La comunicazione cacofonica

Da dieci o vent’anni non succede quasi più niente in ambito letterario. Esiste una marea di pubblicazioni, ma c’è una stagnazione spirituale. La causa di ciò è una crisi di comunicazione. I nuovi mezzi di comunicazione sono straordinari, ma provocano un immenso rumore.

(Emil Cioran*)

(*: citazione letta sul web, fonte ignota. Ogni indicazione al riguardo è gradita. Riguardo il post, si veda anche qui.)

Stupidità Progresso

La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé.

(Ennio Flaiano, Ombre grigie, elzeviro sul Corriere della Sera, 13 marzo 1969; riportato anche in La solitudine del satiro.)

Flaiano, inutile rimarcarlo, fu un intellettuale di intelligenza e sagacia più unica che rara nonché di lucidità forse tutt’oggi inimitabile. La citazione sopra riportata lo dimostra bene: pare scritta per i giorni nostri, perfetta nell’illustrare in breve quanto sta accadendo in ampia parte dell’opinione pubblica (assimilate “mezzi di comunicazione” ai contemporanei social media e il gioco è pressoché fatto – e il tutto anche a prescindere dalla situazione sanitaria in essere da un anno a questa parte) ma, come vedete, è di più di cinquant’anni fa. Perché la voce dei grandi intellettuali è sovente accomunata da due peculiarità: una, il saper prevedere come andrà il mondo (ovvero l’essere più avanti del mondo stesso); due, il non essere quasi mai realmente ascoltate e tanto meno comprese.
Ma forse è inevitabile che vada così. Come lo stesso Flaiano disse, in un altro dei suoi fulminanti aforismi:

Il peggio che può capitare a un genio è di essere compreso.

(Da Taccuino del Marziano, 1960.)

P.S.: il titolo di questo posto ovviamente cita questo.

Il virus peggiore

[Fonte dell’immagine: Wikimedia Commons.]
Ad ennesima riprova del fatto che il peggior virus con relativa pandemia che attanaglia il genere umano sia (da sempre) l’idiozia, è tanto divertente quanto emblematico (ovvero inquietante) ammirare l’illustrazione qui sopra – cliccateci sopra per ingrandirla. È del 1802 e l’autore è il disegnatore satirico James Gillray, che così prendeva in giro gli antivaccinisti del tempo convinti che l’inoculazione del vaccino contro il vaiolo, una delle malattie più letali nella storia dell’umanità (si ritiene sia stata la causa di 300-500 milioni di decessi durante il solo XX secolo), trasformasse i vaccinati in mucche.

Per la cronaca, proprio in forza di una delle più grandi campagne di vaccinazione mai realizzate, il vaiolo è stata l’unica malattia eradicata nella storia umana fino al 2011, quando anche la peste bovina venne dichiarata tale: ma questo certamente non grazie ai no vax del tempo così come a quelli contemporanei per le malattie odierne, quando ancor più di una volta i veri “malati” sono loro, già.

Lock down intellettivo

[Immagine tratta da open.online, cliccateci sopra per leggere l’articolo dal quale è tratta.]
Evidentemente, posto che certe rimostranze (certe, non tutte) delle categorie in questione non possono che essere comprensibili e inevitabili, per alcuni individui più che di lock down emergenziale e relative restrizioni all’attività commerciale bisogna necessariamente parlare di lock down intellettivo e relative restrizioni all’attività mentale. Autoimposte, per giunta.

D’altro canto, è sempre preziosa e giammai inutile qualsiasi ennesima dimostrazione (come questa, appunto) di come il virus più grave e al momento invincibile che attanaglia l’umanità è l’idiozia, ecco. Per la quale di vaccini ne esistono da sempre: si chiamano cultura, buon senso, intelligenza, senso civico, sensatezza. Ma anche in tal caso di “no vax” ce ne sono fin troppi in circolazione, già.

Parentesi americane

[Cliccateci sopra, per sapere di che si tratta.]
Riguardo l’America contemporanea (intesa come USA, ovviamente), e in particolare circa l’ultimo lustro, quello con alla presidenza prima Donald Trump e ora Joe Biden, sento molti sostenere che  i quattro anni trumpiani siano stato una “parentesi” (di solito è questo il termine più gettonato) di natura antidemocratica e ultrapopulista nella tradizione storica di democrazia e progresso degli Stati Uniti. Parentesi chiusa con il ritorno alla “normalità politica” dell’amministrazione Biden, appunto.


E se invece fosse – e si dovesse pensare – l’esatto opposto?
Ovvero se la “parentesi” fosse quella di Biden e di una tradizionale normalità politica, una delle ultime di tale genere in una deriva ormai avviata e pressoché inarrestabile (salvo trasformazioni forse improbabili) verso una realtà futura autoritaria e oppressiva come quella narrata da Margaret Atwood nel suo celebre romanzo Il racconto dell’ancella – forse una delle opere letterarie distopiche recenti potenzialmente più prossime a diventare reali, almeno a giudicare da certi eventi come quello a cui fa riferimento la citazione lì sopra? (Cliccateci sopra per sapere di che si tratta.)

In fondo di basi prodromiche al riguardo ce ne sono parecchie – oltre a quella citata, la maggiore è ovviamente il grande consenso di cui l’ex presidente Trump gode: ben 74.216.154 americani lo hanno votato, il 47% degli elettori. Metà America, in pratica, nonostante tutto ciò che è stato, ha detto e ha fatto.

Forse la fanno troppo facile, insomma, quelli che pensano alla sua presidenza come a un “errore” ormai risolto e da dimenticare al più presto. Per il prossimo futuro americano conterà molto, più che i risultati concreti conseguiti, il consenso culturale (non solo quello politico) che Biden riuscirà a generare e consolidare, nel corso del suo mandato, così come, di contro, la capacità dei repubblicani di non frantumarsi se guidati (come pare sarà, da qui in avanti) da una figura talmente controversa e divisiva come Donald Trump. In ogni caso, rinnovo il mio consiglio: se non l’avete ancora fatto, leggete il romanzo di Margaret Atwood. Potrebbe rappresentare una sorta di “macchina del tempo letteraria” che vi svela ciò che sarà l’America tra qualche anno, già.