La conquista della saggezza

(Photo credit: Phillip Leonian from New York World-Telegram – Wikimedia Commons, pubblico dominio.)

Anche da giovane non riuscivo a condividere l’opinione che, se la conoscenza è pericolosa, la soluzione ideale risiede nell’ignoranza. Mi è sempre parso, invece, che la risposta autentica a questo problema stia nella saggezza. Non è saggio rifiutarsi di affrontare il pericolo, anche se bisogna farlo con la dovuta cautela. Dopotutto, è questo il senso della sfida posta all’uomo fin da quando un gruppo di primati si evolse nella nostra specie. Qualsiasi innovazione tecnologica può essere pericolosa: il fuoco lo è stato fin dal principio, e il linguaggio ancor di più; si può dire che entrambi siano ancora pericolosi al giorno d’oggi, ma nessun uomo potrebbe dirsi tale senza il fuoco e senza la parola.

(Isaac Asimov, citato da Giuseppe Lippi in I robot dell’alba, Mondadori, 1994.)

Piove

235564Piove. Ed è bellissimo.

Già. Perché la pioggia non è affatto un “problema”, come in molti pensano. Semmai è la gente che ha un problema con la pioggia. Chi se ne lamenta lo fa per una mera disaffezione alla scomodità, o per essersi troppo viziato agli agi della “normalità” – la quale è convenzionalmente il giorno di Sole, chiaro, non quello di pioggia. E i disagi che ne derivano, io credo si generino proprio da ciò: dal nostro corrispondente disagio, in verità quasi del tutto immotivato.

Invece la pioggia è bellissima, lo ribadisco. È una condizione meteorologica ben più vitale di quella che regala il cielo sereno. Che è una meraviglia, certo: ma se il Sole in cielo infonde ci vitalità, la pioggia è il segno della vita della Terra – in fondo se il paesaggio acceso dalla luminosità solare è così sublime, è proprio grazie alla pioggia che in altri giorni è caduta. Insomma, ancora una volta una questione di intendimento, né più né meno.

La pioggia è – se così posso dire – la dimostrazione che il nostro pianeta funziona ancora: si purifica, si rigenera, si lava via le impurità, la polvere, il deposito che sovente noi uomini vi lasciamo e nel contempo si disseta, si nutre, si idrata: è quel “ciclo dell’acqua” che ci insegnano a scuola che così tanto assomiglia al ciclo della vita – anche perché questo secondo esiste solo grazie al primo, a ben vedere.

Provate a camminare in un bosco, oppure tra i campi, nel mentre che piove e possibilmente senza un ombrello (un oggetto del quale nella stragrande maggioranza dei casi si può tranquillamente fare a meno), e cercate di acuire i sensi più del solito… cercate di ascoltare il ticchettio delle gocce che cadono sulle foglie, sui cespugli o sul terreno, provate a cogliere i profumi che come un additivo prodigioso la pioggia libera dalla Terra, o il brillio della vegetazione resa luccicante dalla patina idrica, o ancora l’orizzonte reso più indistinto dal velo piovoso… In fondo, i vestiti e le scarpe bagnate si possono sempre cambiare, nel caso, e comunque prima o poi tornerà il Sole e renderà ancora più luccicante ogni cosa. Ma grazie alla pioggia appena caduta, appunto.

Per questo a me piace la pioggia. E quando ne cade così tanta da generare grossi guai e drammatici eventi, beh, in quasi tutti i casi non è lei, la pioggia, il problema, ma nuovamente è l’uomo ad avere un problema con la pioggia, e con la Natura troppo spesso sfregiata, manipolata, distrutta, resa incapace di trattenerne le precipitazioni, di difenderci dai suoi temporanei impeti. Non avesse tali problemi, l’uomo, subirebbe molti meno danni dalla pioggia – che, inutile dirlo, è cosa naturale, appunto, mentre noi riusciamo a esserlo sempre di meno, o forse non lo siamo giù più del tutto.

Intanto fuori piove, ancora.

Ed è bellissimo.

Scrivere per “razionalizzare” le proprie visioni (H.P.Lovecraft dixit)

HP-Lovecraft-by-Lee-Moyer

La ragione che mi induce a scrivere racconti è di fatto la voglia di provare la soddisfazione di visualizzare più chiaramente, dettagliatamente e stabilmente, bellezza e avventurosa attesa che mi vengono suscitate da visioni (sceniche, architettoniche, atmosferiche, ecc.), idee, avvenimenti e immagini incontrate nella letteratura e nell’arte.

(Howard Phillips Lovecraft, I racconti del soprannaturale: fasi e procedimenti di scrittura, in Tutti i romanzi e i racconti. Il sogno. Tutte le storie oniriche e fantastiche, Grandi Tascabili Economici Newton Compton, 1993; nuova ed.2009, traduzione di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco.)

Il fondamentale Lovecraft, a tutt’oggi l’horror letterario par excellence, a mio parere. Ma anche, tra le mille visioni terrificanti scaturite dalla sua mente, uno dei più lucidi e illuminanti analisti della letteratura del suo tempo. Da scoprire assolutamente anche sotto questa veste.

“Istituzione e differenza”: l’attualità di Ferdinand De Saussure e l’importanza dei suoi studi per chiunque abbia a che fare con la lingua

Per chiunque abbia a che fare con la lingua, parlata o scritta, usata nella libera espressione verbale o strutturata in un testo a scopo comunicativo, la figura di Ferdinand De Saussure è assolutamente fondamentale. A cento anni dalla sua scomparsa (22 febbraio 1913) sta avendo luogo, tra marzo e maggio, Istituzione e differenza: un ciclo di cinque incontri dedicati a Saussure e al suo pensiero, parallelamente alle commemorazioni che tra Ginevra e Parigi si susseguiranno nei prossimi mesi. Il prossimo incontro, un dibattito nello specifico, si terrà a Roma il prossimo 3 Maggio e tratterà un tema parecchio intrigante: La lingua come modello di ogni altra istituzione? La_LinguaPotete avere tutti i dettagli di questo incontro e dell’intero ciclo Istituzione e differenza cliccando sull’immagine qui accanto e così visitando il sito appositamente dedicato ad esso dall’Istituto Svizzero di Roma.

Mi preme però qui, ora, dire qualcosa di più su De Saussure per come, lo ribadisco, i suoi studi sulla lingua accorpati in buona parte poi nelle teorie dello Strutturalismo siano fondamentali per qualsiasi utilizzo si voglia fare del segno linguistico, sia a livello di creazione del testo – verbale e, scritto, ovviamente più interessante per chi come me scrive, appunto, e pretenderebbe di farlo nel modo migliore possibile – che di critica dello stesso, letteraria e artistica.
Leggendo il comunicato stampa del ciclo di incontri si scopre che quella di Ferdinand De Saussure fu, in estrema sintesi, un’esistenza riservata sino ai limiti del mistero, caratterizzata dal pensiero solitario e spericolato, sovente capace di innovazioni dirompenti. Ginevrino, brillante studente di linguistica a Lipsia e Berlino, a ventuno anni pubblica quello che fu giudicato «il più bel libro di linguistica storica che sia mai stato scritto», il Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indo-européennes. Di ritorno a Ginevra nel 1891, dopo un intervento importante pronunciato in occasione del Congresso degli orientalisti (1894), Saussure fa quasi perdere le sue tracce. È a Ginevra che insegna, dopo averlo fatto per dieci anni a Parigi, ed è sempre a Ginevra che sviluppa in modo febbrile le sue ricerche; ma per il pubblico scientifico internazionale i suoi contributi diventeranno solo un ricordo. Tra il 1907 e il 1911 tiene i corsi di linguistica generale a cui avrebbe ambito vent’anni prima: queste lezioni – pubblicate postume dagli allievi Albert Bally e Charles Sechehaye – non solo definiscono i tratti originali della sua produzione teorica, ma influenzeranno le scienze umane del Novecento. Muore, dimenticato e solitario, nel 1913. Del Cours, la cui prima edizione è del 1916, si avranno tante edizioni e traduzioni quante di pochi altri testi scientifici. Nel secondo dopoguerra, grazie all’opera di Hjelmslev e Benveniste, ai lavori di Godel e poi di Engler e De Mauro, il Cours viene adeguatamente tradotto, chiarito nella sua articolazione e commentato.
Saussure, prima e meglio di chiunque altro, pensa l’arbitrarietà radicale del segno linguistico e la sua complementarietà al principio di differenza. Dice Saussure nel Cours: «nella lingua non vi sono che differenze», «differenze senza termini positivi». Altrettanto, il valore di ogni segno linguistico è tale solo a partire dal rapporto differenziale che lo inscrive nella lingua storico-naturale come forma o sistema. Istituzione pura fatta di differenze, e differenze di differenze. Ci basta questa definizione per cogliere la potenza pratica e l’attualità del pensiero saussuriano, che ha posto le basi di una teoria delle istituzioni. Nella crisi della sovranità statale e della legge del valore-lavoro, nell’epoca in cui il linguaggio diviene principale risorsa produttiva mentre i valori finanziari perdono ogni tipo di rapporto convenzionale con la natura delle merci (compresa quella merce peculiare che è la forza-lavoro), pensare ancora con Ferdinand de Saussure la lingua come istituzione pura e sistema di differenze significa riflettere il presente in modo radicale.

Vi rammento che cliccando sull’immagine “magritteana” Ceci n’est pas une langue qui sopra (oppure anche qui: www.differenzadesaussure.istitutosvizzero.it) potrete visitare il sito web che l’Istituto Svizzero di Roma ha dedicato a Istituzione e differenza, nel quale trovare, oltre a tutti gli atti del ciclo, ogni altra informazione utile sull’intero progetto.