Dunque, che facciamo con il turismo di montagna?

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Siamo a settembre, si sta concludendo un’ennesima “bella stagione” turistica montana fatta di code, assembramenti, sovraffollamenti, funivie e bus turistici presi d’assalto, parcheggi ingolfati, krapfen virali (quelli del Rifugio Friedrich August in Val di Fassa, divenuti il simbolo dell’overtourism alpino di quest’estate: ne avrete quasi certamente letto in giro) e altre amenità ormai consuete e prevedibili, al pari delle conseguenti e inesorabili discussioni, dei dibattiti, delle polemiche al riguardo che ormai sono diventate cronaca quotidiana anche sui maggiori media d’informazione, a riprova di quanto il tema sia ormai presente nella cosiddetta “opinione pubblica” – ma non di come venga bene o male disquisito, sia chiaro.

Tutte cose ampiamente previste, ripeto, e al proposito il 7 maggio scorso, dunque ben prima dell’inizio ufficiale dell’estate turistica, così scrivevo qui sul blog: «Alla fine della bella stagione che sta per iniziare, tutto – ma proprio tutto quanto – sarà rimasto come prima, come all’inizio della stagione, come l’anno prima, come cinque anni prima che però non c’era tutta questa gente nonostante fossimo appena usciti dal Covid. Scommettiamo?»

Come scrivevo allora, speravo e spero di perderla una tale scommessa: ad esempio, secondo “Il Post”, uno dei media nazionali più importanti che ha dato spesso conto della stagione in corso, gli albergatori delle Dolomiti – territorio montano come sempre emblematico forse più di ogni altro sul tema, almeno per le Alpi italiane – inizierebbero a rivalutare le scelte di questi anni:

È come se le code avessero fatto scattare qualcosa: una consapevolezza nuova della necessità di limiti che nessuno aveva mai stabilito, come se ci si fosse accorti all’improvviso che il modello turistico delle Dolomiti sia sfuggito di mano e che forse serve darsi una regolata.

D’altro canto nello stesso articolo de “Il Post” si osserva che

È illusorio pensare che i turisti possano diventare velocemente più responsabili: è un’evoluzione culturale troppo lenta rispetto a quella infrastrutturale e commerciale che sulle Dolomiti ha spinto e continua a spingere nella direzione del consumo, del non luogo.

Ma non sono le orde di turisti il “problema” vero, ovvero non quello principale: certa fruizione discutibili e in concreto deleteria dei territori montani non nasce per caso, e il turista che sale a oltre 2000 metri di quota per mangiarsi un krapfen formalmente uguale a quelli che già mangia in città (non è detto che questi siano meno buoni!) e del quale ha solamente letto sui social ma non si guarda nemmeno intorno se non per scattarsi il selfie di rito e dunque non capisce con adeguata consapevolezza dove si trova e come interagisce con il luogo è a sua volta una vittima di tale dinamica, non il sicario e tanto meno il mandante. La sola sua pecca è (perdonatemi la franchezza) di non riaccendere il cervello almeno per qualche attimo e comprendere il senso reale di ciò che sta facendo; ma quanti metterebbero la mano sul fuoco garantendo di non comportarsi allo stesso modo, se si ritrovassero in circostanze similari? E chi è sicuro che alcuni di quelli che si sono messi in coda per il krapfen del rifugio della Val di Fassa non siano in altri ambiti dei turisti più consapevoli e responsabili di tanti altri che altrove si vantano di esserlo?

[I krapfen del Rifugio Friedrich August. Immagine tratta dalla pagina Facebook del rifugio.]
Di contro, le montagne non sono state turistificate in pochi anni o solo dal Covid in poi, come qualcuno pensa: il loro successo turistico e commerciale (o il disastro che stanno subendo, se si osserva la realtà dalla parte opposta) è frutto di decenni di infrastrutturazione poco o nulla pianificata – in senso politico, innanzi tutto – e ancor più di narrazioni che puntavano proprio a ottenere ciò che oggi constatiamo concretamente. In altre parole, e per tornare alle osservazioni de “Il Post”, la zappa sui piedi se la sono tirata da soli gli stessi operatori turistici, sulle Dolomiti e altrove, puntando per anni a massimizzare i propri introiti e quindi a gonfiare a più non posso la propria filiera turistica, ingigantendo parimenti la turistificazione delle proprie montagne. La politica, spesso incompetente e come sempre inadeguata (salvo rarissimi casi), invece di elaborare una pianificazione organica e strategica a lungo termine dello sviluppo socioeconomico dei territori amministrati, nel quale il turismo rappresentasse una parte certo importantissima ma non preponderante e soffocante ogni altra, ha pensato e pensa ancora solo (o quasi) a come sfruttare la turistificazione crescente a proprio vantaggio propagandistico, alimentandola con cifre spropositate di denaro pubblico ovviamente prelevato al sostegno finanziario di ogni altro elemento necessario a quella pianificazione organica e strategica tanto necessaria quanto (funzionalmente) assente.

Ora, uscire da una realtà del genere è parecchio difficile. Anzi, non lo sarebbe così tanto se vi fosse una volontà condivisa nel ripensarla veramente, la realtà corrente, nel cambiare i suoi paradigmi, nel riacquisire quel buon senso che si pensa(va) genetico innanzi tutto nelle genti di montagna fino a che pure tra le vette il “dio soldo” non ha sostituito ogni altro nume tutelare – a partire dal loro Genius Loci, dalla loro anima originale e peculiare – e alimentato quella che l’amico e Presidente di Mountain Wilderness Italia Luigi Casanova chiama «l’imprenditoria degli affamati». Io la definirei più un’imprenditoria dei bulimici, perché mi pare che la fame degli “affamati” in questione sia chiaramente – in molti casi – un’autentica voracità economica patologica veramente assimilabile a un disturbo psicogeno: d’altro canto, quando pur di fare sempre più soldi si arriva a degradare e rovinare il motivo principale per il quale si fanno – il paesaggio montano – come si può non pensare a un vero e proprio disagio cognitivo-comportamentale? E ha ragione Casanova a sostenere che

Chi abita in montagna ha la responsabilità storica di aver sostenuto questo modello economico improntato all’eccesso, al consumo di suolo montano, preferendo il profitto immediato alla tutela del bene comune e dell’ambiente.

In effetti non mi pare che in passato siano giunti sulle Alpi grandi tour operator, o altri soggetti simili, che abbiano imposto i propri modelli turistici massificati ai locali e alle loro piccole pensioni familiari imponendo loro di trasformarle in resort da centinaia di posti letto, o di sostituire forzatamente piccoli skilift e spartane seggiovie con mega cabinovie da portate orarie di migliaia di persone. Ci sono arrivati certamente sulle Alpi, quei soggetti industriali, ma anche perché “sollecitati” dai locali che, intuendo (legittimamente) guadagni fino a prima impossibili e insperabili e per ciò gettando al vento (molto meno legittimamente) ogni relazione culturale e qualsiasi senso del contesto con le proprie montagne – ovvero assoggettandosi a quei fenomeni di spaesamento, alienazione e disagio esistenziale già identificati anni fa ad esempio da Annibale Salsa -, hanno deciso di farsi discepoli integralisti del suddetto “dio soldo” e amen.

[Una delle due immagini qui sopra è vera, l’altra è generata con l’IA. Ma non c’è molta differenza tra le due, vero?]
Infine, c’è un ulteriore elemento fondamentale che è parte integrante e invero protagonista assoluto del tema del turismo montano, ma che ancora resta parecchio ai margini dei dibattiti conseguenti: le comunità locali, e intendo soprattutto quella parte di comunità che non è coinvolta nelle attività della filiera turistica locale e per ciò ne subisce in modo ancora più significativo le eventuali conseguenze negative. Fateci caso: i locali “non turistificati” vengono citati (ma non per questo realmente considerati) solo quando cominciano a lamentarsi in maniera plateale degli eccessi della presenza turistica nei propri territori, altrimenti sembra quasi che non esistano ovvero che siano un contorno secondario alle realtà in questione. Ma, come ricordo sempre, il turista più o meno cafone o consapevole a fine vacanza se ne torna a casa, l’abitante della meta turistica e del luogo che così è identificato ci resta, e se a fine stagione turistica non subisce più il disturbo e il disagio dell’eccesiva presenza di turisti spesso ne subisce altri che si crede che il turismo possa contrastare e risolvere e invece no: il degrado della qualità dei servizi di base, la chiusura di scuole e ambulatori (qui un esempio emblematico al riguardo), il taglio nei trasporti pubblici e quelle tante altre evenienze delle quali spesso si dà notizia, che non di rado fanno decidere a molti di andarsene dai propri paesi montani così pesantemente turistificati, banalizzati, non luoghizzati. Ecco, trascurare le comunità locali in qualsivoglia dibattito più o meno valido sul turismo in montagna, per quanto ho appena osservato e per mille altri validissimi motivi, è sempre una cosa deprecabile, insensata e ipocrita.

[Un servizio RAI del 17 agosto scorso sul Lago di Braies, altra meta ovetouristificata delle Dolomiti. Cliccate sull’immagine per vederlo.]
Dunque, per tornare alla domanda che fa da titolo a questo articolo: posto tutto quanto avete letto fino qui e il resto che dà sostanza alla questione, che facciamo, concretamente, con il turismo di montagna?

Le risposte valide possono essere diverse, soprattutto quando non vengano dalla politica attuale (lo so, è un’affermazione populista, ma smentitemela se ci riuscite). Secondo me, proprio per ciò che avete letto fino a qui, diventa sempre più importante e necessario lavorare nei contesti locali con le comunità, tanto con chi ne fa parte che lavora nel turismo quanto con chi non ne fa parte e abita stabilmente e attivamente in loco. Se è vero che risulta illusorio pensare che i turisti possano diventare velocemente più responsabili, è altrettanto vero che i locali, per motivi evidenti, sono molto più velocemente responsabilizzabili ma non attraverso l’imposizione di normative e regolamenti (a volte utili ma spesso visti con insofferenza, inutile osservarlo), semmai con l’interlocuzione costante, la partecipazione attiva ai processi decisionali locali, la politica “dal basso”, la coltivazione di una massa critica edotta e consapevole e dunque, prima di tutto, con una riattivazione della relazione culturale – sociologica, antropologica, identitaria ma, per compendio, scrivo culturale – tra i luoghi e chi li abita, quella relazione che dà forma e sostanza ai paesaggi locali «il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni», come rimarca la relativa Convenzione Europea. Ciò determina che se si gestisce male il paesaggio – il territorio, gli ambienti naturali, i luoghi, i beni comuni che possiede, le “risorse” che offre, eccetera – si gestisce male l’umanità che lo vive e vi interagisce, dunque non solo l’abitante stanziale ma pure il visitatore occasionale. Le comunità locali devono avere ben chiare queste nozioni: su di esse, sui doveri e sulle responsabilità che impongono (alla tutela ambientale e dei beni comuni, ad esempio) così come sui diritti e sui benefici che vi scaturiscono (di godere del benessere che offre un paesaggio gestito con equilibrio, per dirne uno), si deve innanzi tutto costruire, o nel caso ri-costruire, la relazione culturale profonda tra di esse e le loro montagne.

[Le code di turisti per accaparrarsi i krapfen al rifugio Friedrich August. Immagine tratta da “Today.it“.
Peraltro, da tali dinamiche di (ri)presa di coscienza attiva e consapevole da elaborare e alimentare presso le comunità, può e deve derivare un altro obiettivo estremamente importante: la rigenerazione della rappresentatività politico-sociale dei territori montani e della conseguente rappresentanza individuata (in modi liberamente stabiliti) nelle comunità stesse, che facciano tornare i territori stessi ad avere voce forte, chiara e ben ascoltata presso i consessi amministrativi ai livelli locali e a quelli superiori. Ancora oggi, troppe volte, la montagna subisce iniziative elaborate e decretate in sedi ben lontane dai monti da soggetti privi delle competenze – tecniche, scientifiche, umanistiche – necessarie alla buona gestione politico-amministrativa di essi: è una realtà che viene ribadita da lustri senza che tuttavia nulla venga formulato al fine di cambiare, anche qui, il paradigma di fondo, legato a mere logiche di potere e di influenza politica. Be’, anche qui, appunto, è ora di cambiare strada, di ritornare a muoverci verso il futuro invece di rimanere a girondolare in un presente sempre più stantio, sempre più obsoleto e ammuffente.

Credo che ogni soggetto che intenda operare a vario titolo per il bene dei territori e delle comunità della montagna italiana – il bene ambientale, ecologico, sociale, economico, culturale, turistico, eccetera –  debba sempre più impegnarsi su questo fronte e in tali azioni comunitarie concrete, e altresì sono certo che la migliore pianificazione possibile della frequentazione turistica delle montagne debba inevitabilmente contemplare la presenza attiva, edotta e consapevole, dunque decisionale, delle comunità locali – sia che operino nelle filiere turistiche e sia che non ne facciano parte, ribadisco di nuovo – oltre ai soggetti che sappiano fornire le più adeguate competenze tecniche, scientifiche, umanistiche (ce ne sono molti in Italia e parecchio validi, dalle università agli istituti di ricerca alle organizzazioni, associazioni e reti multidisciplinari). La politica, il cui potere di rappresentanza si è ampiamente smarrito nel tempo, come ho anche indirettamente spiegato fino a qui, dovrà infine fornire gli strumenti istituzionali per mettere a terra quanto elaborato e strutturato in sede locale, facendo di ogni cosa realizzata un’opera compiutamente condivisa e comunitaria.

Ecco, questa, secondo me, è una buona risposta (e spero anche valida) alla domanda sopra suggerita. Sicuramente mi auguro lo sia per me che, nei prossimi mesi, mi impegnerò sempre più in quella dimensiona comunitaria montana nel solco qui sopra delineato. Ripeto, ce ne possono ovviamente essere tante altre di risposte buone e valide: l’importante è che ci siano, che vengano formulate, discusse, elaborate e poi quanto più possibile messe in atto.

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
Viceversa, la sorte delle nostre montagne temo non sarà così fausta. Imporremo loro una decadenza viepiù inarrestabile e, per giunta, oltre modo folle, come quella dei passeggeri di una nave che sta affondando e, con l’acqua ormai alle caviglie, invece di pensare a come salvare l’imbarcazione restano ancora lì a litigare su chi abbia commesso l’errore che ne cagionerà l’inabissamento.

La “non democrazia” che a volte la politica locale manifesta, anche in montagna, e il ruolo delle comunità

[Foto di Monika da Pixabay.]
Mi è capitato di trovarmi di fronte amministratori pubblici locali – sindaci nello specifico – che nei dibattiti intorno a progetti e opere proposte nei loro territori e variamente discutibili hanno affermato che – riassumo in breve il pensiero espresso – in democrazia viene dato mandato ai sindaci attraverso il voto e dunque quelli devono essere in grado di fare ciò che hanno promesso.

Ora, al di là del fatto che se una cosa viene promessa o annunciata in campagna elettorale o in altri contesti pubblici e chi la propone viene votato e vince le elezioni, non è detto che quella cosa sia automaticamente giusta e da fare senza se e senza ma, credo che qui di fondo venga messa in atto una stortura strumentale del concetto di “democrazia rappresentativa” per fini funzionali a giustificare iniziative altrimenti poco ammissibili. E se anche questa circostanza potrebbe essere “comprensibile” (seppur non accettabile), più che altro perché è un modus operandi politico ormai parecchio consueto, la stortura suddetta rimane completamente. Perché la democrazia non può certo essere qualcosa che si risolve nel mero esercizio elettorale, quantunque sia un passaggio fondamentale alla necessaria rappresentatività (altrimenti avrebbe avuto ragione Charles Bukowski quando sosteneva sarcasticamente che «la differenza tra democrazia e dittatura è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini; in una dittatura non c’è bisogno di sprecare tempo andando a votare») e, anzi, la democrazia autentica comincia dopo il voto, quando gli eletti cominciano ad amministrare e a fare cose per conto di tutta la comunità del territorio amministrato e non solo della sua eventuale maggioranza (il che darebbe invece ragione al concetto di “dittatura della maggioranza” di Tocqueville): per questo motivo ineludibile è la comunità che deve democraticamente vigilare sull’operato dei soggetti ai quali ha delegato – non ceduto – la facoltà di amministrare il proprio territorio. Dunque non è il mandato amministrativo ottenuto con il voto a giustificare tale facoltà, ma lo è il consenso che scaturisce dall’interlocuzione articolata con la comunità che in questo modo riafferma e manifesta il proprio potere – “democrazia” da demos, “popolo”, e kratos, “potere”, è bene ricordarlo. Altrimenti siamo di fronte a oligarchie, autocrazie se non vere e proprie dittature, inesorabilmente.

Ecco, tutto questo se possibile vale ancora di più nei territori montani, ove il concetto di “democrazia” deve gioco forza comprendere anche il fattore geografico e ambientale per come influisca sul modus vivendi delle comunità, dunque sulla loro relazione con il territorio abitato e vissuto, verso il quale ogni intervento troppo invasivo, alterante e impattante genera molteplici conseguenze su quella relazione. L’abuso di potere ovvero di rappresentatività democratica che a volte certi amministratori pubblici montani palesano, quando intervengano troppo pesantemente sui propri territori perché portati a farlo da soggetti terzi e interessi “particolari” (e a volte accade anche in forza di piccole opere ma dal portato notevole, approfittandosi della particolare dimensione sociale e relazionale spesso presente nelle località montane, soprattutto le più piccole), è quindi ancora più deprecabile, sulle montagne, e da avversare con consapevole determinazione. D’altro canto l’amministratore pubblico – che sia un sindaco oppure altro – che si comporti in questo modo nei propri territori montani dimostrerebbe ineluttabilmente di essere la persona peggiore alla quale affidare la rappresentanza democratica della comunità locale. E imporrebbe un’azione politica urgente, al riguardo, da parte della comunità locale, per evitare ulteriori e più gravi danni al proprio territorio.

Una legge che condanna le montagne italiane alla mediocrità

[Foto di Patrick su Unsplash.]
Di recente è stata approvata dal Parlamento la cosiddetta “Legge sulla Montagna” «per il riconoscimento e la promozione delle zone montane».

Mi pare sia una solita legge all’italiana: a fronte di alcune cose buone, il testo presenta mancanze, dimenticanze, palesa una scarsa conoscenza della realtà montana nazionale e manifesta verso di essa ben poca sensibilità. Difetti che, nel complesso, rischiano di rendere inefficaci anche i «passi avanti» proposti.

Al riguardo mi trovo molto d’accordo con il comunicato che la Cipra Italia – delegazione italiana della Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi – ha emesso, che riporta le considerazioni sulla legge di Vanda Bonardo, presidente di Cipra Italia; lo vedete lì sopra (cliccatelo per scaricarlo in pdf). Soprattutto concordo su quanto rimarcato circa la sostanziale mancanza di una chiara visione sull’assetto istituzionale dei comuni montani: è la solita e ormai cronica mancanza di rappresentatività politica delle montagne e delle loro comunità, che evidentemente continuano a essere considerate dalle istituzioni come territori e cittadinanze di secondaria importanza, non meritevoli di una strategia di sviluppo strutturata e realmente efficace nonché ritenute incapaci di gestire la governance delle proprie montagne.

Tutto molto significativo, emblematico e d’altro canto per nulla nuovo, ribadisco.

Alla politica italiana, che governa le istituzioni pubbliche, delle montagne non interessa granché, e tanti dei problemi che oggi affliggono le comunità di montagna nascono proprio da questa trascuratezza di ormai lungo corso. Ne siano consapevoli, quelle comunità e, per quanto possibile, agiscano di conseguenza.

Quando i primi “nemici” delle montagne sono i montanari che le abitano

[Marzia Verona con alcune delle sue capre. Foto di Anna Ravizza, Petit Fenis, Nus (Aosta), maggio 2021.]
Così scrive l’amica scrittrice e pastora Marzia Verona in un post sulla sua pagina Facebook del 3 luglio scorso:

Rileggendo i commenti al post di ieri sulle “aree interne” (lo trovate qui, e si riferisce all’articolo che vedete nell’immagine – n.d.L.), mi sono soffermata su un paio di considerazioni.
«Il problema siamo noi montanari che non siamo uniti…», «il problema è che nemmeno più a chi è di qui interessa la salvaguardia del territorio […] il resto è disinteresse e “piccole guerre” di paese. E qui non c’entra il governo ma la testa delle persone purtroppo».
Così scrivono due persone, abitanti in regioni diverse, in aree che conosco bene. Ma non c’è bisogno di andare a cercare chissà dove, queste situazioni le viviamo quotidianamente sulla nostra pelle. Non c’è da scomodare la politica europea, neanche quella nazionale, ma neppure quella regionale o comunale. Molti dei problemi che ci toccano da vicino vengono da diatribe di vicinato, quando non addirittura famigliari, da guerre dei poveri tra chi pratica lo stesso mestiere. Uno ti porta via l’acqua, l’altro ti soffia l’alpeggio, l’altro ancora si accaparra i tuoi prati, i tuoi pascoli. E a te crolla addosso il mondo, ti tocca buttar via i sacrifici e le fatiche di una vita, ti passa ogni entusiasmo, non basta nemmeno più quella famosa passione per andare avanti…

Marzia Verona descrive una situazione che a mia volta ho constatato un po’ ovunque sulle nostre montagne, comprese quelle dove vivo – e ciò non significa che accada solo in montagna, ma certo che la si debba constatare in territori particolari e delicati come quelli montani nei quali è fondamentale – per cui spesso elogiato, invocato o rimpianto – il senso di comunità e una spiccata mutualità del modus vivendi collettivo, al fine di mantenerli antropologicamente vivi, è un fatto parecchio significativo. Spesso sostengo – provocatoriamente ma non troppo – che in certi casi i primi “nemici” delle montagne sono i montanari che le abitano ben più che i forestieri, chiunque essi siano e qualsiasi cosa facciano, e ciò che intendo è (anche) proprio quello che Marzia ha descritto brevemente ma efficacemente.

[Vallone di Rui a Bellino, Val Varaita (Cuneo), settembre 2015.]
Una situazione del genere così comune sulle montagne italiane, che ovviamente potrebbe (e dovrebbe) suscitare considerazioni molto articolate quanto parecchio lunghe da esporre qui, trovo di poterla analizzare più rapidamente attraverso due chiavi di lettura fondamentali, di segno opposto – o forse non così tanto.

La prima: quei comportamenti “anticomunitari”, da homini homini lupus delle terre alte, al netto degli interessi personali e degli egoismi del momento temo siano anche il frutto di quello sfarinamento ormai di lungo corso dell’identità culturale delle genti di montagna e della loro relazione con i luoghi abitati e lavorati. Un fenomeno perfettamente descritto da Annibale Salsa in quel fondamentale libro che è Il tramonto delle identità tradizionali, il cui sottotitolo efficacemente recita Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi: ecco, proprio questo spaesamento e il conseguente disagio esistenziale credo possano rappresentare una delle cause (forse la causa?) di quei comportamenti, conseguenza dell’applicazione prolungata di modelli economici, sociali e culturali incongruenti con i territori alpini che hanno finito per generare numerosi cortocircuiti nelle comunità di montagna, nelle relazioni sociali interne e in quelle verso i territori, con il risultato di una rottura della citata, pragmatica mutualità vitale quotidiana e dell’assuefazione a modus vivendi di ispirazione metropolitana, malamente imitati anche perché, come detto, per nulla consoni alla dimensione socio-antropologica montana. Una situazione che si potrebbe recuperare rielaborando la necessaria consapevolezza circa il senso di comunità e il corrispondente legame collettivo tra le genti di montagna e i territori abitati, così da ridare forza anche all’identità culturale dei luoghi quale elemento di unità consapevole tra i membri della comunità in primis e subito dopo tra la stessa comunità e le sue montagne.

[Capre al pascolo presso Petit Fenis, Nus (Aosta), maggio 2025.]
La seconda chiave di lettura: a fronte di quanto ho appena rimarcato, temo che non di rado vi sia uno specifico, mirato interesse della politica locale a fare in modo che questa situazione di scollamento comunitario e di alienazione venga mantenuto e pure per certi versi alimentato, perché in fondo funzionale a evitare l’invero fondamentale interlocuzione con le comunità nel caso di interventi particolarmente importanti sui territori che vadano a modificare in maniera sensibile le geografie, il paesaggio, le modalità di fruizione delle risorse, i relativi beni ecosistemici. Senza una consapevole visione unitaria della comunità riguardo se stessa e i propri territori viene meno la potenziale massa critica che possiede la forza di interloquire con le istituzioni rivendicando il diritto democratico naturale alla partecipazione nella loro gestione, soprattutto posta la grave carenza di rappresentanza politica dei territori montani ai livelli politico-istituzionali superiori. Ed avendo la politica sostanzialmente abbandonato da tempo i territori di montagna e i montanari a loro stessi, con i loro problemi irrisolti e i bisogni insoddisfatti, è facile (e per certi versi inesorabile) che essi smarriscano il senso di comunità e finiscano per sentirsi in diritto (senza in effetti comprenderlo pienamente) di agire innanzi tutto per il proprio interesse individuale, senza più pensare al portato delle proprie azioni su loro stessi in quanto comunità e sui territori nei quali vivono ma, come detto, senza più un’autentica relazione culturale.

In tal caso, cioè per risolvere questa situazione e dopo aver recuperato un consapevole senso di comunità, come rimarcato poc’anzi, è necessario rivendicare il diritto all’interlocuzione con le istituzioni e alla rinascita di una vera rappresentatività civica e politica della comunità, in modo da invertire il senso del rapporto conseguente tra cittadinanza e amministratori – non più l’ente politico che impone cose e decisioni alla comunità (una cosa molto poco affine alla democrazia, a ben vedere e a dispetto del consenso elettorale) ma la comunità che propone e indirizza il lavoro del primo – facendone di nuovo, finalmente, la manifestazione più compiuta e riconosciuta della vita comunitaria nel territorio abitato, della quale ogni residente è membro attivo e accreditato i cui diritti hanno pieno valore quando contestuali alla dimensione locale.

[Fienagione a Cogne (Aosta), luglio 2016.]
In fondo, quando i montanari si palesano come i primi nemici delle loro montagne, è in verità la manifestazione di un’ostilità non compresa tanto quanto dannosa verso se stessi più che verso le montagne – le quali, inutile dirlo, restano del tutto indifferenti alle cose umane (anche in caso di interventi all’apparenza particolarmente devastanti) e le supereranno inesorabilmente. Chi non si cura delle proprie montagne non ha cura di se stesso, di chi ha intorno e della comunità della quale fa parte –  e ne fa indissolubilmente parte, seppur non se ne renda conto o lo trascuri. Come scrive Marzia Verona, si tratta di «guerre tra poveri» che li renderanno ancora più poveri fino a che non ci sarà più nulla di materiale o immateriale per cui guerreggiare: le montagne saranno ancora lì, come detto, ma i loro abitanti non sapranno più abitarle e perché farlo. Penso sia una prospettiva che sarebbe bene non provare mai, nemmeno per errore o per qualche stupido atteggiamento egoistico.

(Tutte le immagini qui presenti sono tratte dalla pagina Facebook di Marzia Verona.)

Dare voce e ascoltare veramente le comunità di montagna è fondamentale, ma non basta ancora

[Veduta della Val di Rabbi, in Trentino. Foto di Mauro Mariotti tratta da https://organizzazione.cai.it.]
Da lungo tempo ormai si segnala e denuncia la carenza quando non la mancanza pressoché totale di rappresentanza politica dei territori montani (comuni sempre più privati di servizi e meno dotati di risorse, comunità montane sovente ridotte a scatole vuote, disinteresse degli enti di livello superiore, eccetera), una condizione che poi si riflette nell’equivalente carenza, o mancanza, di ascolto delle comunità di montagna. Le quali invece hanno un disperato bisogno non solo di farsi sentire ma, soprattutto, di essere ascoltate. La politica locale – cioè i comuni, sostanzialmente e unicamente – a volte lo fa, con incontri e assemblee pubbliche (seppur spesso legate a discussioni intorno a decisioni comunque già assunte, alle quali si può solo assentire o no), ma poi a ciò non fa seguito nulla di veramente concreto e costruttivo, vuoi per oggettive difficoltà dei comuni al riguardo (vedi sopra), vuoi per mera noncuranza o per convenienze politiche opposte a quanto espresso dal pubblico.

Tuttavia, se da un lato quanto illustrato non è sufficiente, dall’altro nasconde un potenziale rischio: non basta ascoltare pur attentamente le comunità di montagna, ma di contro non è corretto assecondarne qualsiasi richiesta, per ragioni di facile consenso più o meno ampio o per altre ragioni similari. In verità manca un elemento fondamentale, che di frequente la politica non sa offrire e la società civile non sempre possiede: le competenze, atte a far che qualsiasi decisione presa attraverso l’interlocuzione dei due soggetti principali, il pubblico e il privato possa risultare logica e realmente utile. Ci vuole, in pratica, la presenza di un soggetto tecnico o scientifico (indipendente) nel dialogo: il soggetto politico interloquisce con la comunità civile, ne recepisce bisogni e necessità, le passa al soggetto tecnico competente a ricavarne un progetto sensato che così può essere approvato dalla comunità e deliberato dall’ente politico.

Questo processo, di per sé ovvio e “normale”, è invece assai raro da constatare. Se la politica si serve di un soggetto tecnico, è perché lo ha già posto al suo “servizio”; se la comunità è sostenuta da un proprio soggetto tecnico, questo facilmente resterà inascoltato dalla politica e, in ogni caso, quasi mai la presenza di un tale soggetto dotato di competenze specifiche – per intenderci: università, enti di ricerca, soggetti dell’ambito culturali, esperti e specialisti, eccetera – riesce ad avere peso progettuale e decisionale nelle dinamiche di gestione territoriale locale. E questa è una carenza che ritengo molto grave, causa di molte situazioni problematiche e perniciose per le nostre montagne e le loro comunità.

[Un altro scorcio della Val di Rabbi. Foto di Gianni Penasa, tratta da www.facebook.com/valdirabbi.]
Faccio un esempio concreto: l’ente politico ha intenzione di realizzare una nuova infrastruttura turistica, che apporterà effetti di vario genere sul territorio locale e dunque sulla comunità. Per questo motivo l’ente politico deve avviare la doverosa interlocuzione con la comunità, ma questa probabilmente non possiede tutte le competenze necessarie a stabilire se l’iniziativa progettata possa essere positiva o negativa per il proprio territorio. Dunque servono le competenze che il soggetto tecnico/scientifico può offrire e che faranno da buona base per la successiva definizione collettiva dell’iniziativa, la quale se approvata lo sarà per motivi non solo validi ma pure rigorosi, e se bocciata lo sarà allo stesso modo. Comunque, in entrambi i casi, la procedura logica che avrà portato alla decisione finale sarà elaborata in modi realmente condivisi e razionali, con il necessario (ma per certi versi anche naturale) bilanciamento delle parti che eviterà pure molti disequilibri che spesso si constatano in tanti progetti (come quando la politica si riserva l’intero potere decisionale evitando l’interlocuzione con la parte pubblica o quando si lascia decidere alla comunità ma senza prima dotarla degli strumenti necessari utili a giustificare la decisione).

Da un processo del genere tutti hanno da guadagnare: la comunità civile perché sa di poter essere veramente ascoltata e di poter incidere nelle decisioni che interessano la propria realtà, la politica perché sa di poter assumere decisioni ben meditate e ampiamente condivise che le danno lustro (anche elettoralmente), il soggetto tecnico perché può mettere a terra le proprie competenze attraverso progettualità adeguatamente supportate sia dalla politica che dalla parte pubblica contribuendo fattivamente allo sviluppo vero del territorio in questione.

Infine, posto tutto ciò, rimarco solo che nel nostro paese di soggetti tecnico/scientifici in grado i offrire elevate competenze alle comunità di montagna e alle amministrazioni pubbliche di riferimento ve ne sono molti. Spesso questi soggetti vengono interpellati, dagli enti pubblici: ma per produrre delle consulenze – corpose, articolate, solitamente pagate da bandi altrettanto pubblici – che poi quegli enti presentano come una propria iniziativa virtuosa ma che, una volta usciti gli articoli al riguardo sulla stampa, vengono messe rapidamente da parte e dimenticate su qualche scaffale polveroso.

Sarebbe un’ottima cosa se invece quelle loro ottime competenze venissero pienamente riconosciute – dalla politica, innanzi tutto – e integrate quale supporto concreto e fattivo nelle iniziative progettuali e nei processi decisionali riguardanti i nostri territori montani. Ribadisco: ne avrebbero – ne avremmo – tutti da guadagnare, la montagna innanzi tutto.