Ultrasuoni #22: The Hives

[Immagine tratta da thehives.com.]
Dunque… prendete un gruppo beat dei primi anni Sessanta; fatelo vestire da uno stilista di grido dell’epoca, poi infilatelo in una macchina del tempo e portatelo 30 e più anni avanti. Quindi fate bere ai suoi componenti una ventina di Red Bull® ciascuno, una dietro l’altra, di modo che risultino adeguatamente fuori di testa, poi portateli in un punk club e mandateli sul palco a suonare i propri pezzi: ecco, avete ottenuto i The Hives!

I cinque svedesi che all’inizio della carriera parevano una “punk boy band” dal look retrò studiatissimo e d’altro canto divenuto tratto peculiare della loro tipica immagine da hooligans-figli di papà, sono stati a fine anni Novanta e per gli anni zero del nuovo secolo una delle punk rock band più entusiasmanti in assoluto, con i primi tre album – Barely Legal, Veni Vidi Vicious e Tyrannosaurus Hives – ripieni di grandi brani e potenziali hit, di quelle che ti restano in testa fin dal primo ascolto o che ti portano irrefrenabilmente a saltellare e dimenare il capo ma al contempo rudi, grezzi, veloci, a tratti quasi hardcore, e dotati della capacità quasi sorprendente di mettere insieme atmosfere garage e suoni sixties, a volte persino raffinati, con un’attitudine e la rozza frenesia del primo punk (con alcune deviazioni anche verso il più classico rock’n’roll, lo ska, l’indie rock, il pop), il tutto nel solco del più sublime e insuperabile scandinavian rock style.

Per dire (e sentire), ecco un brano significativo per ciascuno di quei tre album:

Poi, forse, complice pure il grande successo, i The Hives hanno perso un po’ di smalto, riproponendo un cliché musicale ormai assodato seppur sempre divertente da ascoltare (ad esempio Tick Tick Boom); in ogni caso, ribadisco, di gruppi così energetici – cioè di Red Bull® bands, mi viene da dire! – e particolari come loro a tutt’oggi ce ne sono ben pochi in circolazione.

I The Hives ti mettono le aaali!

[Tour image 2021. Foto tratta da facebook.com/hives.]

Ultrasuoni #21: Duran Duran

Chi mi conosce, facilmente sa (e chi non mi conosce lo sa da ora) che, musicalmente, ma non solo, la mia “anima” è forgiata nel più tenebroso black metal e rivestita con il più oltranzista hardcore/grind. Tuttavia, nonostante ciò (ma perché mai, poi? Bando ai convenzionalismi, suvvia!), io qui, lo dico e lo ribadisco, confesso che da sempre ritengo i Duran Duran una delle più grandi pop band dell’epoca contemporanea, che peraltro debuttava esattamente quarant’anni fa, il 15 giugno 1981, pubblicando il primo omonimo album.

Icona assoluta dei scintillanti anni Ottanta (dei quali i DD hanno scritto quello che si può definire l’inno definitivo del decennio, Rio – già, non Wild Boys come tanti ritengono) ma capaci di “invecchiare” benissimo e come ben poche altre band – come loro solo i sublimi Depeche Mode, io credo – al punto da pubblicare uno dei migliori album (All You Need Is Now) più di trent’anni dopo il loro esordio, musicisti sopraffini, creatori di una serie impressionante di brani di successo – più di loro forse solo i Depeche Mode, di nuovo – dotati di classe eccelsa, di grande eleganza e stile sempre impeccabile, belle persone anche dal punto di vista umano, pure, hanno forse avuto una sola grande “sfortuna”, ovvero la loro più grande fortuna: l’enorme successo planetario. Che li ha resi un mito generazionale o, più banalmente, un sogno per milioni di teenagers, che ha fatto guadagnare loro un sacco di soldi ma che, di contro, ha offuscato buona parte delle loro notevoli qualità artistiche. Le quali peraltro la critica riconosce loro senza alcuna remora ma oggi, più che ai tempi dell’incontenibile successo e del relativo delirio adolescenziale degli anni Ottanta, quando il mondo cantava le loro canzoni ma in fondo era più interessato alle apparizioni TV, al look, ai vari gossip e a quant’altro di off topic rispetto alle suddette grandi qualità artistiche.

Li voglio celebrare con un brano famoso ma non come le loro più celeberrime hits, eppure in grado di presentare al meglio la classe, la raffinatezza e l’eleganza musicale, la capacità compositiva e l’inimitabile appeal che si può riscontrare di frequente lungo tutta la loro carriera: New Moon On Monday. Melodia sopraffina, arrangiamento elegantissimo, fascino irresistibile, orecchiabilità assoluta e un “classico” testo alla Simon Le Bon, cioè bizzarramente criptico alla sua maniera.

Nota divertente: NMOM ve lo propongo anche in qualità di eccezione (video) che conferma la regola. Già, perché sia Andy Taylor che Nick Rhodes (chitarrista e tastierista dei DD) hanno dichiarato che il brano abbia il video peggiore mai girato dalla band. Nelle sue memorie, citate da Wikipedia, Taylor scrive che «Tutti… lo odiano, in particolare la scena terribile alla fine, dove balliamo tutti insieme. Ancora oggi, alla sua vista rabbrividisco e me ne vado.»

Be’, cari Duran Duran, di video peggiori nel frattempo la musica contemporanea ne ha offerti molti altri; di grandi band come voi, invece, ben poche. È questo, insieme alla vostra musica, che alla fine conta. E basta.

P.S.: cliccando sulle fotografie, tratte dalla pagina Facebook della band, potrete leggere una ampia e articolata biografia dei Duran Duran, tratta da Onda Rock.

Un futuro paradossalmente “agghiacciante”

[Foto di Mats Speicher da Unsplash.]

Negli ultimi due decenni, indica una ricerca internazionale coordinata dal politecnico di Zurigo (ETH), si sono sciolti a livello planetario 267 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno e l’accelerazione del fenomeno contribuisce per un quinto all’aumento del livello dei mari.
Nello studio diretto da Romain Hugonnet (ETH di Zurigo e Università di Tolosa) e pubblicato su “Nature”, è stato esaminato un enorme archivio di immagini satellitari con il quale è stata calcolata la perdita di massa di 217.175 ghiacciai tra il 2000 e il 2019: tra il 2000 e il 2004 l’erosione è stata di 227 gigatonnellate all’anno, tra il 2015 e il 2019 la cifra è salita a 298 gigatonnellate, che si sono tradotte in un innalzamento del livello del mare dal 6 al 19%.
Solo in pochissime zone i tassi di fusione dei ghiacciai (Islanda, Scandinavia e sulla costa orientale della Groenlandia) hanno rallentato, a causa di anomalie meteorologiche che si sono manifestate con precipitazioni intense e temperature più basse sull’Atlantico settentrionale.
Duecento milioni di persone potrebbero ritrovarsi a vivere sotto la linea dell’alta marea entro la fine del secolo, di contro più di un miliardo di persone rischia di soffrire per la scarsità d’acqua e l’insicurezza alimentare entro i prossimi tre decenni.
Attualmente il ritiro dei ghiacciai sta alleviando la carenza d’acqua in alcune regioni perché l’acqua di fusione alimenta grandi fiumi come il Gange, il Brahmaputra e l’Indo, afferma Hugonnet. Ma se le masse ghiacciate sull’Himalaya “continueranno a ridursi a un ritmo crescente, fra pochi decenni stati popolosi come l’India o il Bangladesh potrebbero affrontare carenze d’acqua o di cibo.

Ecco. Anche quello dei ghiacciai che svaniscono anno dopo anno è un tema che ritengo assolutamente fondamentale tanto quanto, ancora oggi, osservato con uno sguardo sostanzialmente folcloristico, purtroppo. Per questo ci torno spesso e ugualmente ve lo propongo – sperando vivamente di non risultare troppo tedioso, ovvio. Ma la montagna che cambia perché non ha più ghiacciai finisce (finirà) per cambiare anche noi tutti, in relazione ad essa e non soltanto, come ho cercato di spiegare in questo post. I dati sopra proposti, tratti dalla ricerca che potete leggere nella sua interezza qui, nella loro matematica freddezza ma pure, e anche per questo, inquietante concretezza, servono a dare corpo a scenari prossimo-futuri che, tuttavia, si stanno già compiendo dacché si sono già avviati da tempo, e verso i quali non possiamo per nulla restare impotenti, sia a livello di comprensione che di azione – per quel che possiamo e potremo fare, noi piccoli umani.

P.S.: il testo della citazione è tratto da tvsvizzera.it, qui. L’elaborazione dell’immagine del Ghiacciaio del Morterasch è mia, e nella sua semplicità vuole a sua volta tentare di rendere chiara la questione della quale ho appena scritto.

Noi e i ghiacciai (che spariscono)

Credo che le immagini della località ritratta nelle fotografie qui sopra le avrete viste più volte, per quanto siano suggestive e per ciò riprodotte di frequente un po’ ovunque. Magari ci sarete pure stati, al Ghiacciaio del Rodano nel Canton Vallese, in Svizzera, in effetti uno dei luoghi più suggestivi della Confederazione e di tutto l’arco alpino. Io con voi, eppure ve le ripropongo perché l’aver ritrovato sul web l’immagine sopra, quella d’epoca – che è una vecchia fotografia datata tra il 1890 e il 1905 ricolorata – mi ha reso nuovamente evidente come il Ghiacciaio del Rodano, come pochi altri ghiacciai alpini, rappresenti una delle più drammatiche manifestazioni della deglaciazione delle Alpi dovuta ai cambiamenti climatici e al relativo riscaldamento globale, fenomeno ormai “storicizzato” dacché in corso da più di un secolo. L’immagine sotto, con la quale confronto la prima, è ovviamente recente, di qualche anno fa.

È una manifestazione drammatica non solo dal punto di vista ecologico e ambientale ma anche da quello del paesaggio e del suo valore antropologico e culturale – proprio in ciò il Ghiacciaio del Rodano risulta emblematico più di altri apparati glaciali in ritiro, in forza della sua visibilità, della vicinanza al fondovalle e della forte “presenza” referenziale e identitaria nel territorio dell’Obergoms, fondamentale nella percezione e nella considerazione del paesaggio locale. Ciò sia in un senso e nell’altro, ovvero quando c’era il ghiaccio e ora che non c’è più: è evidentissimo, qui, come il paesaggio sia totalmente cambiato, il suo elemento fondamentale e vivificante non c’è più, ora il versante è caratterizzato da forme e colori differenti, assumendo un aspetto meno luminoso (e non solo per la mancanza del riverbero glaciale) e più dimesso, più cupo e per certi versi quasi inquietante, per come la grande ferita rocciosa lasciata dalla sparizione della colata del ghiacciaio possa ricordare anche il residuo d’una grande frana e comunque qualcosa di distruttivo, non certo di ravvivante. Un’assenza che inevitabilmente modifica anche la relazione antropologica (sia inconscia che consapevole) di chiunque si trovi nel luogo, che percepirà sensazioni totalmente diverse da quelle che poteva percepire il viaggiatore di un secolo fa, il che finisce per influire anche sulla reciproca identificazione in loco – dell’uomo nel luogo e viceversa. Viene da pensare che nel ghiaccio dimorasse il Genius Loci del territorio in questione e quindi, con lo scioglimento del primo, anche il secondo stia drammaticamente svanendo.

Tutto questo, oltre al cambiamento meramente estetico che ha subito il territorio, elemento solo apparentemente primitivo e superficiale ma a sua volta basilare nella percezione e nella determinazione del paesaggio nello sguardo e nella mente della persona che vi interagisce.

Ecco perché il processo di deglaciazione delle nostre Alpi è ben più ampio, nella sua gravità e nelle relative ricadute, che se considerato dal solo punto di vista ambientale (qui c’è un bell’articolo di “SwissInfo.ch” che tratta proprio questo tema, con numerosi spin-off ad argomenti correlati). Non sparisce solo il ghiaccio ma un intero immaginario visivo e culturale, formatosi nel corso di secoli e che ora, in pochi decenni, si sta sgretolando nei suoi elementi formativi essenziali, proprio come accade ai ghiacciai. Se il loro ritiro continuerà, inesorabilmente tra qualche anno il nostro sguardo sulle Alpi sarà diverso rispetto a quello attuale e ancor più di quello del passato, e ciò senza dubbio (dacché è un processo antropologico congenito al nostro rapporto con il mondo che viviamo) cambierà anche la relazione che intessiamo e intesseremo con i territori alpini, il modus vivendi in essi, la considerazione che ne avremo, l’interazione che vi metteremo in atto e, ultima ma non ultima, la loro identità culturale, quella che identifica in primis le genti che vi abitano.

Vivremo sulle stesse montagne che abitiamo da secoli ma, per molti aspetti, vivremo altre montagne, diverse, mutate nelle forme e nelle sostanze. E chissà come le vivremo, senza più uno dei loro elementi fondanti e caratterizzanti. Chissà.

(Crediti delle immagini: la prima è disponibile presso la Divisione Stampe e Fotografie (Prints and Photographs Division) della Biblioteca del Congresso sotto l’ID digitale ppmsc.07877 in pubblico dominio, fonte qui; la seconda è presente in diverse pagine sul web, senza fonti certe.)

Sapete dov’è la Curlandia?

[Foto di Gordon Johnson da Pixabay.]

Sulla mia carta fai-da-te non sono annotati stati-nazione, ma antiche regioni frontaliere inghiottite dalla geopolitica. Sentite che nomi. “Botnia”, dove il fondo del Baltico muore nella tundra. “Carelia”, un labirinto di fiumi tra Russia e Finlandia. “Livonia”, coperta di laghi e abeti. Ascoltate come suona bene la parola “Curlandia”, terra di lagune e dune di sabbia battute dal vento. Cercate sull’atlante la Prussia Orientale, la Latgallia e la Masuria, vengono i brividi solo a nominarle. E che mi dite della Polesia, lo spartiacque più piatto del mondo, terra dalle cui paludi un tempo potevi scendere in barca sia sul Baltico, sia sul Mar Nero? O delle sterminate colline della Volinia?
E ancora la Rutenia, la Podolia, la Bucovina: provate a fare questi nomi in un’agenzia di viaggi. Vi prenderanno per matti. Ma voi insistete, mostrate la carta geografica, dite che sono posti reali, che contengono fiumi, città, monasteri, sinagoghe, pianure e montagne. Dite che volete vedere anche la Budjak, ultima propaggine dell’Ucraina prima del Delta del Danubio, selvaggia terra di minareti in mezzo a un mare ortodosso, spazio franco di zingari e pastori. Pretendete di visitare la Bessarabia, la Dobrugia e la Tracia. Rieducate l’industria del turismo, spiegate che col petrolio alle stelle il viaggio deve ridiventare avventura e scoperta, mollare i centri rinomati, scegliere le periferie, ridiventare leggeri. In seimila chilometri non ho incontrato un viaggio di gruppo e nemmeno un ristorante cinese. Di italiani meno che meno. Vorrà pur dire qualcosa.

(Paolo Rumiz, Trans Europa Express, Feltrinelli, Milano, 2011, pagg.15-16.)

Questo è, a mio parere, uno dei passaggi più belli ed evocativi del noto libro-diario di viaggio di Rumiz lungo il “confine verticale” europeo, dal Circolo Polare Artico fino al Mar Nero, e ciò per due motivi.

Il primo, perché Rumiz evidenzia nuovamente l’importanza fondamentale dei toponimi, i nomi dei luoghi, veri e propri scrigni lessicali di storie e culture millenarie nonché di relativi saperi, nozioni, rivelazioni sul luogo che denominano nel corso del tempo e sulle genti che lo hanno vissuto, trasformato e abitato. Lo stesso Rumiz in un altro suo bel libro, La leggenda dei monti naviganti, scrive che «Finché ci saranno i nomi, pensai, ci saranno i luoghi» ed è verissimo, perché in effetti è anche grazie al nome che gli uomini gli conferiscono che uno spazio, un territorio, una zona diventa luogo e prende a vivere, a diventare dimora di un proprio Genius Loci. Per questo, in fondo, conoscere e indagare l’origine e il significato dei toponimi significa da un lato viaggiare nello spazio-tempo e, dall’altro, contribuire a mantenere vivo il luogo relativo. Tanta roba da un semplice nome, no?

Il secondo motivo è che in quel brano Rumiz ci ricorda di come molto poco, a ben vedere, conosciamo il mondo che abitiamo, e non territori lontani, esotici e di ostica visita ma regioni che sono parte del nostro stesso continente, in certi casi a un paio d’ore d’aereo o a poche di più d’auto da noi. Eppure la storia della parte di mondo in cui viviamo è ancora in gran parte dentro quei nomi: quelli che sono venuti dopo, sovente per imposizione geopolitica del tutto slegata dalla realtà storico-geografica relativa, sanno raccontare molto meno dei primi delle loro terre, dei loro luoghi, delle genti che vi sono nate o che le hanno abitate, delle loro geografie, morfologie, paesaggi, mitologie. Anche in tal caso conoscerli, quei nomi, e sapere a quali luoghi si riferiscono, non è un mero esercizio nozionistico ma un prezioso esercizio culturale e identitario – di identità virtuosa e benefica, intendo dire, quella che scaturisce da un luogo vivo e per questo identificante, appunto, giammai da una pretesa più o meno localistica che quasi sempre si nutre proprio della carenza di cultura storica, geografica e antropologica nonché di elementi del tutto avulsi e scriteriati.

Ed è un esercizio, quello a cui ho appena accennato, che possiamo fare in ogni territorio e luogo, piccolo o grande, dacché ciascuno di essi ha i suoi toponimi referenziali, identitari, storici, tradizionali, vernacolari, che il passare del tempo e la trasformazione della presenza umana tende a dimenticare e far svanire quando invece la loro salvaguardia è, ribadisco, una fondamentale manifestazione di vitalità culturale e antropologica. Perderne la conoscenza, di contro, significa perdere la storia, i saperi e l’anima dei luoghi in essi racchiusi: qualcosa che una civiltà già troppo smemorata come la nostra non si può assolutamente permettere.