La “Montagna Sacra”: apprezzata, compresa, discussa, condivisa, criticata e per tutto questo sempre più indispensabile

Il “senso del limite”. Quante volte viene citato nei discorsi legati alla realtà contemporanea delle nostre montagne? Solitamente, quando lo si cita, è per invocarne il rispetto, visto come i monti siano sempre più in balìa di fenomeni invasivi, non solo imposti dal turismo di massa, e di sfruttamenti eccessivi e irrispettosi del paesaggio montano nonostante le crescenti criticità ambientali e climatiche – e non solo queste.

Eppure, tanto spesso viene invocato, il senso del limite, quanto poco sembra essere realmente rispettato. L’unico “limite” che ancora osserviamo collettivamente pare sia quello alla comprensione del suo senso fondamentale: ci piace citarlo, auspicarlo, invocarlo, ma senza realmente comprenderlo e trovando scomodo andare oltre – o troppo confortevole non farlo. Restiamo fermi mentre la realtà delle montagne, con tutto ciò che comporta, criticità incluse, va avanti.

Per questo il progetto “Monveso di Forzo. Montagna Sacra” con il tempo acquisisce sempre più importanza simbolica e valore concreto. Ha riacceso l’attenzione su quel “senso del limite” svilito e negletto basandosi su quattro princìpi fondamentali: alterità, lasciare spazio a ciò che non siamo noi, animali, piante, rocce, silenzi; astensione, fare un passo indietro come scelta libera; contemplazione, vivere la montagna anche guardandola da lontano; infine, appunto, limite, riconoscere che poter raggiungere un luogo non dà il diritto culturale di occuparlo. È stato ritenuto inefficace, superfluo, controverso, opinabile, è stato criticato aspramente ma di contro ha raccolto migliaia di adesioni e consensi. E continua a raccoglierne.

Nel frattempo, quel limite così necessariamente da rispettare non è quasi mai stato rispettato e la “Montagna Sacra” resta l’unica fonte di riflessione autentica sul tema. Controversa? Meno male, così offre un altro motivo per discuterne. Inefficace? Non più del poco o nulla che altrove viene fatto. Opinabile? Non quanto la crescente trasgressione del senso del limite continuamente perpetrata ai danni dei territori montani, dei loro ambienti, del loro paesaggio. Del quale l’uomo ha il diritto di fare parte solo se osserva il dovere di esserne responsabile, cioè di avere rispetto per le montagne. Che è esattamente ciò che la “Montagna Sacra” invita a fare almeno con il Monveso di Forzo: dedicarvi il rispetto più assoluto, dunque più simbolico e eloquente, proprio per godere del privilegio di vivere le altre montagne rispettandole consapevolmente per come il progetto stimola a fare. Cioè, rispettando il più logico, intelligente, naturale senso del limite – finalmente!

L’invito e lo stimolo, appunto: domenica prossima 11 ottobre in Valle Soana torna “Insieme per la Montagna Sacra”, la giornata pubblica dedicata al progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra per la Natura”, ed è il quinto incontro dalla nascita dell’iniziativa e per la prima volta si svolge in autunno, nella stagione in cui i larici della Valle Soana si colorano d’oro ai piedi della piramide del Monveso. La giornata è promossa dal comitato promotore della Montagna Sacra insieme all’Associazione Operatori Turistici Valle Soana, alla Biblioteca di Ronco Canavese, alla TAM – Tutela Ambiente Montano, CAI VdA e CAI Piemonte, a riprova di quanto il progetto sia sempre più compreso, condiviso e, di conseguenza, efficace.

Trovate tutte le informazioni relative alla giornata sulla locandina che vedete lì sopra e nel sito web del progetto “Montagna Sacra”, qui. Per quanto avete letto finora in questo mio articolo, comprenderete che partecipare alla giornata significa già manifestare concretamente la consapevolezza e il rispetto del “senso del limite”, significa già «pensare come una montagna», per dirla con Aldo Leopold, significa essere parte attiva e virtuosa del presente e del futuro delle Terre alte. Significa moltissimo, insomma.

Dunque, mi auguro vivamente che vorrete e potrete partecipare. Perché ogni montagna, anche la più antropizzata, è “sacra”, se lo saranno il rispetto e la cura che riserveremo ad essa.

Ecco cosa c’è da fare per divertirsi veramente in montagna e godere della sua bellezza

[Foto di Fotoauge da Pixabay.]
Da quando ho cominciato a salire le montagne in maniera assidua – sempre da alpinista mediocre, sia chiaro – e dunque a pernottare nei rifugi, una delle cose che ho imparato ad amare di più è quel momento sul tardo pomeriggio, in attesa della cena, quando gli escursionisti di giornata se ne sono andati, la quiete si fa quasi assoluta, il Sole scende verso l’orizzonte e il giorno si stempera nella sera in quegli attimi sospesi nel tempo che i fotografi chiamano l’ora blu.

Trovo sia un momento bellissimo da vivere anche perché, per goderselo appieno, non bisogna fare niente. Me ne sto lì, perdo lo sguardo negli orizzonti che si fanno nitidi e, con gli ultimi raggi solari, luminescenti, seguo i profili multiformi delle vette d’intorno, osservo le prime luci che si accendono nei fondivalle mentre la quiete che regna accresce l’armonia con il luogo e il benessere dello starci. Rare volte come in questi momenti, a non fare niente si sente di stare facendo tutto ciò che serve.

Come d’altro canto le montagne richiederebbero di fare a chi le frequenta per svago: nulla.

Restare lassù, nei lori paesaggi meravigliosi come pochi altri, semplicemente godendo della loro bellezza – morfologica, geografica, naturalistica, culturale – e facendo che essa ci penetri dentro, diventi il nostro paesaggio interiore così regalandoci benessere, serenità, appagamento. L’anima della montagna è fatta anche di questa dote, di questa alterità dimensionale rispetto alla città e alle zone più antropizzate che la rende così speciale, preziosa, appagante e rigenerante. Gli ampi spazi delle montagne, apparentemente vuoti, in realtà sono pieni di queste peculiarità. Non c’è nulla ma c’è tutto; non c’è nulla solo per chi non sa vedere il tutto, e per vederlo, percepirlo, comprenderlo, non bisogna fare nulla, appunto. C’è solo da star lì e goderne: facendo nulla si fa tutto ciò che serve, l’assenza di azione è pienezza di senso.

Lassù al rifugio oppure stesi su un prato, seduti su un masso in un punto panoramico, camminando lentamente nel bosco o restandovi fermi in mezzo agli alberi. Non serve fare nulla di più, la montagna farà tutto per conto nostro.

[Immagine tratta dalla pagina Instagram “TMLPLanet“.]
Non capisco proprio perché, invece, in montagna ci venga di frequente imposto di fare un po’ di tutto e molto di più di quanto classicamente si può fare – sciare, camminare e tutto il resto di correlato – al pari di quanto accade in città, che consente e impone di fare un sacco di cose. Ma è una città, appunto, offre per sua natura cose da fare e che chiede di fare.

Sulle montagne di oggi, di contro, l’hotel non è hotel senza la spa e senza una miriade di servizi che i clienti possono (devono) acquistare, nei ristori lungo le piste c’è il dj e si balla, dopo lo sci c’è da fare l’après-ski, il paesaggio lo si osserva dalle piattaforme panoramiche e dalle panchine giganti, sui ponti sospesi si fa l’experience e si scattano i selfie, il ciclista deve scendere dai monti a tutta velocità sulle piste di downhill e poi ci sale su ampie e comode ciclovie, bambini e ragazzi si devono divertire nei parchi avventura o sugli alpine coaster mentre i genitori salgono in quota perché c’è comprare quei krapfen di cui tutti parlano sui social… eccetera eccetera eccetera. La lista di cose che si possono fare in montagna, e spesso si devono fare per “sentirsi” in montagna, è assai lunga.

Lunga, sconcertante e non di rado assurda.

Anche perché tutte quelle cose che vengono proposte riducono la montagna a un mero spazio non più da vivere ma da utilizzare e, spesso, la cui fruizione è da acquistare in base a un prezzo di vendita. Da viaggiatori, villeggianti e turisti si diventa in tutto e per tutto clienti di beni e servizi che sfruttano la montagna, ne impongono il consumo – non solo in senso economico.

E questo consumo impone la realizzazione continua di “mezzi” per metterlo in atto e alimentarlo: ecco dunque tutta la messe di opere e infrastrutture – dalle funivie alle piste da sci e alle ciclovie, ai ponti sospesi e alle passerelle panoramiche, ai resort sempre più grandi ai parcheggi sempre più capienti, eccetera – realizzata senza limiti o quasi, proprio come se la montagna fosse uno spazio vasto e vuoto da poter riempire liberamente con tutto ciò che lo renda pieno, utile, sfruttabile, vendibile. Come fosse uno spazio urbano, una periferia della città da riempire di “servizi” dei quali i turisti possono fruire ma i locali non sanno concretamente cosa farsene.

[Foto di Pexels da Pixabay.]
Chiunque può scegliere liberamente come divertirsi ovunque, inutile rimarcarlo. Ma in questo modo si vive veramente la montagna? Cosa si porta a casa, a giornata o vacanza finita, della sua bellezza, della sua anima peculiare, di ciò che sa donare, del gran bene che ci sa fare alla mente e all’animo? Da quante distrazioni certamente divertenti ma altrettanto superflue veniamo sviati, confusi e infine resi incapaci di comprendere pienamente la bellezza che ci circonda?

Una bellezza talmente grande, emozionante e coinvolgente – anche se osservata senza troppa retorica sentimentale e meramente estetizzante, converrete – che, lo ripeto di nuovo, non ha bisogno di nulla per poter essere goduta, apprezzata e amata. Recuperare questo dolce e prezioso far niente tra i monti, comprendere nuovamente quanto sia importante e proficuo perdere tempo nello stare lassù a far nulla guadagnando benessere  – il vero lusso, come hanno già detto altri, non è avere tanto tempo per fare “cose”, è non avere fretta di farle – sono certo che recupera anche moltissima bellezza delle montagne altrimenti trascurata e smarrita. E ci fa recuperare anche il gusto pieno di stare lassù sentendosi bene come altrove raramente accade, nel posto giusto al momento giusto, in armonia con il luogo e in pace con se stessi. Che poi dovrebbe essere il senso ultimo della “vacanza”, parola che viene dal latino vacantia, che significa “essere vuoto”, “essere libero” o “essere privo di occupazioni”. Infatti il “vuoto” delle montagne è pieno di libertà: ci sentiamo liberi dagli impegni, dal tempo che corre, dagli obblighi e dalle responsabilità quotidiane, dalle preoccupazioni, dagli spazi regimentati delle città… perché dunque gettare al vento questa libertà così bella e preziosa per assoggettarci a fare cose – attività, svaghi, “esperienze”, divertimenti… – preconfezionate e imposte?

È montagna, questa?

Io credo di no. Non come e più di quanto sia lo stare seduti in un prato a osservare il paesaggio e non fare nient’altro. Dentro la sua bellezza autentica, fuori dalla sua scenografia artificiosa.

[Foto di Paul Pastourmatzis su Unsplash.]
Liberissimi di godere delle montagne come volete, ribadisco. Ma provate ogni tanto, quando siete lassù, a non fare nulla, a “perdere tempo”, a stare semplicemente lì a godere il momento e osservare cosa avete intorno, a vivere il luogo e non più soltanto a usarlo. Forse così converrete con me che, sulle montagne, il vuoto è pieno, il nulla è il tutto, il tempo non si perde e si guadagna vita e il paesaggio è dentro di noi, il paesaggio siamo noi.

La «montagna accessibile»: un principio di civiltà o un inganno pericoloso?

La «montagna accessibile» è un’altra di quelle formule spesso utilizzate quando si infrastrutturano a scopo turistico i territori montani, al fine di giustificare un fine positivo e “virtuoso” delle opere realizzate, ma in verità è tra le “idee” più ipocrite e pericolose che sui monti si possano proferire.

Spesso utilizzata insieme ad altre per le quali «La montagna è di tutti» e dunque «Tutti hanno il diritto di frequentare le montagne» – di recente declinata pure con «L’alta quota deve essere per tutti», francamente delirante – è infida in quanto trasforma un diritto ipotetico e presunto in un “principio” sostanziale e forzato senza considerare il contesto e le sue specificità, quasi sempre per scopi e interessi che nulla hanno a che fare con le montagne propriamente dette. Ecco dunque che, in base a questa distorsione concettuale, si arriva a giustificare ogni cosa; dalle nuove vie ferrate che rendono accessibili le pareti montane anche a chi non sarebbe in grado di salirle per «avvicinarsi alle vette» e a un «ambiente d’alta montagna», alle ciclovie che rendono accessibili anche ai ciclisti meno abili luoghi in quota da sempre raggiunti solo a piedi, a nuovi impianti di risalita che rendono accessibile l’alta quota a chiunque, anche a chi si trova in affanno a salire una sola rampa di scale.

A questo punto, perché non realizzare funivie su tutte le sommità montane degne di tal nome oppure, ancora meglio, delle ampie e comode strade che rendano accessibili le vette anche a quelli che, magari, soffrono di vertigini e non salirebbero su una funivia?

Mi sembra chiaro che chiunque abbia in mente un tale concetto di «montagna accessibile», la montagna vera non sappia cosa sia ovvero decida di ignorarlo proprio per imporre principi palesemente illogici e infondati funzionali a obiettivi decontestuali. A parte che “accessibile” la montagna lo è già in innumerevoli modi (le Alpi sono la catena montuosa più antropizzata al mondo), non di rado eccessivi e pure alienanti: infatti ci ritroviamo spesso persone in bermuda e infradito a camminare sui ghiacciai o che percorrono vie ferrate in sneakers e senza l’attrezzatura di sicurezza proprio perché, in forza del messaggio che passa da tutto ciò, se la montagna diventa «accessibile» non può che essere anche “sicura”. Ecco dunque che alla formula «montagna accessibile» se ne unisce quasi sempre un’altra, «in totale sicurezza»: un’altra menzogna fuorviante e pericolosa (chiedetene conto ai membri del Soccorso Alpino!). La “totale sicurezza” in montagna non esiste, così come per principio non esiste – per ovvio buon senso, raziocinio, natura, geografia, cultura, evidenza lampante – la montagna “accessibile”: perché altrimenti non sarebbe più montagna vera. Dunque, forse non è così scontato rimarcare che la montagna è accessibile a chi è in grado di accedervi in forza delle proprie capacità e delle varie difficoltà da affrontare, ed è questo che rappresenta la sua bellezza, il suo fascino più attraente, il senso della sua frequentazione consapevole, il divertimento e l’appagamento che sa donare.

Su un sentiero pianeggiante vi possono accedere tutti, su una parete verticale vi accede chi ha l’attrezzatura individuale e le capacità tecnico-atletiche per superarla. Se non le ha può frequentare un corso di escursionismo o alpinismo ovvero affidarsi a un professionista dell’accompagnamento in montagna – una guida alpina o altro. Altrimenti dove non può accedere semplicemente (e razionalmente) non accede, ed è proprio questo il fascino profondo delle montagne: di fronte a una parete verticale che si è consci di non poter superare, scaturisce la meraviglia di una forma naturale spettacolare, estrema, sublime, repulsiva ma per questo attraente ed emozionante. Che senso ha renderla “accessibile” e poterla superare con – ad esempio – una via ferrata, se non banalizzarne il fascino attraverso un vero e proprio inganno? Che senso può avere l’avere accesso a un valico in alta quota, da sempre raggiungibile solo a piedi su sentiero a bordo di una bicicletta, magari pure elettrica, grazie a un’ampia e comoda ciclovia che per giunta ha intaccato pesantemente il versante che a quel valico adduce?

Ma di cosa stiamo parlando, seriamente?

La mia risposta: di un inganno, appunto, di una ipocrisia bella e buona con potenziali effetti perniciosi oltre che culturalmente deleteri.

Bisogna essere chiari: il concetto di «montagna accessibile» è un mero sotterfugio funzionale a infrastrutturare la montagna il più possibile – con ferrate, ciclovie, funivie e quanto altro di simile, come detto – che in verità svilisce e degrada l’idea stessa di montagna, la sua bellezza, il valore del suo paesaggio, la sua frequentazione logica, consapevole e intelligente, il godimento di frequentarla e magari di imparare a superarne le asperità senza inganni ma grazie alle conoscenze e alle capacità acquisite.

Diffidate sempre della montagna che viene definita «accessibile», perché probabilmente sarà una montagna artefatta e banalizzata. E diffidate parimenti di chiunque vi dica che «la montagna è di tutti»: no, la montagna è di tutti, ma tutti quelli che ne hanno rispetto, e il rispetto deriva anche dal non barare nei suoi confronti, dalla consapevolezza di ciò che in montagna si può fare e non si può fare, dal senso del limite che sui monti bisogna riconoscere e osservare proprio perché quello montano è un ambito la cui realtà naturale è fatta di limiti: fisici, morfologici, geografici, ambientali, ma anche e per certi versi soprattutto limiti di accessibilità.

Non lasciamo che a diventare così “accessibile” sia l’anima profonda della montagna. Perché se ciò accadesse non sarebbe più montagna. Tanto varrebbe raderle al suolo, le vette: così diventerebbero massimamente accessibili a chiunque e non ci sarebbe nemmeno bisogno di spendere risorse pubbliche per costruirci qualsivoglia infrastruttura per accedervi. Forse è proprio questo l’obiettivo finale di quelli che vanno blaterando di «montagna accessibile», quelli che le montagne non sanno realmente cosa siano.

Il nuovo ponte sospeso della Valvarrone svilupperà il territorio apportandovi benefici o lo degraderà generando disagi ai suoi abitanti?

[Veduta da oriente del territorio della Valvarrone; a destra si vede il centro di Premana.]
Forse già saprete (altrimenti lo state per sapere) che in Valvarrone, tra le montagne della provincia di Lecco, si sta realizzando un nuovo ponte pedonale sospeso (il “Ponte dei Minatori”) che, una volta ultimato, sarà «il più alto d’Europa», a scopi prettamente turistici. È un’opera che in passato ho esaminato e criticato varie volte in base a numerose motivazioni che potete leggere in questi articoli, sovente ripresi anche dalla stampa locale.

Di recente (il giorno 8 settembre, per la precisione) su “LarioNews”, uno degli organi di informazione locale, è stata pubblicata un’intervista al Sindaco del comune di Valvarrone Luca Buzzella il quale, rispondendo alle domande poste dal giornale, ha fornito le sue considerazioni a sostegno del nuovo ponte. Dal momento che nell’articolo sono stato citato come “critico” dell’opera [1], e siccome resto fermo in questa mia opinione nel rispetto assoluto della posizione del primo cittadino valvarronese – in quanto tale e come cittadino residente in loco -, ripropongo di seguito l’intervista al sindaco aggiungendo in calce a ogni sua risposta le mie ulteriori considerazioni. Non tanto per controbattere alle sue ma per mantenere ben alimentato, equilibrato nonché, mi auguro, costruttivo il dibattito sul tema specifico (anche dopo l’apertura del ponte) e riguardo opere del genere: per questo ringrazio il sindaco Buzzella per aver offerto a “LarioNews” le proprie articolate opinioni e così rimesso in evidenza il “caso” del ponte sospeso della Valvarrone, particolarmente emblematico in forza delle notevoli specificità (e criticità) del territorio che lo sta per ospitare e per altri casi simili che si riscontrano sulle montagne italiane.

Sindaco, il Ponte dei Minatori sta prendendo forma ma ha anche suscitato critiche. C’è chi lo considera un’opera fuori contesto, potenzialmente capace di generare disagi e di compromettere il paesaggio. Come risponde?

«Comprendo che un’opera così visibile e particolare possa suscitare opinioni diverse, ma occorre collocarla nel suo contesto reale. Il Ponte dei Minatori è un’opera completamente a carico di una società privata, ma si inserisce in un progetto molto più ampio: la valorizzazione culturale e turistica di una parte dismessa delle miniere di feldspato di Lentree e dell’omonimo borgo, ormai pressoché “fantasma”. Non parliamo quindi di un’attrazione isolata, pensata unicamente per richiamare visitatori. L’obiettivo è recuperare la memoria storica delle miniere e di una comunità che per oltre un secolo ha rappresentato una parte importante dell’identità di Tremenico e dell’intera Valvarrone. Il ponte costituisce un elemento di accesso e collegamento, ma il cuore dell’iniziativa resta il percorso culturale, storico e paesaggistico legato alle miniere, al borgo di Lentree e all’antica mulattiera sul Varrone.»

Proprio «collocandolo nel suo contesto reale», cioè nel paesaggio (nel senso più ampio e articolato del termine) della Valvarrone, il ponte appare fuori luogo, anche nella bontà dell’idea di valorizzare culturalmente la zona mineraria di Lentrèe che vuole essere, negli intenti, il cuore dell’iniziativa: ma è un cuore la cui “pulsazione” è stata portata altrove, sul ponte-attrazione – inevitabilmente lo è visto che da subito è stato presentato enfaticamente come «il più alto d’Europa» – che in quanto tale attirerà un pubblico il cui interesse fondamentale sarà proprio centrato sul ponte, come accade con ogni altra infrastruttura simile che d’altro canto nasce per questo, non per altri fini. È il classico elefante nella cristalleria e non si può certo pensare di poter valorizzare la “cristalleria” della Valvarrone piazzandoci in mezzo cotanto ingombrante pachiderma sospeso. Posso capire che l’idea sia quella di usare il ponte come elemento attrattivo di un pubblico il più ampio possibile cercando poi di deviarlo verso le specificità culturali del luogo: ma, nonostante il finanziamento privato dell’opera, il gioco vale la candela? I rischi che l’opera impone al luogo e alla sua comunità non sono eccessivi? È stato elaborato un piano articolato di sviluppo costante della proposta culturale, ben supportato da competenze adeguate, che contempli la presenza del ponte ma non ne sia totalmente dipendente? Essendo poi tali opere delle attrazioni “a scadenza” – nel senso che attirano visitatori fino alla prossima che verrà realizzata altrove ancora più alta, più lunga, più ardita e spettacolare, eccetera – su quali garanzie di durata nel tempo si può elaborare il progetto di valorizzazione culturale e, soprattutto, confidare nel buon esito di esso nel lungo periodo?

[Due immagini recenti dei lavori di costruzione del ponte, tratte dalla stampa locale.]

Le contestazioni riguardano anche il modello turistico: il timore è che prevalga un turismo “da foto”, veloce e poco rispettoso dei luoghi. Come intendete evitare questo rischio?

“Il nostro obiettivo non è inseguire il turismo mordi e fuggi, né basare il futuro della Valvarrone su una sola opera. Vogliamo sviluppare il sistema turistico e culturale della valle in modo sostenibile e graduale, rafforzando la rete dei punti di interesse inseriti nell’Ecomuseo della Valvarrone. Naturalmente non è possibile prevedere con precisione quali saranno i flussi, soprattutto nei primi mesi di apertura. Proprio per questo l’impegno dell’amministrazione sarà quello di monitorare la situazione, affrontare le criticità che dovessero emergere e cercare soluzioni concrete. L’intenzione è trasformare l’interesse per il ponte in un’opportunità per, non in una semplice tappa da consumare velocemente”.

Le osservazioni del sindaco sono giuste e in parte condivisibili, tuttavia mi viene difficile comprendere come, a fronte di un’opera come il ponte, non si voglia inseguire il «turismo mordi e fuggi» sul quale vivono attrazioni del genere – sono fatte per questo, d’altro canto, formalmente non è una loro colpa. E il «conoscere la valle, la sua storia, le sue frazioni e le sue attività» richiede un modello di frequentazione turistica responsabile e consapevole che non solo appare in antitesi a quello che il ponte propone ma vi risulta anche in chiaro contrasto. Chi frequenta i luoghi per conoscerne la cultura peculiare, come dimostrano le statistiche del comparto turistico, generalmente evita quelli che offrano attrazioni tipiche del turismo massificato, a meno che sappiano offrire la possibilità di frequentarli in maniera approfondita, articolata e compiuta a prescindere dalle opere meramente turistiche, le quali infrastrutturano i luoghi ma inevitabilmente ne banalizzano il paesaggio e depauperano l’anima peculiare che li rende unici. Di sicuro un ennesimo ponte sospeso simile a tanti altri già esistenti fa di un luogo per molti versi unico, dunque naturalmente attrattivo come la Valvarrone, una «meta turistica» simile alle tante altre con un’ennesima attrazione che la identificherà, con buona pace delle miniere e della loro storia.

Quali altri interventi sono previsti accanto al ponte e con quali risorse saranno realizzati?

“Il progetto comprende la valorizzazione delle miniere e del borgo di Lentree, la creazione di nuovi posti auto e l’adeguamento dell’accessibilità nell’area vicina al ponte, sul versante di Tremenico. Questi interventi sono in capo alla Comunità Montana Valsassina, Valvarrone, Val d’Esino e Riviera e al Comune di Valvarrone. Le opere sono finanziate da Regione Lombardia e Fondazione Cariplo attraverso il progetto “Emblematico Maggiore”, una misura le cui risorse vengono assegnate alla Provincia di Lecco ogni quattro anni per iniziative considerate di particolare valore e importanza territoriale. Purtroppo proprio la parte relativa alle opere pubbliche ha accumulato ritardi, soprattutto per ragioni burocratiche e per alcune vicende societarie che hanno costretto la parte pubblica a ripercorrere quasi da zero il procedimento per l’assegnazione delle risorse. Non è stato semplice, ma lo sforzo del Comune e della Comunità Montana, con il supporto di Fondazione Cariplo e Regione Lombardia, ha consentito di non perdere i finanziamenti ottenuti”.

La risposta del sindaco in verità denota un progetto piuttosto scarno e scarso di interventi realmente importanti, al netto di quelli sulle miniere (sui quali peraltro sarebbe bello saperne di più, visto che la stampa ad oggi non ha fornito molti dettagli al riguardo). E chiunque conosca la zona sa bene – e tanti mi hanno sempre detto, ogni qualvolta si parlasse della questione – che «la creazione di nuovi posti auto e l’adeguamento dell’accessibilità nell’area vicina al ponte» rappresentano azioni pleonastiche rispetto alla problematicissima viabilità d’accesso alla valle sia dal lago che dalla Valsassina, fatta di strade che, al netto dell’asfalto, sono sostanzialmente rimaste quelle di un secolo fa. Oltre ad essere interventi, quelli citati dal Sindaco, che pur nell’ipotesi apprezzabile di migliorare l’accessibilità nella zona del ponte, corrono invece il rischio di peggiorarla grandemente, peggiorando di conseguenza la vivibilità dei residenti, in assenza di un rigido controllo degli accessi che d’altro canto apparirebbe contraddittorio alla natura turistica del ponte e di quanto ad esso concernente. Un progetto per molti versi vacillante già in partenza, dunque. In quanto ai ritardi, be’…  anche la Valvarrone è in Italia, purtroppo.

[Veduta della zona mineraria di Lentrèe.]

Quando potranno essere completati il percorso culturale e la valorizzazione dell’area mineraria? Il ponte aprirà prima del resto del progetto?

“Quando il percorso è iniziato, il mio auspicio era che tutto potesse essere inaugurato nello stesso momento: ponte, miniere, borgo di Lentree e itinerario di visita. I ritardi hanno però modificato questa prospettiva. La società che sta realizzando il ponte ha comunicato che i lavori dovrebbero terminare entro la fine di settembre e che l’apertura al pubblico potrebbe avvenire in ottobre. Il ponte è in fase avanzata di costruzione e, naturalmente, ha ottenuto le autorizzazioni necessarie dagli enti competenti al termine di un lungo iter burocratico. Le opere pubbliche procederanno con tempi differenti. Per il Comune, però, il recupero delle miniere dismesse resta fondamentale: è un patrimonio che non può essere perso, perché racconta ciò che quelle attività hanno significato per Tremenico e per la sua comunità. Anche l’antica mulattiera che scende al fiume Varrone e risale verso Lentree sarà ulteriormente valorizzata come itinerario complementare”.

Questo trovo che sia un punto estremamente critico. In pratica, un’opera già altamente autoreferenziale e di matrice puramente ludico-ricreativa come il ponte sospeso attirerà visitatori prima che tutta la parte culturale del progetta sarà terminata e fruibile, dunque estraendo da questa l’interesse potenziale con il rischio che, passata la novità del ponte, il progetto di recupero delle miniere e del borgo di Lentrèe non possa più contare sulla sua spinta turistica. E con il possibile paradosso generato dal fatto che il calo d’interesse verso il ponte finirebbe per giovare alla fruizione della (bellissima) mulattiera recuperata, con il primo che manifesterebbe tutta la sua decontestuale ridondanza sul paesaggio della valle e sulla sua frequentazione consapevole. Una situazione che d’altro canto denota la stortura di fondo spesso (se non sempre) presente in questi interventi, poco organici e articolati anche perché composti da azioni che non si possono equilibrare reciprocamente e non risultano di reale, proficuo supporto le une alle altre. L’elefante nella cristalleria di cui ho già scritto poco fa, insomma, il quale o si è in grado di tenerlo perfettamente immobile (ma non avrebbe senso, nel caso) oppure qualche danno inevitabilmente lo combinerà.

Un’altra preoccupazione riguarda la viabilità: la Sp 67 presenta punti critici e l’arrivo di visitatori potrebbe aumentare le difficoltà. Che cosa state facendo su parcheggi, accessi e trasporto pubblico?

“È un tema centrale. Il Comune sta progettando l’ampliamento del parcheggio esistente e un nuovo collegamento con la Sp 67, per rendere l’accesso più sicuro e più agevole. Nell’attesa di queste opere, abbiamo incaricato un professionista di elaborare una soluzione temporanea per parcheggi e viabilità. Sappiamo bene che la Sp 67 presenta criticità in più tratti. La Provincia di Lecco sta già realizzando lavori di adeguamento e messa in sicurezza di alcune porzioni di strada, mentre altri interventi sono in programma. Abbiamo inoltre chiesto all’Agenzia del trasporto pubblico di ripristinare alcune corse nei giorni festivi. Sarebbe un beneficio non soltanto per i visitatori, ma anche per residenti e ospiti delle strutture ricettive. L’obiettivo è evitare che l’eventuale successo dell’iniziativa ricada negativamente sulla qualità della vita dei cittadini”.

Eccolo qui l’altro punto dolentissimo, forse più di ogni altro. Come già accennato, le strade che percorrono la Valvarrone sono tra le più strette, tortuose e obsolete di Lombardia nonché a rischio di dissesto idrogeologico: la cristalleria nella quale è stato piazzato l’elefante ha pure un’entrata stretta, scomoda e precaria, per restare nella metafora citata. Posta tale situazione, «progettare l’ampliamento del parcheggio esistente e un nuovo collegamento con la Sp 67, per rendere l’accesso più sicuro e più agevole» (a cosa? Al ponte? E vita quotidiana degli abitanti?) è pleonastico, ribadisco, così come sapere che la Provincia di Lecco «sta realizzando lavori di adeguamento e messa in sicurezza di alcune porzioni di strada» (di alcune porzioni?) e che «altri interventi sono in programma» (quali? Quando?) non garantisce alcun miglioramento reale e concreto alla situazione in essere. «L’obiettivo è evitare che l’eventuale successo dell’iniziativa ricada negativamente sulla qualità della vita dei cittadini» sarebbe da elaborare e mettere in atto prima di realizzare opere del genere: il rischio di scaricare sulle spalle dei cittadini le ricadute negative sulla qualità della loro vita non è ammissibile. Come a dire: facciamo il ponte, godiamoci il suo successo e poi si vedrà che accade. Credo che questo rappresenti una mancanza notevole da parte di una pubblica amministrazione: prima si analizza la problematica, prima si elaborano i rimedi e le soluzioni efficaci, prima si scarica la comunità locale dei rischi sulla qualità di vita, e poi ci si progetta e adatta ogni altra cosa. Questo significa «collocare l’opera nel suo contesto reale», e quanto affermato qui dal sindaco mi fa temere ancor più di prima che a tali parole non siano al momento seguiti fatti concreti ovvero che di quel contesto non si sia pienamente rilevato il senso. Coltivando nel frattempo l’utopia che, visto quanto sopra, tutto il flusso turistico o quasi sia gestito e movimentato dal trasporto pubblico e da navette. Ma la definisco una “utopia” non a caso, purtroppo.

Che ruolo ha avuto la comunità di Tremenico? E quali ricadute concrete vi aspettate per le frazioni più interne della Valvarrone?

“La comunità di Tremenico è stata coinvolta fin dall’inizio, sia negli incontri pubblici sia nella ricerca storica, materiale e immateriale, necessaria per costruire il percorso di visita. Oggi possiamo contare su un gruppo attivo di circa venti volontari, che continua a lavorare sui contenuti culturali dell’iniziativa. In questi mesi, mentre il ponte prendeva forma, ho incontrato persone interessate ad aprire attività pubbliche, come bar o punti vendita di generi alimentari, oppure a contribuire alla rivitalizzazione del borgo di Lentree. È un segnale importante. La Valvarrone, soprattutto nelle località più lontane dal lago, sembrava destinata a un lento spopolamento. Negli ultimi anni, anche grazie al richiamo del Lago di Como e alla crescita dei prezzi immobiliari sulla sponda lariana, il trend demografico è cambiato. Le scuole dell’infanzia e primaria hanno registrato una crescita e una maggiore stabilità degli alunni; il mercato immobiliare mostra segnali di ripresa anche nelle località di fondovalle, con interesse da parte di cittadini europei ma anche di famiglie che scelgono di trasferirsi qui. Questa, per noi, è la notizia più significativa: riportare vita, servizi e opportunità nelle nostre frazioni. Il ponte non è la soluzione a tutto, ma può contribuire a riaccendere attenzione su un territorio che merita di essere conosciuto e valorizzato”.

A tali osservazioni – di nuovo spesso apprezzabili e condivisibili – del sindaco replico con la risposta più concreta che ci sia, quella scaturente dai dati demografici del comune di Valvarrone, che traggo dal portale “TuttItalia.it” e propongo di seguito:

Purtroppo, i dati non sembrano confermare il cambio del trend demografico locale segnalato dal sindaco, e anche al rimbalzo della popolazione tra il 2023 e il 2024 è seguito la ripresa del calo di abitanti: 506 al 31 maggio 2026 (ultimo dato rilevato), 6 in meno rispetto a fine 2024 e ben 86 in meno rispetto a solo dieci anni fa. Inoltre l’indice di vecchiaia, che rappresenta il grado di invecchiamento della popolazione dato dal rapporto percentuale tra il numero degli ultrassessantacinquenni e quello dei giovani fino ai 14 anni, è drammatico: in Valvarrone ci sono 409,8 anziani ogni 100 giovani, e d’altro canto la popolazione in età scolare dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado (0-14 anni: asilo, elementari e medie, insomma) è diminuita in soli dieci anni di ben 34 unità e presenta un trend di calo costante. Altri indici della struttura demografica invece non sono così pessimi – sono anche migliori di quelli di molte rinomate e iper-turistificate località alpine lombarde! – il che segnala che, al netto delle criticità appena rilevate, sul territorio valvarronese si può lavorare al fine di salvaguardarne le specificità socio-economiche e di rimando demografiche: ma, ribadisco, occorre un progetto articolato, organico, strutturato, di lungo termine in grado di mettere in rete ogni soggetto economico locale e ogni elemento capace di costruire e alimentare la comunità con la comunità stessa e le proprie esigenze. Detto ciò, è cosa buona che vi siano «persone interessate ad aprire attività pubbliche, come bar o punti vendita di generi alimentari, oppure a contribuire alla rivitalizzazione del borgo di Lentrèe»: ma su quali basi concrete tali attività economiche si potrebbero reggere? Grazie a quali (indispensabili) sostegni da parte dell’amministrazione pubblica (non solo del comune, intendo)? E con quali scopi coerenti e durevoli si può contemplare la rivitalizzazione del borgo? Purtroppo nessuna attività economica come quelle citate si può reggere sul turismo intermittente e la Valvarrone non potrà mai ospitare flussi turistici ingenti e costanti (anzi, mi auguro che nemmeno li auspichi!); d’altro canto bar e negozi di vicinato chiudono anche in località che di turismo vivono per la gran parte dell’anno – basti pensare alle già citate località montane lombarde. E spesso ciò accade proprio quando il turismo diventa un elemento troppo ingombrante da sostenere e assimilare nella realtà locale e dalla comunità che lo abita.

[Due vedute del nucleo di Lentrèe, qui sopra una estiva risalente agli anni Settanta del Novecento e, sotto, una invernale più recente, dalla quale si denota il rimboschimento della zona che ha avvolto le case del nucleo. Immagini tratte da https://mappedicomunita.liberisogni.org/luogo/lentree/ .]

In definitiva, quale messaggio vuole lasciare ai cittadini, anche a chi guarda al progetto con perplessità?

“Il confronto è legittimo e le critiche, quando sono espresse con attenzione al bene della comunità, vanno ascoltate. L’amministrazione ha riconosciuto la pubblica utilità del ponte attraverso una convenzione nella quale sono stati fissati principi e paletti chiari, a tutela dei soggetti coinvolti e del territorio. Dovremo dimostrare nei fatti che questo progetto può portare benefici, evitando disagi e correggendo eventuali problemi. Ma credo che recuperare le miniere, la memoria dei minatori, il borgo di Lentree e gli antichi percorsi della valle rappresenti un investimento sul futuro della nostra comunità. Un ponte, del resto, non è soltanto una struttura ingegneristica: può essere anche il simbolo di un collegamento, della volontà di unire e di superare diffidenze e indifferenza”.

Ormai il ponte è quasi terminato e a breve diventerà una presenza costante del paesaggio e della quotidianità della Valvarrone. Di nuovo l’impressione che si ricava dalla vicenda è che, una volta deciso che il ponte – per dirla manzonianamente – “s’haveva da fare”, nessuno spazio di interlocuzione reale al riguardo sia stato ammesso. E d’altronde mi chiedo come mai l’articolato studio sulla Valvarrone, sulle sue specificità, sulle criticità presenti e sulle potenzialità coltivabili effettuato dal DAStU – Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano nel 2023 (ne scrissi qui) non sia mai stato preso in seria considerazione: un territorio particolare come quello valvarronese avrebbe bisogno proprio di un progetto del genere, speciale e specifico, non certo – a mio parere – di un copia-incolla calato nella realtà territoriale senza un effettivo ed elaborato senso del contesto.

Ora, l’augurio è che per il paesaggio valvarronese e per chi vi abita il ponte non diventi una presenza troppo ingombrante, invasiva, destabilizzante, alienante, dunque una fonte di disagio e di degrado del benessere residenziale della comunità locale – come è successo in altri luoghi sottoposti a interventi simili. Parimenti auguro che l’intento dichiarato dal sindaco di  «dimostrare nei fatti che questo progetto può portare benefici, evitando disagi e correggendo eventuali problemi» non resti lettera morta ma che realmente la volontà di portare benefici concreti e di lungo termine agli abitanti della Valvarrone venga realizzata, a prescindere dal ponte – perché sarebbe veramente un dramma se la Valvarrone diventasse “ostaggio” del ponte, sia nel bene che, ovviamente, nel male. Personalmente, data la mia esperienza costruita in circostanze simili un po’ ovunque sule montagne italiane, resto scettico ma ovviamente spero di sbagliarmi e comunque non smetterò – e auspico che nessuno tra chi s’interessa in vario modo di montagne smetta – di osservare, analizzare, studiare e, quando sia il caso, salvaguardare la Valvarrone, territorio di grande fascino e altrettanti pregi che lo merita assolutamente.

[1] Ovviamente non sono il solo a esprimere dubbi e critiche sul nuovo ponte della Valvarrone. Alcune altre voci contrarie le ho citate (e linkate) nei miei articoli scorsi, mentre tra i più recenti – è del 13 agosto 2026 – ce n’è uno molto chiaro e eloquente su “GognaBlog”, il blog di Alessandro Gogna, che trovate qui: https://gognablog.sherpa-gate.com/il-ponte-dei-minatori/

 

Dunque, che facciamo con il turismo di montagna?

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Siamo a settembre, si sta concludendo un’ennesima “bella stagione” turistica montana fatta di code, assembramenti, sovraffollamenti, funivie e bus turistici presi d’assalto, parcheggi ingolfati, krapfen virali (quelli del Rifugio Friedrich August in Val di Fassa, divenuti il simbolo dell’overtourism alpino di quest’estate: ne avrete quasi certamente letto in giro) e altre amenità ormai consuete e prevedibili, al pari delle conseguenti e inesorabili discussioni, dei dibattiti, delle polemiche al riguardo che ormai sono diventate cronaca quotidiana anche sui maggiori media d’informazione, a riprova di quanto il tema sia ormai presente nella cosiddetta “opinione pubblica” – ma non di come venga bene o male disquisito, sia chiaro.

Tutte cose ampiamente previste, ripeto, e al proposito il 7 maggio scorso, dunque ben prima dell’inizio ufficiale dell’estate turistica, così scrivevo qui sul blog: «Alla fine della bella stagione che sta per iniziare, tutto – ma proprio tutto quanto – sarà rimasto come prima, come all’inizio della stagione, come l’anno prima, come cinque anni prima che però non c’era tutta questa gente nonostante fossimo appena usciti dal Covid. Scommettiamo?»

Come scrivevo allora, speravo e spero di perderla una tale scommessa: ad esempio, secondo “Il Post”, uno dei media nazionali più importanti che ha dato spesso conto della stagione in corso, gli albergatori delle Dolomiti – territorio montano come sempre emblematico forse più di ogni altro sul tema, almeno per le Alpi italiane – inizierebbero a rivalutare le scelte di questi anni:

È come se le code avessero fatto scattare qualcosa: una consapevolezza nuova della necessità di limiti che nessuno aveva mai stabilito, come se ci si fosse accorti all’improvviso che il modello turistico delle Dolomiti sia sfuggito di mano e che forse serve darsi una regolata.

D’altro canto nello stesso articolo de “Il Post” si osserva che

È illusorio pensare che i turisti possano diventare velocemente più responsabili: è un’evoluzione culturale troppo lenta rispetto a quella infrastrutturale e commerciale che sulle Dolomiti ha spinto e continua a spingere nella direzione del consumo, del non luogo.

Ma non sono le orde di turisti il “problema” vero, ovvero non quello principale: certa fruizione discutibili e in concreto deleteria dei territori montani non nasce per caso, e il turista che sale a oltre 2000 metri di quota per mangiarsi un krapfen formalmente uguale a quelli che già mangia in città (non è detto che questi siano meno buoni!) e del quale ha solamente letto sui social ma non si guarda nemmeno intorno se non per scattarsi il selfie di rito e dunque non capisce con adeguata consapevolezza dove si trova e come interagisce con il luogo è a sua volta una vittima di tale dinamica, non il sicario e tanto meno il mandante. La sola sua pecca è (perdonatemi la franchezza) di non riaccendere il cervello almeno per qualche attimo e comprendere il senso reale di ciò che sta facendo; ma quanti metterebbero la mano sul fuoco garantendo di non comportarsi allo stesso modo, se si ritrovassero in circostanze similari? E chi è sicuro che alcuni di quelli che si sono messi in coda per il krapfen del rifugio della Val di Fassa non siano in altri ambiti dei turisti più consapevoli e responsabili di tanti altri che altrove si vantano di esserlo?

[I krapfen del Rifugio Friedrich August. Immagine tratta dalla pagina Facebook del rifugio.]
Di contro, le montagne non sono state turistificate in pochi anni o solo dal Covid in poi, come qualcuno pensa: il loro successo turistico e commerciale (o il disastro che stanno subendo, se si osserva la realtà dalla parte opposta) è frutto di decenni di infrastrutturazione poco o nulla pianificata – in senso politico, innanzi tutto – e ancor più di narrazioni che puntavano proprio a ottenere ciò che oggi constatiamo concretamente. In altre parole, e per tornare alle osservazioni de “Il Post”, la zappa sui piedi se la sono tirata da soli gli stessi operatori turistici, sulle Dolomiti e altrove, puntando per anni a massimizzare i propri introiti e quindi a gonfiare a più non posso la propria filiera turistica, ingigantendo parimenti la turistificazione delle proprie montagne. La politica, spesso incompetente e come sempre inadeguata (salvo rarissimi casi), invece di elaborare una pianificazione organica e strategica a lungo termine dello sviluppo socioeconomico dei territori amministrati, nel quale il turismo rappresentasse una parte certo importantissima ma non preponderante e soffocante ogni altra, ha pensato e pensa ancora solo (o quasi) a come sfruttare la turistificazione crescente a proprio vantaggio propagandistico, alimentandola con cifre spropositate di denaro pubblico ovviamente prelevato al sostegno finanziario di ogni altro elemento necessario a quella pianificazione organica e strategica tanto necessaria quanto (funzionalmente) assente.

Ora, uscire da una realtà del genere è parecchio difficile. Anzi, non lo sarebbe così tanto se vi fosse una volontà condivisa nel ripensarla veramente, la realtà corrente, nel cambiare i suoi paradigmi, nel riacquisire quel buon senso che si pensa(va) genetico innanzi tutto nelle genti di montagna fino a che pure tra le vette il “dio soldo” non ha sostituito ogni altro nume tutelare – a partire dal loro Genius Loci, dalla loro anima originale e peculiare – e alimentato quella che l’amico e Presidente di Mountain Wilderness Italia Luigi Casanova chiama «l’imprenditoria degli affamati». Io la definirei più un’imprenditoria dei bulimici, perché mi pare che la fame degli “affamati” in questione sia chiaramente – in molti casi – un’autentica voracità economica patologica veramente assimilabile a un disturbo psicogeno: d’altro canto, quando pur di fare sempre più soldi si arriva a degradare e rovinare il motivo principale per il quale si fanno – il paesaggio montano – come si può non pensare a un vero e proprio disagio cognitivo-comportamentale? E ha ragione Casanova a sostenere che

Chi abita in montagna ha la responsabilità storica di aver sostenuto questo modello economico improntato all’eccesso, al consumo di suolo montano, preferendo il profitto immediato alla tutela del bene comune e dell’ambiente.

In effetti non mi pare che in passato siano giunti sulle Alpi grandi tour operator, o altri soggetti simili, che abbiano imposto i propri modelli turistici massificati ai locali e alle loro piccole pensioni familiari imponendo loro di trasformarle in resort da centinaia di posti letto, o di sostituire forzatamente piccoli skilift e spartane seggiovie con mega cabinovie da portate orarie di migliaia di persone. Ci sono arrivati certamente sulle Alpi, quei soggetti industriali, ma anche perché “sollecitati” dai locali che, intuendo (legittimamente) guadagni fino a prima impossibili e insperabili e per ciò gettando al vento (molto meno legittimamente) ogni relazione culturale e qualsiasi senso del contesto con le proprie montagne – ovvero assoggettandosi a quei fenomeni di spaesamento, alienazione e disagio esistenziale già identificati anni fa ad esempio da Annibale Salsa -, hanno deciso di farsi discepoli integralisti del suddetto “dio soldo” e amen.

[Una delle due immagini qui sopra è vera, l’altra è generata con l’IA. Ma non c’è molta differenza tra le due, vero?]
Infine, c’è un ulteriore elemento fondamentale che è parte integrante e invero protagonista assoluto del tema del turismo montano, ma che ancora resta parecchio ai margini dei dibattiti conseguenti: le comunità locali, e intendo soprattutto quella parte di comunità che non è coinvolta nelle attività della filiera turistica locale e per ciò ne subisce in modo ancora più significativo le eventuali conseguenze negative. Fateci caso: i locali “non turistificati” vengono citati (ma non per questo realmente considerati) solo quando cominciano a lamentarsi in maniera plateale degli eccessi della presenza turistica nei propri territori, altrimenti sembra quasi che non esistano ovvero che siano un contorno secondario alle realtà in questione. Ma, come ricordo sempre, il turista più o meno cafone o consapevole a fine vacanza se ne torna a casa, l’abitante della meta turistica e del luogo che così è identificato ci resta, e se a fine stagione turistica non subisce più il disturbo e il disagio dell’eccesiva presenza di turisti spesso ne subisce altri che si crede che il turismo possa contrastare e risolvere e invece no: il degrado della qualità dei servizi di base, la chiusura di scuole e ambulatori (qui un esempio emblematico al riguardo), il taglio nei trasporti pubblici e quelle tante altre evenienze delle quali spesso si dà notizia, che non di rado fanno decidere a molti di andarsene dai propri paesi montani così pesantemente turistificati, banalizzati, non luoghizzati. Ecco, trascurare le comunità locali in qualsivoglia dibattito più o meno valido sul turismo in montagna, per quanto ho appena osservato e per mille altri validissimi motivi, è sempre una cosa deprecabile, insensata e ipocrita.

[Un servizio RAI del 17 agosto scorso sul Lago di Braies, altra meta ovetouristificata delle Dolomiti. Cliccate sull’immagine per vederlo.]
Dunque, per tornare alla domanda che fa da titolo a questo articolo: posto tutto quanto avete letto fino qui e il resto che dà sostanza alla questione, che facciamo, concretamente, con il turismo di montagna?

Le risposte valide possono essere diverse, soprattutto quando non vengano dalla politica attuale (lo so, è un’affermazione populista, ma smentitemela se ci riuscite). Secondo me, proprio per ciò che avete letto fino a qui, diventa sempre più importante e necessario lavorare nei contesti locali con le comunità, tanto con chi ne fa parte che lavora nel turismo quanto con chi non ne fa parte e abita stabilmente e attivamente in loco. Se è vero che risulta illusorio pensare che i turisti possano diventare velocemente più responsabili, è altrettanto vero che i locali, per motivi evidenti, sono molto più velocemente responsabilizzabili ma non attraverso l’imposizione di normative e regolamenti (a volte utili ma spesso visti con insofferenza, inutile osservarlo), semmai con l’interlocuzione costante, la partecipazione attiva ai processi decisionali locali, la politica “dal basso”, la coltivazione di una massa critica edotta e consapevole e dunque, prima di tutto, con una riattivazione della relazione culturale – sociologica, antropologica, identitaria ma, per compendio, scrivo culturale – tra i luoghi e chi li abita, quella relazione che dà forma e sostanza ai paesaggi locali «il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni», come rimarca la relativa Convenzione Europea. Ciò determina che se si gestisce male il paesaggio – il territorio, gli ambienti naturali, i luoghi, i beni comuni che possiede, le “risorse” che offre, eccetera – si gestisce male l’umanità che lo vive e vi interagisce, dunque non solo l’abitante stanziale ma pure il visitatore occasionale. Le comunità locali devono avere ben chiare queste nozioni: su di esse, sui doveri e sulle responsabilità che impongono (alla tutela ambientale e dei beni comuni, ad esempio) così come sui diritti e sui benefici che vi scaturiscono (di godere del benessere che offre un paesaggio gestito con equilibrio, per dirne uno), si deve innanzi tutto costruire, o nel caso ri-costruire, la relazione culturale profonda tra di esse e le loro montagne.

[Le code di turisti per accaparrarsi i krapfen al rifugio Friedrich August. Immagine tratta da “Today.it“.
Peraltro, da tali dinamiche di (ri)presa di coscienza attiva e consapevole da elaborare e alimentare presso le comunità, può e deve derivare un altro obiettivo estremamente importante: la rigenerazione della rappresentatività politico-sociale dei territori montani e della conseguente rappresentanza individuata (in modi liberamente stabiliti) nelle comunità stesse, che facciano tornare i territori stessi ad avere voce forte, chiara e ben ascoltata presso i consessi amministrativi ai livelli locali e a quelli superiori. Ancora oggi, troppe volte, la montagna subisce iniziative elaborate e decretate in sedi ben lontane dai monti da soggetti privi delle competenze – tecniche, scientifiche, umanistiche – necessarie alla buona gestione politico-amministrativa di essi: è una realtà che viene ribadita da lustri senza che tuttavia nulla venga formulato al fine di cambiare, anche qui, il paradigma di fondo, legato a mere logiche di potere e di influenza politica. Be’, anche qui, appunto, è ora di cambiare strada, di ritornare a muoverci verso il futuro invece di rimanere a girondolare in un presente sempre più stantio, sempre più obsoleto e ammuffente.

Credo che ogni soggetto che intenda operare a vario titolo per il bene dei territori e delle comunità della montagna italiana – il bene ambientale, ecologico, sociale, economico, culturale, turistico, eccetera –  debba sempre più impegnarsi su questo fronte e in tali azioni comunitarie concrete, e altresì sono certo che la migliore pianificazione possibile della frequentazione turistica delle montagne debba inevitabilmente contemplare la presenza attiva, edotta e consapevole, dunque decisionale, delle comunità locali – sia che operino nelle filiere turistiche e sia che non ne facciano parte, ribadisco di nuovo – oltre ai soggetti che sappiano fornire le più adeguate competenze tecniche, scientifiche, umanistiche (ce ne sono molti in Italia e parecchio validi, dalle università agli istituti di ricerca alle organizzazioni, associazioni e reti multidisciplinari). La politica, il cui potere di rappresentanza si è ampiamente smarrito nel tempo, come ho anche indirettamente spiegato fino a qui, dovrà infine fornire gli strumenti istituzionali per mettere a terra quanto elaborato e strutturato in sede locale, facendo di ogni cosa realizzata un’opera compiutamente condivisa e comunitaria.

Ecco, questa, secondo me, è una buona risposta (e spero anche valida) alla domanda sopra suggerita. Sicuramente mi auguro lo sia per me che, nei prossimi mesi, mi impegnerò sempre più in quella dimensiona comunitaria montana nel solco qui sopra delineato. Ripeto, ce ne possono ovviamente essere tante altre di risposte buone e valide: l’importante è che ci siano, che vengano formulate, discusse, elaborate e poi quanto più possibile messe in atto.

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
Viceversa, la sorte delle nostre montagne temo non sarà così fausta. Imporremo loro una decadenza viepiù inarrestabile e, per giunta, oltre modo folle, come quella dei passeggeri di una nave che sta affondando e, con l’acqua ormai alle caviglie, invece di pensare a come salvare l’imbarcazione restano ancora lì a litigare su chi abbia commesso l’errore che ne cagionerà l’inabissamento.