Dunque, che facciamo con il turismo di montagna?

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Siamo a settembre, si sta concludendo un’ennesima “bella stagione” turistica montana fatta di code, assembramenti, sovraffollamenti, funivie e bus turistici presi d’assalto, parcheggi ingolfati, krapfen virali (quelli del Rifugio Friedrich August in Val di Fassa, divenuti il simbolo dell’overtourism alpino di quest’estate: ne avrete quasi certamente letto in giro) e altre amenità ormai consuete e prevedibili, al pari delle conseguenti e inesorabili discussioni, dei dibattiti, delle polemiche al riguardo che ormai sono diventate cronaca quotidiana anche sui maggiori media d’informazione, a riprova di quanto il tema sia ormai presente nella cosiddetta “opinione pubblica” – ma non di come venga bene o male disquisito, sia chiaro.

Tutte cose ampiamente previste, ripeto, e al proposito il 7 maggio scorso, dunque ben prima dell’inizio ufficiale dell’estate turistica, così scrivevo qui sul blog: «Alla fine della bella stagione che sta per iniziare, tutto – ma proprio tutto quanto – sarà rimasto come prima, come all’inizio della stagione, come l’anno prima, come cinque anni prima che però non c’era tutta questa gente nonostante fossimo appena usciti dal Covid. Scommettiamo?»

Come scrivevo allora, speravo e spero di perderla una tale scommessa: ad esempio, secondo “Il Post”, uno dei media nazionali più importanti che ha dato spesso conto della stagione in corso, gli albergatori delle Dolomiti – territorio montano come sempre emblematico forse più di ogni altro sul tema, almeno per le Alpi italiane – inizierebbero a rivalutare le scelte di questi anni:

È come se le code avessero fatto scattare qualcosa: una consapevolezza nuova della necessità di limiti che nessuno aveva mai stabilito, come se ci si fosse accorti all’improvviso che il modello turistico delle Dolomiti sia sfuggito di mano e che forse serve darsi una regolata.

D’altro canto nello stesso articolo de “Il Post” si osserva che

È illusorio pensare che i turisti possano diventare velocemente più responsabili: è un’evoluzione culturale troppo lenta rispetto a quella infrastrutturale e commerciale che sulle Dolomiti ha spinto e continua a spingere nella direzione del consumo, del non luogo.

Ma non sono le orde di turisti il “problema” vero, ovvero non quello principale: certa fruizione discutibili e in concreto deleteria dei territori montani non nasce per caso, e il turista che sale a oltre 2000 metri di quota per mangiarsi un krapfen formalmente uguale a quelli che già mangia in città (non è detto che questi siano meno buoni!) e del quale ha solamente letto sui social ma non si guarda nemmeno intorno se non per scattarsi il selfie di rito e dunque non capisce con adeguata consapevolezza dove si trova e come interagisce con il luogo è a sua volta una vittima di tale dinamica, non il sicario e tanto meno il mandante. La sola sua pecca è (perdonatemi la franchezza) di non riaccendere il cervello almeno per qualche attimo e comprendere il senso reale di ciò che sta facendo; ma quanti metterebbero la mano sul fuoco garantendo di non comportarsi allo stesso modo, se si ritrovassero in circostanze similari? E chi è sicuro che alcuni di quelli che si sono messi in coda per il krapfen del rifugio della Val di Fassa non siano in altri ambiti dei turisti più consapevoli e responsabili di tanti altri che altrove si vantano di esserlo?

[I krapfen del Rifugio Friedrich August. Immagine tratta dalla pagina Facebook del rifugio.]
Di contro, le montagne non sono state turistificate in pochi anni o solo dal Covid in poi, come qualcuno pensa: il loro successo turistico e commerciale (o il disastro che stanno subendo, se si osserva la realtà dalla parte opposta) è frutto di decenni di infrastrutturazione poco o nulla pianificata – in senso politico, innanzi tutto – e ancor più di narrazioni che puntavano proprio a ottenere ciò che oggi constatiamo concretamente. In altre parole, e per tornare alle osservazioni de “Il Post”, la zappa sui piedi se la sono tirata da soli gli stessi operatori turistici, sulle Dolomiti e altrove, puntando per anni a massimizzare i propri introiti e quindi a gonfiare a più non posso la propria filiera turistica, ingigantendo parimenti la turistificazione delle proprie montagne. La politica, spesso incompetente e come sempre inadeguata (salvo rarissimi casi), invece di elaborare una pianificazione organica e strategica a lungo termine dello sviluppo socioeconomico dei territori amministrati, nel quale il turismo rappresentasse una parte certo importantissima ma non preponderante e soffocante ogni altra, ha pensato e pensa ancora solo (o quasi) a come sfruttare la turistificazione crescente a proprio vantaggio propagandistico, alimentandola con cifre spropositate di denaro pubblico ovviamente prelevato al sostegno finanziario di ogni altro elemento necessario a quella pianificazione organica e strategica tanto necessaria quanto (funzionalmente) assente.

Ora, uscire da una realtà del genere è parecchio difficile. Anzi, non lo sarebbe così tanto se vi fosse una volontà condivisa nel ripensarla veramente, la realtà corrente, nel cambiare i suoi paradigmi, nel riacquisire quel buon senso che si pensa(va) genetico innanzi tutto nelle genti di montagna fino a che pure tra le vette il “dio soldo” non ha sostituito ogni altro nume tutelare – a partire dal loro Genius Loci, dalla loro anima originale e peculiare – e alimentato quella che l’amico e Presidente di Mountain Wilderness Italia Luigi Casanova chiama «l’imprenditoria degli affamati». Io la definirei più un’imprenditoria dei bulimici, perché mi pare che la fame degli “affamati” in questione sia chiaramente – in molti casi – un’autentica voracità economica patologica veramente assimilabile a un disturbo psicogeno: d’altro canto, quando pur di fare sempre più soldi si arriva a degradare e rovinare il motivo principale per il quale si fanno – il paesaggio montano – come si può non pensare a un vero e proprio disagio cognitivo-comportamentale? E ha ragione Casanova a sostenere che

Chi abita in montagna ha la responsabilità storica di aver sostenuto questo modello economico improntato all’eccesso, al consumo di suolo montano, preferendo il profitto immediato alla tutela del bene comune e dell’ambiente.

In effetti non mi pare che in passato siano giunti sulle Alpi grandi tour operator, o altri soggetti simili, che abbiano imposto i propri modelli turistici massificati ai locali e alle loro piccole pensioni familiari imponendo loro di trasformarle in resort da centinaia di posti letto, o di sostituire forzatamente piccoli skilift e spartane seggiovie con mega cabinovie da portate orarie di migliaia di persone. Ci sono arrivati certamente sulle Alpi, quei soggetti industriali, ma anche perché “sollecitati” dai locali che, intuendo (legittimamente) guadagni fino a prima impossibili e insperabili e per ciò gettando al vento (molto meno legittimamente) ogni relazione culturale e qualsiasi senso del contesto con le proprie montagne – ovvero assoggettandosi a quei fenomeni di spaesamento, alienazione e disagio esistenziale già identificati anni fa ad esempio da Annibale Salsa -, hanno deciso di farsi discepoli integralisti del suddetto “dio soldo” e amen.

[Una delle due immagini qui sopra è vera, l’altra è generata con l’IA. Ma non c’è molta differenza tra le due, vero?]
Infine, c’è un ulteriore elemento fondamentale che è parte integrante e invero protagonista assoluto del tema del turismo montano, ma che ancora resta parecchio ai margini dei dibattiti conseguenti: le comunità locali, e intendo soprattutto quella parte di comunità che non è coinvolta nelle attività della filiera turistica locale e per ciò ne subisce in modo ancora più significativo le eventuali conseguenze negative. Fateci caso: i locali “non turistificati” vengono citati (ma non per questo realmente considerati) solo quando cominciano a lamentarsi in maniera plateale degli eccessi della presenza turistica nei propri territori, altrimenti sembra quasi che non esistano ovvero che siano un contorno secondario alle realtà in questione. Ma, come ricordo sempre, il turista più o meno cafone o consapevole a fine vacanza se ne torna a casa, l’abitante della meta turistica e del luogo che così è identificato ci resta, e se a fine stagione turistica non subisce più il disturbo e il disagio dell’eccesiva presenza di turisti spesso ne subisce altri che si crede che il turismo possa contrastare e risolvere e invece no: il degrado della qualità dei servizi di base, la chiusura di scuole e ambulatori (qui un esempio emblematico al riguardo), il taglio nei trasporti pubblici e quelle tante altre evenienze delle quali spesso si dà notizia, che non di rado fanno decidere a molti di andarsene dai propri paesi montani così pesantemente turistificati, banalizzati, non luoghizzati. Ecco, trascurare le comunità locali in qualsivoglia dibattito più o meno valido sul turismo in montagna, per quanto ho appena osservato e per mille altri validissimi motivi, è sempre una cosa deprecabile, insensata e ipocrita.

[Un servizio RAI del 17 agosto scorso sul Lago di Braies, altra meta ovetouristificata delle Dolomiti. Cliccate sull’immagine per vederlo.]
Dunque, per tornare alla domanda che fa da titolo a questo articolo: posto tutto quanto avete letto fino qui e il resto che dà sostanza alla questione, che facciamo, concretamente, con il turismo di montagna?

Le risposte valide possono essere diverse, soprattutto quando non vengano dalla politica attuale (lo so, è un’affermazione populista, ma smentitemela se ci riuscite). Secondo me, proprio per ciò che avete letto fino a qui, diventa sempre più importante e necessario lavorare nei contesti locali con le comunità, tanto con chi ne fa parte che lavora nel turismo quanto con chi non ne fa parte e abita stabilmente e attivamente in loco. Se è vero che risulta illusorio pensare che i turisti possano diventare velocemente più responsabili, è altrettanto vero che i locali, per motivi evidenti, sono molto più velocemente responsabilizzabili ma non attraverso l’imposizione di normative e regolamenti (a volte utili ma spesso visti con insofferenza, inutile osservarlo), semmai con l’interlocuzione costante, la partecipazione attiva ai processi decisionali locali, la politica “dal basso”, la coltivazione di una massa critica edotta e consapevole e dunque, prima di tutto, con una riattivazione della relazione culturale – sociologica, antropologica, identitaria ma, per compendio, scrivo culturale – tra i luoghi e chi li abita, quella relazione che dà forma e sostanza ai paesaggi locali «il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni», come rimarca la relativa Convenzione Europea. Ciò determina che se si gestisce male il paesaggio – il territorio, gli ambienti naturali, i luoghi, i beni comuni che possiede, le “risorse” che offre, eccetera – si gestisce male l’umanità che lo vive e vi interagisce, dunque non solo l’abitante stanziale ma pure il visitatore occasionale. Le comunità locali devono avere ben chiare queste nozioni: su di esse, sui doveri e sulle responsabilità che impongono (alla tutela ambientale e dei beni comuni, ad esempio) così come sui diritti e sui benefici che vi scaturiscono (di godere del benessere che offre un paesaggio gestito con equilibrio, per dirne uno), si deve innanzi tutto costruire, o nel caso ri-costruire, la relazione culturale profonda tra di esse e le loro montagne.

[Le code di turisti per accaparrarsi i krapfen al rifugio Friedrich August. Immagine tratta da “Today.it“.
Peraltro, da tali dinamiche di (ri)presa di coscienza attiva e consapevole da elaborare e alimentare presso le comunità, può e deve derivare un altro obiettivo estremamente importante: la rigenerazione della rappresentatività politico-sociale dei territori montani e della conseguente rappresentanza individuata (in modi liberamente stabiliti) nelle comunità stesse, che facciano tornare i territori stessi ad avere voce forte, chiara e ben ascoltata presso i consessi amministrativi ai livelli locali e a quelli superiori. Ancora oggi, troppe volte, la montagna subisce iniziative elaborate e decretate in sedi ben lontane dai monti da soggetti privi delle competenze – tecniche, scientifiche, umanistiche – necessarie alla buona gestione politico-amministrativa di essi: è una realtà che viene ribadita da lustri senza che tuttavia nulla venga formulato al fine di cambiare, anche qui, il paradigma di fondo, legato a mere logiche di potere e di influenza politica. Be’, anche qui, appunto, è ora di cambiare strada, di ritornare a muoverci verso il futuro invece di rimanere a girondolare in un presente sempre più stantio, sempre più obsoleto e ammuffente.

Credo che ogni soggetto che intenda operare a vario titolo per il bene dei territori e delle comunità della montagna italiana – il bene ambientale, ecologico, sociale, economico, culturale, turistico, eccetera –  debba sempre più impegnarsi su questo fronte e in tali azioni comunitarie concrete, e altresì sono certo che la migliore pianificazione possibile della frequentazione turistica delle montagne debba inevitabilmente contemplare la presenza attiva, edotta e consapevole, dunque decisionale, delle comunità locali – sia che operino nelle filiere turistiche e sia che non ne facciano parte, ribadisco di nuovo – oltre ai soggetti che sappiano fornire le più adeguate competenze tecniche, scientifiche, umanistiche (ce ne sono molti in Italia e parecchio validi, dalle università agli istituti di ricerca alle organizzazioni, associazioni e reti multidisciplinari). La politica, il cui potere di rappresentanza si è ampiamente smarrito nel tempo, come ho anche indirettamente spiegato fino a qui, dovrà infine fornire gli strumenti istituzionali per mettere a terra quanto elaborato e strutturato in sede locale, facendo di ogni cosa realizzata un’opera compiutamente condivisa e comunitaria.

Ecco, questa, secondo me, è una buona risposta (e spero anche valida) alla domanda sopra suggerita. Sicuramente mi auguro lo sia per me che, nei prossimi mesi, mi impegnerò sempre più in quella dimensiona comunitaria montana nel solco qui sopra delineato. Ripeto, ce ne possono ovviamente essere tante altre di risposte buone e valide: l’importante è che ci siano, che vengano formulate, discusse, elaborate e poi quanto più possibile messe in atto.

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
Viceversa, la sorte delle nostre montagne temo non sarà così fausta. Imporremo loro una decadenza viepiù inarrestabile e, per giunta, oltre modo folle, come quella dei passeggeri di una nave che sta affondando e, con l’acqua ormai alle caviglie, invece di pensare a come salvare l’imbarcazione restano ancora lì a litigare su chi abbia commesso l’errore che ne cagionerà l’inabissamento.

La situazione su molte nostre montagne è grave ma non seria

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
«Ma sono seri

Di frequente mi ritrovo a pensare così quando leggo sulla stampa o ascolto alla radio (non guardo la TV, ci tengo a ribadirlo) le cronache del nostro tempo, le dichiarazioni dei politici, i brani musicali più ascoltati o cose simili e tante altre vicende gravi ma non serie (cit.) che caratterizzano la quotidianità. Ed è lo stesso pensiero che mi suscitano numerose cose che vengono fatte in montagna: impianti sciistici pagati con soldi pubblici dove ormai non nevica più, nuove strade nei boschi che poi chiamano “ciclovie” per far credere di valorizzare i luoghi, ponti tibetani e panchine giganti contro lo spopolamento… «Ma veramente sono seri quelli che propongono queste palesi assurdità?» penso. «O sono soltanto dei burloni che aspettano fino all’ultimo per dirci che sono tutti quanti degli scherzi?»

D’altro canto, se ci pensate bene, la situazione che caratterizza il mondo contemporaneo è veramente, in molti suoi aspetti grandi e piccoli, «grave ma non seria», come appunto ben disse decenni fa il mirabile Ennio Flaiano. Si pensi solo al tizio che ora comanda la più grande superpotenza del pianeta: un esempio lampante della situazione suddetta.

Come al solito, l’etimologia è utilissima a capire meglio il senso delle cose. «Serio» è una parola che deriva dal latino serius e, da vocabolario, indica chi ha o rivela impegno, ponderatezza, attenta considerazione, pacata gravità (dacché ritenuta contrazione del termine severus, “severo”, “grave”), comunque un atteggiamento opposto o lontano da qualunque scherzo e ilarità. Se già tempo fa Flaiano pronunciò quella sua fulminante affermazione nei riguardi della politica italiana, ancora oggi e in modo ben più consono la situazione è grave ma non è seria a partire proprio da chi il mondo lo governa, tanto a livello globale – come accennavo – quanto nazionale e locale. E sulle montagne, che guarda caso sono un ambito che spesso si definisce severus, in forza delle condizioni ambientali che impone di affrontare, quella situazione diventa ancora più evidente e a me giustifica il pensiero che mi sorge all’istante leggendo e sapendo di certi progetti.

D’altro canto, come si può considerare serio qualsivoglia politico che, ad esempio, sostiene di contrastare lo spopolamento delle montagne o di valorizzarne il paesaggio spendendo decine di milioni di Euro di soldi pubblici per finanziare e costruirci cabinovie e cannoni sparaneve? Ma veramente ci crede a ciò che sostiene? Oppure quelli che parlavano di “legacy olimpica”, in occasione dei Giochi di Milano Cortina: erano seri? Quelli che dicono di salvaguardare l’identità storico-culturale dei territori montani realizzando nuove ciclovie che distruggono antichi sentieri di secolare percorrenza… ma sono seri?

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Non a caso, di nuovo, in queste circostanze si parla di trasformazione delle montagne in luna park alpestri, in divertimentifici a uso del turismo di massa, di disneylandizzazione delle località montane, di banalizzazione del paesaggio tra piste da sci di plastica, panchine giganti fucsia e altre simili amenità: tutte cose evidentemente antitetiche alla più ordinaria definizione di “serietà”, di ponderazione, di attenta considerazione del contesto. Di buon senso, insomma. Come ci può essere “serietà” in atteggiamenti e iniziative come quelle citate, così frequentemente imposte alle montagne?

Quando ciò accade, probabilmente è perché le stesse montagne, le loro realtà di fatto, le comunità che le vivono e le loro necessità, l’ambiente e il paesaggio, il rispetto e la cura di cui abbisognano, in modo crescente vista la crisi climatica in divenire, non vengono presi in seria considerazione. D’altronde chi non sa essere serio come può manifestare le considerazioni serie delle quali le nostre montagne hanno bisogno, a volte disperatamente?

Che la mancanza di serietà nella conduzione del mondo in cui viviamo sia una delle pecche – e dei drammi – maggiori del nostro tempo, è un dato di fatto indiscutibile, temo. E la situazione che ne deriva non è seria, appunto, ma è parecchio grave. Dobbiamo essere sufficientemente seri, tutti quanti noi, da rendercene conto e agire di conseguenza.

Turismo in Lombardia: overtourism senza limiti e comunità sottomesse

L’Assessore al Turismo, Marketing territoriale e Moda di Regione Lombardia, Debora Massari, ha di recente presentato la “strategia politica turistica” regionale per il triennio 2026-2028 e, posta l’indubbia buona volontà dell’Assessore nonché il dovuto rispetto personale e istituzionale, ciò che ne riferisce la stampa è un ennesimo elenco di cose ovvie, sovente banali, di frasi fatte pressoché prive di una visione realmente strategica sul tema e sul suo portato oltre che condite da qualche osservazione persino inquietante.

Vi elenco di seguito le maggiori criticità che riscontro nelle dichiarazioni dell’Assessore Massari:

  1. Non c’è alcun cenno al sovraturismo, o overtourism, come imposto dal Ministro del Turismo in carica il quale non vuole che lo si nomini perché «odia la parola» (sic). Censura alla quale l’Assessore lombardo evidentemente si allinea, evitando dunque di parlare pure di gestione dei flussi turistici. Insomma, che le mete turistiche siano pure degradate dal troppo turismo, tanto l’overtourism “non esiste”, vero?
  2. Anzi, l’Assessore Massari lo dice chiaramente: «L’obiettivo non è semplicemente aumentare i numeri…». Quindi non solo si nega il sovraturismo già ben presente ma si pensa pure di aumentarne i numeri. Come ciò possa generare una «crescita che dovrà essere equilibrata e capace di valorizzare l’intera regione, dalle città d’arte ai laghi, dalle montagne ai borghi, creando nuove opportunità di sviluppo» invece che ulteriori occasioni di degrado e disagio per le comunità coinvolte in assenza di una ben articolata gestione dei flussi turistici è un mistero. Anche inquietante, a pensarci bene.
  3. «Destagionalizzazione», «sviluppo sostenibile», «valorizzazione»… siamo in presenza del solito abusatissimo vocabolario, i cui significati ambigui quando non ipocriti ormai conosciamo bene. Ma evidentemente non si sanno formulare parole, e soprattutto idee, nuove, differenti, consone, veramente sensate.
  4. C’è una grande assente nelle considerazioni dell’Assessore Massari: la comunità, e di conseguenza l’interlocuzione attiva e costante con gli abitanti dei luoghi turistici. Si afferma che il turismo deve migliorare «la qualità della vita delle comunità che li accolgono» ma non c’è alcun accenno a un coinvolgimento delle comunità stesse nella gestione locale dei flussi turistici, dunque di quel dialogo che chiunque si occupi di turismo veramente sostenibile invoca per gestirne al meglio la realtà, soprattutto in località medio-piccole come sono molte delle mete lombarde. Anzi, si sostiene che occorre il «rafforzamento della collaborazione tra istituzioni e operatori del settore» e «tra tutti gli attori del sistema» palesando la visione esclusivamente economica del turismo, dunque inevitabilmente consumistica visto che è basata sull’aumento costante dei suoi numeri, che taglia fuori qualsiasi altra valenza – sociale, culturale, ambientale… – invece correlata alla qualità di vita e al benessere residenziale delle comunità locali. Cose che evidentemente non interessano granché.
  5. Nelle dichiarazioni dell’Assessore non si coglie alcuna visione strategica a lungo termine, nessuna presenza di un progetto strutturato e organico della gestione del turismo lombardo, nessuna volontà di uscire dai soliti modelli dominanti, dalle solite convenzioni, dai luoghi comuni della politica che si occupa di turismo. Non a caso la “strategia” presentata si ferma al 2028, cioè alle prossime elezioni regionali, e ciò ne palesa la natura meramente strumentale e propagandistica dell’iniziativa. Non ce la possono proprio fare, i politici nostrani, a ragionare su orizzonti più ampi, come dovrebbe imporre un’attività politica vera. E probabilmente nemmeno gli interessa di farlo, e così di mostrarsi politici veri. Già.

[Un articolo di qualche tempo fa de “La Provincia-UnicaTV” che denunciava la situazione delle mete turistiche del Lago di Como, sempre più soggette al sovraturismo e allo spopolamento. Cliccate sull’immagine per saperne di più.]
Per tutto ciò, personalmente non coltivo molte speranze che il turismo, nei prossimi anni, possa veramente diventare un elemento di sviluppo virtuoso del territorio e del paesaggio (inteso come lo determina la Convenzione Europea) lombardo, anzi: i molti problemi e le già deleterie criticità aumenteranno e si acuiranno, di questo passo. A meno che le comunità finalmente decidano di non subire passivamente la mala gestione dei loro territori e reagiscano attivamente facendo massa critica e imponendo alla politica di essere ascoltate, comprese e sostenute nella loro quotidianità. Perché così ne beneficerebbero tutti: residenti, turisti, operatori del settore e amministratori pubblici. È così difficile da capire?

Il «turismo-miniera d’oro» che impoverisce il paese, in montagna come nelle città

Non voglio certo dare contro lancia in resta al turismo di massa e alla sua economia, in Italia frequentemente ritenuta una «miniera d’oro» e i cui numeri ne rimarcano l’importanza effettiva per il paese; d’altro canto le sue dinamiche – che si ripropongono ovunque, dalle grandi città alle località balneari, ai territori montani, a riprova del modello monoculturale dal quale derivano – non possono non destare perplessità e timori per i territori e le comunità coinvolte.

Così ad esempio a Bergamo (luogo-laboratorio emblematico su tali questioni), il cui «boom» turistico continua come in poche altre città italiane facendo registrare sempre nuovi record di arrivi, presenze e conseguenti ricavi economici, si sono perse la bellezza di 891 botteghe e negozi di vicinato in soli dieci anni, cioè proprio nel periodo durante il quale Bergamo ha accresciuto maggiormente la propria fama turistica internazionale.

Dunque il turismo dei grandi numeri, tanto esaltato dalla politica e dalle associazioni di categoria come un successo del paese e un orgoglio nazionale, rappresenta veramente una «miniera d’oro» come ne dicono i suoi sostenitori, oppure si dimostra un turismo estrattivo cioè che estrae risorse e vitalità dai territori senza di contro lasciare benefici e vantaggi adeguati, come rimarcano molti esperti del tema? Ovvero, per dirla in parole povere: veramente il turismo produce ricchezza e sviluppo o genera povertà e degrado?

Le molte situazioni similari a quella che si registra a Bergamo impongono di farsi domande del genere e di trovare risposte adeguate. E se la politica – per sue varie inadempienze, colpe, noncuranze – non è in grado di farlo, deve farlo la società civile, sviluppando la massa critica necessaria a imporre alla prima di trovare le migliori risposte possibili e agire per il bene dei luoghi e di chi li abita, invece di lodare ciò che rischia seriamente di immiserirli.

Se il turismo smette di essere cultura e pensa solo all’economia

Sono a pranzo dai miei e, al Tg che stanno guardando alla tivù, passa un ennesimo servizio che esalta il turismo come «driver economico» per i territori che coinvolge. Cosa verissima, sia chiaro: che il turismo rappresenti un’economia di prim’ordine un po’ ovunque si manifesti è indubitabile.

Di contro, per l’ennesima volta – assistendo a quell’ennesimo servizio giornalistico – la sensazione vivida è che il turismo che diventa “economia forte” trascura del tutto la sua natura primigenia che invece è pienamente culturale.

Il turismo, ovvero il viaggio, è (forse) l’esperienza culturale umana per antonomasia, fin da quando l’uomo preistorico è uscito dal riparo delle caverne in cui dimorava e ha cominciato a esplorare il mondo. E lo è perché il viaggio del “turista”  – esperienza culturale – si manifesta come relazione parimenti culturale con il paesaggio che è a sua volta un elemento culturale primario, sia esso naturale oppure antropizzato ovvero si tratti di monumenti della Natura o dell’arte umana. Posto ciò, nel momento in cui il turismo dimentica (funzionalmente) la sua matrice culturale per manifestarsi unicamente come “driver economico”, ecco che diventa inesorabilmente  -ma non sempre inconsapevolmente – un elemento di degrado e di depauperamento dei territori che coinvolge. Fino ad assumere le realtà e le dinamiche del sovraturismo o overtourism, per le quali il turismo estrae valore, benessere, vigore sociale e identità dai territori – per questo in tali casi viene definito “estrattivo” – senza lasciare nulla in cambio. Anzi, lasciando rapidamente dietro di sé le macerie derivanti dal proprio sovrasfruttamento. Macerie che a volte non si vedono nella località turistica/turistificata – che diventa un non luogo ma senza che ciò venga percepito da molti, al contrario venendo riconosciuto come “più familiare” e dunque apparentemente gradito – e che invece si manifestano in modi ben più gravi e deleteri nelle comunità che abitano le località coinvolte. Le quali, infatti, inesorabilmente perdono vitalità urbana e economica, socialità, servizi di base (deviati a favore dei bisogni del turista), benessere residenziale, perdono abitanti che preferiscono andarsene altrove prima di soccombere definitivamente, perdono anima, coscienza di luogo, identità culturale.

Fino a che perderanno pure quel turismo il quale, una volta estratto tutto ciò che si poteva ricavare e consumare dal luogo, lo abbandonerà al suo destino cambiando meta. In tal caso, la speranza è che non tutto nei luoghi soggetti a queste dinamiche sia stato devitalizzato e le loro comunità residue, riacquisite consapevolezza e coscienza di luogo, riescano a riprendersi facendo tesoro di quanto accaduto e rifiutando radicalmente ogni eventuale tentativo di ritorno di quel modello di turismo-driver (mono)economico, estrattivo, per contemplare una frequentazione turistica di matrice nuovamente e compiutamente culturale, che ruoti intorno al benessere della comunità e non più al business dei tour operator, ai bisogni degli abitanti e non alle esigenze dei turisti, alla valorizzazione autentica dei territori e dei paesaggi e non alla messa a valore di essi per farne beni di consumo da vendere – a volte svendere – sul mercato turistico.

Insomma, che il tutto torni a manifestare – oltre a ogni altra cosa possibile – un’autentica e compiuta anima culturale. Di quella cultura che dà valore ai luoghi, ai paesaggi e alla relazione di chi li vive e li frequenta consapevolmente assicurando loro vitalità e benessere oggi e ancor più domani. Quella cultura che fa la civiltà che ci rappresenta e, in fondo, ci rende compiutamente umani, che si sia residenti, turisti, viaggiatori, lavoratori ovvero semplici, ineludibili abitanti di questo nostro mondo.