La vera rivoluzione

Si parla così spesso, un po’ ovunque oggi, di “cambiamento”, di “innovazione”, pure di “rivoluzione”. Ma non si potrà mai cambiare nulla finché il campo d’azione resterà sempre quello: varrà sempre il gattopardiano tutto cambi affinché nulla cambi, e quanto ritenuto “nuovo” non sarà altro che il vecchio visto da un’altra parte. Ovvero un mero plagio, come sostenne al riguardo Paul Gauguin.

Piuttosto, la vera rivoluzione non è quella che cambia le regole del gioco ma quella che cambia il gioco stesso. Altrimenti, qualsiasi preteso “cambiamento” non può che risultare una squallida e meschina pantomima.

(Immagina tratta dalla pagina facebook Humanity.)

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God bless… (Un racconto inedito)

(P.S. (Pre Scriptum!): è un racconto, il seguente, al momento ancora inedito, che tuttavia farà presto parte di una raccolta molto – e dico moooooolto – particolare di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e può essere che a breve ne saprete di più. Per intanto… buona lettura!)

God bless…

La ciurma al completo si era ormai radunata sul ponte della nave, alla fonda in una baia dall’acqua cristallina cinta a occidente da coste basse e sabbiose, dall’aspetto accogliente. Erano giunti in quel punto dopo diverse settimane di navigazione sotto costa, prima verso settentrione e poi verso meridione, senza che mai le terre emerse non chiudessero con continuità l’orizzonte di ponente. Ormai Messer Baldrago Centoforti, illustre geografo, cartografo e comandante della nave, non aveva più dubbi: quelle terre non erano certo parte dell’Asia, ma dovevano per forza essere un nuovo continente, con ciò confermando le proprie brillanti intuizioni in forza delle quali aveva organizzato la spedizione.
«Essendo nuova terra, come io intesi, v’è bisogno di conferire ad essa un adeguato nome. Or dunque io, Baldrago Centoforti, comandante di siffatta nostra spedizione e quindi per il diritto superiore che tal potestà rende a me acquisito, vi dico: in codesto anno Domini 1499 chiamerò questa nuova terra con il mio nome ovvero, come è d’uso nelle scienze geografiche e cartografiche, attribuendo ad essa il genere femminile del mio primo nome in lingua latina!» La ciurma applaudì, concorde a quella decisione quasi all’unanimità. Quasi, sì, perché invece a Guidobaldo Mini, mozzo di bordo giovane ma assai perspicace, si raggelò il sangue.
«Da Baldrago si evince il latino Baldraccus» continuò il comandante, «E da esso vi si derivi il nome di questa terra che sarà…». Fulmineo e ignorato, Guidobaldo diede un calcio ad una cima lì accanto, che srotolandosi in pochi attimi fece sganciare il pennone dell’albero di velaccino il quale cadendo dall’alto colpì in pieno il Centoforti, lasciandolo esanime sul ponte, prima, e smemorato a vita poi. «Dio del Cielo! Un terribile incidente!» gridò lesto il mozzo; e da quel frangente non fu certo più il nome di quella terra ma il come tornare in Europa il pensiero principale dell’equipaggio, così privato della guida del proprio geografo-comandante ora rincitrullito e senza più memoria.
Nel successivo anno di Grazia 1501 un altro vascello costeggiava quelle terre ancora del tutto ignote, e come per un inconsapevole déjà vu il comandante di esso aveva a sua volta radunato la propria ciurma, sebbene a riva. «Come è d’uso nelle scienze geografiche e cartografiche, chiamerò queste nuove terre col mio nome! Ordunque io, Amerigo Vespucci ovvero Americus, denominerò questa nuova parte del mondo America!» In mezzo alla ciurma Guidobaldo, nel frattempo promosso marinaio scelto per la propria abilità e il fervido ingegno, se la rise tra sé, assai soddisfatto.

* * *

(P.S. – note a margine: per questo racconto, come credo sia evidente, mi sono permesso di stravolgere allegramente la realtà storica sulle esplorazioni del cosiddetto “Nuovo Mondo”.
Non c’è mai stato alcun viaggio esplorativo nell’anno 1499 di tal Baldrago Centoforti, personaggio di pura fantasia. Vero è invece che fu per primo Amerigo Vespucci, nel 1501, a notare che l’estensione delle zone scoperte delle nuove terre scoperte pochi anni prima da Cristoforo Colombo si spingeva fino al 50º grado di latitudine sud, dunque evincendone di essere in presenza di un continente fino ad allora sconosciuto e non di una mera propaggine delle terre asiatiche.
La verità sull’attribuzione del nome America al nuovo continente è invece incerta. Un’ipotesi sostiene che sia stato merito del cartografo tedesco Martin Waldseemüller, il quale decise di utilizzare il genere femminile (America) del nome latinizzato di Vespucci (Americus Vespucius), per indicare le nuove terre in una carta del mondo disegnata nel 1507 e contenuta nella propria opera Cosmographiae Introductio. Un’altra ipotesi invece retrodaterebbe l’attribuzione del nome America ad un periodo anteriore al viaggio di Vespucci del 1501, e ne conferirebbe il merito a Giovanni Caboto, il quale nel 1497 partì con una nave verso il nuovo continente grazie ad un finanziamento del ricco mercante gallese Richard Ameryk, in onore del quale il Caboto avrebbe denominato quelle terre America, appunto.
Il titolo del racconto, come probabilmente avrete inteso, richiama il primo verso del testo del noto canto patriottico americano God bless America.
Curiosità, infine: il cognome del giovane e scaltro mozzo di bordo, Guidobaldo Mini, è in realtà il vero cognome della madre di Amerigo Vespucci, Elisabetta o Lisa Mini, nobildonna di Montevarchi.
Fonte per le notizie storiche: Wikipedia.)

Smarrirsi senza perdersi, per ritrovarsi… (a Lucerna)

Forse oggi, nel nostro mondo contemporaneo del quale ogni pur remoto angolo può essere raggiunto attraverso il web al punto da ritenere ogni impulso all’esplorazione un retaggio d’altri più avventurosi e ingenui tempi, bisognerebbe realmente tornare a pretendere la possibilità di perdersi. Magari non in senso geografico quanto più in senso emozionale, spirituale. Partire dalla conseguita consapevolezza geo-mentale, come l’ho definita poco fa, per lasciarvi in deposito le certezze materiali e vagare verso ignoti ambiti immateriali ove la realtà ordinaria si amplia, si spande in innumerevoli direzioni metafisiche, liberi come se non si avesse nulla da perdere o da rischiare e tutto da guadagnare perché sicuri di ciò che si è già acquisito. Anche in una città come Lucerna, sì, che parrebbe il luogo sul pianeta in cui perdersi è più difficile, per quanti riferimenti orientanti d’ogni sorta offra in ogni parte della propria conurbazione. D’altro canto Lucerna è parimenti così ricca di suggestioni, magnetismi, incanti, miraggi, visioni e quant’altro di conturbante e strabiliante, che realmente in essa può venire facile smarrirsi senza perdersi, volare lontano sulla ali del più istintivo estro rimanendo coi piedi ben saldi per terra oppure lasciando che la città solleciti di continuo e in modo vibrante la curiosità del suo esploratore, spingendolo entro vicoli o passaggi apparentemente insignificanti ma nei quali, invece, spunta d’improvviso qualche dettaglio magari minimo ma a suo modo incredibile.
In fondo l’uomo ha dovuto perdersi infinite volte per trovare la propria strada e per conoscere il mondo nel quale oggi si muove con tanta sicurezza; e l’eccessiva sicurezza spegne inesorabilmente la curiosità, ciò che fin dai tempi remoti spinge l’uomo verso direzioni ignote. Non è vero che nel nostro mondo di oggi in cui tutto è stato scoperto, esplorato e conosciuto, non sia ancora possibile trovare nuove e mai percorse direzioni verso cui andare, anche solo per sapere cosa c’è, laggiù. Forse andandoci ci si smarrirà. Forse, invece, troveremo la miglior occasione possibile per ritrovare noi stessi, oppure per renderci conto che era quando ci ritenevamo certi, e senza alcun dubbio, di sapere dove fossimo, che in realtà eravamo persi.”

(Cliccate qui sotto… che potrebbe pure essere una buona idea per un piccolo dono natalizio a qualche parente o amico a cui piaccia viaggiare – nel senso più pieno e autentico del termine!)

Il (vero) video della vera storia di Gottardo Archi!

Bergamo, Fondazione Bergamo nella Storia, sabato 21 ottobre 2017: prima presentazione pubblica de La vera storia di Gottardo Archi, l’ultimo libro di Davide Sapienza, e altre libere dissertazioni su svariati temi molto importanti e intriganti…
Da sinistra: Gino Cervi, direttore della collana Genius Loci di Bolis Edizioni, Davide Sapienza, L.

Buona visione!

Davide Sapienza, “La vera storia di Gottardo Archi”

Conoscete il pittore bergamasco del Cinquecento Gottardo Archi?
Se la vostra risposta è “no”, sappiate che è certamente comprensibile. Gottardo Archi non fu certo famoso come altri artisti della sua epoca, anzi, non dipinse mai per prestigiosi committenti o per ottenere la celebrità, non fu affatto un professionista dei pennelli del tempo… non fu proprio un pittore, o meglio – se così posso dire: non fu. Eppure, le undici fantastiche tele che produsse nel corso della sua vita rappresentano un ciclo a suo modo “sconvolgente”, per come fissò nelle immagini dipinte un vero e proprio sconvolgimento urbano, sociale e culturale che subì la sua città, Bergamo, nella seconda metà del Cinquecento e che anche oggi, a quasi cinque secoli di distanza, risulta profondamente emblematico circa le trasformazioni che sta subendo la realtà contemporanea, attorno a noi ma pure, forse soprattutto, dentro di noi.

Poste tali “ponderose” premesse, una vita così significativa e al contempo tanto misteriosa abbisognava, per essere “svelata”, di un narratore altrettanto emblematico, soprattutto per la sua capacità pressoché unica di illuminare la realtà del rapporto tra l’uomo e il territorio, il paesaggio, la geografia, con tutto quello che ne scaturisce e si riversa nella mente, nel cuore e nello spirito. Ci voleva – ci vuole e c’è – Davide Sapienza, che firma La vera storia di Gottardo Archi (Bolis Edizioni, Bergamo, 2017, collana “Genius Loci”) e intesse da inimitabile par suo una “dodicesima tela” letteraria che narra tutto quanto sopra e molto di più in un racconto breve (poco più di 80 pagine di testo effettivo) ma assai intenso e all’apparenza sorprendente, rispetto alla produzione “classica” di Sapienza ma che non ci vuole molto affinché poi risulti perfettamente consequenziale ad essa […]

(Leggete la recensione completa di La vera storia di Gottardo Archi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)