Colle di Sogno e “La Provincia”

Mercoledì 20 ottobre scorso, sulla pagina del quotidiano “La Provincia” dedicata alla montagna, è uscito un ottimo e completo articolo su Colle di Sogno, sul progetto Un luogo dove re-stare che sto curando con l’Officina Culturale Alpes per il Comune di Carenno e con la collaborazione della locale Pro Loco, e sulla rassegna di eventi che nell’ambito del progetto stanno animando le domeniche di ottobre del sublime borgo prealpino. La pagina la vedete lì sopra e l’articolo nello specifico qui sotto – cliccate sopra ad entrambe le immagini per ingrandirle.

Ringrazio di cuore Paolo Valsecchi, autore dell’articolo e cronista sempre attento e sensibile, per aver ben raccontato quanto stiamo facendo a Colle di Sogno cogliendo lo spirito e la visione del progetto, oltre che per essere stato presente a Colle, domenica 17 in occasione dell’incontro con lo scrittore ed esploratore Franco Michieli, così potendo constatare di persona la qualità degli appuntamenti proposti nella rassegna.

A proposito: domenica 31 ottobre a Colle di Sogno c’è Tiziano Fratus con La Foresta Interiore! Avete già e avrete di nuovo qui sul blog tutti i dettagli per saperne di più e partecipare, altrimenti potete cliccare qui e magari prenotarvi per l’evento. Che è assolutamente da non perdere, ça va sans dire!

Comunisti vs Goldrake!

Si dice spesso che la crisi sempre più profonda – al punto da farsi ormai funerea o quasi – della carta stampata venga da lontano ed è sicuramente vero, per molteplici motivi.

Certo è che un po’ “in crisi” lo erano, nella redazione de “L’Unità”, già nel 1979, come dimostra bene il trafiletto qui accanto (era il 30 dicembre, pagina 8). Forse era il periodo nel quale, ormai smascherata e quindi gioco forza accantonata la passione per la leggendaria antropopedofagìa comunista, non restava loro che accanirsi con irrefrenabile acredine (il giudizio circa “la infima qualità tecnica dell’animazione” è impagabile!) su altre cose ad essa in qualche modo concernenti, giusto per tentare di tener testa a quel diffuso luogo comune. Fatto sta che – forse oggi ne converranno, quei redattori – se “L’Unità” ha potuto continuare la sua gloriosa storia e poi assai meno gloriosamente terminarla un paio di decenni dopo la pubblicazione di quel trafiletto, è anche grazie alla preziosa opera di difesa da parte di Goldrake del pianeta Terra e dei terrestri – redattori de “L’Unità” inclusi, dunque – dai tentativi di invasione delle malvagie truppe di Vega.

Ecco.

(Grazie all’amico Cristiano Calori per l’indiretta ispirazione.)

Giganti buoni, giornalisti cattivi

A ben vedere, la vicenda dello squallido titolo d’un quotidiano italiano, nel quale un assassino femminicida è stato definito “gigante buono” in tal modo sminuendo deprecabilmente la sua figura criminale (ne potete sapere di più qui; invece qui trovate un ottimo approfondimento al riguardo), produce un effetto collaterale certo meno pesante ma per molti aspetti altrettanto deprecabile: insozza la definizione di gigante buono propria soprattutto dell’immaginario fiabesco infantile. Ce ne sono a decine, infatti, di favole e leggende che presentano la figura di un “gigante buono”, a partire dalle più ancestrali narrazioni fino alle fiabe moderne – basti pensare a molti giganti buoni dei miti nordici oppure a quelli che incontra Gulliver (ma anche lo stesso Gulliver nei confronti degli abitanti di Lilliput), al “gigante egoista” ma buono di Oscar Wilde o ancora a Rübezahl, gigante del folclore germanico e al disneyano Willie the Giant, ma persino Bud Spencer, a suo modo “mitico” e amatissimo dai bambini, è stato definito “gigante buono”, eccetera.

Il quotidiano in questione ha invece voluto legare la definizione alla figura di un assassino autore di uno dei delitti più efferati, ne più ne meno. Come se lo avesse fatto con altre simili definizioni di quell’immaginario fiabesco e fanciullesco così prezioso e al contempo fragile: “bella addormentata”, “fata turchina”, “principe azzurro” e così via.

Anche questo, a suo modo, è un comportamento “delittuoso”: lo è nei confronti del rispetto verso la vittima di quell’assassino, lo è verso la necessaria bontà e obiettività delle notizie che un vero organo d’informazione dovrebbe sempre fornire e lo è, ribadisco, verso l’immaginario delle favole in cui vivono i “giganti buoni” – al momento infangati da quegli pseudo-giornalisti ma comunque sempre giganti, pur fantastici, rispetto a tali ahinoi reali, minuscoli nani dell’informazione pubblica.

Un “non giornale” da chiudere. Punto.

A proposito di menti irrimediabilmente bruciate

Il giornale è un organo di informazione e di approfondimento, dunque deve informare e approfondire le notizie, qualsiasi esse siano e da qualsiasi punto di vista vengano analizzate – basta che sia un punto di vista legittimo, fondato e logico, anche ove miri alla provocazione. Che è efficace quando è sagace, non quando è infamante. Il giornale non è uno strumento di diffamazione, di denigrazione e di calunnia, tanto più di diffusione di palesi fake news.

Il principio è chiaro, dunque è inutile girare intorno alla questione fermandosi sempre e solo ai commenti indignati: il “giornale” Libero va chiuso. Punto. Non c’è da aggiungere null’altro.

Dacché tale azione non rappresenta affatto una qualche forma di “censura” ma, al contrario e in modo totalmente legittimo, l’affermazione del necessario e doveroso diritto alla giustizia (non solo nella e dell’informazione) e del senso civico proprio di ogni società emancipata, a difesa dell’opinione pubblica e della cognizione culturale comune – ma pure a difesa delle stesse idee che la redazione in questione vorrebbe sostenere e invece finisce inesorabilmente per infangare e infamare. Il tutto, per giunta, nei confronti di una pubblicazione che non è un giornale in forza di quel chiarissimo principio sopra esposto, appunto.

Scusi, mi dà “Sua Figlia”?

Anni fa – taaanti anni fa, quando ero più giovane e ingenuo, meno disincantato, forse meno folle ma ironico e visionario in modo magari diverso da oggi eppur con simile entità, avevo ideato una fanzine umoristica (voi che non sapete cosa sia una “fanzine” rallegratevi, dacché siete assai giovani!) che si chiamava SUA FIGLIA. Ne avevo persino fatto una sorta di “numero 0”, e ogni uscita avrebbe avuto un tema centrale così che di questo la fanzine sarebbe concretamente stata – in senso espressivo, comunicativo e, ribadisco, umoristico – sua figlia. Ovviamente, m’immaginavo che potesse essere venduta in tutte le edicole come ogni altra pubblicazione, cosicché chi la voleva acquistare sarebbe dovuto andare dall’edicolante a chiedergli, né più né meno: «Scusi, mi dà Sua Figlia?»
Sarebbe stata una pubblicazione tremendamente sarcastica ancora prima di essere acquistata dai suoi lettori, in pratica. Anche nel caso in cui l’edicolante non avesse avuto prole femminea: la morale ordinaria che è attiva in tutti noi, più o meno “controllata” (e controllante), avrebbe comunque ricevuto un sonoro scossone.

Peccato che poi non l’abbia realizzato, quel progetto editoriale. O per fortuna, forse.

(L’immagine che vedete lì sopra è puramente indicativa, eh!)