La “querelle” tra il Parco Nazionale del Gran Paradiso e Valsavarenche: sintomatica, bizzarra, desolante, emblematica

[Panorama di Valsavarenche. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Sto seguendo, come forse molti di voi, la questione in corso sulla richiesta del comune di Valsavarenche di uscire dai confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso al fine di – semplifico molto il suo nocciolo ma coerentemente ai fatti – snellire la burocrazia alla quale l’essere parte del Parco lo sottoporrebbe. La questione è ben coperta e analizzata dal “GognaBlog”, di Alessandro Gogna, e da “Lo Scarpone”, il notiziario on line del Club Alpino Italiano, ai quali vi rimando se volete saperne di più; ulteriori approfondimenti li trovate nel sito web di Mountain Wilderness Italia.

Personalmente, allo stato attuale delle cose (che tuttavia suppongo evolveranno ancora, nei prossimi giorni), sulla questione mi vengono un paio di riflessioni che non mi sembra siano state ancora contemplate, se non marginalmente (almeno tra le testimonianze da me lette), nel dibattito in corso.

La prima: il senso autentico e compiuto di un Parco Nazionale qual è? Mi sembra che da sempre, e in modo crescente nella contemporaneità, un’area naturale protetta venga sempre e solo vista o come un dispositivo di protezione dell’ambiente ma non del paesaggio, nel senso della relativa Convenzione Europea, oppure come uno strumento molesto e vessatorio per chi ci vive dentro. Cose entrambi vere per molti versi, sia chiaro: se è fondamentale proteggere la biodiversità di un territorio montano assolutamente emblematico in tal senso, lo è anche agevolare entro i limiti più sensati la vita di chi ci vive magari da generazioni ed è a sua volta parte della biodiversità locale. Invece, mi sembra che sempre pochissimo si rifletta sulle numerose opportunità che il far parte di un Parco Nazionale per giunta così prestigioso come quello del Gran Paradiso può offrire: per il sempre più crescente turismo sostenibile, per lo sviluppo delle economie locali che proprio nelle specificità del territorio trovano il proprio valore, per la distinzione culturale e identitaria che un luogo così noto e apprezzato determina, eccetera. L’appartenenza al Parco dovrebbe essere una preziosa e luccicante medaglia da appuntarsi al petto, da parte di chi vi fa parte, viceversa viene spesso considerata una macchia da ripulire al più presto. D’altro canto, pensare di poter fare, nei confini di un’area protetta o nelle zone contigue, ciò che fanno altri territori non tutelati, spesso male e con danni notevoli che tutti constatiamo, è una insensatezza bella e buona, in sé e per quanto ho rimarcato poco sopra.

[Il gruppo del Gran Paradiso da Pian Borgnoz, Valsavarenche. Foto di Fulvio Spada, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
La seconda riflessione è legata proprio a questa insensatezza, e mi sorge leggendo – su “Lo Scarpone”, l’opinione di un “cittadino” di Valsavarenche interpellato sulla questione, il quale immagino manifesti un pensiero diffuso tra molti suoi conpaesani e dunque sia particolarmente emblematica: «Il nostro piano regolatore, in ogni caso, è approvato dalla natura. Se costruisci un metro più a monte una valanga ti porta via tutto, se lo fai un metro a valle, lo fa la prossima piena del fiume». Così ha detto il “cittadino” esprimendo a mio parere una stupidaggine sesquipedale e confondendo gli elementi politici e ancor più antropologici che determinano l’atto di abitare e vivere nei territori come quello in questione. Cosa vorrebbe dire con quelle parole, che se non ci sono pericoli di valanghe o di alluvioni si può costruire ciò che si vuole? Che si possa cementificare, asfaltare, edificare mostruosità d’ogni sorta nei fondivalle perché tanto gli stambecchi e le stelle alpine sono in alto sulle vette? È una formula differente per riaffermare il bieco slogan “La montagna è nostra e ci facciamo quel che vogliamo” che purtroppo certi montanari “sovranisti” tutt’oggi affermano, e che è stata alla base della devastazione di molti territori di montagna dal boom economico in poi, in cambio di un benessere apparente, invero infido e rapidamente svanito?

[Volume presentato dal Parco nel 1951 che attesta l’esclusione del “Budello” di Valsavarenche. Foto di Claudio Vicari tratta da https://gognablog.sherpa-gate.com.]
D’altro canto, pure un’affermazione dell’attuale Presidente del Parco Nazionale del Gran Paradiso – di nuovo riportata dai media citati – mi pare sulla stessa falsariga di fondo: «Il Parco che asfalta le comunità locali, con me, è finito» ha detto. Ora, a parte il lessico pittoresco utilizzato (ma il termine “asfalto” nel parlato su un’area naturale protetta, poi?), la questione non è, non può essere così rozzamente basata sull’asfaltare o meno le comunità locali ma, come ha giustamente denotato l’amica Mariagrazia Gavazza, Presidente della Commissione Centrale Tutela Ambiente Montano (CCTAM) del CAI, «sull’insuccesso dovuto al fatto che, fino a oggi, i due enti (cioè il Parco e il Comune di Valsavarenche nonché i soggetti pubblici ad esso superiori – n.d.L.) non sono riusciti a trovare una soluzione a una diatriba storica. Il rischio è che in un periodo in cui ci viene chiesto anche dall’Unione Europea di aumentare le aree tutelate, procedure come questa possano incentivare alcuni Comuni a procedere con la ridefinizione dei confini in altri Parchi Nazionali».

[Veduta della testata della Valsavarenche. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
E, aggiungo, non è solo e non tanto l’Unione Europea a chiedere di aumentare le tutele naturali ma lo chiede il pubblico sempre più ampio del turismo lento e consapevole nonché, e soprattutto, ce lo chiede la realtà in divenire la quale, tra le conseguenze della crisi climatica e le crescenti criticità legate alla fragilità delle aree naturali montane, appare sempre più problematica e bisognosa di una gestione politica, amministrativa e civica attenta, intelligente, coerente. Il che non significa affatto imporre catene e recinti burocratico-amministrativi agli abitanti di queste aree ma, parimenti, nemmeno pretendere che in esse le tutele più eque e sensate non debbano avere valore, come se gli abitanti stessi non volessero essere e non si sentissero parte delle loro montagne, del loro paesaggio, della sua storia, dell’identità peculiare che ne deriva e della loro biodiversità. Ma anche in montagna i “Sapiens”, siano essi ambientalisti o cementificatori, fortunatamente restano animali, per certi versi non dissimili da stambecchi, marmotte e nemmeno, in quanto organismi viventi, da stelle alpine e genziane: è bene non scordarlo, se vogliamo salvaguardare veramente e a lungo tutte le montagne, tutelate o meno che siano.

Tuttavia, come accennato, credo che la questione avrà ulteriori sviluppi. Vedremo quali.

Un progetto che provare a ridare “vihta” a una valle alpina

[Una veduta del centro di Ronco Canavese.]
In Val Soana, valle piemontese posta sul versante sud del massiccio del Gran Paradiso e quasi interamente inserita nell’omonimo Parco Nazionale (è la valle che ospita il Monveso di Forzo, la “Montagna Sacra” dell’omonimo progetto), è partita un’interessante e ammirevole iniziativa che tenta di attivare una dinamica di ripopolamento del proprio territorio attirandovi nuovi abitanti e cercando di inserirli nel tessuto socioeconomico locale.

Il progetto si chiama “VIHTA – Wild working in Valle Soana”, prende il nome dal termine vihta che nel patois francoprovenzale locale significa “stai”, ed è curato dall’associazione Comunità Sassifraga APS nell’ambito del Piano di Azione per l’Abitabilità della Valle Soana, un progetto reso possibile dal sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo attraverso il programma APICE. Unisce i tre comuni della valle, Ingria, Ronco Canavese e Valprato Soana, i quali dal 20 settembre al 18 ottobre prossimi aprono le porte della proprie comunità a lavoratori, ricercatori, studenti universitari, professionisti, nomadi digitali e nuclei familiari, offrendo alloggi condivisi e spazi di co-working a tariffe agevolate per combattere lo spopolamento con la prima esperienza di residenza temporanea organizzata. Rappresenta il primo progetto integrato di residenzialità e lavoro flessibile ai piedi del Gran Paradiso e si pone l’obiettivo di dimostrare come la Valle Soana non sia soltanto una meta per ospiti di uno o pochi più giorni, ma un territorio vivo, dotato di servizi e infrastrutture, capace di attrarre nuovi abitanti a lungo termine.

[Scorcio di Valprato Soana. Immagine tratta da www.facebook.com/UnaValleFantastica.]
Il progetto mette a disposizione dei partecipanti un pacchetto completo: alloggi in case condivise dislocate nei tre comuni e nelle borgate, postazioni di co-working attrezzate con connessione internet e un ricco calendario di attività comunitarie per entrare in contatto diretto con la popolazione locale, le tradizioni e l’enogastronomia della valle. La partecipazione prevede un contributo agevolato (a partire da 200 Euro per due settimane e 300 Euro per quattro settimane, con ulteriori sconti per i soci di Comunità Sassifraga), mentre per incentivare l’arrivo di famiglie è stata pensata una formula speciale: quota azzerata per i figli fino a 10 anni e possibilità di usufruire della didattica, favorendo una reale integrazione nel tessuto sociale della valle.

Le domande di partecipazione possono essere inviate fino al 20 luglio 2026. Il bando completo, i requisiti di selezione e il modulo di candidatura li trovate qui. I posti sono limitati e la selezione premierà la motivazione a integrarsi attivamente nella vita della comunità locale.

Senza alcun dubbio “VIHTA” è un progetto importante e lodevole, un’iniziativa concreta e emblematica che, pur nel suo piccolo, lavora attivamente per tentare di rigenerare il dinamismo socioeconomico di un territorio montano marginale, fortunatamente poco interessante per il turismo di massa eppure ricco di notevoli potenzialità e per questo bisognoso di un progetto e di una visione organica, sensibile, e di lungo termine.

Ma per fare in modo che “VIHTA” non resti un mero tentativo di portare in Val Soana persone che non solo risiedono nel luogo ma che lo abitano veramente e lo vivono compiutamente insieme a tutta la comunità locale credo servano altre due cose: la prima, che si attivi e sia ben alimentata anche la relazione culturale dei nuovi residenti con il luogo e il suo Genius Loci, che vi si sentano legati, che lo sappiano identificare come casa e di contro che anch’essi diventino rappresentanti consapevoli della sua identità culturale. E per fare questo serve che l’intero territorio sappia far diventare i nuovi residenti parte della sua comunità non solo attraverso le iniziative pensate al riguardo, che sappia “alimentarli” di quel senso di comunità grazie al quale i nuovi arrivati si sentano non solo accolti ma che percepiscano il ben-essere di stare nel luogo e nel suo paesaggio.

[La borgata di Boschietto, nel comune di Ronco Canavese, con sulla sinistra la piramide del Monveso di Forzo, la “Montagna Sacra“.]
La seconda è che il territorio nel quale si sviluppa il progetto “VIHTA” sia adeguatamente supportato dalla politica nei suoi servizi di base a supporto della residenzialità stanziale. Cioè, in parole semplici, che la politica sappia dotare la Val Soana dei servizi necessari a viverci in modo dignitoso invece di tagliarli come succede da anni, parimenti tagliando risorse vitali per questi territori e trascurando pure l’ascolto e l’interlocuzione con le comunità, dunque la conseguente rappresentatività politica. Perché si possono anche promettere le case più belle e i lavori più gradevoli ai nuovi abitanti, ma se questi per recarsi al più vicino ambulatorio medico o alla scuola primaria dovranno sobbarcarsi mezz’ore d’auto in andata e in ritorno senza peraltro una valida alternativa di trasporto pubblico, ci penseranno ben più di due volte prima di andare lassù. Ed è questo secondo aspetto che a me preoccupa di più, viste le cronache politiche nostrane al riguardo.

In ogni caso “VIHTA” è un progetto sicuramente da sostenere e seguire con grande attenzione, che mi auguro vivamente possa avere pieno successo.

Per chi volesse saperne ancora di più, può contattare i responsabili del progetto alla mail wildworking@visitvallesoana.it

Sugli atti vandalici all’antenna privata del Grignone

Leggo dalla stampa locale dell’atto vandalico ai danni delle strutture dell’antenna per telecomunicazioni private in costruzione sulla cresta sommitale del Grignone, sulla quale sono intervenuto più volte nei giorni scorsi. Inutile dire che siano azioni di individui ignoranti, non solo inutili (sospendono i lavori ma di sicuro non li fermano, anzi) ma pure favorevoli ai promotori del nuovo impianto per come in tal caso consenta di loro di passare da danneggianti il patrimonio comune a danneggiati nei propri interessi.

Come ho detto nell’intervento andato in onda nel TGR Rai della Lombardia lo scorso giovedì 26 giugno, stiamo – io ed altri – cercando di capire la legittimità complessiva dell’impianto nei riguardo del sito e degli scopi per i quali viene costruito attraverso il vaglio delle varie normative vigenti: è l’unica e più consona via per contrastare la sua realizzazione, se sarà il caso di farlo, ovvero per cercare di evitare ulteriori future costruzioni del genere sul Grignone e altrove.

Il caso della nuova antenna sul Grignone nel TGR Rai Lombardia

Ecco il mio intervento nel TGR Rai Lombardia di ieri, nell’edizione delle 14.00 (e dal minuto 16’48”), sulla questione della contestata nuova antenna privata sul Grignone, riguardo la quale ho scritto qui.

Ringrazio molto Laura Carcano, autrice del servizio, per l’ottima narrazione del caso, mentre mi spiace che il Sindaco di Mandello del Lario non abbia accettato di intervenire – o non abbia potuto farlo. Si troverà il modo di confrontarsi con lui in altri momenti.

È di nuovo in costruzione l’antenna sul Grignone, la montagna è stata svenduta all’interesse privato

[Il Grignone visto dalla vetta della Grignetta. Foto di Luca Casartelli, CC BY-SA 2.0, fonte  commons.wikimedia.org.]
Sulla Grigna Settentrionale, o Grignone, sono ripartiti i lavori per realizzare un’antenna per telecomunicazioni di servizio, dunque non di telefonia pubblica, già iniziati lo scorso autunno. Ciò nonostante le proteste di molti per quella che, sostanzialmente, è la svendita di una delle montagne lombarde più amate in uno dei suoi punti più speciali, la cresta sommitale poco sotto la vetta a poca distanza dal celeberrimo Rifugio Brioschi. Ne avevo già scritto quando il cantiere era stato aperto (ovviamente in gran sordina, come spesso accade in questi casi) a fine settembre 2025, qui.

L’articolo de “Il Giorno” che potete leggere nell’immagine sottostante (cliccandoci sopra) riassume molto bene i termini della questione – ringrazio il suo autore, Daniele De Salvo, per l’ottima stesura e la citazione. Le dichiarazioni, riportate nell’articolo, del Sindaco di Mandello del Lario (bravissima persona, per quanto mi riguarda), nel cui territorio comunale per pochi metri ricade il punto dove l’antenna sta per essere installata, lasciano sgomenti per come dimostrino che il tutto si riduca a una questione di soldi.

Sono certo della sua buona fede nell’aver limitato i danni provocati dall’infrastruttura, ma ciò non toglie la gravità del principio alla base dell’intervento: basta che qualcuno paghi, il più possibile (si rammarica il Sindaco, di non aver preteso più soldi!), e si può fare ogni cosa ad un patrimonio naturale, culturale e identitario collettivo qual è il Grignone. Peraltro creando un precedente ineludibile: domani chiunque potrà chiedere di fare altro lassù e sarà ben difficile negarglielo, visto l’accaduto. Basterà pagare, e quanto più si pagherà tanto più si potrà fare, costruire, installare, rovinare. Amen.

È una struttura piccola si dice, «solo 20 metri cubi», non intaccherà il profilo del monte. Embè? Anche in casi del genere le dimensioni non contano, viene da ribattere, perché conta l’atto, la sconfitta imposta alla montagna, l’aver accettato di venderne un pezzo per interessi che con il luogo e chi lo frequenta non c’entrano nulla. Però, guarda caso, ci metteranno un defibrillatore: è la prova che sanno di essere nel torto e cercano di metterci una pezza, di poter dire che qualcosa di utile ai frequentatori del Grignone ci sarà comunque. Ma grazie al ca…volo!

«Se non l’avessimo concessa noi l’avrebbero fatta su un lotto privato come successo altrove» rilancia il Sindaco. Ribadisco: embè? Scopo primario di un’istituzione pubblica, democratica e politica è (sarebbe) quello di tutelare l’interesse dei cittadini, propri e non solo se coinvolgono un luogo frequentato da chiunque e ancor più se il luogo è di pregio assoluto come la parte sommitale di un monte peraltro così amato e rinomato. L’avrebbe fatta un privato? Ci si sarebbe mossi in altro modo contro il privato, nel caso. Ancora una volta, le parole del Sindaco sembrano solo una goffa arrampicata sui vetri nel tentativo di giustificare l’ingiustificabile – ferma la sua buona fede, ripeto. Forse è stato messo alle strette dal committente dell’antenna, potrei anche capirlo, ma il suo ruolo istituzionale e politico (nel senso originario del termine: l’atto di governare la cosa pubblica per il bene comune – il bene comune, non solo di qualcuno) non dovrebbe transigere a tali circostanze.

[La cresta sommitale del Grignone nel punto in cui sta per essere installata l’antenna. Immagine tratta da www.alltrails.com.]
Insomma, la nuova antenna sul Grignone è uno scempio, piccolo nella forma ma grande nella sostanza e nelle conseguenze potenziali, riguardo il quale mi auguro proprio che non possa e non debba essere scritta la parola «fine». Nel frattempo non resta che riproporre e rileggere le parole di Eugenio Turri, compianto massimo esperto di paesaggio italiano:

Il problema della tutela e del rispetto per il paesaggio è un fatto intimo, da riportare alla coscienza individuale, anche se rientra tra i grandi fatti territoriali, collettivi e addirittura planetari. Non servono prediche, indicazioni disciplinari pesanti, ma solo la lieve carezza di uno sguardo verso il maggiore dei doni che ci sono stati dati sulla Terra e che quindi deve essere amato e rispettato, come bene sacro, troppo spesso tradito in cambio di beni puramente materiali.

Beni puramente materiali, esattamente così.

Parole che dovrebbero essere stampate, diffuse e lette attentamente a Mandello del Lario, soprattutto in zona Municipio. E non solo lì, anche in molte altre località delle nostre montagne.