Le cascate d’acqua sul Cervino e noi

Ma, in fin dei conti, cosa ci resterà di quest’immagine?

Ha fatto il giro del web, inizialmente creduta falsa da quanto sembrasse impossibile, poi ne hanno scritto decine di media, ha ricevuto migliaia di commenti, ha sconcertato, spaventato, inquietato, fatto discutere e dibattere in maniera tanto sensata quanto a volte stupida, come al solito.

Già: ma una volta passato tutto questo che cosa ci rimane realmente di ciò che l’immagine ci ha detto? Ne abbiamo appreso, capito, imparato qualcosa di buono e utile, oppure tra un po’ la riterremo soltanto una bizzarria dell’anno in corso come innumerevoli altre immagini passate sui social media e più avanti nemmeno ce la ricorderemo più? Oppure già ora abbiamo deciso che non ci ha detto e trasmesso nulla, facciamo spallucce e andiamo oltre?

La psicosociologia ci insegna che noi crediamo in ciò che vediamo: ma vedere non è osservare, è semplicemente un cogliere sensorialmente un’immagine, mentre trasformare la visione in osservazione comporta un’adeguata e articolata elaborazione intellettuale di ciò che si coglie e vede, in modo da saper evolvere l’osservazione al rango di nozione, di conoscenza, di esperienza. Sicuramente tantissimi hanno fatto tutto ciò, di fronte all’immagine in questione, ma certamente tantissimi altri no. E non riuscire a farlo temo segnali il decadimento della nostra relazione culturale con l’ambiente e il paesaggio, che è poi alla base della scarsa sensibilità diffusa verso le loro tutele.

Lasciare scivolare via l’immagine del Cervino rigato da enormi cascate d’acqua piovana e di fusione glaciale-nivale come se nulla fosse e raccontasse, fatta cadere con noncuranza nel grande dimenticatoio ove finiscono molte delle visioni del mondo in cui viviamo che così non possono diventare esperienza e memoria è, in realtà, ciò che rende quelle cascate d’acqua realmente inquietanti, anche più di ogni altro aspetto correlato.

P.S.: trovate qui un interessante articolo di approfondimento riguardo quanto accaduto sul Cervino di “RSI-Info”.

Come navicelle spaziali in viaggio tra le vette: “I bivacchi delle Alpi. 100 anni di emozioni in scatola” di Luca Gibello

[Il Bivacco Gervasutti (2835 m) al Ghiacciaio di Fréboudze sopra Courmayeur, nel gruppo del Monte Bianco.]

Ai tempi della società liquida, i bivacchi vanno di moda. Se, da un lato, le nuove installazioni in zone accessibili consentono magari di avvicinare nuovi appassionati alla montagna, dall’altro rappresentano un ulteriore carico antropico per le terre alte. Le stime attuali parlano di un numero poco inferiore ai 350 bivacchi sull’intero arco alpino internazionale, di cui oltre 250 solo sul versante italiano. I bivacchi spopolano tra le giovani generazioni come fotogeniche icone social e come inconsuete mete attraenti, oggi più di ieri, per via della prospettiva del bagordo incontrollato e del pernotto a sbafo; talvolta, lasciando per souvenir rifiuti abbandonati e strutture danneggiate. I bivacchi si sono guadagnati l’attenzione dei media, occhieggiando dalle web gallery. Complici forme di comunicazione superficiale e acritica, che mescolano alto e basso, originalità e banalità, essi sono assurti a modelli alternativi di lifestyle. Di qui 1’accostamento ad altre forme di ricoveri e shelter che, in ossequio alle tendenze del cool, glam e smart, nonché di un ambiguo concetto di naturalità – ovvero sempre mediato da un filtro artificiale -, stanno dilagando in ogni angolo, magari prima intonso o quasi, del pianeta: cabin, case sugli alberi, starbox, stanze emozionali e bolle varie. [Pagg.239-240.]

Così si legge quasi alla fine del libro di Luca Gibello (CAI Edizioni, 2025, con prefazione di Irene Borgna e postfazione di Riccardo Giacomelli), giornalista, storico e critico di architettura contemporanea, alpinista (salitore di tutti i Quattromila delle Alpi), presidente dell’Associazione “Cantieri d’Alta Quota” e autore di un testo meraviglioso sulla storia passata nonché, per molti aspetti, sul presente e sul futuro prossimo (come la citazione dimostra bene) dei bivacchi, rivoluzionarie capsule di sopravvivenza in alta montagna che, nati cent’anni fa, rappresentano ancora oggi qualcosa di emblematico riguardo la frequentazione antropica delle montagne nonché di costantemente innovativo, anzi, di una sorta di tradizione che rappresenta fin dall’inizio un’innovazione ben riuscita (per citare il famoso aforisma attribuiti a Oscar Wilde) e in costante progresso al fine di potersi realmente consolidare in “tradizione”.

In effetti, ancora più dei rifugi, i bivacchi rappresentano l’avanguardia “sopravvivenziale” della presenza umana alle alte quote montane, vere e proprie capsule di salvataggio nelle quali c’è quello che serve e nulla di più (salvo quale caso contemporaneo tuttavia poco filologico) in territori dalle condizioni a volte così difficili e repulsive da ricordare quelle di altri mondi – e non caso, per qualche tempo, le forme dei bivacchi hanno assunto sembianze direttamente riconducibili a quelle di capsule spaziali quando non di astronavi aliene, seguendone anche per certi versi l’evoluzione formale (prima molto piccoli, poi più grandi e capienti nonché più tecnologici). Ciò per rimarcare come, anche al netto delle loro funzioni alpinistiche primarie, i bivacchi fin dalla loro comparsa hanno affascinato i frequentatori delle vette, “atterrando” sempre più spesso su vette, cenge, altipiani e selle e viaggiando nel tempo ovvero lungo un secolo che, se si considera quanto siano evoluti i bivacchi, sembra ben più lungo degli ordinari cento anni.

D’altro canto l’evoluzione che i bivacchi hanno subìto è stata fin troppo spinta, per alcuni aspetti: a volte, negli ultimi anni, la loro spartanità è stata dimenticata così come il concetto di modularità ripetibile e adattabile a ogni sito, le forme hanno più badato all’estetica che alla funzionalità, la loro collocazione è sembrata dettata più da scopi simbolici che pratici, fino a che negli ultimi anni la frequentazione è cambiata tanto quanto la percezione della loro presenza, divenute entrambe modaiole, superficiali e deviate all’imperante visione artificiale del mondo imposta dai social – proprio come dice Gibello nel passo citato. Al punto che qualcuno, in presenza di un nuovo bivacco ultramoderno e superconfortevole che ne ha sostituito uno vecchio e ormai malandato, invoca lo smontaggio del nuovo e il ripristino di quello vecchio così che induca avversione all’influencer di turno o all’escursionista sprovveduto, sollecitando al contempo una ben più razionale, misurata e consapevole frequentazione delle alte quote.

Ma se tralasciamo di considerare tali eccessi contemporanei (stendendoci numerosi veli pietosi sopra), è indubbio che ancora oggi, a più di un secolo dalla loro concezione e installazione sulle Alpi, i bivacchi non solo conservano un fascino peculiare mantenendo vive suggestioni da alpinismi d’antan altrimenti estinte o quasi, nell’era prestazionale in cui viviamo, ma rapprendono e raccontano ancora una parte importante della storia della presenza umana sulle montagne, dell’appropriazione culturale di territori altrimenti “alieni” alla civiltà, della frequentazione più consapevole e equilibrata delle alte vette, possenti eppure delicate. E per tali motivi sanno ancora pure “insegnare”, o permettono di ripassare, i princìpi della nostra relazione con quella parte del mondo abitato così affascinante e repulsiva nella quale nemmeno oggi noi Sapiens possiamo dirci dominatori, dove ancora la Natura può dettare regole e sorti e dove i bivacchi, queste piccole e semplici scatole che intaccano sì il paesaggio ma non più tanto e non come altri più voluminosi manufatti umani, ci consentono di restare lassù senza risultare troppo invadenti e al contempo regalandoci un’armonia con quei luoghi elevati e potenti quasi ancestrale, tutto sommato equilibrata, sicuramente affascinante.

I bivacchi delle Alpi è un libro veramente molto bello, di lettura estremamente gradevole, sorprendente per come, ne sono certo, pur dissertando di un tema molto specifico che si direbbe riservato ai soli alpinisti e frequentatori dell’alta montagna, saprà affascinare chiunque accompagnando i lettori in un viaggio nella catena alpina lungo più di un secolo a bordo di tali piccole e spartane “alpinavi”, immobili nei loro siti alpestri eppure ancora ben naviganti tra la Terra, il cielo e la storia che unisce gli uomini alle montagne.

P.S.: su cosa sono oggi i bivacchi ho conversato con Luca Gibello di recente, qui.

La triste (e un po’ irritante) sorte del vecchio, glorioso Rifugio Allievi

Rilancio (nel mio piccolo) l’appello di Luca Maspes, rinomata guida alpina della Val Masino, riguardante lo stato sempre più fatiscente della vecchia, gloriosa Capanna Allievi in Valle di Zocca (Val di Mello, provincia di Sondrio), danneggiata nel 2000 da una valanga e da allora tristemente abbandonata a sé stessa nonostante le dimensioni limitate dell’edificio e i danni non irreparabili (ma sempre più gravi, dato il tempo che passa) ne consentirebbero la rimessa in sesto.

Scrive Maspes:

Ancora lì, in bella mostra, un rifugio scoperchiato dal soffio di una valanga e un tetto pericolante che aspetta forse di cadere in testa a chi si siede sotto.
Dopo 25 anni che lo vedo così (un quarto di secolo, mica l’altro ieri), mi chiedo come non si riescano a trovare due sghei per rifare o almeno mettere le toppe al Rifugio Allievi, classe 1905, importante pezzo di storia dell’alpinismo nel Masino.

Vero, lì accanto c’è il “nuovo” (è del 1988) Rifugio Allievi-Bonacossa e sì, c’è sicuramente una spesa da affrontare non di pochi Euro: ma non costa di più la visione di un manufatto così fatiscente nel mezzo di un anfiteatro di alta quota e di un paesaggio alpestre tra i più spettacolari delle Alpi Retiche? Non costa di più osservare una capanna che – lo si percepisce bene -può raccontare molto di quel paesaggio e alimentarne il valore ambientale e culturale? E non costerebbero meno la cura, la sensibilità e il rispetto per il luogo, per la sua storia, per chi lo frequenta e per quanto può donare a chiunque lo visita?

Insomma: non sarebbe quanto meno il caso di provarci, a sistemarla? Con tutti i soldi che gli enti pubblici spendono per opere interventi meno nobili e ben più opinabili, per giunta!

D’altro canto la vecchia Capanna Allievi non è il solo rifugio storico sulle montagne italiane abbandonato a sé stesso. Ad esempio, poco distante dalla Allievi, la Capanna Desio al Passo di Corna Rossa sul Monte Disgrazia (la cui storia inizia addirittura nel 1880) e chiusa dal 2001 è sempre più prossima al crollo – ne ho scritto qui, insieme ad altri rifugi in simili condizioni. E come già scrivevo in quella circostanza, un po’ più di considerazione se la meriterebbero, queste strutture, e possibilmente prima che diventino un brutto e tristissimo cumulo di macerie d’alta quota.

La Valposchiavo vince premi e si dimostra sempre più un modello di sviluppo e di rinnovamento dei territori montani

I Comuni di Poschiavo e Brusio, che formano il distretto amministrativo Valposchiavo/Bernina (Canton Grigioni, Svizzera – una delle valli grigionesi di lingua italiana), si sono aggiudicati l’European Village Renewal Award (EV!RA) 2026, il più prestigioso riconoscimento continentale dedicato allo sviluppo e al rinnovamento dei territori rurali, organizzato con cadenza biennale dal 1990 dall’Associazione Europea per lo Sviluppo Rurale e il Rinnovamento dei Villaggi (ARGE), che ha sede in Austria.

È un premio di importanza assoluta a livello europeo e veramente di prestigio assoluto ma, per quanto mi riguarda, non così inaspettato: da tempo la Valposchiavo si è caratterizzata come uno dei territori alpini più capaci di costruirsi un futuro luminoso, solido e proficuo pur tra le mille criticità che contrassegnano la realtà contemporanea delle montagne, non solo alpine, con la piena consapevolezza dei propri mezzi economici, sociali, culturali, della relazione con il proprio territorio e con la capacità di elaborare quel senso di comunità che è oggi l’aspetto fondamentale per la salvaguardia della vitalità delle Terre alte, ben oltre qualsiasi altro elemento – soprattutto quelli legati a modelli economici più o meno monoculturali imposti forzatamente ai territori per ragioni del tutto strumentali che finiscono inesorabilmente per cagionare danni materiali e immateriali numerosi e ingenti.

[Immagine tratta da https://ilbernina.ch.]
L’annuncio della vittoria della Valposchiavo è arrivato al termine di un percorso di valutazione rigoroso che ha visto una giuria internazionale e interdisciplinare esaminare 25 candidature da tutta Europaquasi esclusivamente progetti di assoluta eccellenza» hanno rimarcato i giurati), culminato con la sessione finale a Monaco di Baviera. Questa la motivazione ufficiale della giuria che in poche righe riassume bene il contesto specifico valposchiavino e quanto di buono ne ha saputo trarre la comunità locale:

La Valposchiavo, situata in un’area particolarmente periferica, è riuscita a contrastare efficacemente lo spopolamento e soprattutto a favorire il ritorno dei giovani dopo il percorso di studi e le prime esperienze professionali.
Questo risultato è stato possibile grazie al forte impegno della comunità, espresso da oltre cento associazioni e iniziative, a reti di collaborazione stimolanti, anche transfrontaliere, alla cultura, alla formazione, alla digitalizzazione, all’innovazione, alla valorizzazione delle tradizioni e allo stretto legame con le risorse naturali.
Questo modello di sviluppo può rappresentare un esempio per numerose aree rurali europee.

Stando al di qua del confine viene inevitabile elaborare un confronto con l’attigua Valtellina, nella quale non mancano casi eccellenti di sviluppo e di rinnovamento dei territori rurali ma quasi sempre isolati, frutto di iniziative singole pressoché prive di un adeguato sostegno istituzionale che invece si rivolge quasi esclusivamente verso quei citati modelli di sfruttamento più o meno monoculturale dei territori montani e dei loro beni comuni – modelli turistici in primis, inutile rimarcarlo – a vantaggio di pochi e senza alcuna visione territoriale strategica a lungo termine, senza attenzione verso i reali bisogni delle comunità e, ancor più, senza nessuna cura di generare quel valore aggiunto comunitario che alimenta lo stesso senso di comunità. Il valore aggiunto comunitario (VAC) che io ed altri abbiamo messo alla base del progetto della Carovana dell’Accoglienza Montana, avviato lo scorso anno per Legambiente Alpi e in costante sviluppo.

Dunque, evviva e complimenti alla Valposchiavo per questo prestigioso riconoscimento, che si aggiunge al Premio Wakker assegnato lo scorso anno al Comune di Poschiavo da Patrimonio Svizzero, e soprattutto per essere un modello di sviluppo territoriale montano realmente equilibrato, sostenibile, contestuale ai propri luoghi, concreto, efficace e veramente comunitario, perché nascente dalla comunità e vantaggioso in primis per essa e per la sua relazione stanziale con il territorio. Ovvero, per essere ciò che probabilmente più di ogni altra cosa serve ed è utile alle montagne, oggi e nel futuro.

Sapremo, al di qua del confine, trarne la preziosa lezione?

(Dove non diversamente indicato, le foto che corredano l’articolo sono tratte da www.facebook.com/valposchiavo.)

Il selvatico da (ri)scoprire e (ri)vivere: “Luoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste” di Robert Macfarlane

[Veduta di Rannoch Moor, in Scozia, una delle più vaste aree di brughiera “selvaggia” della Gran Bretagna. Foto di Iolaire McKinnon, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Un luogo selvaggio ha un valore ben più alto di quello deducibile sulla base di un’analisi costi-benefici del potenziale ricreativo, dei minerali o delle risorse. No, i luoghi selvaggi ci sono necessari perché ci ricordano di un mondo al di là dell’umano. Foreste, pianure, praterie, deserti, montagne: l’esperienza di questi paesaggi può ispirare alla gente «il sentimento di una grandezza esterna all’uomo, un sentimento che oggi è in qualche modo andato perduto.» [Pag.84.]*

Quando sentiamo la definizione “luogo selvaggio”, probabilmente pensiamo a posti lontani, esotici, sperduti, dove la natura regna incontrastata senza tracce umane anche perché le condizioni ambientali sono difficili quando non proibitive. Ovviamente non è un pensiero sbagliato, tuttavia è molto legato alla nostra concezione occidentale del mondo, di noi conquistatori e antropizzatori di terre che da “Sapiens” ci sentiamo superiori, anzi, ormai avulsi da ciò che è definibile come “selvaggio” o “selvatico”. Dunque quel pensare a certi “luoghi selvaggi” non è sbagliato per convenzione ma lo è per principio o, per meglio dire, per miopia, tanto sensitiva quanto intellettuale. Perché i luoghi selvaggi sono spesso ben più vicini di quanto crediamo, a volte sono appena fuori le nostre case e le città in cui viviamo, solo che non sappiamo più vederli, percepirli, comprenderli. Ecco qui l’errore di principio.

In Luoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste (Einaudi, 2011/2019, pagg.328; ed.orig. The Wild Places, 2007) Robert Macfarlane, alpinista, esploratore, docente a Cambridge, critico letterario e naturalmente scrittore, racconta il suo lungo viaggio alla ricerca degli ultimi (o quasi) “luoghi selvaggi” dell’arcipelago britannico, al fine di creare una rete di territori dove ancora la Natura riesce a resistere agli assalti della civiltà umana e dona ai loro visitatori non solo una bellezza primordiale e primigenia ma pure, e soprattutto, il contatto con il Genius Loci ancestrale di quei luoghi e di tutta quella parte di mondo – non così diversa dal resto del nostro continente europeo, soprattutto dalle Alpi in su – dunque con l’anima originale di essi prima che l’uomo la intaccasse più o meno pesantemente ovvero dove la trasformazione antropica del paesaggio non è avvenuta.

E nonostante «In un paese densamente popolato come la Gran Bretagna trovare spazi aperti può essere un’impresa. È difficile raggiungere luoghi dove l’orizzonte sia percepibile come una lunga linea ininterrotta, o dove si offra allo sguardo l’azzurro delle grandi distanze» (pag.78 – ne ho scritto anche qui), questi spazi ci sono, sono rari e preziosi in proporzione anche perché rappresentano «un’adeguata metafora di libertà e apertura mentale». Macfarlane nel libro racconta in modo affascinante le proprie esplorazioni di questi luoghi – a piedi, con tenda e sacco a pelo, spesso di notte o dormendo sotto le stelle e tra le tempeste -, le loro geografie e gli ambienti spettacolari, la loro importanza fondamentale per qualsiasi creatura vivente e ancor più per noi umani antropizzatori e spesso distruttori di essi. E fa capire, come accennavo all’inizio, che il “selvatico” è ancora presente ovunque, anche appena fuori le distese di asfalto e cemento dei più grandi conglomerati urbani, che non c’è bisogno di andare chissà dove per scoprirlo e esplorarlo ma spesso è lì dove lo vediamo ma non riusciamo a osservarlo veramente. Anche un faggio al margine di un’arteria stradale trafficata, a ben vedere, è un luogo selvatico: basta salirci sopra e infilarsi nella sua chioma per sentirsi altrove, “dentro” una Natura selvatica ancora formalmente originaria nonostante sia circondata dalla civiltà umana soverchiante. Ma pure solo la sua presenza, come anche quella di certi spazi urbani o periurbani che rimandano al concetto clémentiano di “terzo paesaggio”, sanno ancora conservare il senso antico del “selvatico” ne più ne meno che territori lontani e sperduti: Macfarlane invita a riscoprire la capacità di osservarli, comprenderli e riattivare la relazione con essi rigenerando al contempo quella parte “selvatica” che anche da Sapiens ipertecnologici noi abbiamo dentro – trascurata, ignorata, dimenticata ma c’è.

[Un “terzo paesaggio” periurbano, inatesso luogo “selvatico” nella città. Foto tratta da www.errenelbosco.it.]
Per questo, se Luoghi selvaggi è una sorta di “romanzo di formazione” per Macfarlane – a detta dell’autore stesso -, lo diventa senza dubbio anche per il lettore, di riformazione del legame con la Natura e con la comune componente selvaggia, di rigenerazione della relazione culturale che dobbiamo avere e salvaguardare con il mondo nel quale viviamo, di riattivazione dei sensi e dei pensieri verso di esso e dunque, di rimando, anche verso di noi.

Luoghi selvaggi è un libro veramente molto bello e importante da leggere. Per tornare selvatici abbastanza da poterci di nuovo – e/o finalmente – dire in maniera compiuta “umani”.

*: in realtà in questo passo Macfarlane sta citando Wallace Stegner e la sua celebre Wilderness Letter (da noi forse conosciuta come La lettera del deserto), del 1960.