Le emozioni di (un) Alt[R]o Festival

L’edizione 2022 di Alt[R]o Festival, svoltasi sabato e domenica scorsi tra Sondrio e la Valmalenco, ha confermato una volta di più quanto il festival ai piedi del Bernina sia interessante, originale e affascinante: ciò per vari motivi ma, in particolare, per come sappia connettere i partecipanti ai vari eventi del programma direttamente con la montagna, con le sue peculiarità, le sue bellezze, le sue innumerevoli storie e narrazioni, con il suo autentico Genius Loci.

L’ho potuto sperimentare di persona sabato a Chiesa Valmalenco con WALKINGSTORIES e ringrazio i tantissimi che hanno voluto partecipare, offrire il loro piccolo/grande “pezzo” di montagna raccolto durante la giornata e ascoltare le mie letture, i suoni improvvisati di Laboule e ammirare l’instant art condivisa di Erika e Giulio Verri. Alla fine, come si dice, il tempo è stato tiranno dacché avremmo potuto andare avanti ancora a lungo, vista la partecipazione e il coinvolgimento dei presenti (sotto ogni accezione del termine)!

Ugualmente l’ho sperimentato domenica, quando con gli amici Tiziano Fratus (raffinato scrittore e cercatore di alberi, il quale ci ha letto alcuni passi del suo nuovo libro Sutra degli alberi), Mirko Sotgiu (filmmaker e accompagnatore di media montagna), Paolo Confalonieri (direttore di “Orobie”, che ha collaborato all’evento) e gentil signora, alle prime luci del giorno siamo saliti in visita al Larice millenario della Val Ventina, uno degli alberi più vecchi d’Italia, la cui nascita è stata datata almeno all’anno 1007. Un incontro emozionante con un grande patriarca arboreo delle nostre Alpi la cui presenza – peraltro in uno dei punti più sublimi di tutta la Valmalenco – è a sua volta capace di riconnettere chiunque con il mondo naturale e il paesaggio, donando l’equilibrio e la consapevolezza necessaria a percepirsi in armonia con ciò che si ha intorno e con la vita che scorre ovunque.

D’altro canto, sono convinto che chiunque abbia partecipato a qualche evento di Alt[R]o Festival saprà bene di cosa sto scrivendo e si sia arricchito di un’esperienza tanto importante quanto indimenticabile. Qualcosa di assolutamente utile, insomma, per camminare in montagna (e non solo lassù) con maggior attenzione, cognizione, sensibilità, emozione per un anno intero – cioè fino alla prossima edizione di Alt[R]o Festival!

P.S.: le immagini fotografiche a corredo del post sono dello scrivente (il quale non è un fotografo e la ha fatte con uno smartphone, ergo perdonatene la qualità).

Sabato e domenica in Valmalenco c’è Alt[R]o Festival!

Sabato e domenica prossimi, tra Sondrio e la Valmalenco, torna uno degli appuntamenti più innovativi e affascinanti tra quelli che si svolgono sulle montagne italiane: Alt[R]o Festival, un evento che nasce dal desiderio di far conoscere al pubblico uno degli angoli più belli e peculiari delle Alpi lombarde, la Valmalenco, esplorandola fuori dagli schemi consueti, andando alla scoperta di angoli nascosti, luoghi dimenticati, dettagli poco appariscenti, insegnando a perdersi consapevolmente, dimenticando la necessità di avere una meta e così ritrovando se stessi in una dimensione relazionale con la montagna diversa da ogni altra, più profonda e intensa, più consapevole e intima nonché emblematica per qualsiasi altro territorio montano.

Alt[R]o Festival anche per questa nuova edizione propone due giorni di esplorazione in cammino, laboratori e sport a stretto contatto con alberi, fiori, pascoli e rocce, per vivere un’esperienza intuitiva e nitida nella Natura a fianco di grandi artisti e figure importanti della cultura montana, il tutto condensato in un ricco programma di attività ed eventi.

Tra gli ospiti di grande calibro e notevole fama presenti quest’anno, inopinatamente (e nuovamente) ci sarò anch’io, sabato 24 alle 17.30 in Piazza SS. Giacomo e Filippo a Chiesa in Valmalenco – con  partecipazione libera – in Walkingstories, performance artistica, musicale e letteraria con il coinvolgimento del pubblico: un momento di condivisione di esperienze che possano creare una mappa collettiva composta da immagini, cose, suoni e parole. Ciò grazie a Laboule, creazione e ricerca sonora, Erica e Giulio Verri, art performers, e al sottoscritto, che cercherà di portare e offrire ai presenti la propria esperienza di autore letterario ma soprattutto di lettore di libri e di paesaggi, con questi due elementi liberamente interscambiabili al fine di generarne una lettura unica e condivisa – anche con chi sarà presente, appunto.

Inoltre, avrò anche l’onore di affiancare Tiziano Fratus domenica 25 all’Alpe Ventina, ai piedi dell’omonimo ghiacciaio e all’ombra del celebre larice millenario, uno degli alberi più vecchi d’Italia, per gli appuntamenti programmati in loco e in particolar modo per presentare con Tiziano i suoi ultimi due libri, Alberi millenari d’Italia e Sutra degli alberi, alle ore 12 presso il Rifugio Ventina.

Per qualsiasi altra informazione su Alt[R]o Festival 2022, sul suo programma, sugli aggiornamenti del caso e per sapere come partecipare, cliccate sull’immagine in testa al post e visitate il sito web dell’evento.

Alt[R]o Festival aspetta tutti voi, dunque: e vi posso assicurare con cognizione di causa che, se sarete presenti, vivrete un’esperienza che non scorderete facilmente.

24 e 25 settembre: in Valmalenco torna Alt[R]o Festival!

Il 24 e 25 settembre prossimitra Sondrio e la Valmalenco, torna uno degli appuntamenti più innovativi e affascinanti tra quelli che si svolgono sulle montagne italiane: Alt[R]o Festival, un evento che nasce dal desiderio di far conoscere al pubblico uno degli angoli più belli e peculiari delle Alpi lombarde, la Valmalenco, esplorandola fuori dagli schemi consueti, andando alla scoperta di angoli nascosti, luoghi dimenticati, dettagli poco appariscenti, insegnando a perdersi consapevolmente, dimenticando la necessità di avere una meta e così ritrovando se stessi in una dimensione relazionale con la montagna diversa da ogni altra, più profonda e intensa, più consapevole e intima nonché emblematica per qualsiasi altro territorio montano.

Alt[R]o Festival anche per questa nuova edizione propone due giorni di esplorazione in cammino, laboratori e sport a stretto contatto con alberi, fiori, pascoli e rocce, per vivere un’esperienza intuitiva e nitida nella Natura a fianco di grandi artisti e figure importanti della cultura montana, il tutto condensato in un ricco programma di attività ed eventi.

Tra gli ospiti di grande calibro e notevole fama presenti quest’anno, inopinatamente (e nuovamente) ci sarò anch’io, sabato 24 alle 17.30 in Piazza SS. Giacomo e Filippo a Chiesa in Valmalenco – con  partecipazione libera – in Walkingstories, performance artistica, musicale e letteraria con il coinvolgimento del pubblico: un momento di condivisione di esperienze che possano creare una mappa collettiva composta da immagini, cose, suoni e parole. Ciò grazie a Laboule, creazione e ricerca sonora, Erica e Giulio Verri, art performers, e al sottoscritto, che cercherà di portare e offrire ai presenti la propria esperienza di autore letterario ma soprattutto di lettore di libri e di paesaggi, con questi due elementi liberamente interscambiabili al fine di generarne una lettura unica e condivisa – anche con chi sarà presente, appunto.

Inoltre, probabilmente, avrò anche l’onore di affiancare Tiziano Fratus domenica 25 all’Alpe  Ventina, ai piedi dell’omonimo ghiacciaio e all’ombra del celebre larice millenario, uno degli alberi più vecchi d’Italia, per gli appuntamenti programmati in loco.

Per qualsiasi altra informazione su Alt[R]o Festival 2022, sul suo programma, sugli aggiornamenti del caso e per sapere come partecipare, cliccate sull’immagine in testa al post e visitate il sito web dell’evento.

Alt[R]o Festival aspetta tutti voi, dunque: e vi posso assicurare con cognizione di causa che, se sarete presenti, vivrete un’esperienza che non scorderete facilmente.

Ci sono i draghi, lassù?

Quand’ero ragazzino, coi genitori passavo le vacanze d’agosto in una località di montagna posta sul confine con la Svizzera. Un giorno – avrò avuto nove o dieci anni – con mio padre e un amico di famiglia effettuai un’escursione fin su una sella a oltre 2000 m di quota oltre la quale la vallata scendeva in territorio elvetico. Su quella sella era dunque posto il confine e, giunti in prossimità di esso, mio padre mi raccomandò di stare attento a non andare oltre, per evitare eventuali “guai” e ripercussioni di sorta. Allora non erano ancora in vigore gli accordi di Schengen, le dogane lungo i collegamenti stradali erano attive, i controlli scrupolosi, e sui rischi legati all’oltrepassare il confine seguendo le vie secondarie giravano leggende metropolitane – o “metroalpine”, potrei dire – d’ogni genere: dalle guardie confinarie a cavallo acquattate dietro le rocce che bloccavano all’istante chiunque lo superasse, alla detenzione altrettanto immediata, addirittura ai colpi d’arma da fuoco legati soprattutto al fenomeno degli spalloni, i contrabbandieri che per buona parte del Novecento commerciavano illegalmente beni italiani con merci svizzere. Era come se lassù, su quell’ampia sella tra i monti, vi fosse realmente un muro invalicabile, una linea rossa tracciata sul terreno esattamente come sulle mappe che generasse un “di qua” e un “di là” inequivocabili, una demarcazione netta e indiscutibile. Ovvio che io stavo ben attento a non trasgredire le raccomandazioni paterne, quantunque il fascino dell’andare oltre, dell’infrangere le prescrizioni dettate dalle regole era forte. Ma, metti caso che quelle leggende fossero vere…
Hic sunt dracones, insomma. Come ci fossero stati pericolosissimi draghi, oltre il crinale.
In verità, il mio sguardo curioso e ingenuo di ragazzino affascinato dal paesaggio selvaggio dell’alta montagna di linee rosse sul terreno non ne vedeva. Né vedeva muri, reticolati o che altro; solo qualche piccolo cippo qui e là confuso tra le rocce, che peraltro erano del tutto uguali sia da una parte che dall’altra. Stesso paesaggio, stesse montagne, identica orografia, col sentiero sul fondovalle che da qui andava di là. Tuttavia il confine lo sentivo, nella mente, in forza di tutte quelle voci e delle relative raccomandazioni che lo rendevano presente, come se realmente una qualche barriera vi fosse. Ed essendo percepito nella mente, era pure lì sul terreno.
Anche se non c’era nulla. Tanto meno c’erano i draghi, ça va sans dire.
Rimase a lungo viva, quella costruzione mentale indotta, almeno finché non presi ad andare per monti in età adulta portandomi nello zaino, oltre ai viveri, un bagaglio culturale maggiore e più consapevole, anche dal punto di vista geografico ovvero geopolitico. Quando cioè vidi che non c’era nulla da vedere, sul terreno, niente linee o che altro, mentre tutt’intorno osservavo un unico paesaggio nel quale venivano in contatto “due” (giuridicamente) spazi abitati, peraltro conformati da una pressoché identica cultura che da secoli si muoveva lungo le vie che attraversavano quel territorio da una parte all’altra e viceversa, alimentandone le società per la cui determinazione l’unico con-fine era quello fisico, del passo alpino da superare.
Hic absunt dracones, già.

Questo è un brano tratto dal mio saggio Hic absunt dracones presente nel volume Hic Sunt Dracones di Francesco Bertelé, (postmedia books 2020), che è parte integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.
Per saperne di più sul volume e su come acquistarlo, cliccate sull’immagine della copertina qui accanto.

L’inferno? È sulla DOL dei Tre Signori!

Se state camminando lungo l’itinerario della DOL dei Tre Signori e ad un tratto qualcuno vi manda all’inferno, non dovete assolutamente prendervela, anzi, dovreste ringraziare di cuore chi si rivolga a voi in quel modo, perché probabilmente vi sta consigliando di visitare la magnifica conca racchiusa dalle moli del Pizzo dei Tre Signori e del Pizzo di Trona che ospita il Lago d’Inferno e, poco sopra, l’omonima bocchetta che mette in comunicazione la Val Gerola con la Val Brembana. Peraltro, come ben raccontiamo – io con Sara Invernizzi e Ruggero Meles – nella guida DOL dei Tre Signori, questi toponimi non sono legati a presenze demoniache ma al bagliore dei fuochi dei forni fusori nei quali per secoli si fondevano i minerali ferrosi estratti dalle numerose miniere situate sia sui versanti valsassinesi che su quelli bergamaschi di queste montagne. Le quali, evidentemente a causa di quelle fiamme, ricordavano a qualche osservatore particolarmente fantasioso o superstizioso uno scenario da girone infernale: una credenza rinforzata dal fatto che, fino a un paio di secoli fa, le brulle e pericolose sommità delle montagne venivano ritenute la dimora di draghi, demoni e creature sovrannaturali d’ogni sorta.

D’altro canto tutto il territorio montano attraverso dall’itinerario della DOL dei Tre Signori è ricco di leggende, alcune relativamente recenti, altre la cui origine si perde nella notte dei tempi: la Valgerola non si esime certamente da questa “regola” e ce n’è una, di narrazione leggendaria, che spiega proprio l’origine del Pizzo di Trona e del Lago d’Inferno. Si racconta infatti che…

Molti secoli fa un vecchio saggio scelse di ritirarsi in preghiera in una delle grotte nei pressi del Pizzo dei Tre Signori. Trona era il nome dell’eremita, amato e conosciuto da tutti i valligiani. La sua fama era tale da infastidire il Diavolo in persona, che risalì in Val Gerola per arrecare ogni tipo di danno e afflizione alla gente del posto, infestando i raccolti, uccidendo il bestiame e scatenando violenti temporali. Terrorizzati, i valligiani si rivolsero al santone implorando il suo aiuto. Trona scese allora dalla montagna in direzione del Pizzo Varrone, luogo che il Diavolo aveva scelto come dimora. Il cielo si oscurò, si scatenò la più violenta tempesta che si ricordi ed ebbe inizio un duello memorabile. Il Diavolo iniziò a scagliare un grande quantità di enormi pietre contro il santone, ma con nessuna gli riuscì di colpirlo; di contro, il santone si fermò presso un grosso masso e vi tracciò solennemente una sorta di croce con la mano. Proprio in quel punto la roccia si divise in quattro parti e cominciò a scivolare con forza verso la grotta del Diavolo. Il demone rimase travolto dalla frana, che lo trascinò ai piedi del Pizzo dei Tre Signori, aprendo un enorme squarcio nel terreno. La voragine venne presto colmata dai torrenti formatisi dal diluvio, dando origine a un grande lago che risucchiò il demone e prese il nome, appunto, di Lago d’Inferno. Nello stesso momento la terra che si era ritratta per non essere toccata dal diavolo si sollevò in alto, formando una nuova cima, a forma di cono, che fu subito ribattezzata con il nome del vincitore, Pizzo di Trona.

P.S.: altre leggende della zona le potete leggere in “Paesi di Valtellina”, qui. La foto in testa al post è di Cristian Riva, mentre la leggenda è tratta da questo post sulla pagina Facebook “I Cammini di Orobie”. Per saperne di più sulla guida Dol dei Tre Signori, cliccate sull’immagine qui sotto: per ogni altra informazione al riguardo e per sapere come reperirla, potete consultare www.orobie.it/cammini/, scrivere un messaggio a redazione@orobie.it oppure telefonare al numero 035/240.666.