Scuse dovute

[Ansel Adams, Mt. McKinley, Wonder Lake, Denali National Park, Alaska, 1947.]
Sento di nuovo il dovere di chiedere scusa per i contenuti che di frequente – inevitabilmente troppo di frequente – propongo sul blog e sui social, relativi agli altrettanto troppo numerosi disastri che si perpetrano nei/ai territori montani. Ogni giorno saltano fuori nuovi interventi a dir poco discutibili quando non palesemente disastrosi, verso i quali ogni frequentatore genuinamente appassionato delle montagne come cerco di essere io (d’altro canto vivendoci) credo fatichi a restare zitto e insensibile, ma capisco bene che il rischio di diventare monotoni, quindi noiosi, è forte.

L’assalto alle montagne è costante nonostante la realtà delle cose, per come sta andando il mondo, imporrebbe di cambiare totalmente direzione, sguardo, forma mentis, idee, azioni. E in effetti le montagne stanno cambiando, e cambia sempre più anche la considerazione e la consapevolezza delle persone verso di esse (sì, c’è tanto turismo cafone che gira per i monti e combina danni, ma tenete sempre conto che «fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce»): forse è proprio per questo che certa politica particolarmente ignorante (senza distinzioni di parte) spinge così tanto a fondo il suo assalto distruttivo ai territori montani: perché si rende conto che presto tutto quanto gli crollerà addosso e dunque cerca di approfittarne il più possibile fino a che può. È il colpo di coda di un drago morente (e suicida), che non per questo non deve essere contrastato e fermato in ogni modo, visti i danni tremendi che ancora produce. Denunciare questi danni è un dovere ma pure un diritto, perché può consentire di assicurare alle montagne un presente e un futuro migliori e dunque a noi che ci viviamo e/o le frequentiamo un maggior benessere nello starci e nel godere della loro bellezza, in primis, e ancor più di tutto ciò di buono e utile che sanno donarci.

Tuttavia, ripeto, sono certo che le foreste in crescita prima o poi cancelleranno i guai degli alberi che cadono, i conseguenti allarmi e le denunce inevitabilmente reiterate che io come altri proponiamo così di frequente. E sono altrettanto certo che per i distruttori delle montagne non c’è speranza, già oggi sono morti che camminano. A noi spetta il compito – fondamentale, inutile dirlo – di far che la loro distruzione perpetrata alle terre alte, materiale e immateriale, non sia irreparabile.

Distruggere manufatti storici delle montagne e farla franca: è ammissibile? Il caso del ponte di Piaggiogna, in Valsesia

Ma chi costruisce strade, ciclovie e altre opere sovente di interesse turistico e nel farlo rovina se non distrugge vie storiche, mulattiere e selciati secolari, muri a secco e vecchi ponti e altri elementi antropici di natura culturale e identitaria per i territori coinvolti, potrebbe essere in qualche modo perseguibile civilmente o penalmente?

Sto cercando di capirlo, io insieme ad altri amici con l’aiuto di esperti di diritto amministrativo e ambientale, perché di casi del genere se ne registrano parecchi, a volte perpetrati in maniera sfacciata forse proprio per la convinzione, da parte di chi ne è sostenitore e autore, di restare impunito. Eppure distruggere un selciato vecchio di secoli sul quale è transitata la storia di un luogo per farci passare una pista VASP, una ciclovia o altro del genere, a me sembra un misfatto bello e buono e non soltanto in senso culturale.

Un caso tra i più recenti mi è stato segnalato da alcuni amici: in Val Sermenza, laterale della Valsesia in Piemonte, presso la borgata di Piaggiogna Inferiore, nei pressi di Boccioleto, è stata costruita una strada che sale verso il nucleo di Palancato che ha già rovinato in diversi punti la preesistente mulattiera secolare e ora minaccia il bellissimo ponte pedonale detto “romano”, in realtà settecentesco, che supera il torrente Sermenza e rappresenta un simbolo identitario e culturale della zona. Ponte che si vorrebbe rendere transitabile agli automezzi, a sua volta modificandolo pesantemente al fine di farci passare la strada suddetta, e per la cui “trasformazione” gli amministratori locali adducono motivazioni quanto meno opinabili, così come hanno fatto per la strada realizzata («prevenzione del dissesto idrogeologico» su un versante che a memoria d’uomo non ha mai presentato problemi del genere, per dire). Questo nonostante il parere contrario della Soprintendenza, già espresso un anno fa in un documento che rimarcava ben dodici opposizioni al progetto.

Per tutto ciò è nato un Comitato spontaneo che ha già organizzato una piccola manifestazione, con l’esposizione dello striscione che vedete nella foto in testa al post, e che sta cercando di opporsi all’intervento prospettato dall’amministrazione locale invocando di contro la logica e necessaria manutenzione conservativa del ponte. Comitato senza dubbio da sostenere: lo farò sicuramente anche per come, ribadisco, quello di Piaggiogna sia un (ennesimo) caso emblematico riguardo il tema della distruzione di elementi storico-identitari in ambiente sulla base di motivazioni palesemente opinabili.

In effetti, vi chiedo, quanti altri casi simili potreste citare che avete constatato di persona o dei quali avete avuto notizia, in giro per le montagne italiane?

Ecco, credo sia un tema assolutamente da approfondire e indagare sotto i suoi vari aspetti, innanzi tutto quello giuridico, ribadisco. Tornerò a scriverne presto.

P.S.: ringrazio di cuore il Comitato per il Ponte di Piaggiogna per avermi raccontato della vicenda e fornito di alcune delle immagini che vedete lì sopra.

«L’ennesima ciclovia senza una visione organica, senza ascolto del territorio, che desta seria preoccupazione», parola di MTBikers

Tra i molti commenti interessanti ricevuti (i cui estensori ringrazio di cuore*) al mio articolo di qualche giorno fa sulla nuova “strada” tra Lecco e Ballabio, ovvero il tratto locale della ciclovia “Transorobica Orientale” che sta devastando la zona e distruggendo le vie storiche a colpi di ruspe in nome di un «recupero della viabilità storica» e di una «valorizzazione identitaria» che a me come a tanti appaiono motivazioni del tutto opinabili se non ipocrite, funzionali all’ennesima sconsiderata turistificazione del territorio naturale, ce n’è uno particolarmente significativo per come sia proposto da North N Line, associazione lecchese composta da guide di cicloescursionismo, istruttori MTB e trail builders che dal 2022 si è posta l’obiettivo di ampliare l’offerta turistica bike del territorio locale, offrendo servizi diretti di accompagnamento (sportivi, turisti e locali) con tour guidati, corsi di guida, camp, organizzazione di eventi nonché di manutenzione volontaria della rete sentieristica locale in collaborazione con il Club Alpino Italiano e le amministrazioni pubbliche. Dunque, frequentatori delle montagne lecchesi dotati di un occhio di riguardo e di uno sguardo sensibile a certe cose e al loro portato concreto, per ciò in grado di proporre osservazioni e considerazioni particolarmente importanti, come detto.

Ecco cosa mi hanno scritto:

Come appassionati e professionisti della MTB, riteniamo doveroso esprimere pubblicamente le nostre forti perplessità riguardo ai lavori in corso sul tratto Passo del Lupo – Bonacina, inseriti nell’ambito del progetto “Transorobica Orientale – Lotto 2”, promosso dalla Comunità Montana.

Da anni operiamo sul territorio del Lario con l’obiettivo di promuovere una rete sentieristica accessibile, sostenibile e condivisa, favorendo la pratica della mountain bike come strumento di valorizzazione del territorio, del turismo outdoor e della frequentazione consapevole della montagna. Nel corso del tempo abbiamo collaborato con enti, associazioni e professionisti, maturando competenze specifiche nella realizzazione e manutenzione dei sentieri dedicati alle due ruote.

Fin dalle prime interlocuzioni con il progettista avevamo manifestato la necessità che questo intervento fosse sviluppato attraverso un confronto concreto con i soggetti che quotidianamente vivono e mantengono questi percorsi. Avevamo evidenziato l’importanza di preservare il carattere originario del sentiero, mantenere una tracciatura coerente con il percorso storico e garantire una percorribilità efficace anche per le mountain bike, in particolare nei tratti in salita.

Purtroppo tali indicazioni sembrano non essere state recepite. Inoltre, non vi è stato alcun aggiornamento o coinvolgimento delle realtà interessate durante le fasi operative, e i lavori sono stati avviati senza che fosse possibile effettuare un confronto tecnico sul risultato finale atteso.

Le opere realizzate fino ad oggi evidenziano criticità che destano seria preoccupazione. Le pendenze introdotte appaiono eccessive e difficilmente compatibili con una percorrenza sostenibile in mountain bike. Alcune modifiche al tracciato si discostano sensibilmente dalla linea originaria del sentiero, alterandone le caratteristiche storiche e naturali senza apportare evidenti benefici in termini di fruibilità. Emergono inoltre dubbi sull’effettiva sostenibilità dell’intervento nel lungo periodo e sulla sua capacità di resistere ai fenomeni erosivi che inevitabilmente interesseranno i tratti più ripidi.

La nostra posizione non nasce da una contrarietà preconcetta al progetto, bensì dalla convinzione che un intervento su un sentiero debba essere progettato e realizzato secondo criteri consolidati di sostenibilità e fruizione. Da anni condividiamo infatti la filosofia e le linee guida di IMBA IMBA Italia (International Mountain Bicycling Association), punto di riferimento internazionale per il trail building sostenibile.

Secondo tali principi, un sentiero ben progettato deve:

  • integrarsi con la morfologia naturale del terreno;
  • mantenere pendenze sostenibili e compatibili con l’utilizzo previsto;
  • garantire un corretto drenaggio delle acque per prevenire erosione e degrado;
  • limitare gli impatti ambientali e gli interventi invasivi;
  • preservare il carattere e l’identità del percorso originario;
  • risultare accessibile, sicuro e piacevole per gli utenti;
  • ridurre al minimo le necessità di manutenzione straordinaria nel tempo.

Alla luce di quanto osservato, riteniamo che l’intervento attualmente in corso si discosti significativamente da questi principi fondamentali. Ci preoccupa in particolare il fatto che i lavori sembrino essere stati eseguiti senza il coinvolgimento di figure specializzate nel trail building per mountain bike e senza una reale conoscenza delle esigenze di chi utilizza quotidianamente questi percorsi.

Il rischio concreto è quello di consegnare alla comunità un’opera che, anziché rappresentare un miglioramento della rete sentieristica, venga percepita come l’ennesimo intervento realizzato senza una visione organica, senza ascolto del territorio e senza un adeguato confronto con le competenze specifiche presenti localmente.

Siamo convinti che la valorizzazione della montagna passi attraverso opere di qualità, condivise e durature. Per questo continueremo a promuovere una cultura del sentiero fondata sulla sostenibilità, sulla competenza tecnica e sul rispetto delle caratteristiche che rendono unico il nostro territorio.

Ecco, questo è quanto. Le considerazioni dei ragazzi di North N Line non abbisognano di commenti, e per quanto mi riguarda confermano i timori diffusi sull’opera in questione e, ancor più, sullo scellerato modus operandi che ormai con troppa frequenza molti enti pubblici mettono in atto nell’imporre tali interventi ai territori e alle loro comunità: un «fare tanto per far su» e per spendere rapidamente soldi pubblici, scarsa o nulla coerenza con i luoghi coinvolti e le loro specificità, nessuna reale attenzione all’ambiente naturale, mancanza pressoché totale di competenze specifiche alla base dei progetti, scarsa o nulla interlocuzione con i soggetti della società civile locale, un uso del territorio come fosse un mero spazio da sfruttare e “valorizzare” cioè mettere a valore. E, lo dico chiaramente, una certa presa in giro nel definire tutto ciò «recupero della viabilità storica» e «valorizzazione identitaria», per di più spendendo soldi pubblici, quasi 700mila Euro delle nostre tasse (fatemi essere “populista”, a volte è inevitabile).

Tornerò ancora – lo ribadisco – su questo progetto lecchese e sui tanti altri di pari genere, e simile pericolosità, che si stanno realizzando o si vorrebbero realizzare sulle nostre montagne, i quali non possono e non devono essere ignorati. Come ho già rimarcato, la questione del cicloescursionismo montano sta diventando sempre più “calda” nel dibattito sul turismo in montagna, e nell’estate imminente lo sarà in modo particolare: è da affrontare costantemente senza alcun preconcetto sul tema, ma con l’obiettivo ben chiaro di tutelare quel patrimonio collettivo di inestimabile importanza rappresentato dalle montagne, dai loro ambienti e paesaggi nonché dalla nostra relazione equilibrata e sostenibile con essi: anche questa è un patrimonio di cui godiamo e che non possiamo permetterci di lasciare in mani e a menti così prive di buon senso.

*: così come ringrazio molto gli organi di stampa che hanno ripreso le mie considerazioni. Nel post vedete ad esempio gli articoli de “Il Giorno” e di “Valbiandino.net“.

Questo può essere un «recupero della viabilità storica» e una «valorizzazione identitaria»?

La questione del cicloescursionismo montano sta diventando sempre più “calda” (non solo climaticamente!) nel dibattito sul turismo in montagna, soprattutto per come l’attività viene di frequente imposta: a suon di innumerevoli nuove “ciclovie” – le quali non sono altro che vere e proprie strade, chiamiamole come si deve – spesso costruite in luoghi naturali ancora intonsi oppure distruggendo vie rurali storiche, a fondo naturale ma in certi casi con selciati secolari. Il tutto inneggiando alla “valorizzazione”, all’ecosostenibilità e al turismo “green”: è vero, il cicloescursionismo formalmente lo sarebbe, “green”, ma non certo in queste modalità! Dietro una forma apparentemente “virtuosa” viene nascosta una sostanza di ben altro genere, invasiva, impattante e pericolosa per i territori montani coinvolti, senza alcuna garanzia di benefici autentici per le loro comunità. Di contro, questa ennesima turistificazione della montagna alimenta gli stessi affarismi invernali (in questo caso “destagionalizzazione” la chiamano) e gli identici modelli del turismo di massa: tutte cose con le quali purtroppo certa politica va a nozze.

Alla questione ho già dedicato numerosi articoli ma ne seguiranno tanti altri, inevitabilmente. Temo sarà un’estate rovente, al riguardo, e di nuovo non (solo) per il clima.

Ecco ad esempio, nelle immagini, la nuova ciclovia con la quale tra Lecco e Ballabio, nella valle del Torrente Grigna e a monte della località Sant’Egidio, si vuole «recuperare la viabilità storica» e realizzare la «valorizzazione identitaria» dei percorsi secolari che dalla città lariana salgono verso la Valsassina: una nuova strada larga quasi 3 metri, dunque formalmente adatta anche al transito motorizzato in base alle normative vigenti, quando la precedente mulattiera a fondo ghiaioso aveva una larghezza di circa 1,60 metri, che non solo sta incidendo pesantemente sull’ambiente naturale in loco (la zona non è intonsa, anzi, ma non nel tratto interessato dai lavori: le immagini sono molto eloquenti) ma sta pure tagliando e distruggendo in più punti il percorso storico. Che sono – percorso storico, ambiente naturale, boschi, montagne – un patrimonio collettivo, è bene rimarcarlo dacché spesso ce lo scordiamo.

Tuttavia, siccome le istituzioni che “rappresentano” la comunità civile hanno scritto sul cartello del cantiere che si tratta di un «recupero della viabilità storica» e di «valorizzazione identitaria», va tutto bene. Recupero della viabilità storica e valorizzazione identitaria, già.

Oppure no, non va tutto bene?

Tornerò presto sull’argomento, appunto, sul caso specifico e in generale, nelle sue numerose ambiguità. È inevitabile.

P.S.: ringrazio molto l’amica Silvia Tenderini e la sua assistente Frida per il reportage fotografico e per avermi dato l’assenso all’uso delle immagini.

Le montagne e la complessità nella semplicità

La montagna è meravigliosa e affascina così tanto chiunque perché, io credo, è complessità nella semplicità, in ogni suo aspetto. A partire dalle forme delle sue vette, che si possono definire più o meno piramidali (e così infatti le raffiguriamo, fin da bambini) che in realtà sono ben più ricche di linee, profili, sagome, strutture, conformazioni, alla immensa varietà geologica, alla biodiversità – sembrano “solo” boschi e prati, invece c’è un universo di vita – ai paesaggi, apparentemente simili e invece sempre unici, fino alla geografia umana, fatta di infinite culture, saperi, tradizioni, lingue, identità che sembrano simili e invece non lo sono mai e proprio in ciò si definiscono – e via di questo passo, con mille altri aspetti che fanno la realtà della montagna e la rendono tanto speciale.

Una tale complessità si può ridurre a semplicità solo per due ragioni: per ignoranza, ovvero ignorando tale complessità, non sapendola cogliere per mancanza o carenza di strumenti culturali, e nel caso non sarebbe nemmeno una colpa. Oppure per malizia, per meschina ipocrisia, perché la complessità della montagna finisce per complicare anche le mire particolari di qualcuno. A volte, pure per l’unione più o meno conscia di entrambe le cose. E allora la colpa è anche doppia.

Ecco dunque che parte la semplificazione: perché si crede che insegnare la cultura della montagna è una pratica troppo lungo e complicata, o perché la cose semplici non richiedono mai troppi pensieri e per ciò sono più facilmente governabili, manipolabili, più funzionalmente duttili ai propri interessi.

Così la semplificazione diventa banalizzazione, dunque svilimento, svalutazione, degrado. In altre parole: semplificare troppo la montagna è una manifestazione di disprezzo verso di essa, la sua realtà e le sue specificità.

Eppure, la montagna è “complessa” così come in fondo lo è la vita nei suoi tanti aspetti. Più si ha la volontà e la capacità di comprenderli, più si vivrà meglio e con appagante benessere – e non ci vuole molto per ottenere ciò: a volte è solo una questione di scelte, di desiderio, di visione e di presa d’atto. Viceversa, la banalità e il disprezzo avranno vita facile, inevitabilmente.

(Nella foto in testa al post: acquerelli di Silvia De Bastiani, mirabile artista che sa rendere la complessità delle montagne “semplice” da osservare, ammirare, comprendere, al contempo senza semplificarne nulla, anzi, dandole ancora più “profondità”.)