Estrarre uranio dalle Alpi per il ritorno del nucleare in Italia: un piano strategico sensato o una pretesa pericolosa e scriteriata?

[Panoramica della Val Vedello. Immagine tratta da https://valvedello.it/.]
Da qualche mese settimana tiene banco, come saprete, la questione del paventato ritorno dell’Italia alla produzione di energia nucleare, seppur per ora di concreto si sia fatto ben poco – solo una “legge delega” con il quale il Parlamento attribuisce al Governo la facoltà di legiferare su una materia attraverso uno o più decreti legislativi. Ma ancor più l’eventuale ritorno del nucleare italiano tiene banco nel dibattito sulle Alpi lombarde, in particolar modo sulle Orobie tra le valli bergamasche e la Valtellina dove si trovano i principali giacimenti di uranio, il minerale che fa da combustibile principale nelle centrali nucleari per produrre energia elettrica tramite il processo di fissione nucleare.

La potenzialità estrattiva di tali giacimenti alpino-orobici venne già indagata decenni fa, poi non se ne fece più nulla per problemi vari e per l’opposizione delle comunità locali, anche a seguito del referendum del 1987 che fermò la produzione di energia nucleare in Italia. Ora alcuni soggetti industriali sono tornati a chiedere i permessi per indagare le prospettive di sfruttamento dei giacimenti in questione. Si tratta di un’opportunità importante per i territori coinvolti e possibilità di grande valore strategico per il nostro paese, oppure di un rischio che sotto diversi punti di vista appare insostenibile e inammissibile?

Vado con ordine e provo a elencare alcuni degli aspetti più significativi della questione, che in certi casi non ho ancora visto mettere in evidenza dalla stampa che finora se ne è occupata.

Come accennavo, i principali e più significativi giacimenti di uranio italiani si trovano nelle Alpi Orobie, divisi tra le province di Bergamo e Sondrio, e insieme costituiscono la più grande riserva stimata nel Paese. Due sono i siti d’interesse strategico per un eventuale ritorno all’energia nucleare: uno è quello di Novazza, nel comune di Valgoglio, in Alta Val Seriana, provincia di Bergamo, che è il giacimento storicamente più noto (venne scoperto nel 1959) e contiene una riserva stimata di circa 1.000 tonnellate di uranio metallico, a una quota di circa 1100 metri. L’altro è quello della Val Vedello, territorio che è parte del bacino idrografico della Val Caronno (laterale della Valtellina) in comune di Piateda, provincia di Sondrio: si tratta del giacimento quantitativamente più importante d’Italia, con riserve stimate per circa 6.000 tonnellate poste tra i 1900 e i 2300 metri di quota.

[La posizione dei due giacimenti, sopra quello valtellinese e sotto quello bergamasco.]

Nel resto del territorio nazionale (come in Sardegna, Lazio o Trentino) sono state individuate nel tempo solo altre piccole mineralizzazioni uranifere che ammontano complessivamente a poche centinaia di tonnellate, considerate dunque poco strategiche e prive di reale valore industriale.

Entrambi i giacimenti sulle Orobie non sono mai entrate nella fase di effettiva produzione commerciale, per le oggettive difficoltà logistiche – presenti soprattutto in Val Vedello, vista la geografia del territorio – per il venir meno dei finanziamenti comunitari, l’opposizione delle comunità locali e, come detto, anche in forza del referendum sul nucleare del 1987, stravinto dal “NO” al nucleare se pur certamente condizionato dal disastro di Černóbyl’, che avvenne proprio l’anno prima.

Tuttavia, con il recente e ufficiale riavvio italiano del percorso per il ritorno alla produzione di energia nucleare, deciso – a dire delle istituzioni – «nel rispetto degli obblighi europei e internazionali e si inserisce nel quadro delle politiche comunitarie indirizzate al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione al 2050, con l’obiettivo di rafforzare sicurezza e indipendenza energetica, contenendo i costi dei consumi», la società canadese Zenith Energy, tramite la controllata Futuro Energetico Italiano, ha depositato istanze di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per avviare permessi di ricerca ed esplorazione nei giacimenti orobici con l’obiettivo di mappare con precisione la reale consistenza ed economicità del giacimento. Ciò ha subitamente attivato una mobilitazione popolare critica nei confronti di tale eventualità (ci arrivo tra poco), in particolar modo sul versante valtellinese: la Val Vedello è uno dei territori più suggestivamente aspri e selvaggi e per ciò affascinanti della catena alpina orobica, inclusa nel territorio tutelato dal Parco delle Orobie Valtellinesi e all’interno dei siti protetti della Rete Natura 2000 – specificamente nella Zona Speciale di Conservazione “Val Venina” e nella ZPS del Parco stesso. Una valle di grande bellezza alpestre e parimenti di notevole delicatezza ambientale, dunque.

Apro una parentesi: le società Zenith Energy e Futuro Energetico Italiano sono parte di una piccola ma già complessa rete di imprese e di intrecci imprenditoriali e finanziari che ricorda un po’ il sistema delle scatole cinesi:

Peraltro vengono rilevate alcune criticità inquietanti su tale rete di società, come la capacità tecnico-economica dichiarata che si riferisce a concessioni di idrocarburi e non al settore uranifero, il capitale sociale di Futuro Energetico Italiano di 750.000 Euro troppo esiguo a fronte dell’ammontare complessivo dell’investimento minerario, l’assenza di una chiara previsione di spesa e i pochi dipendenti di Zenith Energy, che nel frattempo contro ha in corso alcuni contenziosi internazionali con la Tunisia. Di una delle società della rete suddetta, la Reveille Resources, lo scorso ottobre è stato nominato presidente Mike Pompeo, ex direttore della CIA ed ex Segretario di Stato degli Stati Uniti durante la prima presidenza Trump. La carica ufficiale è di presidente non esecutivo del consiglio di amministrazione per un mandato iniziale di tre anni, efficace dopo le verifiche regolamentari. Nel comunicato di nomina, Pompeo definisce l’uranio un metallo strategico e afferma che la società non promette una produzione immediata ma «un’esplorazione responsabile».

Chiudo la parentesi.

Dunque, riassumendo fino a questo punto, per tornare a produrre energia nucleare in Italia si vuole estrarre uranio dalle montagne orobiche, affrontando numerose criticità che chiunque è già in grado di immaginare e prevedere. Quindi i vantaggi potenziali da tale attività mineraria alpestre sono maggiori di quelle criticità?

La risposta è no. Dal punto di vista energetico, le sole riserve di Novazza potrebbero alimentare una singola centrale nucleare standard per circa 6 anni. Nel complesso, anche sfruttando sia Novazza che la Val Vedello, le risorse nazionali rimangono modeste su scala globale: ciò significa che qualora l’Italia decidesse di riavviare un piano energetico basato sul nucleare, la produzione interna coprirebbe solo una minima frazione del fabbisogno, costringendo comunque il paese a importare quasi tutto l’uranio dall’estero, ad esempio dai maggiori produttori globali come Kazakistan, Canada o Australia. Non solo, l’uranio che verrebbe estratto non potrebbe essere utilizzato direttamente nei reattori, ma andrebbe “arricchito”: si tratta di un processo complesso e molto costoso per il quale servono impianti che l’Italia non possiede, e questo comporta che il nostro paese dovrebbe in ogni caso far trasformare l’uranio all’estero. Dunque, realizzare e possedere centrali nucleari per l’Italia non significa automaticamente raggiungere l’indipendenza energetica, come invece si legge di frequente sulla stampa in forza delle dichiarazioni di alcuni politici.

[Veduta della Val Vedello nella quale, a destra, si notano la strada di accesso e l’imbocco delle vecchie gallerie uranifere. Immagine tratta da www.paesidivaltellina.eu.]
Più in dettaglio, il bilancio economico relativo all’eventuale attività di coltivazione mineraria dei giacimenti dell’uranio si divide nettamente tra la fase attuale di studio che si vorrebbe avviare e quella ipotetica di estrazione commerciale. I costi per l’esplorazione iniziale sarebbero effettivamente bassi: le gallerie e i portali sotterranei in entrambi i siti esistono già, realizzati nelle precedenti esplorazioni degli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Poiché l’infrastruttura logistica di base è già tracciata ed è accessibile ai mezzi, la prima fase di mappatura 3D, i carotaggi e i campionamenti avrebbero un costo operativo ridotto per la società mineraria.

Di contro, i veri costi esploderebbero successivamente in caso di estrazione, proprio perché, come accennato, l’Italia non possiede impianti per la raffinazione dell’uranio né tantomeno per l’arricchimento del combustibile necessario ai reattori nucleari. Costruire siti per il trattamento chimico in loco (per produrre il cosiddetto yellowcake) richiederebbe investimenti miliardari, difficilmente ammortizzabili con le sole 7000 tonnellate complessive stimate nei due giacimenti orobici. L’alternativa, appunto sarebbe spedire il materiale grezzo all’estero, con altrettanto enormi costi di logistica e sicurezza che inevitabilmente si rifletterebbero nelle bollette di noi consumatori, oltre a un’impronta ambientale che annullerebbe qualsivoglia vantaggio in tema di sostenibilità ambientale.

Ecco, a tal proposito: l’impatto ambientale e sanitario. Che è ovviamente, lapalissianamente, inesorabilmente criticissimo. A metterlo bene in evidenza è il gruppo consiliare di minoranza “SiAmo Piateda” – che opera nell’omonimo comune valtellinese; è anche l’autore dei simpatici e giustamente provocatori video che vedete nell’articolo, dei quali ne trovate molti altri sulla loro pagina YouTube – che lo scorso 26 ottobre ha depositato al Ministero dell’Ambiente un dossier con 34 osservazioni critiche in opposizione al progetto di ricerca mineraria e uranifera, contestando l’affermazione che il progetto sia privo di rischi significativi, come invece sostengono Zenith Energy e Futuro Energetico Italiano chiedendone il rigetto o la sospensione per tutelare la salute pubblica e il patrimonio naturale locale.

In particolar modo il gruppo segnala la presenza di rischi radiologici e ambientali, presenza di uranio, arsenico nelle acque potabili, concentrazioni anomale di radon e rifiuti pericolosi (NORM); rimarca le lacune tecniche del progetto, tra cui le carenze nelle indagini preliminari, nei bilanci di massa e nelle modellazioni idrogeologiche; tocca il tema della sicurezza e della viabilità nella valle e soprattutto in quota, per l’inadeguatezza della strada di accesso al transito dei mezzi pesanti e l’inevitabile conflitto con la frequentazione turistica; infine pone l’accento fondamentale sulla tutela del territorio, sulle criticità legate all’uso di gallerie storiche non censite e ferme da decenni, sul rischio di dissesto idrogeologico, sull’impatto sull’ecosistema tutelato dal Parco delle Orobie Valtellinesi e dalla Rete Natura 2000, che ne mette a rischio le specie e gli habitat.

[L’ingresso, ora murato, delle vecchie gallerie minerarie. Immagine tratta da www.laprovinciaunicatv.it.]
Molto significativo sulla questione è anche il documento di osservazioni redatto dall’amica Anna Maria Bonettini, biologa del Parco Adamello (in passato già direttrice dell’ente) e grande esperta degli ecosistemi alpini lombardi, con il quale, dopo aver argomentato in maniera approfondita le varie criticità del progetto minerario, esprime il proprio Parere Negativo di Compatibilità Ambientale, in virtù del principio di precauzione previsto dal diritto dell’Unione Europea che consente (e in alcuni casi impone) di adottare misure di protezione e gestione del rischio quando vi è un potenziale pericolo per la salute umana, animale o per l’ambiente, ma manca una certezza scientifica assoluta sull’entità o sulla probabilità del danno. Bonettini inoltre chiede inoltre di vincolare il proseguimento di ogni valutazione all’acquisizione di un parere formale, autonomo e vincolante da parte degli enti tecnici territoriali di controllo, di disporre una campagna di monitoraggio radiometrico ante-operam per determinare il fondo naturale di radiazioni e di gas Radon indoor/outdoor, a totale carico del proponente ma strettamente vigilata dagli enti pubblici territoriali competenti, e di subordinare l’eventuale rilascio del permesso di ricerca al deposito preventivo di congrue garanzie fideiussorie assicurative da parte del soggetto proponente, a totale copertura delle potenziali passività ambientali e dei costi di eventuale bonifica radiologica d’urgenza. Trovate il documento in calce a questo articolo.

Ecco, questo è quanto. O meglio: ci sarebbe molto altro da poter rimarcare sulla questione, ma lo potete facilmente trovare sui già numerosi articoli di stampa usciti e sul web nonché nei link che vi indico alla fine di questa mia lunga dissertazione.

Per quanto mi riguarda, dopo aver firmato con altri un comunicato stampa – nella mia consueta e ferma indipendenza da qualsivoglia parte politica, ci tengo a rimarcarlo – che chiede ben più chiarezza e garanzia di interlocuzione con le comunità locali, ho maturato la netta convinzione che l’eventuale riavvio dell’estrazione uranifera sulle Alpi Orobie espone a rischi che, a fronte delle citate potenzialità dei giacimenti, non possono in alcun modo essere ammessi e tollerati dai territori e dalle comunità coinvolte. Mi sembra che ancora una volta, per dar seguito a un’iniziativa che, al netto della propaganda politico istituzionale – e della sua effettiva bontà: qui non è in discussione se sia giusto o no tornare al nucleare – i territori montani vengano considerati come meri depositi di risorse da sfruttare senza troppi scrupoli, ambiti di valore inferiore rispetto ad altri e dunque usufruibili in maniera disinteressata senza realmente porsi domande sul senso del contesto, del limite, della misura. Devastare intere zone montane, in certi casi poste oltre i 2000 metri di quota, in contesti di altissimo pregio naturalistico e ambientale – nonché di bellezza alpestre ormai rara – per ottenere meri profitti economico-industriali senza conseguire vantaggi significativi per la collettività – posta l’esiguità dei giacimenti orobici – sostanzialmente non ha senso né logica se non per qualcuno che ci voglia ricavare un proprio tornaconto, appunto.

Di nuovo la vicenda dell’uranio nelle Alpi Orobie mette in evidenza l’inquietante antinomia tra “economia” e “ecologia”, due parole, idee, concetti nati insieme dalla stessa radice (l’ho già ribadito tante volte, mi scuso per la monotonia) per operare a supporto reciproco per il bene del mondo e di noi che abitiamo, e che invece sono state rese contrapposte, con la prima che diventa sinonimo di finanza e di “turbocapitalismo” che punta unicamente a fare profitti a favore dei pochi che lo governano, a totale discapito della seconda, dunque dei territori, degli ambienti, dei paesaggi e di chi li vive.

E ancora, la questione rimarca come troppo spesso, in montagna, vengono progettate e realizzate iniziative senza prima porsi alcuni fondamentali domande al riguardo: il gioco vale la candela? Siamo disposti a devastare interi versanti montani per ricavarne una mera convenienza economica? Le comunità locali non dovrebbero essere le prime a esprimersi, ma prima – scusate il gioco di parole – di qualsiasi iniziativa e progetto? Quanto possiamo e vogliamo mettere in gioco, ovvero a rischio, i nostri paesaggi montani ancora più di quanto è già stato fatto fino a oggi? E per chi, per cosa, per quali benefici concreti?

Ecco. nuovamente, come detto, si sta correndo il rischio che qualcuno si riservi il diritto di fornire risposte a lui convenienti a domande importanti che tuttavia sono state poste dopo. E, per come ho cercato di spiegarvi fino a qui nonché per ciò che evidenziano i vari documenti sulla questione, in ogni caso non sembrano affatto buone risposte.

[Il Pizzo del Salto, alto 2665 metri, la cui mole domina la testata della Val Vedello. Alla base permangono i rimasugli di quello che era uno dei ghiacciai alla quota più bassa delle Alpi lombarde, la cui fronte ancora in anni recenti si posizionava a circa 2000 metri. Immagine di Daniela Marina, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Per saperne di più, approfondire la questione e attivarsi al riguardo:

Infine, ultima ma non ultima, la petizione da firmare su “Change.org”: https://www.change.org/p/blocchiamo-le-esplorazioni-minerarie-per-l-uranio-in-val-vedello-provincia-di-sondrio?recruiter=1432567723&recruited_by_id=fdad5e80-c945-11f1-bfa5-05e071a2dab9&utm_source=share_petition&utm_campaign=petition_dashboard&utm_medium=copylink&share_id=rZW4tvMWfq

“Fury Road”: come divertirsi liberamente in montagna con cinquanta fuoristrada senza che nessuno batta ciglio

Sentieri spettacolari, panorami mozzafiato e tanta passione per il fuoristrada! Un percorso pensato per chi ama l’avventura, il fango e la montagna.

Dove natura e motori non collidono ma collaborano.

Motori, natura, adrenalina e divertimento ti aspettano!

MOTORI • NATURA • LIBERTÀ

Credo che ogni persona dotata del più ordinario buon senso e di almeno un minimo di sensibilità verso le montagne e la Natura, a leggere queste cose [1] che annunciavano il raduno di mezzi 4×4 che domenica 11 ottobre ne ha portati cinquanta (!) fino a 2000 metri di quota sulle Prealpi Orobie, ai piedi del Pizzo Arera, non possa che trasalire e indignarsi.

Dunque, bisogna temere che nei ranghi del Parco delle Orobie Bergamasche, area che formalmente dovrebbe tutelarne l’ambiente naturale (come rimarca l’articolo 2 del suo Statuto) e nel cui territorio ricade la zona interessata dal raduno, non vi siano persone dotate di ordinario buon senso.

Oppure, che il raduno di fuoristrada in questione non avesse tutti i permessi necessari allo svolgimento lungo le strade agro-silvo-pastorali del luogo nonché al transito sui terreni prativi dei pascoli, come le immagini del raduno mostrano.

In un caso o nell’altro, ciò che è accaduto sembra comunque assolutamente opinabile, totalmente fuori luogo e dunque ben poco ammissibile. Non solo per il modello di fruizione della montagna che questi eventi propongono e tentano di far passare come “sostenibili” con affermazioni e formule francamente grottesche, ma anche, se non soprattutto, perché pure sulle Orobie come accaduto altrove tali raduni motoristici avvengono in territori formalmente tutelati da enti preposti a tale scopo senza che, evidentemente, nessuno batta ciglio, almeno nelle istituzioni.

Ne chiederò conto al Parco, augurandomi che rispondano.

[La zona interessata dal raduno vista dal sentiero di salita alla vetta del Pizzo Arera. Immagine tratta dalla pagina facebook.com/rifugio.capanna.]
Ovviamente, ci sarà chi esclamerà cose del tipo «Che sarà mai, per una volta!» o che eserciterà nel solito benaltrismo all’italiana. «La persecuzione più terribile è l’indifferenza» scrisse Aleksandr Blok: anche per questo le nostre montagne vengono continuamente perseguitate da eventi così assurdi e impattanti e da mille altre cose simili. Veramente vogliamo ancora restare indifferenti e lasciare le montagne nelle mani di chiunque non dimostri loro rispetto e cura?

[1] D’altro canto lo stesso titolo dato al raduno, “Fury Road”, rimanda a un film di qualche tempo fa (“Mad Max: Fury Road”) la cui trama si svolge in un futuro postapocalittico: che ciò riveli l’idea di montagna che hanno in mente i suoi organizzatori?

Sui campanacci «fastidiosi» ai villeggianti di Serina: il parere delle mucche

Invece, la notizia dei villeggianti che, in vacanza sulle montagne bergamasche, si sono lamentati del rumore dei campanacci delle mucche al pascolo l’avete letta? Qui sopra la potete leggere (cliccando sull’immagine) nella cronaca resa dal quotidiano on line “La Voce delle Valli”.

Non è la prima volta che accade, e stavolta è successo a Serina, località posta a 820 metri di quota nell’omonima valle laterale della Valle Brembana, tra le Prealpi bergamasche appunto, dove alcuni villeggianti si sono lamentati per – a loro dire – la troppa rumorosità dei campanacci delle mucche presenti in paese. «Impossibile fare le vacanze a Serina! Campanacci delle mucche a meno di dieci metri dal condominio, giorno e notte. Alcuni villeggianti sono tornati a casa. È veramente difficile restare!» hanno scritto sui social. Il sindaco del paese ha poi risposto a tali rimostranze nel modo ironicamente intelligente che vedete qui accanto e in ogni caso, come detto, di storie simili se ne sono lette già altre volte in passato: vacanzieri di città e di aree metropolitane, cioè provenienti da luoghi non esattamente privi di frastuoni dissonanti, che salgono sui monti e si lamentano dei “rumori” del posto: i campanacci delle mucche, i cani che abbaiano, gli asini che ragliano o i galli che cantano alle prime luci dell’alba, eccetera. [1]

Posta la bagattella che il fatto rappresenta – nel bene e nel male: nel bene perché è cosa da poco, nel male perché sono da poco anche quelli che l’hanno generata – mi pare tuttavia che, dopo che i villeggianti hanno detto la loro e dopo che i locali e il sindaco di Serina hanno risposto, manca l’opinione al riguardo di altri soggetti fondamentali: le mucche. Che sono animali ben più intelligenti e sensibili di quanto si creda nonostante il loro fare placido e un po’ svagato, e che se fossero interpellate sulla vicenda – come ha suggerito di fare l’amico Giulio, lettore abituale del blog, con una mail per la quale lo ringrazio molto – mi viene da pensare che risponderebbero qualcosa del genere:

Cari umani, ma che problemi avete? Sul serio, ci preoccupate sempre di più!
I campanacci ce li avete messi proprio voi almeno due millenni fa se non di più; certo, a volte avete un po’ esagerato con il peso e il rumore che a qualcuna di noi hanno dato parecchio fastidio, ma d’altro canto il fatto che il suono delle nostre campane sia diventato così simbolico e identitario per i territori montani un po’ ci inorgoglisce, ci fa sentire un elemento importante di quel paesaggio che poi voi apprezzate al punto da volerci passare le vostre vacanze, nonostante siamo ben consce delle finalità “pratiche” per le quali ci allevate.
E comunque, dopo millenni di scampanate per gli alpeggi d’ogni dove montano, oggi voi, che vivete nel mondo e nel momento storico più rumoroso che ci sia mai stato, dite che i nostri campanacci vi danno fastidio? Vogliamo parlare invece delle vostre auto, delle moto, degli schiamazzi che tanti di voi fanno anche sui monti per non dire del baccano infernale che caratterizza le vostre città e che riesce a giungere persino quassù, a decine di chilometri di distanza, come un perenne, fastidioso rumore bianco? E poi venite qui a blaterare di “disturbo” e “silenzio”? Sul serio, ci siete o ci fate? Non è che il rumore della civiltà nella quale vivete si è talmente rappreso nella vostra mente e nell’animo che, ora, ogni paesaggio sonoro che non sia quello urbano o non vi assomigli in qualche modo vi dà fastidio? Non è che pure voi siete diventati rumore? Visto come pensate di “disturbare” – voi – la nostra esistenza sui monti, ci verrebbe da supporlo!
Ma non preoccupatevi, non siamo così malpensanti, anche perché sennò il latte che vi diamo si inacidisce e poi vi lamentate pure di quello. Piuttosto, se volete venire a passare le vostre vacanze in montagna, e a noi fa certamente piacere, veniteci veramente: non solo con la vostra auto e con il corpo ma pure con la mente, con il cuore, con l’animo, con lo spirito giusto di chi vuole veramente vivere la montagna anche solo per qualche giorno. Altrimenti rischiate solo di sprecare le vostre vacanze e il tempo ad esse dedicato! Pensateci, per il vostro bene! E nostro anche, e delle montagne soprattutto!

[1] Permettetemi una noterella autobiografica: avendo passato tutte le mie estati dagli 1 ai 20 e più anni in alta Valchiavenna, in una piccola borgata rurale a oltre 1700 metri di quota circondata dai pascoli la cui dimensione alpestre ha dato molta sostanza alla mia profonda relazione con le montagne, due cose come poche altre che erano e sono ancora (spero per molto) parte del suo paesaggio oggi per me “rappresentano” la montagna: una è acustica, il suono dei campanacci delle mucche al pascolo appunto; l’altra olfattiva, l’odore delle torte lasciate dalle mucche stesse sui prati. Immancabilmente, appena li percepisco e in qualsiasi località montana mi trovi, mi riportano a quegli anni giovanili e mi riconnettono immediatamente alla montagna, mi fanno (ri)sentire concretamente e compiutamente parte del suo paesaggio peculiare. Poi viene ogni altra cosa relativa, ogni altro elemento che costruisce materialmente e immaterialmente il paesaggio montano, ma quelle due sono assolutamente fondamentali.

N.B.: la veduta panoramica di Serina sotto il titolo della notizia de “La Voce delle Valli” è di Di MatthewGhera, opera propria, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.

Rumore, ovunque

Seggiovie che sferragliano sulle montagne, musica ad alto volume nei rifugi e negli apres-ski, motoslitte che corrono sulla neve anche di sera, biciclette che sfrecciano a gran velocità nei boschi e a volte pure le motociclette, i grandi parcheggi nel fondovalle, le strade in quota… Insomma: rumore. Proprio non ce la facciamo a starne senza al punto che lo spargiamo ovunque, anche in alta quota, lì dove ogni cosa che non sia un suono naturale risulta comunque alieno, anche quando non sia impattante. E se impattante lo diventa, oltre che alieno diventa degradante.

Proprio non ce la facciamo a godere il silenzio, persino dove sarebbe normale, necessario, meraviglioso come sulle montagne perché condizione diversa da quelle che troviamo pressoché ovunque altrove, non solo in città. Ci dà fastidio, ci inquieta, ci spaventa. Forse perché il silenzio ci obbliga a restare soli con noi stessi e a pensare.

Pensare, già. Una cosa che sta diventando rara proprio come il silenzio. E se sapessimo fermarci solo qualche attimo a pensare – una cosa che sarebbe normale per noi “Sapiens”, no? – probabilmente molti, forse tutti quei rumori fastidiosi sparirebbero rapidamente. Chissà.

Sull’argomento si è espressa di recente anche Chiara Pesenti, che con il marito gestisce in quel meraviglioso angolo delle montagne della Val Brembana che è Sussia (lo vedete nelle immagini lì sopra) un altrettanto meraviglioso posto, Cà del Tòcio (lo raccontai qui), e che di vita in/di montagna scrive sul proprio blog su Substack. Qualche giorno fa vi ha pubblicato delle belle e franche riflessioni in un articolo intitolato Silenzi e rumori in montagna. Riflettere su motoslitte, turismo facile e il bisogno di cura e misura nei luoghi che amiamo. Ve ne offro di seguito due passaggi significativi e molto vicini alle mie considerazioni sopra espresse:

Questa mattina, un amico, mi ha inviato il link di una nuova proposta sulle montagne dell’alta valle. Tramonti, aperitivi e cene in motoslitta. Ho guardato le immagini e ho sentito quel disagio familiare. Non è solo il rumore, né il fascino del brivido facile. È l’idea che la montagna diventi una scena pronta da consumare, mordi e fuggi per chi ha soldi. Le motoslitte portano adrenalina e foto spettacolari, ma lasciano rumore, inquinamento, disagio per gli animali e per chi abita il luogo. Trasformano il paesaggio in esperienza rapida, istantanea, replicabile. La montagna diventa sfondo. È questo che mi inquieta: non il divertimento, ma l’indifferenza verso ciò che rende un luogo unico.
[…]
Per me la montagna è sempre stata un luogo che ridimensiona. Ti ricorda che non sei il centro, che devi adattarti, che a volte devi tornare indietro. Se la trasformiamo in qualcosa che si adatta sempre e solo a noi, cosa perdiamo? Forse perdiamo proprio quella frizione che ci fa crescere.
Non voglio una montagna-museo, immobile e inaccessibile. Ma nemmeno una montagna addomesticata fino a diventare innocua. Vorrei che restasse un po’ scomoda, un po’ esigente, capace di dire no.
E forse questa non è solo una riflessione sulla montagna. È una riflessione sul nostro modo di stare al mondo. Su quanto spazio lasciamo a ciò che non controlliamo. Su quanto siamo disposti a rinunciare per non trasformare tutto in qualcosa che serve soltanto a noi.

L’articolo di Chiara lo trovate per intero qui. Leggetelo: è veramente bello, emoziona e fa riflettere.