Il territorio non ha bisogno di essere addomesticato per poter diventare desiderato. Tanto più se si tratta di un territorio montano, la cui geografia naturale offre ogni cosa che possiamo considerare desiderabile per frequentarlo e sentirci bene, per emozionarci e appagarci. E diventa ancora più appagante se sappiamo coltivare in noi il desiderio di viverlo nella maniera più approfondita e consapevole possibile invece che tramite modalità artificiose e preconfezionate.
Ponti sospesi, passerelle panoramiche, panchine giganti, vie ferrate e altre cose simili vengono sparse per luoghi e territori naturali di pregio soltanto allo scopo di addomesticarli, da chi evidentemente non è più in grado di comprendere la multiforme bellezza che quei posti offrono in origine e il valore inestimabile che possiedono, considerandoli solo come spazi vuoti da manipolare, alterare, falsare – tutti termini sinonimi di “addomesticare”, appunto – e dunque da sfruttare per i propri tornaconti.
Di contro veramente devo pensare che di conseguenza ci siano così tante persone per frequentare le montagne si fanno a loro volta addomesticare da quei manufatti inutili e invasivi? Sul serio c’è gente così apparentemente ottusa da convincersi che in montagna per ammirare il panorama ci sia bisogno di una passerella panoramica di cemento e acciaio, o di un ponte sospeso per sentirsi “sopra” il paesaggio? Evidentemente sì, verrebbe da temere. Ma io credo (ingenuamente forse, ma tant’è) che non sia così e che tutto rimandi al suddetto addomesticamento imposto a forza sui luoghi e su chi li frequenta: come recinti nei quali si accetta di essere reclusi perché convinti che da dentro il mondo al di fuori appaia più bello e solo questo contasse, senza così capire di restarvi inesorabilmente imprigionati. Addomesticati nella mente, nelle facoltà percettive, nelle sensazioni emotive, nell’animo.
No, la montagna (e non solo lei) non ha proprio bisogno di questo per essere apprezzata, vissuta, goduta, amata. E se invece qualcuno, nonostante quanto ho affermato poc’anzi, veramente accetta di essere addomesticato da tutte quelle infrastrutture che ho citato e dalle tante altri simili che invadono, e spesso devastano, i territori montani, forse sta solo palesando di non aver bisogno della montagna. Almeno fino a che non sappia meritarsela dimostrando di volerla vivere sul serio, di comprenderne l’essenza e il valore profondo, di essere parte del suo paesaggio. Non ci vuole molto per fare ciò: basta essere vivi non solo nel corpo ma pure nella mente, nel cuore, nell’animo, nello spirito. Uno stato che in fondo dovrebbe essere normale per chiunque, no?
Già. Per lo stesso principio con il quale non si può considerare “normale” certa montagna poco o tanto – a volte tantissimo – addomesticata, cioè alterata e manipolata, che ci invitano a frequentare. Un principio di buon senso, in fondo.
Avrete forse letto della “SkyWalk” in costruzione a quasi 2600 metri di quota sopra il Passo del Tonale, una nuova attrazione turistica che consiste in una piattaforma panoramica di cemento e acciaio a sbalzo, con pavimento in vetro, piazzata a poca distanza dalla stazione della cabinovia di Passo Paradiso – la vedete nel rendering qui sopra con una panoramica del luogo coinvolto. Si dice sarà pronta per l’estate 2027.
È chiaramente una fesseria colossale, l’ennesimo esempio della folle turistificazione alla quale vengono assoggettate molte località delle nostre montagne, considerate soltanto dei luna park alpini da offrire e (s)vendere al turismo di massa cercando di fare più numeri (e più tornaconti) possibile. Al punto che, quando i responsabili del comprensorio Pontedilegno-Tonale, committente della piattaforma, sostengono che la stessa «servirà a valorizzare il paesaggio e la storia della Guerra Bianca», viene da chiedersi se siano seri, se veramente credano a ciò che affermano o se si rendano conto dell’insensatezza proferita ma cerchino comunque di imporla come “verità” in quanto è funzionale ai loro interessi. Di quelli della montagna no, per nulla, ma d’altro canto viene da pensare che a quelli della montagna ben poco importa!
Vorrei anche capire come un’attrazione turistica ludico-ricreativa del genere – un’ennesima macchina da selfie, in pratica – serva a «valorizzare» la storia della Guerra Bianca e, dunque, la memoria delle migliaia di soldati morti sul fronte dell’Adamello, invece di esporla al serio rischio di banalizzazione antistorica: anche perché opere del genere non sono fatte per valorizzare alcunché se non se stesse e la fruizione effimera che impongono. Al riguardo mi piacerebbe sapere che ne pensa Onorcaduti, l’ufficio per la tutela della cultura e della memoria del Ministero della Difesa (penso proprio che li contatterò) o gli altri soggetti che si sono dati il compito di ricordare e commemorare gli eventi bellici e i caduti italiani, in particolar modo quelli della Prima Guerra Mondiale (come il Museo della Guerra Bianca di Temù, a pochi chilometri dalla nuova giostra panoramica in realizzazione). D’altro canto i committenti della piattaforma panoramica – il comprensorio Pontedilegno-Tonale, ripeto – sono gli stessi che ogni estate piazzano gli ipocriti e inquinanti teli geotessili su ciò che resta del ghiacciaio del Presena, posto appena sopra il sito della nuova piattaforma, sostenendo così di contribuire alla sua salvaguardia ma in verità tentando di salvaguardare il proprio business turistico: anche in questo caso di serietà non ne trovo traccia, per nulla.
[Immagine tratta da www.ilgiorno.it.] [Lo stato desolante del Ghiacciaio Presena lo scorso 7 settembre. Immagine tratta dal gruppo Facebook “Noi che amiamo le montagne“.]Fatto sta che le proteste contro la realizzazione della “SkyWalk” stanno già arrivando copiose da più parti; tuttavia, come al solito, questa ennesima assurdità di cemento e acciaio in alta quota è “comparsa” all’improvviso, ad autorizzazioni concesse e a lavori praticamente già avviati, così che sia più difficile poterli efficacemente contrastare dal punto di vista giuridico e che le rimostranze pubbliche risultino tardive e probabilmente inutili. È un modus operandi ormai classico da parte della politica locale in queste circostanze: meglio tenerle nascoste il più possibile, opere del genere, ben sapendo quelli che le propongono quanto siano controverse e criticabili.
Ma se immagino che in tanti, al di là delle proteste pubbliche già rimarcate e riprese dalla stampa, nel constatare un’opera del genere la giudicheranno nel modo con il quale la giudico io – una scemenza colossale nonché invasiva, ripeto – penso ai gitanti che invece, per i più vari motivi ludico-ricreativi, ci vorranno andare una volta realizzata. E che non si renderanno conto dello scherno e del disprezzo ai quali la fruizione di un’opera del genere li sottopone.
Già, per questo mi rivolgo a voi, gitanti, turisti, escursionisti, vacanzieri che decidete di fruire di attrazioni come sarà la piattaforma del Tonale e le altre simili: ma non vi rendete conto che vi incita a goderne crede che siate dei poveri idioti? Non capite che chi vi invita a divertirvi in montagna attraverso queste infrastrutture in pratica sta dicendo che senza di esse non siete in grado di farlo, di divertirvi comunque, di godere della bellezza del paesaggio montano e di comprenderne il valore? Veramente credete che per trovare panorami «mozzafiato», «effetti wow», «adrenalina» e altre cose del genere sia necessaria una struttura artificiale? Se lo credete, state dando ragione a chi ve la propone pensando che altrimenti voi non siate in grado di godere quelle emozioni quando siete in montagna, che non potete capire, che non avete la sensibilità necessaria. Che siete dei poveri disadattati, insomma, che arrivano in montagna ma non sono in grado di capire cosa sia e quanto abbia da offrire e, per questo, che abbiano – che abbiate bisogno di un aiuto, come un persona miope che senza occhiali non è in grado di vedere cos’ha di fronte o un bambino che non sa come comportarsi e ha bisogno di un adulto che glielo spieghi.
Veramente siete disposti a stare a un tale ambiguo e disonorevole gioco e a farvi prendere così platealmente per i fondelli? Seriamente?
Lassù dove si sta realizzando la “SkyWalk” c’è un universo montano da scoprire, esplorare, conoscere, dal quale farsi affascinare ed emozionare, e il modo per ottenere tutto ciò e poi tornare a casa felici e soddisfatti è solo uno: camminare con passo lento, osservare, aprire la mente e il cuore, toccare le rocce, fiutare l’aria delle alte quote, fermarsi a contemplare il paesaggio, magari – con le dovute accortezze e l’equipaggiamento adatto – percorrere uno dei tanti itinerari che percorrono i monti attorno al Tonale e, oltre a farvene conoscere la meravigliosa bellezza e l’anima peculiare (siete pure tra due parchi naturali, quello lombardo dell’Adamello e quello trentino dell’Adamello-Brenta), vi conducono a conoscere veramente la storia umana che le hanno caratterizzate, innanzi tutto con le vicende della Guerra Bianca, così valorizzandole autenticamente e facendovi tornare a casa non solo contenti e appagati ma anche arricchiti da storie e da un sapere notevoli e importanti.
E tutto ciò, senza stupidaggini assolute come una piattaforma panoramica dal nome tanto ipocritamente altisonante quanto banale e abusato, che si protende nel vuoto non del paesaggio ma delle idee e della conoscenza della montagna e degrada un luogo d’alta quota già fin troppo “consumato” svilendone ancor più l’anima! Che diamine!
Contro la visione retriva e perniciosa di chi propone queste attrazioni turistiche sui monti spacciandole per «valorizzazione», «sviluppo», «turismo sostenibile» o altre formule così svuotate di senso da apparire ormai fasulle, voglio ricordare le parole di colui che è stato il più grande studioso ed esperto italiani di paesaggi, Eugenio Turri, pronunciate ormai decenni fa ma, evidentemente, ancora del tutto valide (e totalmente inascoltate da certi soggetti che governano i nostri territori, montani e non, i quali non vogliono capire i danni che fanno e lasceranno alle generazioni future):
Il problema della tutela e del rispetto per il paesaggio è un fatto intimo, da riportare alla coscienza individuale, anche se rientra tra i grandi fatti territoriali, collettivi e addirittura planetari. Non servono prediche, indicazioni disciplinari pesanti, ma solo la lieve carezza di uno sguardo verso il maggiore dei doni che ci sono stati dati sulla Terra e che quindi deve essere amato e rispettato, come bene sacro, troppo spesso tradito in cambio di beni puramente materiali.
Quanto sta accadendo in Valle Camonica, con la Comunità Montana locale che ha votato la riperimetrazione del Parco Naturale Regionale dell’Adamello al fine di restringere i vincoli ambientali per le nuove edificazioni, posto che richieda una riflessione più approfondita e articolata che pubblicherò prossimamente (ne avevo già scritto qui al riguardo), a me di primo acchito mi pare un’altra conseguenza della cronica mancanza di rappresentanza politica che affligge i territori montani, anche se a qualcuno potrebbe sembrare il contrario. Invece no: la montagna lasciata da decenni priva di buoni e consoni strumenti di gestione politica dei propri territori, in forza del disinteresse altrettanto decennale dello stato centrale per le aree interne del paese che sono state rese marginali anche amministrativamente, ha finito per diventare un ambito nel quale spesso è impossibile coltivare una cultura politica competente e realmente rappresentativa delle montagne e delle loro comunità, cioè una classe politica adeguata alla peculiare specificità dei territori montani. È un problema presente un po’ in tutto il paese ma che, chiaramente, diventa ancora più evidente nelle aree più fragili e delicate tanto quanto più ricche di potenzialità inespresse oltre che sottoposte a numerose e ardue criticità.
[Uno dei tanti articoli usciti in queste ore sul tema. Cliccateci sopra per leggerlo.]Ecco dunque che, a dirigere gli enti politici locali, ci finiscono figure poco o per nulla competenti e consapevoli della realtà delle loro stesse montagne, evidentemente manchevoli di una adeguata relazione culturale con i luoghi nei quali vivono e del conseguente buon senso civico, che per questo finiscono a combinare danni di varia natura anche per come operino nella gestione politico-amministrativa dei loro territori attraverso modelli assolutamente inadeguati e incongrui, i quali per giunta – inevitabilmente, in Italia – vengono ricoperti di uno spesso strato di strumentalizzazione ideologica, che finisce per ammorbare definitivamente anche quelle iniziative che potrebbero essere ponderate e magari ratificate.
Be’, mi sembra che la Valle Camonica stia dimostrando in maniera palese questa desolante situazione. D’altro canto c’è anche da rimarcare che una politica di così bassa qualità, non di rado, nella sua azione tanto precaria e priva di buon senso finisce prima o poi per danneggiare pure se stessa: anche sotto questo aspetto mi pare che la Valle Camonica stia apparendo parecchio esemplare.
In ogni caso, come ho rimarcato, tornerò a breve sulla questione con maggior approfondimento e, sempre e comunque, viva il meraviglioso e imprescindibile Parco dell’Adamello!
Non mi sorprende più di tanto quanto leggo sul quotidiano piemontese “La Voce” sulla nomina del nuovo presidente del Parco del Po dietro indicazione della Regione*. Perché è l’ennesimo esempio della scarsa o nulla considerazione che la politica italiana riserva alle aree protette e alla loro buona gestione nonché, in generale, alla salvaguardia dell’ambiente naturale, evidentemente visto non per ciò che è, un patrimonio collettivo di inestimabile valore e ineludibile importanza, ma un fastidio, un impiccio, qualcosa che va tolto di mezzo alla svelta e tutt’al più utile per altri scopi – ad esempio come poltronificio, oppure per praticare un bel green washing propagandistico, o per altre attività poco o per nulla virtuose piuttosto in voga dalle nostre parti.
[Il Lago Bianco al Passo di Gavia e il cantiere che vi venne aperto nell’estate 2023.]Il pensiero corre all’assurda vicenda del Lago Bianco al Passo Gavia, in zona di massima tutela del Parco Nazionale dello Stelvio, che si voleva trasformare in un bacino di alimentazione dell’impianto di innevamento artificiale di Santa Caterina Valfurva con il tacito assenso del Parco stesso, o al recente tentativo politico di ridurre i confini del Parco Naturale Regionale dell’Adamello per agevolare l’antropizzazione, oppure ancora del progetto di una nuova arteria stradale che stravolgerebbe buona parte del territorio tutelato dal Parco dei Colli di Bergamo… e cito solo tre dei tanti casi lombardi al riguardo ovvero del territorio nel quale vivo, ben sapendo quanti ce ne siano anche nelle altre regioni e senza contare le violazioni perpetrate o progettate delle aree che non sono formalmente istituite a “parco” ma risultano parimenti protette dai vari SIC, ZSC, ZPS, Rete Natura 2000, eccetera.
[Uno scorcio del Parco dei Colli di Bergamo. Immagine tratta da fondoambiente.it.]Tuttavia la questione non finirebbe qui, visto che da tempo si vocifera di iniziative parlamentari che mirerebbero a deprimere di molto il valore, l’importanza e le possibilità di salvaguardia naturale delle aree di tutela italiane attraverso varie e profonde modifiche alle leggi attualmente vigenti. Di certo l’atteggiamento istituzionale verso di esse non fa pensare al contrario ovvero a una maggiore cura del patrimonio naturale e ambientale nazionale nel prossimo futuro, ciò anche per le risapute carenze educative e culturali della società civile italiana al riguardo che agevolano quell’atteggiamento e lo rendono spesso indisturbato.
Occorre dunque restare vigili, tutti quanti, alimentando per ciò che ci è possibile la consapevolezza sull’importanza della tutela del patrimonio naturale e ambientale collettivo – come peraltro rimarca la stessa Costituzione italiana agli articoli 9 e 41 – e denunciando qualsiasi evidente condotta che appaia per essi dannosa e pericolosa. Ancor più se manifestata da quei soggetti istituzionali e politici che invece dovrebbe rappresentare per conto nostro i primi garanti di quel patrimonio tanto inestimabile quanto fragile che abbiamo.
[Scorcio della Val Adamé, una delle zone più mirabili del Parco dell’Adamello.]È uno sforzo in fondo piccolo, quello che dobbiamo fare al riguardo, ma dai risultati enormi: perché tutelare la Natura significa tutelare noi stessi che siamo Natura. E poi, come scrisse Walt Whitman (in Nuovi argomenti, da Giorni rappresentativi e altre prose, Neri Pozza Editore, 1968, pag.148):
Dopo aver esaurito quel che t’offrono affari, politica, allegri simposi, amore e così via – e aver scoperto che niente di tutto ciò alla fine soddisfa o dura in eterno – che cosa ti resta? Resta la Natura; portar fuori dai loro torpidi recessi le affinità tra un uomo o una donna e l’aria aperta, gli alberi, i campi, il volgere delle stagioni – il sole di giorno e le stelle del firmamento la notte.
*: ovviamente a me non interessa nulla delle idee politiche del nuovo presidente, evidenziate dall’articolo de “La Voce”. Non è proprio una questione di ideologie politiche e anche se lo fosse per me contano il suo portato concreto, le conseguenze effettive, non altro di qualsivoglia “colore” sia.
È parecchio significativala proposta della “Lega” della Valle Camonica (provincia di Brescia) che vorrebbe ridimensionare i confini del Parco Regionale dell’Adamello, una delle aree di tutela italiane che meglio funzionano in un territorio di straordinaria bellezza e valenza naturale (nonché raro caso di area di tutela controllata da una comunità montana e non da un consorzio specifico), perché «il Parco per come è costituito oggi non è sostenibile e negli anni è venuto meno al principio per il quale è nato: lo sviluppo socioeconomico del territorio.»
[Scorcio della Val Adamé, una delle zone più mirabili del Parco dell’Adamello.]Posto che ciò che quanto di mio state per leggere non prende spunto da nessuna posizione politico-ideologica di alcuna parte (giammai!), innanzi tutto trovo necessario rimarcare a chi ha elaborato quella “proposta” che il principio vero per il quale è nato il Parco dell’Adamello è
La tutela e la corretta gestione di natura, ambiente e paesaggio costituiscono gli obiettivi fondamentali del PTC del Parco Adamello; tali obiettivi vanno perseguiti soprattutto attraverso il recupero di un corretto rapporto, culturale ed economico, dell’uomo con l’ambiente.
In coerenza ed a corollario di tale principale obiettivo, seguono quelli relativi alla ricerca e applicazione di forme di sviluppo economico, sociale e culturale delle comunità locali, compatibili e sostenibili con particolare riguardo alla fruizione didattica, ricreativa e sportiva dell’ambiente naturale. Tali obiettivi vanno perseguiti attraverso la costante ricerca di nuovi comportamenti umani, compatibili con la tutela delle risorse naturali.
Inoltre, trovo parecchio bizzarro – o ridicolo, o grottesco, o tragicomico, vedete voi – che una formazione politica che dice di fare della tutela dell’identità locale uno dei suoi baluardi indiscutibili, con queste sue iniziative – ormai numerose un po’ ovunque – contro i territori rurali/montani, i loro paesaggi e il patrimonio naturale, non capisca che così agendo va a colpire la base fondamentale dell’identità dei luoghi, quella da cui nasce pure la loro identità culturale che poi viene assunta dalle comunità che abitano quei luoghi. Perché il paesaggio è fatto di elementi naturali, della componente umana e della cultura da essa elaborata e depositata nei luoghi: infatti il paesaggio è cultura, come sancisce la relativa Convenzione Europea. Probabilmente è una cosa troppo difficile da comprendere per certe persone: infatti lo stesso parametro contenuto nella proposta di ridimensionamento del Parco dell’Adamello, cioè di spostarne i confini al di sopra dei 1600 metri di quota, è frutto dell’incapacità di comprensione delle leggi vigenti in tema di vincoli paesaggistici nelle aree naturali, in particolar modo del Codice dei beni culturali e del paesaggio altrimenti detto “Legge Urbani”, dal nome del Ministro per i beni e le attività culturali (peraltro della stessa area politica dei soggetti sopra citati) che lo promulgò nel 2004.
[Cliccate sull’immagine per visitare il sito web del Parco.]Posto ciò, e come rimarca il Piano del Parco, lo sviluppo socioeconomico del suo territorio è un aspetto sottostante la sua tutela ambientale, non viceversa. Se si sostiene il contrario i casi sono due: o non si sa bene cosa sia un “parco” oppure, più biecamente, si sta solo alimentando la sua potenziale distruzione istituzionale, parimenti a quella geografica e ambientale.
In fondo spero che sia più vera la prima ipotesi; la seconda sarebbe ben più inquietante, ma temo sia una speranza vana.
[Fioriture primaverili nel Parco dell’Adamello.]In generale, da tempo e con frequenza crescente le aree italiane di tutela ambientale vengono continuamente attaccate, depotenziate, private di forza politica, di risorse finanziarie e umane e di contro trasformate negli ennesimi ambiti di strumentalizzazione ideologica, messe nella condizione di non poter operare al meglio oppure, come nel caso del Parco Nazionale dello Stelvio con la vicenda del Lago Bianco al Gavia, poste nelle mani di figure nominate dalla politica (vedi sopra) che fanno cose totalmente antitetiche a ciò che un parco dovrebbe fare e pericolose per i territori “tutelati” (virgolette necessarie). Si tratta di un’ennesima grave mancanza istituzionale del nostro paese, quanto mai ignominiosa oltre che, ed è peggio, pericolosa per la salvaguardia del paesaggio italiano. Che è un patrimonio inestimabile di tutti e non la proprietà di pochi, è bene ricordarlo.