Dunque, che facciamo con il turismo di montagna?

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Siamo a settembre, si sta concludendo un’ennesima “bella stagione” turistica montana fatta di code, assembramenti, sovraffollamenti, funivie e bus turistici presi d’assalto, parcheggi ingolfati, krapfen virali (quelli del Rifugio Friedrich August in Val di Fassa, divenuti il simbolo dell’overtourism alpino di quest’estate: ne avrete quasi certamente letto in giro) e altre amenità ormai consuete e prevedibili, al pari delle conseguenti e inesorabili discussioni, dei dibattiti, delle polemiche al riguardo che ormai sono diventate cronaca quotidiana anche sui maggiori media d’informazione, a riprova di quanto il tema sia ormai presente nella cosiddetta “opinione pubblica” – ma non di come venga bene o male disquisito, sia chiaro.

Tutte cose ampiamente previste, ripeto, e al proposito il 7 maggio scorso, dunque ben prima dell’inizio ufficiale dell’estate turistica, così scrivevo qui sul blog: «Alla fine della bella stagione che sta per iniziare, tutto – ma proprio tutto quanto – sarà rimasto come prima, come all’inizio della stagione, come l’anno prima, come cinque anni prima che però non c’era tutta questa gente nonostante fossimo appena usciti dal Covid. Scommettiamo?»

Come scrivevo allora, speravo e spero di perderla una tale scommessa: ad esempio, secondo “Il Post”, uno dei media nazionali più importanti che ha dato spesso conto della stagione in corso, gli albergatori delle Dolomiti – territorio montano come sempre emblematico forse più di ogni altro sul tema, almeno per le Alpi italiane – inizierebbero a rivalutare le scelte di questi anni:

È come se le code avessero fatto scattare qualcosa: una consapevolezza nuova della necessità di limiti che nessuno aveva mai stabilito, come se ci si fosse accorti all’improvviso che il modello turistico delle Dolomiti sia sfuggito di mano e che forse serve darsi una regolata.

D’altro canto nello stesso articolo de “Il Post” si osserva che

È illusorio pensare che i turisti possano diventare velocemente più responsabili: è un’evoluzione culturale troppo lenta rispetto a quella infrastrutturale e commerciale che sulle Dolomiti ha spinto e continua a spingere nella direzione del consumo, del non luogo.

Ma non sono le orde di turisti il “problema” vero, ovvero non quello principale: certa fruizione discutibili e in concreto deleteria dei territori montani non nasce per caso, e il turista che sale a oltre 2000 metri di quota per mangiarsi un krapfen formalmente uguale a quelli che già mangia in città (non è detto che questi siano meno buoni!) e del quale ha solamente letto sui social ma non si guarda nemmeno intorno se non per scattarsi il selfie di rito e dunque non capisce con adeguata consapevolezza dove si trova e come interagisce con il luogo è a sua volta una vittima di tale dinamica, non il sicario e tanto meno il mandante. La sola sua pecca è (perdonatemi la franchezza) di non riaccendere il cervello almeno per qualche attimo e comprendere il senso reale di ciò che sta facendo; ma quanti metterebbero la mano sul fuoco garantendo di non comportarsi allo stesso modo, se si ritrovassero in circostanze similari? E chi è sicuro che alcuni di quelli che si sono messi in coda per il krapfen del rifugio della Val di Fassa non siano in altri ambiti dei turisti più consapevoli e responsabili di tanti altri che altrove si vantano di esserlo?

[I krapfen del Rifugio Friedrich August. Immagine tratta dalla pagina Facebook del rifugio.]
Di contro, le montagne non sono state turistificate in pochi anni o solo dal Covid in poi, come qualcuno pensa: il loro successo turistico e commerciale (o il disastro che stanno subendo, se si osserva la realtà dalla parte opposta) è frutto di decenni di infrastrutturazione poco o nulla pianificata – in senso politico, innanzi tutto – e ancor più di narrazioni che puntavano proprio a ottenere ciò che oggi constatiamo concretamente. In altre parole, e per tornare alle osservazioni de “Il Post”, la zappa sui piedi se la sono tirata da soli gli stessi operatori turistici, sulle Dolomiti e altrove, puntando per anni a massimizzare i propri introiti e quindi a gonfiare a più non posso la propria filiera turistica, ingigantendo parimenti la turistificazione delle proprie montagne. La politica, spesso incompetente e come sempre inadeguata (salvo rarissimi casi), invece di elaborare una pianificazione organica e strategica a lungo termine dello sviluppo socioeconomico dei territori amministrati, nel quale il turismo rappresentasse una parte certo importantissima ma non preponderante e soffocante ogni altra, ha pensato e pensa ancora solo (o quasi) a come sfruttare la turistificazione crescente a proprio vantaggio propagandistico, alimentandola con cifre spropositate di denaro pubblico ovviamente prelevato al sostegno finanziario di ogni altro elemento necessario a quella pianificazione organica e strategica tanto necessaria quanto (funzionalmente) assente.

Ora, uscire da una realtà del genere è parecchio difficile. Anzi, non lo sarebbe così tanto se vi fosse una volontà condivisa nel ripensarla veramente, la realtà corrente, nel cambiare i suoi paradigmi, nel riacquisire quel buon senso che si pensa(va) genetico innanzi tutto nelle genti di montagna fino a che pure tra le vette il “dio soldo” non ha sostituito ogni altro nume tutelare – a partire dal loro Genius Loci, dalla loro anima originale e peculiare – e alimentato quella che l’amico e Presidente di Mountain Wilderness Italia Luigi Casanova chiama «l’imprenditoria degli affamati». Io la definirei più un’imprenditoria dei bulimici, perché mi pare che la fame degli “affamati” in questione sia chiaramente – in molti casi – un’autentica voracità economica patologica veramente assimilabile a un disturbo psicogeno: d’altro canto, quando pur di fare sempre più soldi si arriva a degradare e rovinare il motivo principale per il quale si fanno – il paesaggio montano – come si può non pensare a un vero e proprio disagio cognitivo-comportamentale? E ha ragione Casanova a sostenere che

Chi abita in montagna ha la responsabilità storica di aver sostenuto questo modello economico improntato all’eccesso, al consumo di suolo montano, preferendo il profitto immediato alla tutela del bene comune e dell’ambiente.

In effetti non mi pare che in passato siano giunti sulle Alpi grandi tour operator, o altri soggetti simili, che abbiano imposto i propri modelli turistici massificati ai locali e alle loro piccole pensioni familiari imponendo loro di trasformarle in resort da centinaia di posti letto, o di sostituire forzatamente piccoli skilift e spartane seggiovie con mega cabinovie da portate orarie di migliaia di persone. Ci sono arrivati certamente sulle Alpi, quei soggetti industriali, ma anche perché “sollecitati” dai locali che, intuendo (legittimamente) guadagni fino a prima impossibili e insperabili e per ciò gettando al vento (molto meno legittimamente) ogni relazione culturale e qualsiasi senso del contesto con le proprie montagne – ovvero assoggettandosi a quei fenomeni di spaesamento, alienazione e disagio esistenziale già identificati anni fa ad esempio da Annibale Salsa -, hanno deciso di farsi discepoli integralisti del suddetto “dio soldo” e amen.

[Una delle due immagini qui sopra è vera, l’altra è generata con l’IA. Ma non c’è molta differenza tra le due, vero?]
Infine, c’è un ulteriore elemento fondamentale che è parte integrante e invero protagonista assoluto del tema del turismo montano, ma che ancora resta parecchio ai margini dei dibattiti conseguenti: le comunità locali, e intendo soprattutto quella parte di comunità che non è coinvolta nelle attività della filiera turistica locale e per ciò ne subisce in modo ancora più significativo le eventuali conseguenze negative. Fateci caso: i locali “non turistificati” vengono citati (ma non per questo realmente considerati) solo quando cominciano a lamentarsi in maniera plateale degli eccessi della presenza turistica nei propri territori, altrimenti sembra quasi che non esistano ovvero che siano un contorno secondario alle realtà in questione. Ma, come ricordo sempre, il turista più o meno cafone o consapevole a fine vacanza se ne torna a casa, l’abitante della meta turistica e del luogo che così è identificato ci resta, e se a fine stagione turistica non subisce più il disturbo e il disagio dell’eccesiva presenza di turisti spesso ne subisce altri che si crede che il turismo possa contrastare e risolvere e invece no: il degrado della qualità dei servizi di base, la chiusura di scuole e ambulatori (qui un esempio emblematico al riguardo), il taglio nei trasporti pubblici e quelle tante altre evenienze delle quali spesso si dà notizia, che non di rado fanno decidere a molti di andarsene dai propri paesi montani così pesantemente turistificati, banalizzati, non luoghizzati. Ecco, trascurare le comunità locali in qualsivoglia dibattito più o meno valido sul turismo in montagna, per quanto ho appena osservato e per mille altri validissimi motivi, è sempre una cosa deprecabile, insensata e ipocrita.

[Un servizio RAI del 17 agosto scorso sul Lago di Braies, altra meta ovetouristificata delle Dolomiti. Cliccate sull’immagine per vederlo.]
Dunque, per tornare alla domanda che fa da titolo a questo articolo: posto tutto quanto avete letto fino qui e il resto che dà sostanza alla questione, che facciamo, concretamente, con il turismo di montagna?

Le risposte valide possono essere diverse, soprattutto quando non vengano dalla politica attuale (lo so, è un’affermazione populista, ma smentitemela se ci riuscite). Secondo me, proprio per ciò che avete letto fino a qui, diventa sempre più importante e necessario lavorare nei contesti locali con le comunità, tanto con chi ne fa parte che lavora nel turismo quanto con chi non ne fa parte e abita stabilmente e attivamente in loco. Se è vero che risulta illusorio pensare che i turisti possano diventare velocemente più responsabili, è altrettanto vero che i locali, per motivi evidenti, sono molto più velocemente responsabilizzabili ma non attraverso l’imposizione di normative e regolamenti (a volte utili ma spesso visti con insofferenza, inutile osservarlo), semmai con l’interlocuzione costante, la partecipazione attiva ai processi decisionali locali, la politica “dal basso”, la coltivazione di una massa critica edotta e consapevole e dunque, prima di tutto, con una riattivazione della relazione culturale – sociologica, antropologica, identitaria ma, per compendio, scrivo culturale – tra i luoghi e chi li abita, quella relazione che dà forma e sostanza ai paesaggi locali «il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni», come rimarca la relativa Convenzione Europea. Ciò determina che se si gestisce male il paesaggio – il territorio, gli ambienti naturali, i luoghi, i beni comuni che possiede, le “risorse” che offre, eccetera – si gestisce male l’umanità che lo vive e vi interagisce, dunque non solo l’abitante stanziale ma pure il visitatore occasionale. Le comunità locali devono avere ben chiare queste nozioni: su di esse, sui doveri e sulle responsabilità che impongono (alla tutela ambientale e dei beni comuni, ad esempio) così come sui diritti e sui benefici che vi scaturiscono (di godere del benessere che offre un paesaggio gestito con equilibrio, per dirne uno), si deve innanzi tutto costruire, o nel caso ri-costruire, la relazione culturale profonda tra di esse e le loro montagne.

[Le code di turisti per accaparrarsi i krapfen al rifugio Friedrich August. Immagine tratta da “Today.it“.
Peraltro, da tali dinamiche di (ri)presa di coscienza attiva e consapevole da elaborare e alimentare presso le comunità, può e deve derivare un altro obiettivo estremamente importante: la rigenerazione della rappresentatività politico-sociale dei territori montani e della conseguente rappresentanza individuata (in modi liberamente stabiliti) nelle comunità stesse, che facciano tornare i territori stessi ad avere voce forte, chiara e ben ascoltata presso i consessi amministrativi ai livelli locali e a quelli superiori. Ancora oggi, troppe volte, la montagna subisce iniziative elaborate e decretate in sedi ben lontane dai monti da soggetti privi delle competenze – tecniche, scientifiche, umanistiche – necessarie alla buona gestione politico-amministrativa di essi: è una realtà che viene ribadita da lustri senza che tuttavia nulla venga formulato al fine di cambiare, anche qui, il paradigma di fondo, legato a mere logiche di potere e di influenza politica. Be’, anche qui, appunto, è ora di cambiare strada, di ritornare a muoverci verso il futuro invece di rimanere a girondolare in un presente sempre più stantio, sempre più obsoleto e ammuffente.

Credo che ogni soggetto che intenda operare a vario titolo per il bene dei territori e delle comunità della montagna italiana – il bene ambientale, ecologico, sociale, economico, culturale, turistico, eccetera –  debba sempre più impegnarsi su questo fronte e in tali azioni comunitarie concrete, e altresì sono certo che la migliore pianificazione possibile della frequentazione turistica delle montagne debba inevitabilmente contemplare la presenza attiva, edotta e consapevole, dunque decisionale, delle comunità locali – sia che operino nelle filiere turistiche e sia che non ne facciano parte, ribadisco di nuovo – oltre ai soggetti che sappiano fornire le più adeguate competenze tecniche, scientifiche, umanistiche (ce ne sono molti in Italia e parecchio validi, dalle università agli istituti di ricerca alle organizzazioni, associazioni e reti multidisciplinari). La politica, il cui potere di rappresentanza si è ampiamente smarrito nel tempo, come ho anche indirettamente spiegato fino a qui, dovrà infine fornire gli strumenti istituzionali per mettere a terra quanto elaborato e strutturato in sede locale, facendo di ogni cosa realizzata un’opera compiutamente condivisa e comunitaria.

Ecco, questa, secondo me, è una buona risposta (e spero anche valida) alla domanda sopra suggerita. Sicuramente mi auguro lo sia per me che, nei prossimi mesi, mi impegnerò sempre più in quella dimensiona comunitaria montana nel solco qui sopra delineato. Ripeto, ce ne possono ovviamente essere tante altre di risposte buone e valide: l’importante è che ci siano, che vengano formulate, discusse, elaborate e poi quanto più possibile messe in atto.

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
Viceversa, la sorte delle nostre montagne temo non sarà così fausta. Imporremo loro una decadenza viepiù inarrestabile e, per giunta, oltre modo folle, come quella dei passeggeri di una nave che sta affondando e, con l’acqua ormai alle caviglie, invece di pensare a come salvare l’imbarcazione restano ancora lì a litigare su chi abbia commesso l’errore che ne cagionerà l’inabissamento.

Nessuna nuova cabinovia su aree tutelate tra la Valfurva e Bormio, «Però lo spopolamento…»

[Veduta della Valfurva da sopra San Nicolò verso Santa Caterina e il Passo di Gavia, con sullo sfondo il Pizzo Tresero. Immagine tratta da www.parrocchiedellavalfurva.it.]
Ieri, nelle “MONTAG/NEWS”, ho dato notizia del parere negativo della Provincia di Sondrio, a seguito della Valutazione d’Incidenza Ambientale, al nuovo impianto tra San Nicolò Valfurva e la ski area di Bormio, a causa delle tempistiche stringenti per ottenere i fondi e, soprattutto, perché l’impianto, le piste di discesa annesse e un nuovo parcheggio interessano «Elementi della Rete ecologica e andrebbero a frammentare un versante integro, proprio al confine con la ZPS» nonché con il territorio del Parco Nazionale dello Stelvio. Per ciò il comune di Valfurva ha dovuto accantonare i vecchi “sogni” di collegamento del proprio comprensorio con quello di Bormio e si è visto costretto a dirottare i fondi disponibili su altri interventi non legati allo sci. Al riguardo un commento del Sindaco di Valfurva mi è parso piuttosto emblematico:

Sul no ai nuovi impianti, aggiungo che il problema più grande della montagna è lo spopolamento. Se i giovani se ne vanno gli effetti si vedono anche in pianura.

Embè?

Obiettivamente, letta così sembrerebbe l’ennesima affermazione di quella convinzione per la quale senza lo sci la montagna si spopola e muore, tanto diffusa tra gli impiantisti e in certa politica quanto sostanzialmente infondata, come dimostrano palesemente i dati demografici delle località sciistiche.

[Santa Caterina Valfurva ha un parco impianti di risalita rinnovato dal 2004 in poi, con l’ultimo intervento nel 2025. Eppure lo spopolamento del comune è costante, segno che l’attività del comprensorio sciistico non sta affatto contrastando l’emigrazione degli locali.]
Cioè, la manifestazione di un bias cognitivo, di un formale “analfabetismo funzionale” per il quale si continuano a sostenere cose ormai insostenibili nonostante la realtà effettiva e i dati analitici che la dimostrano incontrovertibilmente. D’altro canto, e non a caso, lo stesso Sindaco di Valfurva ha dichiarato che i fondi per il nuovo impianto non sono stati sufficienti anche perché

Avevamo anche chiesto alle società di impianti se fossero disponibili a partecipare il progetto al 51% per altri 4,5 milioni di euro, ma nessuna si è fatta avanti.

Ma tu guarda! In pratica, gli stessi imprenditori dello sci, che pubblicamente (e legittimamente, dal loro punto di vista) difendono a spada tratta le proprie attività, sanno invece benissimo che certi progetti non possono più stare in piedi, non solo a causa della crisi climatica ma pure per ragioni prettamente economiche.

[La seggiovia Valbella nei pressi di Cima Bianca, punto più elevato del comprensorio sciistico di Bormio.]
Dunque, ribadisco la domanda fondamentale in queste circostanze: siamo proprio sicuri che sia lo sci ciò che fa vivere le montagne e non spopola le loro comunità, oppure in verità ad esse serve ben altro, di ben più consono alla realtà delle cose, di molto più articolato e organico per lo sviluppo futuro dei territori montani?

Mi auguro vivamente che quelle parole del Sindaco di Valfurva non ne segnalino l’assoggettamento pervicacemente reiterato a quei modelli turistici ormai obsoleti, insostenibili e degradanti per i territori, e che il “no” ai nuovi impianti previsti rappresenti invece una nuova buona occasione per un profondo e articolato ripensamento del presente e del futuro prossimo delle sue e nostre montagne.

Il paesaggio è un soggetto, non un oggetto

Il grosso, permanente problema che abbiamo con il paesaggio è che continuiamo troppo spesso a considerarlo un “oggetto” invece che un soggetto. Cosa che invece è pienamente: perché il paesaggio siamo noi, ne siamo parte fondamentale insieme agli elementi naturali che lo compongono e perché diventa “paesaggio” grazie alla nostra elaborazione culturale [1]: esiste innanzi tutto nelle teste degli osservatori, diceva Lucius Burckhardt, dunque anche in questo modo il paesaggio siamo noi. Soggetto, non “oggetto”.

Invece, come detto, continuiamo a considerarlo un oggetto e per ciò qualcosa del quale usufruire, sfruttare a nostro vantaggio e piacimento, usare, consumare. Questo accade sia quando vi realizziamo cose, anche le più invasive e impattanti, senza curarci delle conseguenze che generano nel paesaggio, sia quando – più semplicemente ma non meno significativamente – lo consideriamo uno sfondo suggestivo e instagrammabile per i nostri selfie senza nemmeno renderci conto di cosa sia, di quali caratteristiche presenti, di quali specificità abbia. Come un poster, bello ma ordinario, che sta bene dietro di noi nell’ennesimo autoscatto da postare e dimenticare sui social media o, su altra scala, come contesto funzionalmente pittoresco al godimento delle solite attrazioni turistiche, dalle panchine giganti agli impianti sciistici – almeno per come molte persone ne godono, tanto liberamente quanto banalmente.

Ecco, la banalizzazione del paesaggio è la conseguenza inesorabile di tutto ciò. Come un qualsiasi oggetto, appunto, banalmente utilizzabile e consumabile, e quando non ce n’è più se ne trova un altro da sottoporre allo stesso processo altrove. Senza capire che, se non c’è più il paesaggio, è perché non ci siamo più noi: come persone, come uomini e donne, come civiltà, come fatture umano che fa il paesaggio insieme agli elementi naturali. Diventiamo semplici, banali fruitori, anzi clienti, visto che spesso paghiamo un prezzo per frequentare un paesaggio. Ovviamente, essendo spesso trasformato in un bene da vendere cioè in un oggetto.

Come notate, si torna sempre qui, a questo vulnus fondamentale. Che, se non lo risolviamo, manterrà costantemente il paesaggio a rischio di degrado e distruzione e noi con lui. Perché il paesaggio siamo noi, lo ripeto di nuovo, e tutto ciò che di dannoso e pericoloso facciamo al paesaggio lo facciamo a noi stessi.

Sembrerebbe una cosa non così difficile da capire. Invece lo è, a quanto ci tocca constatare.

[1] Come viene definito e sancito dalla Convenzione Europea del Paesaggio, che trovate qui.

Soldi pubblici, ricavi privati

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Ma poi, parliamoci chiaro: lo stato – ministeri, regioni, province, eccetera – finanzia gli impianti sciistici (o le infrastrutture turistiche in genere – siano logiche o meno, non è questo il punto ora) cioè elargisce denaro pubblico a soggetti privati che fanno lucro e, dunque che da quei soldi pubblici – milioni e milioni di Euro, non bruscolini – ricavano guadagni propri (che significa anche coprire propri debiti, in molti casi). È normale tutto ciò?

In pratica: io, gestore di comprensorio sciistico, costruisco una nuova seggiovia, me la faccio pagare dallo stato, dunque da noi tutti, poi l’impianto (che è mio) lo usano gli sciatori con uno skipass che comprano da me, non dallo stato, e che dunque fa guadagnare me, non lo stato. E se a fine stagione ho generato debiti perché ha nevicato poco o fatto caldo oppure non sono stato così bravo a gestire la mia attività, chi mi paga almeno in parte quei miei debiti? Di nuovo lo stato, ma ovvio!

Alzino la mano gli imprenditori locali che, per acquistare un bene funzionale alla propria attività e dunque ai propri utili, o viceversa per coprire debiti generati, si sono visti elargire dalla politica così, d’emblée, denaro pubblico! [1] Tutt’al più essi possono fruire di crediti fiscali o garanzie sui mutui, non altro.

«Ma c’è l’indotto!» dicono gli enti pubblici. Embé? Perché, tutte le altre attività economiche non fanno indotto? «La lotta allo spopolamento!» rilanciano. Ma dove, che quasi ovunque vi siano comprensori sciistici i paesi perdono abitanti?! «Lo sviluppo dei territori!» Ah, quindi le altre attività in loco non fanno nulla e i loro lavoratori passano il tempo a guardare per aria?

A questo punto si prendano tutti quei soldi (centinaia di milioni di Euro, nel complesso) e, invece che darli a un singolo imprenditore per (spesso) un solo intervento, li si elargiscano in modi proporzionali e ben ponderati – non ad mentula canis come avviene con il turismo di massa – a tutti i soggetti economici e imprenditoriali del territorio che si vuole sviluppare e sostenere, che non si vuole far spopolare, nel quale si vuole generare un reale e diffuso indotto economico.

Questa è una politica logica e coerente per i territori montani e le aree interne, non ciò che avviene ora. E, ribadisco: è normale che avvenga?

[1] Lo so bene che a volte è accaduto, ma per grandi realtà industriali alla cui attività veniva riconosciuto un “interesse nazionale”, ma è una pratica che, lo sapete, è stata variamente criticata e sovente non ha portato a nulla di buono, tanto per quelle realtà industriali quanto per l’interesse nazionale. E comunque non mi pare proprio sia il caso, questo, dei comprensori sciistici/turistici, entità industriali e economiche medio-piccole nella gran parte dei casi.

MONTAG/NEWS #4: notizie interessanti e utili da sapere dalle terre alte

In questo articolo a cadenza domenicale trovate una selezione di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella settimana precedente che trovo interessanti e utili da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Di notizie del genere sulle montagne ne escono a bizzeffe: questo è un tentativo di non perdere alcune delle più significative. Durante la settimana le più recenti di tali notizie le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.


NEL FUTURO DELLE ALPI SVIZZERE PIÙ CALDO, MENO NEVE E FORTI PIOGGE

In futuro, in Svizzera, farà sempre più caldo, si avrà meno neve e le piogge saranno più forti e imprevedibili: sono questi gli scenari climatici presentati martedì 4 novembre a Berna dall’Ufficio federale di meteorologia e climatologia (MeteoSvizzera) e dal Politecnico federale (ETH) di Zurigo. Tali scenari costituiscono la base della strategia del Governo elvetico per l’adattamento ai cambiamenti climatici. In Italia, invece, qual è la strategia?


LA RESISTENZA CIVILE DIFFUSA IN DIFESA DEL LAGO D’IDRO

Sul numero di novembre del mensile “QT/Questo Trentino” si racconta la battaglia e la resistenza civile che da oltre quarant’anni le comunità che vivono lungo il fiume Chiese e il lago d’Idro portano avanti contro un modello di sfruttamento idrico che ha trattato l’acqua come una merce, il lago come una vasca di compenso e il territorio come una periferia sacrificabile. Un altro bell’esempio di cittadinanza attiva a fronte del vuoto lasciato da istituzioni spesso inerti o complici.


LO SGUARDO DI “LE MONDE” SULLE OLIMPIADI A CORTINA

Mentre su molti (non tutti, ma sicuramente su tanti) organi di stampa italiani è già cominciata la “glorificazione” delle prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 – cosa legittima, sia chiaro, fino a che sia onesta e non diventi faziosa – il quotidiano francese “Le Monde” tra i più rigorosi e prestigiosi d’Europa, offre una disamina molto meno elegiaca e assai emblematica delle opere olimpiche a Cortina d’Ampezzo. Da leggere cliccando sull’immagine lì sopra.


CASCO OBBLIGATORIO SULLE PISTE DA SCI: SOLUZIONE, O PARTE DEL PROBLEMA?

Su “montagna.tvMichele Comi riflette sulla legge che impone l’obbligo del casco sulle piste da sci. «La montagna, per chi la conosce, è spazio di libertà. E la libertà – quella vera – è una forma esigente di disciplina. […] Ci si sente al sicuro, ma non lo si è. Allora la domanda non è: “Casco sì o casco no?”, ma “Che idea di montagna stiamo costruendo?”, e ancora: “Che tipo di sciatore, di cittadino, di persona coltiviamo quando la relazione tra rischio e responsabilità viene delegata a un regolamento?”».


RIABITARE LE AREE INTERNE IN MANIERA CONSAPEVOLE

Sul giornale on line “Italia che cambiaPaolo Piacentini – scrittore, camminatore, presidente onorario di FederTrek, grande conoscitore dei territori appenninici – offre una bella riflessione su come riabitare le aree interne partendo dalla cura ed evitando i rischi di speculazione, partendo dal recupero di immobili e terreni abbandonati e prendendo a buon esempio il caso di Cantiano, comune ai piedi del massiccio del Monte Catria. Cliccate qui per leggere l’articolo.