Dunque, che facciamo con il turismo di montagna?

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Siamo a settembre, si sta concludendo un’ennesima “bella stagione” turistica montana fatta di code, assembramenti, sovraffollamenti, funivie e bus turistici presi d’assalto, parcheggi ingolfati, krapfen virali (quelli del Rifugio Friedrich August in Val di Fassa, divenuti il simbolo dell’overtourism alpino di quest’estate: ne avrete quasi certamente letto in giro) e altre amenità ormai consuete e prevedibili, al pari delle conseguenti e inesorabili discussioni, dei dibattiti, delle polemiche al riguardo che ormai sono diventate cronaca quotidiana anche sui maggiori media d’informazione, a riprova di quanto il tema sia ormai presente nella cosiddetta “opinione pubblica” – ma non di come venga bene o male disquisito, sia chiaro.

Tutte cose ampiamente previste, ripeto, e al proposito il 7 maggio scorso, dunque ben prima dell’inizio ufficiale dell’estate turistica, così scrivevo qui sul blog: «Alla fine della bella stagione che sta per iniziare, tutto – ma proprio tutto quanto – sarà rimasto come prima, come all’inizio della stagione, come l’anno prima, come cinque anni prima che però non c’era tutta questa gente nonostante fossimo appena usciti dal Covid. Scommettiamo?»

Come scrivevo allora, speravo e spero di perderla una tale scommessa: ad esempio, secondo “Il Post”, uno dei media nazionali più importanti che ha dato spesso conto della stagione in corso, gli albergatori delle Dolomiti – territorio montano come sempre emblematico forse più di ogni altro sul tema, almeno per le Alpi italiane – inizierebbero a rivalutare le scelte di questi anni:

È come se le code avessero fatto scattare qualcosa: una consapevolezza nuova della necessità di limiti che nessuno aveva mai stabilito, come se ci si fosse accorti all’improvviso che il modello turistico delle Dolomiti sia sfuggito di mano e che forse serve darsi una regolata.

D’altro canto nello stesso articolo de “Il Post” si osserva che

È illusorio pensare che i turisti possano diventare velocemente più responsabili: è un’evoluzione culturale troppo lenta rispetto a quella infrastrutturale e commerciale che sulle Dolomiti ha spinto e continua a spingere nella direzione del consumo, del non luogo.

Ma non sono le orde di turisti il “problema” vero, ovvero non quello principale: certa fruizione discutibili e in concreto deleteria dei territori montani non nasce per caso, e il turista che sale a oltre 2000 metri di quota per mangiarsi un krapfen formalmente uguale a quelli che già mangia in città (non è detto che questi siano meno buoni!) e del quale ha solamente letto sui social ma non si guarda nemmeno intorno se non per scattarsi il selfie di rito e dunque non capisce con adeguata consapevolezza dove si trova e come interagisce con il luogo è a sua volta una vittima di tale dinamica, non il sicario e tanto meno il mandante. La sola sua pecca è (perdonatemi la franchezza) di non riaccendere il cervello almeno per qualche attimo e comprendere il senso reale di ciò che sta facendo; ma quanti metterebbero la mano sul fuoco garantendo di non comportarsi allo stesso modo, se si ritrovassero in circostanze similari? E chi è sicuro che alcuni di quelli che si sono messi in coda per il krapfen del rifugio della Val di Fassa non siano in altri ambiti dei turisti più consapevoli e responsabili di tanti altri che altrove si vantano di esserlo?

[I krapfen del Rifugio Friedrich August. Immagine tratta dalla pagina Facebook del rifugio.]
Di contro, le montagne non sono state turistificate in pochi anni o solo dal Covid in poi, come qualcuno pensa: il loro successo turistico e commerciale (o il disastro che stanno subendo, se si osserva la realtà dalla parte opposta) è frutto di decenni di infrastrutturazione poco o nulla pianificata – in senso politico, innanzi tutto – e ancor più di narrazioni che puntavano proprio a ottenere ciò che oggi constatiamo concretamente. In altre parole, e per tornare alle osservazioni de “Il Post”, la zappa sui piedi se la sono tirata da soli gli stessi operatori turistici, sulle Dolomiti e altrove, puntando per anni a massimizzare i propri introiti e quindi a gonfiare a più non posso la propria filiera turistica, ingigantendo parimenti la turistificazione delle proprie montagne. La politica, spesso incompetente e come sempre inadeguata (salvo rarissimi casi), invece di elaborare una pianificazione organica e strategica a lungo termine dello sviluppo socioeconomico dei territori amministrati, nel quale il turismo rappresentasse una parte certo importantissima ma non preponderante e soffocante ogni altra, ha pensato e pensa ancora solo (o quasi) a come sfruttare la turistificazione crescente a proprio vantaggio propagandistico, alimentandola con cifre spropositate di denaro pubblico ovviamente prelevato al sostegno finanziario di ogni altro elemento necessario a quella pianificazione organica e strategica tanto necessaria quanto (funzionalmente) assente.

Ora, uscire da una realtà del genere è parecchio difficile. Anzi, non lo sarebbe così tanto se vi fosse una volontà condivisa nel ripensarla veramente, la realtà corrente, nel cambiare i suoi paradigmi, nel riacquisire quel buon senso che si pensa(va) genetico innanzi tutto nelle genti di montagna fino a che pure tra le vette il “dio soldo” non ha sostituito ogni altro nume tutelare – a partire dal loro Genius Loci, dalla loro anima originale e peculiare – e alimentato quella che l’amico e Presidente di Mountain Wilderness Italia Luigi Casanova chiama «l’imprenditoria degli affamati». Io la definirei più un’imprenditoria dei bulimici, perché mi pare che la fame degli “affamati” in questione sia chiaramente – in molti casi – un’autentica voracità economica patologica veramente assimilabile a un disturbo psicogeno: d’altro canto, quando pur di fare sempre più soldi si arriva a degradare e rovinare il motivo principale per il quale si fanno – il paesaggio montano – come si può non pensare a un vero e proprio disagio cognitivo-comportamentale? E ha ragione Casanova a sostenere che

Chi abita in montagna ha la responsabilità storica di aver sostenuto questo modello economico improntato all’eccesso, al consumo di suolo montano, preferendo il profitto immediato alla tutela del bene comune e dell’ambiente.

In effetti non mi pare che in passato siano giunti sulle Alpi grandi tour operator, o altri soggetti simili, che abbiano imposto i propri modelli turistici massificati ai locali e alle loro piccole pensioni familiari imponendo loro di trasformarle in resort da centinaia di posti letto, o di sostituire forzatamente piccoli skilift e spartane seggiovie con mega cabinovie da portate orarie di migliaia di persone. Ci sono arrivati certamente sulle Alpi, quei soggetti industriali, ma anche perché “sollecitati” dai locali che, intuendo (legittimamente) guadagni fino a prima impossibili e insperabili e per ciò gettando al vento (molto meno legittimamente) ogni relazione culturale e qualsiasi senso del contesto con le proprie montagne – ovvero assoggettandosi a quei fenomeni di spaesamento, alienazione e disagio esistenziale già identificati anni fa ad esempio da Annibale Salsa -, hanno deciso di farsi discepoli integralisti del suddetto “dio soldo” e amen.

[Una delle due immagini qui sopra è vera, l’altra è generata con l’IA. Ma non c’è molta differenza tra le due, vero?]
Infine, c’è un ulteriore elemento fondamentale che è parte integrante e invero protagonista assoluto del tema del turismo montano, ma che ancora resta parecchio ai margini dei dibattiti conseguenti: le comunità locali, e intendo soprattutto quella parte di comunità che non è coinvolta nelle attività della filiera turistica locale e per ciò ne subisce in modo ancora più significativo le eventuali conseguenze negative. Fateci caso: i locali “non turistificati” vengono citati (ma non per questo realmente considerati) solo quando cominciano a lamentarsi in maniera plateale degli eccessi della presenza turistica nei propri territori, altrimenti sembra quasi che non esistano ovvero che siano un contorno secondario alle realtà in questione. Ma, come ricordo sempre, il turista più o meno cafone o consapevole a fine vacanza se ne torna a casa, l’abitante della meta turistica e del luogo che così è identificato ci resta, e se a fine stagione turistica non subisce più il disturbo e il disagio dell’eccesiva presenza di turisti spesso ne subisce altri che si crede che il turismo possa contrastare e risolvere e invece no: il degrado della qualità dei servizi di base, la chiusura di scuole e ambulatori (qui un esempio emblematico al riguardo), il taglio nei trasporti pubblici e quelle tante altre evenienze delle quali spesso si dà notizia, che non di rado fanno decidere a molti di andarsene dai propri paesi montani così pesantemente turistificati, banalizzati, non luoghizzati. Ecco, trascurare le comunità locali in qualsivoglia dibattito più o meno valido sul turismo in montagna, per quanto ho appena osservato e per mille altri validissimi motivi, è sempre una cosa deprecabile, insensata e ipocrita.

[Un servizio RAI del 17 agosto scorso sul Lago di Braies, altra meta ovetouristificata delle Dolomiti. Cliccate sull’immagine per vederlo.]
Dunque, per tornare alla domanda che fa da titolo a questo articolo: posto tutto quanto avete letto fino qui e il resto che dà sostanza alla questione, che facciamo, concretamente, con il turismo di montagna?

Le risposte valide possono essere diverse, soprattutto quando non vengano dalla politica attuale (lo so, è un’affermazione populista, ma smentitemela se ci riuscite). Secondo me, proprio per ciò che avete letto fino a qui, diventa sempre più importante e necessario lavorare nei contesti locali con le comunità, tanto con chi ne fa parte che lavora nel turismo quanto con chi non ne fa parte e abita stabilmente e attivamente in loco. Se è vero che risulta illusorio pensare che i turisti possano diventare velocemente più responsabili, è altrettanto vero che i locali, per motivi evidenti, sono molto più velocemente responsabilizzabili ma non attraverso l’imposizione di normative e regolamenti (a volte utili ma spesso visti con insofferenza, inutile osservarlo), semmai con l’interlocuzione costante, la partecipazione attiva ai processi decisionali locali, la politica “dal basso”, la coltivazione di una massa critica edotta e consapevole e dunque, prima di tutto, con una riattivazione della relazione culturale – sociologica, antropologica, identitaria ma, per compendio, scrivo culturale – tra i luoghi e chi li abita, quella relazione che dà forma e sostanza ai paesaggi locali «il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni», come rimarca la relativa Convenzione Europea. Ciò determina che se si gestisce male il paesaggio – il territorio, gli ambienti naturali, i luoghi, i beni comuni che possiede, le “risorse” che offre, eccetera – si gestisce male l’umanità che lo vive e vi interagisce, dunque non solo l’abitante stanziale ma pure il visitatore occasionale. Le comunità locali devono avere ben chiare queste nozioni: su di esse, sui doveri e sulle responsabilità che impongono (alla tutela ambientale e dei beni comuni, ad esempio) così come sui diritti e sui benefici che vi scaturiscono (di godere del benessere che offre un paesaggio gestito con equilibrio, per dirne uno), si deve innanzi tutto costruire, o nel caso ri-costruire, la relazione culturale profonda tra di esse e le loro montagne.

[Le code di turisti per accaparrarsi i krapfen al rifugio Friedrich August. Immagine tratta da “Today.it“.
Peraltro, da tali dinamiche di (ri)presa di coscienza attiva e consapevole da elaborare e alimentare presso le comunità, può e deve derivare un altro obiettivo estremamente importante: la rigenerazione della rappresentatività politico-sociale dei territori montani e della conseguente rappresentanza individuata (in modi liberamente stabiliti) nelle comunità stesse, che facciano tornare i territori stessi ad avere voce forte, chiara e ben ascoltata presso i consessi amministrativi ai livelli locali e a quelli superiori. Ancora oggi, troppe volte, la montagna subisce iniziative elaborate e decretate in sedi ben lontane dai monti da soggetti privi delle competenze – tecniche, scientifiche, umanistiche – necessarie alla buona gestione politico-amministrativa di essi: è una realtà che viene ribadita da lustri senza che tuttavia nulla venga formulato al fine di cambiare, anche qui, il paradigma di fondo, legato a mere logiche di potere e di influenza politica. Be’, anche qui, appunto, è ora di cambiare strada, di ritornare a muoverci verso il futuro invece di rimanere a girondolare in un presente sempre più stantio, sempre più obsoleto e ammuffente.

Credo che ogni soggetto che intenda operare a vario titolo per il bene dei territori e delle comunità della montagna italiana – il bene ambientale, ecologico, sociale, economico, culturale, turistico, eccetera –  debba sempre più impegnarsi su questo fronte e in tali azioni comunitarie concrete, e altresì sono certo che la migliore pianificazione possibile della frequentazione turistica delle montagne debba inevitabilmente contemplare la presenza attiva, edotta e consapevole, dunque decisionale, delle comunità locali – sia che operino nelle filiere turistiche e sia che non ne facciano parte, ribadisco di nuovo – oltre ai soggetti che sappiano fornire le più adeguate competenze tecniche, scientifiche, umanistiche (ce ne sono molti in Italia e parecchio validi, dalle università agli istituti di ricerca alle organizzazioni, associazioni e reti multidisciplinari). La politica, il cui potere di rappresentanza si è ampiamente smarrito nel tempo, come ho anche indirettamente spiegato fino a qui, dovrà infine fornire gli strumenti istituzionali per mettere a terra quanto elaborato e strutturato in sede locale, facendo di ogni cosa realizzata un’opera compiutamente condivisa e comunitaria.

Ecco, questa, secondo me, è una buona risposta (e spero anche valida) alla domanda sopra suggerita. Sicuramente mi auguro lo sia per me che, nei prossimi mesi, mi impegnerò sempre più in quella dimensiona comunitaria montana nel solco qui sopra delineato. Ripeto, ce ne possono ovviamente essere tante altre di risposte buone e valide: l’importante è che ci siano, che vengano formulate, discusse, elaborate e poi quanto più possibile messe in atto.

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
Viceversa, la sorte delle nostre montagne temo non sarà così fausta. Imporremo loro una decadenza viepiù inarrestabile e, per giunta, oltre modo folle, come quella dei passeggeri di una nave che sta affondando e, con l’acqua ormai alle caviglie, invece di pensare a come salvare l’imbarcazione restano ancora lì a litigare su chi abbia commesso l’errore che ne cagionerà l’inabissamento.

Quando l’uomo sa(peva) dialogare con il territorio

L’immagine che vedete qui sopra, tratta da una vecchia pubblicazione del Touring Club Italiano (degli anni Sessanta del Novecento, probabilmente) mostra l’abitato di Dosoledo, una frazione del comune di Comelico Superiore, in provincia di Belluno. Come rimarca l’amico Angelo Borroni, che me l’ha inviata a seguito di una mia disquisizione sul paesaggio montano antropizzato, è un’immagine meravigliosa per come mostri le funzioni urbane dell’abitato perfettamente allineate alla morfologia del territorio e in armonia con il paesaggio alla cui elaborazione equilibrata contribuiscono: la linea dei fienili, il villaggio abitativo, i prati e le strutture di supporto alle attività rurali, la fascia boschiva a proteggere le case. Un’immagine che rappresenta una emblematica lezione di paesaggio antropizzato che Angelo, ex docente della Statale di Milano, ha mostrato per decenni ai propri studenti, e che racconta di un rapporto equilibrato e consapevole degli abitanti del posto con le proprie montagne, pur al netto delle criticità quotidiane che certamente la vita lassù comportava.

L’ordine urbanistico di Dosoledo manifesta il dialogo attivo tra il territorio e i suoi abitanti, la capacità di lettura delle sue morfologie, la comprensione – consapevole o innata – della geografia locale, la percezione che un territorio ordinato nel quale ogni elemento antropico deve trovare un legame non solo funzionale con quelli naturali e ambientali è la base per uno sviluppo equilibrato del territorio stesso e per la migliore abitabilità e vivibilità possibile, oltre che per la sua tutela non tanto in senso ambientale quanto più realmente ecologico, di ecosistema del quale si è parte ineludibile e quindi alla cui buona salute generale bisogna concorrere.

Ogni volta in cui invece il dialogo tra territorio e abitanti si è rotto, o è stato interrotto da elementi esterni alla dimensione locale al fine di imporvi meri soliloqui per i quali la voce dei luoghi e dei territori locali dava solo fastidio, ne è scaturito un gran disordine urbanistico e una disarmonia paesaggistica che inevitabilmente ha finito per alterare tanto i luoghi quanto la loro abitabilità. Ciò è accaduto quando alla percezione sostanzialmente ecologica del territorio si è sostituita la concezione esclusivamente economica dello stesso, alienata dai fattori locali e d’altro canto incapace di coglierne il valore specifico.

Di esempi al riguardo ce ne sono fin troppi sulle nostre montagne; ad esempio l’immagine sottostante di Foppolo, località il cui territorio è stato totalmente asservito all’economia turistico-sciistica e soggiogato al suo soliloquio, mostra bene quale caos urbanistico ciò abbia generato e quale conseguente degrado del paesaggio locale:

Tanti palazzoni, esteticamente discutibili, che sembrano buttati a casi nel territorio, senza nessuna programmazione urbanistica e tanto meno senza alcuna attenzione all’armonia con le forme del paesaggio circostante, la cui unica funzionalità è palesemente quella di mettere a valore la porzione di terreno occupata sfruttandola il più possibile, giammai di abbellirlo in modo organico con le altre costruzioni. Una totale assenza di dialogo con il territorio, insomma: nemmeno ricercato, rifiutato da subito perché fastidioso e inutile, con il risultato di un luogo alieno e alienante, estraneo, incongruo, brutto in mezzo a bellissime montagne.

Ma, lo ripeto, di esempi simili a quello di Foppolo, e pure di peggiori, ce ne sono a iosa sulle montagne italiane.

[Immagine tratta dalla pagina Facebook “Chèi da Dudlè (Quelli da Dosoledo)”, mentre quella sopra è di Google Earth.]
Nota finale, sospesa tra il bene e il male: come mostrano le immagini recenti soprastanti Dosoledo è rimasto pressoché uguale a come venne raffigurato nell’immagine del Touring Club inviatami da Angelo Borroni, e infatti è considerato uno dei più bei villaggi di montagna del bellunese. Certo i pascoli alle spalle del nucleo abitato hanno subito un parziale rimboschimento rispetto all’ampiezza di un tempo, ma nel complesso l’equilibrio paesaggistico locale si è preservato.

Tuttavia Padola, altra località del comune di Comelico Superiore posta proprio di fronte a Dosoledo, è coinvolta nel famigerato progetto di collegamento sciistico con la Val Pusteria e con il Dolomiti SuperSki: un’idea di turistificazione pesante del territorio insensata sotto molti punti di vista, come ho denunciato qualche tempo fa in questo articolo e in quest’altro precedente, che certamente avrebbe effetti deleteri anche sul paesaggio di Dosoledo. C’è solo da sperare che quel progetto, evidente risultato della totale mancanza di dialogo con il territorio locale ovvero di una sua concezione esclusivamente economica e speculativa, resti sulla carta, e che l’armonia paesaggistica di Dosoledo porti altrettanta armonia mentale e culturale in chi governa le sorti del suo meraviglioso territorio.

L’Alto Adige/Südtirol si salverà dall’iperturismo o finirà per soccombervi?

[Foto di Connor Stirling su Unsplash.]
L’Alto Adige/Südtirol rappresenta ormai da tempo un “caso turistico” emblematico, tanto nel bene quanto nel male: da questo punto di vista il Seceda lo ha palesato di recente ma non è che l’ultima di una lunga serie di vicende (Braies, le Tre Cime di Lavaredo, il traffico sui passi dolomitici, il Dolomiti Superski…) che hanno ribadito la realtà di fatto altoatesina al riguardo.

D’altro canto nel 2024 la Provincia Autonoma di Bolzano ha registrato l’arrivo di 8,7 milioni di turisti e 37,1 milioni di pernottamenti turistici, al netto di quelli delle seconde case; l’intensità turistica (pernottamenti per 1.000 abitanti) è la più alta di tutte le Alpi orientali e la terza delle regioni Nuts-II dell’Unione Europea. Il solo comune di Castelrotto, settemila abitanti, nel 2024 ha registrato 1,8 milioni di pernottamenti, cioè quasi tre volte i residenti. Sono dati che non lasciano spazio a dubbi su che l’Alto Adige/Südtirol abbia ormai superato o sia prossimo a superare ogni limite di sopportabilità turistica. Tutto questo nonostante nel 2022 la Provincia di Bolzano, basandosi su un ottimo studio strategico di Eurac Research, aveva fissato il tetto massimo annuo di pernottamenti a 34 milioni: un’iniziativa certamente esemplare ma che nei fatti è rimasta sulla carta (venne subito contestata e osteggiata dall’Associazione Albergatori provinciale, guarda caso), visto il dato del 2024 che ha ampiamente superato quel “tetto massimo”.

Che fine farà l’Alto Adige/Südtirol, dunque? Riuscirà a salvaguardarsi dall’overtourism crescente e dall’eccessiva pressione antropica sulle sue montagne, preservando di contro l’alta qualità della sua offerta turistica, o finirà per soccombervi degradando sia il proprio ambiente naturale, sia la dimensione socioeconomica locale oggi assunta a modello da tanti?

Al riguardo Thomas Benedikter, scrittore, economista, collaboratore dell’associazione Heimatpflegeverband Südtirol, ha pubblicato su “Altræconomia” alcune ottime considerazioni sulla realtà turistica altoatesina/sudtirolese, elaborando alcune proposte concrete per tentarne la salvaguardia ovvero evitarne il tracollo definitivo. Proposte che peraltro risultano valide per ogni altro territorio sottoposto alle stesse dinamiche di “supersfruttamento turistico.”

Vi invito a leggere l’articolo di Benedikter cliccando sull’immagine lì sopra.

Il collegamento sciistico tra Padola (Comelico) e Sesto (Pusteria), ovvero: quando lo sci nel pensare di autolegittimarsi finisce per rinnegare sé stesso

[Veduta invernale di Padola. Foto di Antonio De Lorenzo, opera propria, CC BY 2.5, fonte  commons.wikimedia.org.]
Che l’industria turistica dello sci appaia spesso come un’entità avulsa dalla realtà della montagna contemporanea, quando non sostanzialmente alienata da essa, è una circostanza che da tempo molti osservano: l’esempio classico è quando vengano proposte nuove infrastrutture sciistiche a quote dove ormai non si riscontrano più le condizioni nivoclimatiche adatte, pur di tentare di perseverare il modello turistico e il relativo business economico.

A volte questo tentativo di imporre reiteratamente un modello turistico monoculturale in certi ambiti ormai superato assume i contorni del grottesco, quando siano i suoi stessi promotori a giustificarlo sostenendo cose che in realtà appaiono ottimi motivi per confutarlo, inficiandone qualsiasi presunta e pretesa bontà.

Un caso recente è apparso sul “Corriere delle Alpi”, lo vedete qui sopra: concerne il progettato collegamento sciistico tra Padola e il Comelico Superiore con il comprensorio di Sesto in Pusteria (lo vedete indicato nell’immagine qui sotto), parte del “Dolomiti SuperSki” e nell’articolo ne parla il principale promotore, mentre già da tempo arrivano le critiche al progetto da parte delle associazioni ambientaliste. Personalmente, della questione e di certi suoi aspetti significativi (e piuttosto bizzarri) avevo già scritto qui.

In forza del titolo di questo mio post, di seguito analizzo alcune delle affermazioni citate nell’articolo:

  • Padola come luogo «ideale per sciare»: la località si trova a 1215 metri di quota, pensare che lì già oggi ma ancor più in futuro si possa conservare al suolo la neve, anche artificiale, appare parecchio fantasioso.
  • Il Monte Colesei, dove giungono gli impianti di Padola e partirebbe il nuovo collegamento con Sesto, è alto 1950 m, dunque sotto la quota di 2000 metri ritenuta da tutti quella oltre la quale nel prossimo futuro lo sci su pista potrà preservarsi, mentre al di sotto sarà destinato a non essere più praticabile. D’altro canto gli stessi impianti del comprensorio “Drei Zinnen” di Sesto si trovano al di sotto dei 2000 m.
  • Sostenere che «Il turismo è l’attività più ecologica per sviluppare la valle» appare un’affermazione a dir poco forzata. Sia in senso generale, e sia perché si sta parlando di un turismo sciistico che abbisogna di infrastrutturare pesantemente il territorio tanto a monte, con impianti, piste e opere connesse, quanto a valle, dove si riverbera l’impatto ecologico maggiore dato dal traffico automobilistico, dalla necessità di consumare suolo naturale per ricavare parcheggi, dall’aumento di presenze turistiche in una località che conta meno di mille abitanti, dunque con un indice di carico turistico sicuramente critico.
  • Ugualmente, affermare che un progetto del genere alimenti l’indotto economico locale è quanto meno parziale e comunque verificabile concretamente solo sul medio-lungo termine; inoltre manifesta la pretesa che il territorio locale diventi totalmente dipendente dall’economia sciistica che resta e resterà sempre ad andamento stagionale dipendente da fattori estremamente variabili – quello climatico, innanzi tutto. Portare tale “giustificazione” come un dato oggettivo ma in verità non verificato appare come pura e semplice propaganda: è come garantire che un investimento in borsa farà ricco chi lo esegue senza mettere in conto che invece potrebbe accadere il contrario.
  • Ora una delle prime affermazioni contenute nell’articolo: Padola come «una piccola Cortina», cioè una delle località più devastate – materialmente e immaterialmente, a detta di tutti e in primis dagli stessi cortinesi – dai modelli turistici di massa. Ma vediamo al proposito qualche dato demografico di Cortina al cui modello si vorrebbe che Padola ambisse (cliccate sulle immagini per ingrandirle):

Come vedete, Cortina sta perdendo abitanti (più del 12% in meno di vent’anni), mentre la sua comunità è sempre più composta da persone anziane, con scarso ricambio della popolazione attiva, indice di struttura (cioè il grado di invecchiamento della popolazione in età lavorativa) pessimo e bassissimo indice di natalità; al riguardo ne ha scritto di recente anche “L’AltraMontagna“.. Evidentemente a Cortina il turismo non sta portando grandi vantaggi alla comunità residente, anzi. E Padola dovrebbe ambire a questo modello?

  • Dulcis in fundo, guardate la foto della zona in questione pubblicata a corredo dell’articolo, che risale al recente periodo festivo di fine anno, con pochissima neve in quota – ovviamente artificiale sulle piste – e i prati verdi nel fondovalle. Un’immagine del tutto emblematica della realtà montana contemporanea locale e non solo) e allo stesso tempo palesemente confutante molte delle affermazioni contenute nell’articolo e anche qui da me rilevate.

Insomma, non c’è molto altro da aggiungere, dal mio punto di vista.

Dunque per concludere cito solo Carlo Alberto Zanella, presidente del CAI Alto Adige, che al riguardo ha scritto in un suo post su Facebook:

Il Comelico avrebbe la grande occasione di rilanciarsi come zona ambientalmente intatta, lontana da interessi speculativi, dove la montagna, le malghe, i rifugi, i prati ed i boschi sono ancora preservati dal turismo di massa e non deve ascoltare le lusinghe di chi vorrebbe sfruttare le sue bellezze per aumentare i propri affari. Ad ascoltare le lusinghe dei sudtirolesi ci guadagnerebbero solo i turisti proprietari di appartamenti che vedrebbero aumentare il valore dei loro immobili.