamente sulla bocca di tutti, quello della Marmolada, sul quale si è praticato lo sci estivo fino al 2006:

Il ghiacciaio nel 1995, con alcune delle piste presenti, sul versante che a NE scende verso il Passo di Fedaia.
La parte alta del ghiacciaio, sempre nel 1995, vista da poco sotto Punta Serauta verso la cresta sommitale della Marmolada.
Immagine del 12 luglio 2022, ore 10.10, tratta dalla webcam della stazione funiviaria di Punta Serauta (più o meno dalla stessa zona da cui è stata presa l’immagine qui sopra), che mostra ciò che resta della parte alta del ghiacciaio.

Su “Lecco News”

Anche “Lecco News” riprende le mie riflessioni su quanto accaduto in Marmolada e in generale su ciò che sta avvenendo sulle nostre montagne in forza della “nuova” e senza dubbio delicata realtà climatica che stiamo cominciando ad affrontare; per leggere l’articolo cliccate sull’immagine qui sopra.

Ringrazio molto la redazione per l’attenzione e la considerazione che ha voluto dedicare alla mia analisi, che spero tanto interessante quanto utile alla necessaria consapevolezza diffusa sul presente e sul futuro che ci aspetta – sui monti e non solo lassù.