Se la montagna fa spazio ai turisti e scaccia gli abitanti, quale futuro potrà mai aspettarsi?

[Veduta della Val Saviore. Immagine tratta da www.orobie.it.]
Qualche giorno fa l’amica Veronica, che dalla città di Milano si è trasferita per vivere in affitto e lavorare con il compagno Tobia, entrambi liberi professionisti, in un piccolo paese di montagna della Val Saviore – laterale della Val Camonica che sale verso i ghiacciai dell’Adamello – è stato tolto l’immobile perché il proprietario ha deciso di venderlo a chi lo chiedeva come seconda casa.

È una situazione molto comune in tantissime località di montagna con velleità turistiche più o meno spiccate e agognate, ovvero il frutto di una scelta legittima del proprietario che del suo immobile può fare ciò che vuole. Ma un privato cittadino può fare ciò che vuole anche della comunità di cui fa parte e della quale magari si dichiara un membro orgoglioso e attivo?

[L’appello di Veronica per trovare una nuova casa in cui abitare.]
Ovunque (o quasi) in giro per le nostre montagne, se si dà un occhio alle statistiche che rendono conto delle variazioni recenti dei posti letto alberghieri e di quelli extra – seconde case, bed & breakfast, AirBnB, eccetera – si può constatare come l’offerta alloggiativa del settore alberghiero sia sostanzialmente costante, se non in calo, mentre l’extralberghiero negli ultimi anni ha subito un aumento fortissimo, così ingente da apparire chiaramente incontrollato. È una questione ormai risaputa e variamente problematica nelle città ma che si sta palesando anche sulle montagne, con criticità anche maggiori che nei centri urbani più grandi in forza dei cronici fenomeni di spopolamento e di conseguente perdita dei servizi di base a supporto della popolazione restante, ai quali si pensa di far fronte con l’aumento dell’offerta turistica. Lo pensa la politica, come sappiamo bene, e spesso lo pensano anche le comunità, che alla prima vanno dietro nella speranza di salire sul treno giusto.

Invece è un treno – un pensiero che appare per tanti versi sbagliato, soprattutto perché risulta sempre il frutto di una scelta personale che deriva dal sentimento di una comunità la quale, consciamente o meno, decide di non essere più tale e svendersi a un mercato che, invero, rischia di soffocarla definitivamente e con essa le montagne sulle quali vive. Come ha scritto sul suo blog Veronica, che dopo oltre un anno di residenza ormai il luogo ha imparato a conoscerlo, «Questa non è una scelta personale dei proprietari dell’immobile, ma una scelta politica di un’intera comunità.» Già, perché tali dinamiche sono sì frutto di scelte personali ma, in contesti peculiari come quelli dei piccoli centri montani, rappresentano quasi sempre la manifestazione dell’anima della comunità. Una comunità evidentemente non più capace di sentirsi tale e per ciò portata a scegliere di offrire una casa del proprio paese a chi la occuperà per pochi giorni all’anno – per mere ragioni di guadagno economico, evidentemente – invece che affidarla a due giovani che ci abitano stabilmente e, con buone probabilità, ci vorranno vivere a lungo, è una comunità chiaramente malata. È in preda a confusione, egoismo, disturbo di identità, alienazione oppure a scoraggiamento, prostrazione, disperazione, depressione, che la portano a commettere azioni di “autolesionismo” che finiscono per aggravare quelle dinamiche socioeconomiche prima accennate e delle quali quasi di sicuro si lamenta ma sterilmente, in un cortocircuito di pensiero e volontà parecchio sconcertante.

[Veduta del centro di Cevo, con le vette del Gruppo dell’Adamello sullo sfondo.]
Come dice bene Michil Costa, «Una camera di hotel occupata dai clienti è un successo, una casa sottratta alla disponibilità della comunità è una sconfitta.» Ma in queste circostanze, da un lato la comunità è facilmente vittima di se stessa e del proprio smarrimento, dall’altro è vittima della mancanza di governance locale da parte della politica, a sua volta incapace di concepire una cultura amministrativa realmente benefica per il proprio territorio e per chi lo abita mettendo in atto le migliori scelte possibili, anche quando siano “coraggiose” e magari impopolari ma mirate a uno sviluppo del luogo esteso nel tempo. Così, di frequente, tutto il “successo” di una località turistica (o che vuole essere tale) viene affidato ai numeri del momento, alla presenza di turisti, ai posti letto che crescono e vengono occupati – ma soltanto per pochi giorni all’anno: i cosiddetti “letti freddi” – e, mentre ci si loda e imbroda di questi presunti successi turistici, la comunità locale si sfalda, perde socialità e identità oltre che i servizi di base (che abbisognano di abitanti stanziali per essere mantenuti, non certo di presenze temporanee e imprevedibili), gli abitanti smarriscono la relazione con il luogo e il territorio, infine molti di essi se ne vanno altrove e, per gli stessi motivi, nessuno sceglie di andarci ad abitare.

Diamo un occhio ai dati demografici di Cevo, il comune dal quale Veronica e Tobia dovranno andarsene:

Vedete? La comunità di Cevo perde costantemente abitanti, la popolazione invecchia, i giovani diminuiscono, gli indici di ricambio e di struttura della popolazione attiva, cioè quella che lavora rispetto a quella che non lavora, sono in costante peggioramento. Cevo sta lentamente ma inesorabilmente morendo, ma evidentemente la sua comunità non se ne rende conto e scaccia da sé una giovane coppia di neo-montanari, nuovi abitanti, per fare spazio a villeggianti che, molto facilmente, ci staranno poche notti all’anno e di abitare lassù, tanto meno di diventare parte della comunità locale, non ci penseranno proprio.

Capite il cortocircuito, la malattia comunitaria, l’autolesionismo indotto? E capite la fine certa, con questo andazzo, che farà il paese e la sua comunità?

So che qualcuno di voi osserverà che la situazione è così un po’ su tutte le montagne italiane e i dati demografici sono negativi quasi ovunque. È vero: ma, proprio per questo, perché una comunità non riesce più a rendersi conto di poter invertire queste dinamiche quando ne ha l’occasione e anzi agisce per aggravarle ancora di più?

Assenza di governance amministrativa e di progetti strutturati di sviluppo territoriale organico e autentico, carenza di rappresentanza e rappresentatività politiche, perdita di identità culturale e di relazione con il contesto di vita, assoggettamento forzato a modelli socioeconomici inadatti ai luoghi e alle loro specificità, assenza delle istituzioni di livello superiore. Lo rimarco sempre: la montagna è un ambito complesso con problematiche altrettanto complesse alle quali non si può rispondere con soluzioni troppo semplici e semplicistiche, come invece si continua troppo spesso a fare – e il turismo di frequente è una di queste. E dove la montagna non è capace di salvaguardare la propria comunità, ovvero ciò che conferisce ai territori l’identità culturale e l’anima sociale che li rendono peculiari e vivi, e quando ciò accade per mancanze altrui o peggio per colpe proprie, il futuro non potrà che essere inesorabilmente fosco.

P.S.: ovviamente – inutile dirlo – chiunque possa dare una mano a Veronica e Tobia per trovare una nuova casa, li contatti senza indugio ai riferimenti che vedete nell’appello lì sopra!

Perché (anche) certa politica vuole restringere il Parco dell’Adamello e le sue tutele ambientali

Quanto sta accadendo in Valle Camonica, con la Comunità Montana locale che ha votato la riperimetrazione del Parco Naturale Regionale dell’Adamello al fine di restringere i vincoli ambientali per le nuove edificazioni, posto che richieda una riflessione più approfondita e articolata che pubblicherò prossimamente (ne avevo già scritto qui al riguardo), a me di primo acchito mi pare un’altra conseguenza della cronica mancanza di rappresentanza politica che affligge i territori montani, anche se a qualcuno potrebbe sembrare il contrario. Invece no: la montagna lasciata da decenni priva di buoni e consoni strumenti di gestione politica dei propri territori, in forza del disinteresse altrettanto decennale dello stato centrale per le aree interne del paese che sono state rese marginali anche amministrativamente, ha finito per diventare un ambito nel quale spesso è impossibile coltivare una cultura politica competente e realmente rappresentativa delle montagne e delle loro comunità, cioè una classe politica adeguata alla peculiare specificità dei territori montani. È un problema presente un po’ in tutto il paese ma che, chiaramente, diventa ancora più evidente nelle aree più fragili e delicate tanto quanto più ricche di potenzialità inespresse oltre che sottoposte a numerose e ardue criticità.

[Uno dei tanti articoli usciti in queste ore sul tema. Cliccateci sopra per leggerlo.]
Ecco dunque che, a dirigere gli enti politici locali, ci finiscono figure poco o per nulla competenti e consapevoli della realtà delle loro stesse montagne, evidentemente manchevoli di una adeguata relazione culturale con i luoghi nei quali vivono e del conseguente buon senso civico, che per questo finiscono a combinare danni di varia natura anche per come operino nella gestione politico-amministrativa dei loro territori attraverso modelli assolutamente inadeguati e incongrui, i quali per giunta – inevitabilmente, in Italia – vengono ricoperti di uno spesso strato di strumentalizzazione ideologica, che finisce per ammorbare definitivamente anche quelle iniziative che potrebbero essere ponderate e magari ratificate.

Be’, mi sembra che la Valle Camonica stia dimostrando in maniera palese questa desolante situazione. D’altro canto c’è anche da rimarcare che una politica di così bassa qualità, non di rado, nella sua azione tanto precaria e priva di buon senso finisce prima o poi per danneggiare pure se stessa: anche sotto questo aspetto mi pare che la Valle Camonica stia apparendo parecchio esemplare.

In ogni caso, come ho rimarcato, tornerò a breve sulla questione con maggior approfondimento e, sempre e comunque, viva il meraviglioso e imprescindibile Parco dell’Adamello!

I parchi e le aree di tutela naturale? Che gran fastidio!

Non mi sorprende più di tanto quanto leggo sul quotidiano piemontese “La Voce” sulla nomina del nuovo presidente del Parco del Po dietro indicazione della Regione*. Perché è l’ennesimo esempio della scarsa o nulla considerazione che la politica italiana riserva alle aree protette e alla loro buona gestione nonché, in generale, alla salvaguardia dell’ambiente naturale, evidentemente visto non per ciò che è, un patrimonio collettivo di inestimabile valore e ineludibile importanza, ma un fastidio, un impiccio, qualcosa che va tolto di mezzo alla svelta e tutt’al più utile per altri scopi – ad esempio come poltronificio, oppure per praticare un bel green washing propagandistico, o per altre attività poco o per nulla virtuose piuttosto in voga dalle nostre parti.

[Il Lago Bianco al Passo di Gavia e il cantiere che vi venne aperto nell’estate 2023.]
Il pensiero corre all’assurda vicenda del Lago Bianco al Passo Gavia, in zona di massima tutela del Parco Nazionale dello Stelvio, che si voleva trasformare in un bacino di alimentazione dell’impianto di innevamento artificiale di Santa Caterina Valfurva con il tacito assenso del Parco stesso, o al recente tentativo politico di ridurre i confini del Parco Naturale Regionale dell’Adamello per agevolare l’antropizzazione, oppure ancora del progetto di una nuova arteria stradale che stravolgerebbe buona parte del territorio tutelato dal Parco dei Colli di Bergamo… e cito solo tre dei tanti casi lombardi al riguardo ovvero del territorio nel quale vivo, ben sapendo quanti ce ne siano anche nelle altre regioni e senza contare le violazioni perpetrate o progettate delle aree che non sono formalmente istituite a “parco” ma risultano parimenti protette dai vari SIC, ZSC, ZPS, Rete Natura 2000, eccetera.

[Uno scorcio del Parco dei Colli di Bergamo. Immagine tratta da fondoambiente.it.]
Tuttavia la questione non finirebbe qui, visto che da tempo si vocifera di iniziative parlamentari che mirerebbero a deprimere di molto il valore, l’importanza e le possibilità di salvaguardia naturale delle aree di tutela italiane attraverso varie e profonde modifiche alle leggi attualmente vigenti. Di certo l’atteggiamento istituzionale verso di esse non fa pensare al contrario ovvero a una maggiore cura del patrimonio naturale e ambientale nazionale nel prossimo futuro, ciò anche per le risapute carenze educative e culturali della società civile italiana al riguardo che agevolano quell’atteggiamento e lo rendono spesso indisturbato.

Occorre dunque restare vigili, tutti quanti, alimentando per ciò che ci è possibile la consapevolezza sull’importanza della tutela del patrimonio naturale e ambientale collettivo – come peraltro rimarca la stessa Costituzione italiana agli articoli 9 e 41 – e denunciando qualsiasi evidente condotta che appaia per essi dannosa e pericolosa. Ancor più se manifestata da quei soggetti istituzionali e politici che invece dovrebbe rappresentare per conto nostro i primi garanti di quel patrimonio tanto inestimabile quanto fragile che abbiamo.

[Scorcio della Val Adamé, una delle zone più mirabili del Parco dell’Adamello.]
È uno sforzo in fondo piccolo, quello che dobbiamo fare al riguardo, ma dai risultati enormi: perché tutelare la Natura significa tutelare noi stessi che siamo Natura. E poi, come scrisse Walt Whitman (in Nuovi argomenti, da Giorni rappresentativi e altre prose, Neri Pozza Editore, 1968, pag.148):

Dopo aver esaurito quel che t’offrono affari, politica, allegri simposi, amore e così via – e aver scoperto che niente di tutto ciò alla fine soddisfa o dura in eterno – che cosa ti resta? Resta la Natura; portar fuori dai loro torpidi recessi le affinità tra un uomo o una donna e l’aria aperta, gli alberi, i campi, il volgere delle stagioni – il sole di giorno e le stelle del firmamento la notte.

*: ovviamente a me non interessa nulla delle idee politiche del nuovo presidente, evidenziate dall’articolo de “La Voce”. Non è proprio una questione di ideologie politiche e anche se lo fosse per me contano il suo portato concreto, le conseguenze effettive, non altro di qualsivoglia “colore” sia.

Qualche parola a quelli che vorrebbero ridimensionare (e magari poi dissolvere) il Parco dell’Adamello

È parecchio significativa la proposta della “Lega” della Valle Camonica (provincia di Brescia) che vorrebbe ridimensionare i confini del Parco Regionale dell’Adamello, una delle aree di tutela italiane che meglio funzionano in un territorio di straordinaria bellezza e valenza naturale (nonché raro caso di area di tutela controllata da una comunità montana e non da un consorzio specifico), perché «il Parco per come è costituito oggi non è sostenibile e negli anni è venuto meno al principio per il quale è nato: lo sviluppo socioeconomico del territorio.»

[Scorcio della Val Adamé, una delle zone più mirabili del Parco dell’Adamello.]
Posto che ciò che quanto di mio state per leggere non prende spunto da nessuna posizione politico-ideologica di alcuna parte (giammai!), innanzi tutto trovo necessario rimarcare a chi ha elaborato quella “proposta” che il principio vero per il quale è nato il Parco dell’Adamello è

La tutela e la corretta gestione di natura, ambiente e paesaggio costituiscono gli obiettivi fondamentali del PTC del Parco Adamello; tali obiettivi vanno perseguiti soprattutto attraverso il recupero di un corretto rapporto, culturale ed economico, dell’uomo con l’ambiente.
In coerenza ed a corollario di tale principale obiettivo, seguono quelli relativi alla ricerca e applicazione di forme di sviluppo economico, sociale e culturale delle comunità locali, compatibili e sostenibili con particolare riguardo alla fruizione didattica, ricreativa e sportiva dell’ambiente naturale. Tali obiettivi vanno perseguiti attraverso la costante ricerca di nuovi comportamenti umani, compatibili con la tutela delle risorse naturali.

È scritto nel piano del Parco, non lo sostengo io.

Inoltre, trovo parecchio bizzarro – o ridicolo, o grottesco, o tragicomico, vedete voi – che una formazione politica che dice di fare della tutela dell’identità locale uno dei suoi baluardi indiscutibili, con queste sue iniziative – ormai numerose un po’ ovunque – contro i territori rurali/montani, i loro paesaggi e il patrimonio naturale, non capisca che così agendo va a colpire la base fondamentale dell’identità dei luoghi, quella da cui nasce pure la loro identità culturale che poi viene assunta dalle comunità che abitano quei luoghi. Perché il paesaggio è fatto di elementi naturali, della componente umana e della cultura da essa elaborata e depositata nei luoghi: infatti il paesaggio è cultura, come sancisce la relativa Convenzione Europea. Probabilmente è una cosa troppo difficile da comprendere per certe persone: infatti lo stesso parametro contenuto nella proposta di ridimensionamento del Parco dell’Adamello, cioè di spostarne i confini al di sopra dei 1600 metri di quota, è frutto dell’incapacità di comprensione delle leggi vigenti in tema di vincoli paesaggistici nelle aree naturali, in particolar modo del Codice dei beni culturali e del paesaggio altrimenti detto “Legge Urbani”, dal nome del Ministro per i beni e le attività culturali (peraltro della stessa area politica dei soggetti sopra citati) che lo promulgò nel 2004.

[Cliccate sull’immagine per visitare il sito web del Parco.]
Posto ciò, e come rimarca il Piano del Parco, lo sviluppo socioeconomico del suo territorio è un aspetto sottostante la sua tutela ambientale, non viceversa. Se si sostiene il contrario i casi sono due: o non si sa bene cosa sia un “parco” oppure, più biecamente, si sta solo alimentando la sua potenziale distruzione istituzionale, parimenti a quella geografica e ambientale.

In fondo spero che sia più vera la prima ipotesi; la seconda sarebbe ben più inquietante, ma temo sia una speranza vana.

[Fioriture primaverili nel Parco dell’Adamello.]
In generale, da tempo e con frequenza crescente le aree italiane di tutela ambientale vengono continuamente attaccate, depotenziate, private di forza politica, di risorse finanziarie e umane e di contro trasformate negli ennesimi ambiti di strumentalizzazione ideologica, messe nella condizione di non poter operare al meglio oppure, come nel caso del Parco Nazionale dello Stelvio con la vicenda del Lago Bianco al Gavia, poste nelle mani di figure nominate dalla politica (vedi sopra) che fanno cose totalmente antitetiche a ciò che un parco dovrebbe fare e pericolose per i territori “tutelati” (virgolette necessarie). Si tratta di un’ennesima grave mancanza istituzionale del nostro paese, quanto mai ignominiosa oltre che, ed è peggio, pericolosa per la salvaguardia del paesaggio italiano. Che è un patrimonio inestimabile di tutti e non la proprietà di pochi, è bene ricordarlo.

Cortocircuito a 3000 metri di quota, sopra il Passo del Tonale

[La conca del Presena come si presenta oggi, con quel che resta del ghiacciaio. Si notano l’omonimo Rifugio Capanna e la stazione della telecabina che sale dal Passo del Tonale.]
Di nuovo per la serie “Eventi fatti in montagna che con la montagna non c’entrano nulla”, ecco il “Presena Music Festival” in programma dal 19 al 21 aprile prossimi a 2800 metri di quota, presso la Capanna Presena e ai piedi dell’omonimo, morente ghiacciaio sopra il Passo del Tonale.

Tutto legittimo, anche se il luogo è a poche decine di metri dai confini del Parco Regionale Adamello (e poco di più da quelli del Parco Naturale Adamello-Brenta); d’altro canto la zona è ampiamente turistificata e degradata soprattutto in estate, quando viene trasformata in una discarica di quei teli di plastica (detti geotessili) con i quali si finge di salvaguardare ciò che resta della superficie glaciale – ovviamente in corrispondenza delle piste da sci, non un millimetro oltre. Cosa del tutto falsa, come ampiamente dimostrato da tempo.

Ma è tutto legittimo, ribadisco: sappiamo ormai bene che i margini della legittimità montana diventano alquanto laschi quando, ad esempio, «natura, musica ed emozioni si fondono per offrirvi un experience nuova ed incredibile direttamente sul Ghiacciaio Presena» (clic). A parte che il ghiacciaio Presena lì non c’è più, come detto, ma non sono contrario all’evento. E vi spiego perché.

Visito il sito web della Capanna Presena, ex rifugio (no, ormai non è più un “rifugio”!) al servizio dello sci estivo quando ancora esisteva il ghiacciaio e ora bellissimo hotel che offre svariati comfort, al quale fa capo l’evento in questione, e leggo cose così:

Nell’abbraccio di vette selvagge tra rocce, neve e ghiaccio. Benvenuti a Capanna Presena, dove l’armonia silente dell’ambiente montano circostante…

Su, dove la quiete è ancora di più…

Tra affascinanti paesaggi e pace assoluta…

Un vero e proprio paradiso per gli amanti della montagna…

Il magnifico territorio intorno a Capanna Presena è compreso sia nel Parco dell’Adamello che del Brenta… Potrete apprezzare un silenzio immacolato…

Eccetera.

Capite bene che si tratta di un notevole cortocircuito. Delle due l’una: o si promuove la propria attività in modo contestuale alle specificità del luogo e dell’alta montagna, oppure la si trasformi definitivamente in una location di eventi d’ogni sorta ma che con la montagna e le sue specificità non c’entrano nulla e che dunque non possono essere tirate in ballo.

[La stella rossa e gialla in alto a destra indica la posizione del Rifugio Capanna Presena, adiacente ai confini dell’area protetta del Parco Regionale dell’Adamello.]
L’eventuale obiezione che si tratta di eventi temporanei i quali una volta conclusi non lasciano tracce, se può anche essere accettata dal punto di vista ambientale (me lo auguro!), per il resto non sta proprio in piedi: è risaputo che in tali circostanze non conta il “contenitore” ma ciò che contiene, che vi viene messo dentro e al quale, dunque, viene affidata la costruzione dell’immagine del luogo e il senso della sua fruizione. Se il contenuto fosse quanto dichiarato in quei passaggi nel sito web della Capanna Presena, non avrebbe senso l’organizzare eventi del genere; se lo si fa è perché si cerca di deviare dal contesto, cioè dal contenitore, per cambiargli la funzione, la destinazione d’uso. Ma così facendo si finisce per svilire e degradare il contesto, cioè il luogo montano nel quale si opera, avviandone una inesorabile decadenza turistica e culturale (dacché invece i veri appassionati di montagna già se ne staranno ben lontani da situazioni del genere, continuando a percepirne e riconoscerne l’anima autentica).

[La conca del Presena in veste invernale.]
È un gran cortocircuito, lo rimarco, nonostante la legittimità formalmente incontestabile dell’evento. E lo è nel bene e nel male: perché il suo non senso assoluto, che scaturisce proprio dal citato cortocircuito e lo palesa come una cosa completamente fuori contesto a detta degli stessi organizzatori, la rende un boomerang che si ritorcerà innanzi tutto contro di loro.

Per questo – lo dico provocatoriamente – sono “contento” che questi eventi abbiano luogo. Devono essere constatati per capire al meglio la loro incongruità rispetto al contesto nel quale vengono organizzati e quanto vi appaiono totalmente antitetici. E queste caratteristiche sono ciò che li renderanno rapidamente invisi ai più e ben poco attrattivi a chiunque. Con buona pace dei loro organizzatori che si dovranno ricredere presto circa queste iniziative.

[In “comoda” contemplazione del ghiacciaio agonizzante.]
Nota finale per i gestori della Capanna Presena: la celeberrima frase «Chi più in alto sale, più lontano vede. Chi più lontano vede, più a lungo sogna» che si legge nel sito non è di Walter Bonatti, egli non l’ha mai pronunciata e tanto meno scritta da nessuna parte. È di Marco Bonaiti, industriale lecchese dalla cui azienda di famiglia è nata la Kong, che produce attrezzature alpinistiche.

So bene che si tratti di un errore indotto da quello d’altri, come sovente accade. Ma in fondo anche questo è un cortocircuito che sarebbe bene riallineare – qui e altrove.

N.B.: tutte le immagini fotografiche presenti in questo articolo sono tratte dalla pagina Facebook del Rifugio Capanna Presena.