I “doni” di Mauro Lanfranchi

Ho la gran fortuna di conoscere alcuni tra – a mio parere – i migliori fotografi di montagna italiani, e in essi annovero a pieno titolo il lecchese Mauro Lanfranchi, autentico cantore per immagini dei territori montani lombardi (non solo, ma soprattutto) e in particolar modo delle montagne tra Lecco e la Valtellina per le quali rappresenta ormai pure una specie di enciclopedia naturalistica (illustrata, ovvio!) vivente, stante la sua profondissima conoscenza di tale territorio. Di lui ho già scritto qui, ma credo che chiunque di voi lo abbia “editorialmente incrociato” almeno qualche volta, posta la vastità della sua produzione fotografica e delle collaborazioni con praticamente tutte le testate nazionali che si occupano di ambiente e natura, oltre agli innumerevoli libri che contengono i suoi scatti, il cui stile peculiare è sovente ben riconoscibile.

Proprio qualche giorno fa Mauro ha compiuto 70 anni, buona parte dei quali passati a vagabondare per le montagne – sovente raggiunte a bordo della sua celeberrima Vespa con viaggi anche di molti km, a volte con tempo da lupi – e a fissare nei suoi scatti la loro grande bellezza, spesso scovata e rappresentata nelle circostanze più insolite e nei dettagli meno evidenti ma per molti versi peculiari e maggiormente narrativi dell’essenza dei monti.

Voglio omaggiarlo con alcune immagini in bianco e nero tratte da un’ampia galleria fotografica pubblicata lo scorso luglio da Alessandro Gogna su sherpa-gate.com, che vi invito a visitare per godervela nella sua interezza (qui ne trovate un’altra, di galleria, dalla quale proviene l’immagine in testa al post), e ringrazio di cuore Mauro per avermi concesso di pubblicarle. Solo poche immagini – che peraltro intendo pure come ben auguranti per il prossimo inverno – ma credo già del tutto significative riguardo l’arte fotografica di Lanfranchi, che mi auguro possa continuare ancora per lunghissimo tempo a praticare i propri vagabondaggi alpestri e a donarci le sue affascinanti, preziose visioni montane.

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Il paesaggio non esiste (se non nella mente di chi lo “osserva”)

[Foto di Alessandro da Pixabay]

Il paesaggio è un costrutto. Questa parola terribile significa che il paesaggio non va ricercato nei fenomeni ambientali, ma nelle teste degli osservatori.

(Lucius Burckhardt)

Perché quando ammiriamo un “paesaggio” come quello (ultra classico!) ritratto nell’immagine lì sopra, pensiamo sia belloPerché le sue forme, i suoi colori, le vedute panoramiche che vi si generano sono sinonimo di bellezza, certamente, e perché un tale concetto di bellezza è quello che abbiamo culturalmente determinato nel tempo con lo sviluppo, anche in senso estetico, della nostra civiltà.

E se fosse invece che il paesaggio sopra raffigurato è “bello” soprattutto perché in realtà si forma dentro di noiè una creazione della nostra mente e del nostro animo, e dunque mai nessuno di noi ordinariamente affermerebbe di se stesso di essere “brutto” dentro?

Nella differenza culturale tra “territorio” e “paesaggio”, cioè tra ciò che vediamo intorno a noi e ciò che concepiamo da quella visione, nella relazione che si forma tra i due elementi e nella sua stortura (il più delle volte inconsapevole, in certi casi no), si può riscontrare sia la fortuna di essi, ovvero la loro frequentazione antropica armoniosa, sia la loro sfortuna, cioè l’origine dei danni che l’uomo con le sue attività vi compie. Comprendere che l’antropizzazione e la territorializzazione realizzate in armonia con lo spazio e l’ambiente naturale generano un altrettanto armonioso e bel paesaggio, nel quale ci si trova bene perché è bello starci, è fondamentale tanto quanto capire che la confusione tra i due elementi e il travisamento del loro valore, innanzi tutto da parte di chi opera e gestisce quegli spazi vissuti e antropizzati, è garanzia pressoché certa di danni e di degrado della bellezza peculiare dei luoghi, dunque conseguentemente anche della nostra relazione con essi, del nostro atteggiamento, della capacità di comprenderne e salvaguardarne il valore. Per questo il paesaggio deve necessariamente scaturire da una nostra elaborazione intellettuale e culturale: se ciò non accade, il territorio diventa come un dipinto dai colori bellissimi ma che non si capisce cosa rappresenti.

Andrea Aschedamini: da Cervinia al cielo, e ritorno

Per tutta la stagione estiva ovvero fino al 30 settembre prossimo, presso il Grand Hotel Cervino di Cervinia, si può visitare una mostra fotografica tanto bella quanto significativa: Dal cielo di Cervinia, con gli scatti di Andrea Aschedamini, la cura di Luciano Bolzoni e l’egida di Alpes Officina Culturale, anche quest’anno promotrice di alcune intriganti proposte culturali nella località ai piedi della Gran Becca.

Andrea Aschedamini, nato a Milano, appassionato di montagna, specializzato in fotografia di viaggio, che definisce se stesso “fotolitografo”, fondatore con Cristina Locatelli dell’Agenzia different.photography, è autore e co-autore di numerosi volumi, servizi fotografici per varie riviste, mostre, progetti di narrazione fotografica. Io lo ricordo innanzi tutto (ma sono di parte) per un volume sublime, Umauns sainza amur sun ervas sainza flur, nel quale ha raccontato a modo suo l’Engadina (ecco perché sono di parte) con una sensibilità verso i luoghi e le loro peculiarità, le inaspettate sinergie, gli angoli più apparentemente noti e quelli più nascosti, veramente profonda e emozionante. Un luogo montano speciale, l’Engadina, che negli scatti di Aschedamini si può ri-scoprire e apprezzare con altrettanto speciale suggestione (per saperne di più sul volume, cliccate sull’immagine qui sotto).

La mostra Dal cielo di Cervinia propone a sua volta un “diverso” sguardo in un “diverso” tempo sul paesaggio e le architetture di Cervinia, sotto questo aspetto un luogo tanto amato da molti quanto deprecato da altri ma in ciò, ovvero in questa propria dicotomia architettonico-urbanistica (nonché paesaggistica) così evidente, capace di rivelare molto del rapporto che l’uomo ha intessuto con i territori montani che ha inteso urbanizzare nell’ultimo secolo, quando la frequentazione delle montagne ha assunto la fisionomia attuale e parimenti l’immaginario comune al riguardo. Come ha scritto Luciano Bolzoni nel presentare la mostra, «[…] Poi esiste un’altra Cervinia, quella che in una giornata fuori stagione può essere sorvolata dagli sguardi di un fotografo come Andrea Aschedamini che decide di alzarsi dalla conca per comprenderne la forma, le vie, i suoi spazi, le sue architetture».

Una mostra dalle innumerevoli valenze – artistiche, architettoniche, culturali, antropologiche, eccetera – che merita assolutamente una visita (e tornerò a parlarne al riguardo, a breve). Per saperne di più, cliccate sull’immagine in testa al post.

Grandi viaggi con pochi passi

A volte si percorrono grandi distanze ma si fanno “piccoli” viaggi. A volte invece basta fare pochi passi per compiere viaggi e avventure incredibili, o per scoprire che di ciò che si credeva di conoscere in verità si conosce poco o nulla.

Per il viaggio autentico non serve tanto una meta, e non serve un modo di viaggiare più di altri: se è vero ciò che disse Pessoa, «i viaggi sono i viaggiatori», è perché è altrettanto vero che i viaggiatori sono il viaggio. Che questo sia lungo solo pochi passi oppure milioni di chilometri, che porti in capo al mondo o poco oltre l’uscio di casa: non è tanto che per viaggiare servano dei viaggiatori, semmai per il viaggiatore autentico serve un viaggio da fare. Qualsiasi esso sia, ovunque esso porti.

È ciò che, per naturale conseguenza, rende un viaggio veramente autentico, più di ogni altra cosa.

La bellezza delle montagne d’Ucraina

[Foto di Alexandr Podvalny da Unsplash.]

Oltre le verdi colline ondulate della Mittel Land si levavano imponenti pendici boscose fino ai maestosi dirupi dei Carpazi veri e propri. Torreggiavano a destra e a sinistra, e la luce del sole pomeridiano, investendole in pieno, faceva risaltare tutti gli splendidi colori di codesta bella catena, l’azzurro cupo e il viola all’ombra dei picchi, il verde e il bruno là dove rocce ed erba si confondevano, e una prospettiva illimitata di rocce frastagliate e creste aguzze, che si perdeva in lontananza, dove picchi innevati si drizzavano maestosi. Qua e là, imponenti crepacci spaccavano i monti, e in essi il sole ormai declinante di tanto rivelava il bianco schiumare di una cascata. Uno dei miei compagni di viaggio mi ha toccato il braccio mentre, aggirata la base di una collina, compariva l’alta cima incappucciata di neve d’un monte che, per via delle tortuosità del cammino, sembrava starci proprio di faccia.

[Bram Stoker, Dracula, 1897.]

L’immagine mostra un panorama dei Carpazi Orientali Esterni, ovvero la parte della catena montuosa posta in buona parte nel territorio dell’Ucraina, senza dubbio una delle più amene e suggestive. Ecco: se gli uomini di guerra comandati dal Cremlino che hanno aggredito il paese si soffermassero a contemplare la sublime bellezza di questi paesaggi montani ucraini, chissà, forse smetterebbero di devastare anche gli altri.