Se il turismo smette di essere cultura e pensa solo all’economia

Sono a pranzo dai miei e, al Tg che stanno guardando alla tivù, passa un ennesimo servizio che esalta il turismo come «driver economico» per i territori che coinvolge. Cosa verissima, sia chiaro: che il turismo rappresenti un’economia di prim’ordine un po’ ovunque si manifesti è indubitabile.

Di contro, per l’ennesima volta – assistendo a quell’ennesimo servizio giornalistico – la sensazione vivida è che il turismo che diventa “economia forte” trascura del tutto la sua natura primigenia che invece è pienamente culturale.

Il turismo, ovvero il viaggio, è (forse) l’esperienza culturale umana per antonomasia, fin da quando l’uomo preistorico è uscito dal riparo delle caverne in cui dimorava e ha cominciato a esplorare il mondo. E lo è perché il viaggio del “turista”  – esperienza culturale – si manifesta come relazione parimenti culturale con il paesaggio che è a sua volta un elemento culturale primario, sia esso naturale oppure antropizzato ovvero si tratti di monumenti della Natura o dell’arte umana. Posto ciò, nel momento in cui il turismo dimentica (funzionalmente) la sua matrice culturale per manifestarsi unicamente come “driver economico”, ecco che diventa inesorabilmente  -ma non sempre inconsapevolmente – un elemento di degrado e di depauperamento dei territori che coinvolge. Fino ad assumere le realtà e le dinamiche del sovraturismo o overtourism, per le quali il turismo estrae valore, benessere, vigore sociale e identità dai territori – per questo in tali casi viene definito “estrattivo” – senza lasciare nulla in cambio. Anzi, lasciando rapidamente dietro di sé le macerie derivanti dal proprio sovrasfruttamento. Macerie che a volte non si vedono nella località turistica/turistificata – che diventa un non luogo ma senza che ciò venga percepito da molti, al contrario venendo riconosciuto come “più familiare” e dunque apparentemente gradito – e che invece si manifestano in modi ben più gravi e deleteri nelle comunità che abitano le località coinvolte. Le quali, infatti, inesorabilmente perdono vitalità urbana e economica, socialità, servizi di base (deviati a favore dei bisogni del turista), benessere residenziale, perdono abitanti che preferiscono andarsene altrove prima di soccombere definitivamente, perdono anima, coscienza di luogo, identità culturale.

Fino a che perderanno pure quel turismo il quale, una volta estratto tutto ciò che si poteva ricavare e consumare dal luogo, lo abbandonerà al suo destino cambiando meta. In tal caso, la speranza è che non tutto nei luoghi soggetti a queste dinamiche sia stato devitalizzato e le loro comunità residue, riacquisite consapevolezza e coscienza di luogo, riescano a riprendersi facendo tesoro di quanto accaduto e rifiutando radicalmente ogni eventuale tentativo di ritorno di quel modello di turismo-driver (mono)economico, estrattivo, per contemplare una frequentazione turistica di matrice nuovamente e compiutamente culturale, che ruoti intorno al benessere della comunità e non più al business dei tour operator, ai bisogni degli abitanti e non alle esigenze dei turisti, alla valorizzazione autentica dei territori e dei paesaggi e non alla messa a valore di essi per farne beni di consumo da vendere – a volte svendere – sul mercato turistico.

Insomma, che il tutto torni a manifestare – oltre a ogni altra cosa possibile – un’autentica e compiuta anima culturale. Di quella cultura che dà valore ai luoghi, ai paesaggi e alla relazione di chi li vive e li frequenta consapevolmente assicurando loro vitalità e benessere oggi e ancor più domani. Quella cultura che fa la civiltà che ci rappresenta e, in fondo, ci rende compiutamente umani, che si sia residenti, turisti, viaggiatori, lavoratori ovvero semplici, ineludibili abitanti di questo nostro mondo.

La responsabilità che abbiamo verso le montagne

[Foto di Mario da Pixabay.]

Il nostro amore per le montagne non ha come oggetto meri cumuli di rocce, terra e sassi modellati dall’orogenesi, ma dei luoghi carichi di simboli e di storie, di immagini e metafore, di paradigmi culturali che costruiscono e modificano la nostra visione e percezione del mondo e di noi stessi. Le Alpi sono sempre più delle isole di biodiversità naturali e culturali assediate da un’umanità posseduta dalla smania di addomesticare e trasformare ogni cosa in merce. Di asservire per il proprio interesse e divertimento ogni luogo rimasto a testimoniare il valore in sé del pianeta che ci ospita. Per la prima volta nella nostra storia di “Homo sapiens” accade che siamo in grado di sconvolgere gli equilibri climatici cha garantiscono la nostra sopravvivenza specifica. Questo potere, moltiplicato dalla crescita demografica e dagli strumenti della tecnica, ci impone un adeguato progresso etico per frenare l’avidità e l’hybris che ci spingono ad impadronirci d’ogni cosa. Abbiamo la responsabilità di educarci alla sobrietà, ad un comportamento che rispetti gli altri viventi, che ricerchi il modo di produrre benessere senza distruggere le condizioni per renderlo accessibile anche agli altri e ai posteri.

Diego Cason e Annibale Salsa, “Economia montana e politiche territoriali di sviluppo”, relazione presentata al 101° Congresso Nazionale del Club Alpino Italiano, “La Montagna nell’era del cambiamento climatico”, Roma, 25-26 novembre 2023. Trovate la relazione completa, la cui lettura trovo parecchio interessante e istruttiva (anche in forza del prestigio dei due relatori che l’hanno elaborata), qui. Avrò occasione di scriverne ancora, più avanti.

La montagna che genera valore comunitario puntando su sostenibilità e relazioni, al X Summit delle Bandiere Verdi

[Serina, sulle Prealpi Bergamasche. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]
Si parla sempre troppo – a volte inevitabilmente, visti certi danni perpetrati – della montagna iper turistificata, brandizzata, del turismo dei grandi numeri che all’apparenza generano forti indotti ma in realtà degradano i territori e svigoriscono le comunità, di record di presenze e di bilanci conseguiti a colpi di sbancamenti, cementificazioni, infrastrutturazioni, consumo di suoli naturali incontaminati. Una montagna sottoposta a modelli di sfruttamento intensivo che sono inesorabilmente destinati a implodere presto, speriamo prima di aver fatto danni irreversibili.

Ma c’è un’altra montagna che intanto fa il suo e lo fa sempre meglio e più diffusamente, in silenzio oppure narrata senza l’enfasi che sovente i media riservano al turismo di massa e ai suoi luccicori, una montagna che invece ha già intrapreso il cammino verso un futuro molto meno fosco, dove innumerevoli realtà lavorano e operano al fianco o a sostegno di comunità che sanno generare “valore territoriale” puntando su sostenibilità, sensibilità, relazioni, consapevolezza e autentica passione condivisa per le proprie montagne. Ecco, è questo il filo rosso che caratterizza le realtà – tra associazioni, comuni, cooperative, enti universitari e cittadini – premiate sabato a Rovereto (TN) da Legambiente nel corso del X Summit Nazionale delle Bandiere Verdi e che sono in prima linea nella cura dei beni comuni, nella rigenerazione dei territori, nel puntare su economie locali, turismo dolce, territorio, studio e conoscenza.

La Regina green d’alta quota del 2026 è il Friuli-Venezia Giulia, che ha ottenuto ben 5 Bandiere Verdi, seguita dal Trentino-Alto Adige (4), Piemonte (3), Lombardia (3), Valle D’Aosta (2) e Veneto (2). Tutte, con i loro premiati, raccontano bene un nuovo modo di vivere e fruire la montagna che cerca, così, di rispondere anche al problema della crisi climatica e dello spopolamento abitativo montano. Aver ascoltato dalle voci degli stessi responsabili delle varie realtà il lavoro che fanno, i risultati che ottengono, la passione per le loro montagne e la sorprendente capacità di visione e d’innovazione che sanno generare, è ogni anno qualcosa di emozionante e rinfrancante.

Ho avuto la fortuna e il privilegio di ascoltarle, quelle loro voci, grazie al coordinamento affidatomi – insieme a Maurizio Dematteis – del gruppo di lavoro sul “Turismo dell’accoglienza montana” nel quale si sono confrontate le realtà operanti nel settori presenti a Rovereto, e perché nel corso del Summit è stata presentata l’indagine sperimentale sul “Valore Aggiunto Comunitario (VAC)” delle attività di accoglienza, frutto dell’analisi di un questionario somministrato ad un campione di 26 Bandiere Verdi dell’arco alpino premiate in questi anni da Legambiente. Il VAC prende in considerazione come indicatori, oltre ai dati economici principali, le relazioni, la comunità, la restanza, l’impatto sociale, la qualità territoriale. In sintesi, dall’indagine, realizzata per Legambiente da me e da Dematteis, emerge che l’81% delle attività delle 25 Bandiere Verdi prese in esame sono basate sul volontariato; il 57,2% delle realtà supera le 161 ore mensili di lavoro; quasi 1 realtà su 3 arriva fino a 320 ore mensili; 2 realtà su 3 sostengono costi superiori a 20 mila euro annui; il 28,6% supera i 50 mila euro annui. Dati che ben raccontano come le comunità montane generino relazioni e valore territoriale e come stia crescendo il cosiddetto turismo della “montagna di mezzo”. Di fronte a questa doppia fotografia scattata dal Summit, tra Bandiere Verdi e valore aggiunto comunitario, Legambiente torna a rilanciare le 10 proposte del “Manifesto della Carovana dell’Accoglienza Montana”, frutto del confronto con le 300 Bandiere Verdi dell’arco alpino e a chiedere più interventi e investimenti per le comunità montane.

Trovate qui il comunicato stampa completo sul Summit, mentre cliccando sull’immagine della copertina sottostante potere scaricare il relativo Dossier, che elenca nel dettaglio le realtà premiate quest’anno con le 19 Bandiere Verdi e i soggetti ai quali sono state assegnate le 6 Bandiere Nere, oltre ai vari approfondimenti legati al lavoro effettuato sulla Carovana dell’Accoglienza Montana, sul relativo Manifesto e sulla misurazione del “Valore Aggiunto Comunitario”.

Personalmente ringrazio di cuore Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente, Maurizio Dematteis, direttore dell’Associazione Dislivelli, le numerose figure di grande prestigio scientifico e accademico che stano supportando il nostro lavoro sulla Carovana dell’Accoglienza Montana e tutte le realtà – Bandiere Verdi o no – e le persone che hanno partecipato al Summit e lo hanno animato con le proprie considerazioni, testimonianze, opinioni, idee, domande, entusiasmi. Sono tutti parte attiva e preziosa della comunità futura delle nostre Alpi, la punta di diamante che già ora sta elaborando e tracciando il percorso migliore verso il più proficuo benessere collettivo dei territori e delle genti alpine.

Abitare il cambiamento: una serata sul futuro delle nostre montagne e sulla loro imprescindibile tutela, sabato 23 maggio ad Aosta

Sabato 23 maggio alle ore 20.30, la Sala Conferenze BCC di Via Garibaldi 3 ad Aosta ospiterà un incontro pubblico e un dialogo aperto sul domani delle nostre Alpi dal significativo titolo “La Montagna del futuro: abitare il cambiamento”.

A dialogare saranno Nicola Pech, vicepresidente di Mountain Wilderness Italia, autorevole voce del panorama nazionale della montagna, attivista e professionista della comunicazione con una lunga esperienza nella conservazione del patrimonio naturale e culturale delle montagne, e il sottoscritto, con mio grande onore e privilegio di poter contribuire attivamente – e fattivamente, spero – alla causa in difesa del meraviglioso Vallone delle Cime Bianche, una delle basi sulle quali è stato costruito l’incontro, delle cui peculiarità uniche ho scritto proprio di recente qui. A moderare la serata sarà Annamaria Gremmo, medico chirurgo, fotografa e conservazionista, impegnata da anni nella difesa del Vallone e vincitrice nel 2023 del Premio Marcello Meroni per la sezione Ambiente – la vedete anche lì sotto in un video di presentazione della serata. Tutti insieme ci auguriamo che anche il pubblico presente vorrà partecipare al dialogo con le proprie considerazioni, opinioni e domande sul tema principale dell’incontro, compendiato nel titolo, e sui tanti argomenti correlati.

[La testata del Vallone delle Cime Bianche con il Grand Lac. Immagine tratta dalla pagina facebook.com/varasc.]
Il cambiamento climatico e la crescente pressione antropica stanno imponendo sfide senza precedenti all’arco alpino. Troppo spesso la “risposta” consiste in mega-progetti costosi e altamente impattanti, che colpiscono aree finora incontaminate. In Valle d’Aosta, i progetti di collegamento funiviari nel Vallone delle Cime Bianche e il collegamento Pila-Cogne sono diventati simboli di questa visione miope e obsoleta, basata sul mero sfruttamento della montagna peraltro governato da pochi soggetti economici del comparto turistico, senza alcuna cura per i territori coinvolti né ricadute benefiche effettive a favore delle comunità locali.

[Un rendering della stazione di Cime Bianche Laghi.]
Posta tale realtà, riferita alla Valle d’Aosta ma comune a molti altri territori montani italiani, è ancora possibile immaginare uno sviluppo che non sia mera “messa a reddito” del territorio, come spesso sembra evidenziare l’accezione del termine “valorizzazione”? I modelli di sviluppo di matrice economica spesso presentati e imposti ai territori montani quali risultati concreti stanno ottenendo? Come si può rispondere alle sfide di oggi per evitare lo spopolamento della montagna, sostenerne la vitalità socio-economica e al contempo tutelarne ambienti e paesaggi? Quale futuro ha bisogno la montagna e deve determinare per le genti che vogliono continuare a viverla?

[Panorama di Cogne. Immagine tratta da https://alpaddict.com.]
Proveremo ad andare oltre i numerosi stereotipi che caratterizzano la realtà delle nostre montagne, così reiterati e variamente dannosi, in un confronto aperto a tutti per il quale ogni voce è importante. Per questo l’invito rivolto a chiunque a partecipare è quanto mai caloroso.

L’evento nasce dalla sinergia tra il Progetto fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” e il Comitato “Insieme per Cime Bianche”, fondato nel 2023 con il supporto dell’Avvocato Emanuela Beacco del Foro di Monza per la tutela legale del Vallone.

Le due realtà hanno già portato la propria voce al Parlamento Europeo e in audizione al Consiglio Regionale valdostano, mentre il Progetto fotografico ha organizzato ormai 33 serate pubbliche in tutta Italia e avviato una petizione internazionale che ha superato le 21.000 firme.

Dunque vi aspettiamo sabato 23 maggio ad Aosta: sarà sicuramente una serata importante nonché, ci contiamo, illuminante. E lunga vita al Vallone delle Cime Bianche!

Per contribuire alla difesa del Vallone delle Cime Bianche:

Tutte le foto che vedete in questo articolo sono tratte dalla pagina facebook.com/varasc.

Il debito pubblico record dell’Italia e il rischio per i territori montani

[Immagine tratta da www.vice.com.]
Durante questo 2026, con qualche anno di anticipo rispetto alle previsioni, il debito pubblico italiano supererà quello greco, finora il peggiore in Europa, diventando così il più alto dell’Unione Europea e il secondo tra i paesi avanzati (dopo il Giappone, che tuttavia è uno stato poco o nulla paragonabile all’Italia); ne dà notizia “Il Post” in questo articolo. Si sapeva che prima o poi sarebbe successo, dato che da anni la Grecia ha impostato un percorso decisivo di riforme e riduzione del debito, sopportando un rigore dei conti e costi sociali anche molto pesanti. In Italia invece negli ultimi anni il debito pubblico ha tendenzialmente continuato ad aumentare – denota l’articolo citato, ma è quasi inutile che lo facesse – per politiche costosissime e inefficienti.

Ciò significa che nei prossimi anni l’Italia destinerà ancora meno risorse di ora per la spesa sociale, aumenterà i tagli, ridurrà i servizi di base; di contro c’è da temere, visto il modus operandi ormai consolidato nei decenni dalla politica italiana, che non saprà (e non vorrà) ridurre gli sprechi, le spese inutili, le iniziative politiche strumentali e propagandistiche che consumano risorse altrimenti disponibili per quella spesa sociale sempre più ridotta e in generale per i bisogni delle comunità.

Ne scrivo perché di tale situazione, domani ancor più di oggi e di ieri, ne faranno le spese i territori montani e le aree interne, zone sempre più sottoposte a criticità di vario genere, sempre più fragili, precarie, indebolite ma già sostanzialmente abbandonate dalla politica oppure circuite e sfruttate per scopi che di vantaggioso alle comunità non portano pressoché nulla. Riguardo le nostre montagne, non posso non pensare (sono ripetitivo e noioso, lo so, ma ne vado fiero) alle centinaia di milioni di soldi pubblici spesi dagli enti pubblici per sostenere l’industria dello sci e molti comprensori già oggi destinati ad una prossima chiusura in forza della crisi climatica e per la loro insostenibilità economica, nel mentre che le scuole e gli ambulatori medici chiudono, i trasporti pubblici vengono ridotti, le strade di montagna subiscono dissesti crescenti, le economie locali non vengono adeguatamente sostenute e per di più sono ostaggio della folle burocrazia nostrana. Soldi inesorabilmente sottratti ad altre cose, tra le quali ci potrebbero e dovrebbero essere iniziative di autentico sostegno alla residenza, al lavoro e alla restanza delle genti di montagna.

Temo, insomma, che tanta parte del peso spaventoso del debito pubblico italiano venga di nuovo scaricato, volutamente o meno, sulle aree interne, sulle montagne e sulle comunità che le abitano e ancora lottano per mantenerle vive e vissute… quelle montagne sovente prive di vera rappresentatività politica e conseguente rappresentanza istituzionale, prive di voce e private di ascolto, prive di autonomia decisionale e anzi soggiogate a disposizioni e iniziative prese in sedi nelle quale la montagna non si quasi nemmeno cosa sia. E per di più – oltre al danno la beffa – costrette, le comunità di montagna, ad ascoltare tanti bla bla bla bla  – «Lotta allo spopolamento!», «Sviluppo dei territori montani!», «Sostegno all’economia locale!», ora pure «Legacy olimpica!», eccetera – che, a fronte della realtà di fatto effettiva del nostro paese, appaiono sempre più parole vuote e ingannevoli, fatte apposta per zittire chi invece avrebbe più di ogni altro di che dire.

No, la montagna italiana merita molto di più e potrebbe veramente diventare quel laboratorio d’innovazione sociale, economica, culturale, demografica e politica che tanti auspicano e invocano, e il primo passo affinché ciò avvenga è che le comunità di montagna riacquisiscano coscienza di sé stesse, consapevolezza politica, coscienza di luogo, senso di comunità. Tutte cose che, credo, la politica non è in grado di dar loro e non vuole nemmeno dare. Dunque, è ora di trarne le debite conclusioni, prima che la situazione diventi irreversibile.