Un po’ ombroso

Ok, lo ammetto. A volte può essere – a volte, eh! – che sia un po’ ombroso.

Capita. Pensieri, imprevisti, accidenti, disdette. Be’, può essere, sì.

Ma non pensavo così tanto al punto da essere mandato via da una spiaggia qui vicino, sul lago, perché impedivo la tintarella ai bagnanti lì presenti! Alla faccia dell’ombrosità!

Ecco perché è meglio, in quei momenti, che me ne vada a zonzo per i boschi, come già faccio abitualmente. Mi si rigenera ben più l’animo e l’ombra, lì, è cosa del tutto naturale e normale. Già.

Se piove come in un Monet

[Claude Monet, “La pioggia”, 1886-87, olio su tela, collezione privata.]
A volte, piove così bene e con la pioggia tutto così bene si bagna e si lustra, illuminandosi e riprendendo colore o assumendone di così vividi, che a uscire con l’ombrello sembra quasi una cosa brutta, da maleducati, negligenti o da menefreghisti, già.

Tutto intorno è bagnato, le strade gli alberi le siepi i prati le pietre le case gli animali l’aria… e noi no? Almeno un po’ di quella bella pioggia noi non ce la prendiamo, e senza che ci sia alcun bisogno di lamentarsi? Va bene, se è in corso un gran nubifragio no, ma se invece la pioggia cade così bene che sembra di essere in un quadro di Monet

Ma, forse, sono “di parte”, per così dire. Nel senso che non sopporto gli ombrelli e, in certi casi, come le persone li utilizzano, ecco.

Se gli alberi parlassero, cosa direbbero all’uomo?

Sempre a proposito di genere umano e Natura… sono state anche registrate ulteriori prove scientifiche su come le piante respirino, reagiscano agli stimoli esterni, parlino, comunichino tra di loro, ascoltino il mondo che hanno intorno e inviino ad esso messaggi in molteplici modi, ovviamente del tutto differenti dai nostri e sovente alquanto fenomenali.

La cosa mi fa venire in mente le parole di un grande personaggio che con boschi e alberi aveva una relazione autentica e speciale, Mario Rigoni Stern, il quale disse che

Il bosco è vivo, noi consideriamo gli alberi come oggetti che non sentono, invece sono sensibili, gli alberi. Addirittura si è scoperto recentemente che si consociano tra di loro per aiutarsi a vicenda e si scambiano alimenti attraverso le radici.

(Carlo Mazzacurati, Marco Paolini, Dialoghi in Ritratti. Mario Rigoni Stern, Fandango Libri, Roma 2006, pag.65.)

…dimostrando di sapere già anni prima, grazie a quella sua armoniosa relazione “silvestre” – e parimenti a chiunque sappia formulare una particolare e percettiva sensibilità verso l’ambiente naturale grazie a un’altrettanto particolare forma mentis culturale -, quello che poi la scienza sta confermando col tempo.

Delle recenti scoperte ne parla in questo articolo dell’Agi il giornalista scientifico Renato Reggiani, chiedendosi in chiusura alla sua dissertazione quando arriverà «il primo traduttore universale per il linguaggio delle piante». Ecco, non so quanto possa essere conveniente per l’“Homo Sapiens” (virgolette inevitabili) poter capire quello che le piante ci potrebbero dire. Temo che la razza umana, i cui membri fanno una gran fatica a parlarsi e capirsi persino tra di loro, per sua gran parte verrebbe coperta da insulti e infine non capirebbe nulla di tutto ciò che di virtuoso le piante potrebbero comunicare. Con questo dimostrando una volta ancora che l’aggettivo di quella definizione tassonomica, “Sapiens”, è in molti casi del tutto pretenzioso e ingiustificato. Purtroppo, già.

La bellezza del “brutto tempo”

Ormai io considero quelli che si fanno influenzare dalle previsioni del tempo – che buona parte dei sedicenti “meteorologi” sbagliano regolarmente – un po’ come quelli che seguono gli oroscopi dei rotocalchi di costume. Non solo perché determinano la loro vita reale quotidiana, e l’atteggiamento con il quale l’affrontano, su mere congetture che spesso non sanno nemmeno ben interpretare (ma ciò non sia una difesa per quei meteorologi incapaci, sia chiaro: la mia opinione su di loro è chiara e già nettamente espressa – qui, ad esempio), ma anche perché comportandosi in tal modo si perdono spettacoli di fascino raro e prezioso.

Così, sia il venerdì che il sabato del trascorso, piovoso fine settimana, io e il mio “segretario personale a forma di cane” (di nome Loki, per la cronaca) ce ne siamo andati sui monti sopra casa per boschi e radure, nella quiete pressoché assoluta data dall’assenza di altri umani (vedi sopra, appunto) e nel fantasmagorico paesaggio del bosco autunnale velato da nebbie e nubi basse e profumato dagli effluvi del terreno bagnato dalla pioggia.
Uno spettacolo assoluto.
Nonostante le strade forestali fossero piene di pozzanghere, i sentieri fossero fangosi, la vegetazione bagnata al punto che bastava sfiorarla per restare inzuppati, e nonostante la bellezza del luogo e dei suoi ampi panorami fosse relegata al ricordo di altri passaggi e alla fantasia, restando celata nella nebbia più o meno fitta.

Ma il paesaggio, qualsiasi paesaggio, che non esiste se non nella nostra mente ove si forma in base alla visione del territorio e dei luoghi, alla percezione e alla sensibilità relative, alle emozioni del momento e al bagaglio cultura che ci portiamo appresso, è ogni volta sempre diverso e sempre unico. In fondo, e per conseguenza, non esiste il “bel paesaggio” che tale più non è senza le condizioni giuste: questo è un giudizio basate su mere convenzioni estetiche e su convinzioni indotte, esattamente come non esiste il “brutto tempo” (nel senso di condizione meteorologica), semmai esiste un tempo che crediamo essere più funzionale ai nostri comodi e uno che lo può essere meno, ma spesso perché non vogliamo e non sappiamo considerarlo diversamente. La bellezza del paesaggio e dei luoghi è sempre lì, bisogna solo adattare ogni volta la sua percezione ed è in fondo ciò che, anche, la rende qualcosa di affascinante e comunque unica.

Insomma: io e il mio “segretario personale a forma di cane” siamo tornati alla base che era quasi buio e ci siamo divertiti un sacco. Anche se eravamo fradici, infangati e non avevamo visto quasi nulla. Uno spettacolo assoluto, ribadisco, ma solo per chi ne sa godere.

La pioggia

(Immagine tratta da https://pixabay.com/it/.)

Ribadisco (dacché l’ho già detto altre volte, qui): trovo che la pioggia sia bellissima.
Niente affatto triste, malinconica, deprimente – sono cose che può pensare solo chi le genera e le ha già nell’animo, a prescindere dalle condizioni meteo – e giammai fastidiosa, se non per le mammolette.
Lo è, bellissima, perché dopo tornerà il sereno e, quando di sereno ne ha fatto fin troppo, è bello vedere che si mette a piovere. D’altro canto, il ritorno del cielo sereno è ancor più gradevole dopo la pioggia, no?
Ecco.