Ladini: chi sono costoro? Breve storia culturale di una comunità profondamente “alpina”

[La bandiera ladina sullo sfondo del Gruppo del Sassolungo, sopra la Val Gardena.]
Qualcuno che avrà letto e saputo della questione del toponimo ladino “Plan de Corones” eliminato dal logo della celebre comprensorio sciistico altoatesino/sudtirolese – che ora è “Kronplatz Dolomites” (ne ho scritto qui) -, forse avrà pensato: «Be’, in fondo è solo un nome, che sarà mai? Se è per sviluppare meglio il turismo, alla fine anche i ladini ci guadagneranno, no?»

Come al solito, la questione è più complessa di quanto sembra, anche perché non è meramente commerciale e/o turistica, ma innanzi tutto profondamente culturale. E non solo rispetto alla comunità ladina ma, in senso generale, nei riguardi di tutta la cultura delle Alpi e delle genti che le abitano. Che non si capisce perché debbano dare fastidio (e accade di frequente) alla grande industria turistica, quella che spesso e volentieri decanta nelle proprie pubblicità superpatinate “identità” e “tradizioni” dei territori nei quali opera ma, evidentemente, lo fa solo a parole mentre nei fatti trova quegli elementi inopportuni, fors’anche sconvenienti o irritanti, alle proprie strategie commerciali. Al punto da toglierli di mezzo appena può.

A questo punto, per farvi capire meglio il portato ben più pesante e grave di quanto potrebbe apparire di quel “Plan de Corones” cancellato dal logo del comprensorio sciistico, è bene conoscere meglio le vittime “di rimbalzo” di quanto accaduto: i ladins, o ladini.

Nelle valli tra Trentino, Alto Adige/Südtirol e Veneto, incorniciate dalle incredibili cime, guglie, torri e pareti che hanno reso le Dolomiti montagne tra le più famose del mondo, i ladini rappresentano una delle presenze antropiche più antiche dell’intera regione alpina. Spinte da esigenze di sopravvivenza e da una straordinaria capacità di adattamento all’ambiente montano, queste genti hanno saputo plasmare un paesaggio alpestre pressoché unico che in quelle valli più che altrove porta impressa la loro anima identitaria e la storia della relazione che le lega alle montagne sotto cui vivono. I curatissimi masi, prati ordinati, il tradizionale grembiule blu dei contadini e le specialità culinarie come lo speck e lo strüdel sono simboli tangibili di una quotidianità radicata nei secoli. Nonostante le difficoltà imposte dal territorio e dall’ambiente montani, i Ladini hanno garantito la cura e la conservazione di un ecosistema arrivato quasi intatto fino a noi, dove l’intervento dell’uomo, quando non è stato assoggettato a modelli variamente decontestuali come quelli del turismo di massa, è rimasto in costante equilibrio con la maestosità delle montagne d’intorno e con il loro grande valore simbolico e culturale.

[Immagine tratta dalla pagina Facebook de “La Usc di Ladins“.]
Le tracce della presenza umana nell’area dolomitica risalgono a epoche antecedenti l’Età del Bronzo, testimoniando una continuità culturale profondamente radicata al territorio. Sebbene manchino documenti scritti risalenti all’antichità, l’archeologia attesta che le Dolomiti erano abitate sin dal Mesolitico, inizialmente in modo stagionale da cacciatori che utilizzavano ripari in quota come Plan de Frea, in Val Gardena, e Mondeval de Sora, nel Cadore. I primi insediamenti stabili risalgono invece alla media Età del Bronzo, con il sito di Sotćiastel in Val Badia – nel quale si stima vivessero attorno ai 240-300 abitanti già alla fine del XIII secolo a.C. – mentre all’Età del Ferro, risale la presenza umana attestata dagli scavi di Ortisei. Nella seconda età del Ferro (500-15 a.C.), una parte dell’odierna area ladina apparteneva alla cultura di “Fritzens-Sanzeno”, riconducibile ai Reti, popolazioni alpine che abitavano i territori poi confluiti nel Tirolo. I Reti utilizzavano una scrittura simile a quella etrusca, sebbene la classificazione precisa della loro lingua rimanga complessa.

La svolta storica avvenne con l’espansione di Roma: dopo le campagne militari culminate nella vittoria del 15 a.C. alla confluenze tra l’Isarco e l’Adige, i Romani introdussero strade, commercio, diritto e, a partire dal IV secolo d.C., la religione cristiana. Da questo incontro profondo tra il latino volgare e le parlate autoctone (celtiche e retiche) nacque la lingua ladina. In quell’epoca il retoromanzo raggiunse la sua massima espansione geografica, estendendosi dal lago di Costanza fino all’Istria e al Danubio. Con il crollo dell’Impero Romano e le successive migrazioni di popoli germanici e slavi, il latino alpino fu progressivamente ridotto a enclavi montane isolate, gettando le basi della moderna identità ladina (peraltro già in formazione fin dal V secolo a.C.) che poi si consolidò nel corso dei secoli successivi come cultura autonoma.

[Aratori ladini negli anni Sessanta del Novecento a La Val, in Val Badia. Immagine di family photograph, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, le valli ladine furono occupate dai Longobardi e poi dai Bavaresi, entrando nell’Impero Carolingio alla fine dell’VIII secolo con l’introduzione del sistema feudale e delle contee. Dal punto di vista amministrativo, un ruolo chiave fu svolto dai principati vescovili: nel 1027 l’Imperatore nominò il vescovo di Bressanone Signore dei distretti dell’Inn e dell’Isarco, a cui si aggiunse nel 1091 la Val Pusteria e parte della Val Badia. Quest’ultima fu divisa tra la Signoria di Tor (legata al vescovo) e la gestione delle monache benedettine di Sonnenburg (Ćiastel Badia). Nel 1363 l’intero Tirolo, compresi i principati di Bressanone e Trento, fu assegnato all’Impero asburgico, e nel 1511 anche l’Ampezzo passò sotto il controllo austriaco. Da quel momento, e fino al 1918, tutte le valli ladine condivisero un destino comune all’interno del Tirolo austriaco, sviluppando una solida rete di relazioni politiche, culturali ed economiche.

L’età moderna, e il XX secolo in particolar modo, ha segnato profondamente e spesso in maniera drammatica il tessuto sociale delle comunità ladine. Durante le guerre napoleoniche, la regione fu teatro di conflitti e passaggi territoriali tra la Baviera, l’Impero d’Austria e il Regno d’Italia di Napoleone (1810), per poi fare ritorno all’Austria nel 1813. Ancora più devastante fu la Prima Guerra Mondiale, poiché il fronte dolomitico correva proprio attraverso il cuore delle valli ladine. Oltre un migliaio di ladini perse la vita e interi villaggi, in particolare nei dintorni di Livinallongo del Col di Lana, furono rasi al suolo. Con la fine del conflitto e il passaggio al Regno d’Italia, la Ladinia fu smembrata amministrativamente e, con l’avvento del fascismo nel 1922, sottomessa a una rigida politica di italianizzazione forzata che dichiarava il ladino un semplice “dialetto”. Il territorio fu ulteriormente diviso tra tre province: Bolzano (Val Badia e Val Gardena), Belluno (Livinallongo e Ampezzo) e Trento (Val di Fassa).

[Immagine tratta dalla pagina Facebook de “La Usc di Ladins“.]
Negli anni della Seconda guerra mondiale, la popolazione si trovò stretta tra il fascismo e le pressioni del nazismo, concretizzatesi nell’accordo delle “Opzioni” del 1939: una presunta strategia per risolvere i problemi delle minoranze (ladini e popolazione sudtirolese di lingua tedesca) per la quale alla parte non italiana dell’Alto Adige fu chiesto di spostarsi nel Reich tedesco e, quindi, lasciare le proprie case, oppure di accettare ed esercitare l’italianizzazione del Tirolo. L’attuazione dell’Opzione fu poi limitata dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e, dall’Armistizio tra Italia e Forze Alleate dell’8 settembre 1943, quando tutte e tre le province nelle quali viveva la comunità ladina furono controllate dalla Germania nazista, completamente abbandonata. Dopo la resa questi territori tornarono sotto il dominio italiano.

Il 1946 vide un momento cruciale di mobilitazione: circa 3.000 ladini si riunirono al Passo Sella per protestare contro la divisione amministrativa in tre province ereditata dal fascismo e chiedere l’autodeterminazione. Nonostante le richieste iniziali non fossero state accolte, un primo riconoscimento formale arrivò con il primo Statuto d’autonomia del Trentino-Alto Adige (1948), seguito dalla svolta fondamentale del secondo Statuto d’autonomia del 1972, grazie al quale i ladini delle province di Bolzano e Trento hanno ottenuto il riconoscimento ufficiale del gruppo etnico, l’insegnamento scolastico nella lingua madre, la tutela della toponomastica ladina e spazi dedicati nei media radiotelevisivi. Nonostante tali conquiste trentine e altoatesine, in Veneto le comunità di Ampezzo, Livinallongo e Colle Santa Lucia attendono ancora un analogo percorso di piena valorizzazione territoriale e culturale.

Oggi la comunità ladina conta circa 30.000 parlanti residenti in cinque valli principali disposte a raggiera attorno al massiccio del Sella: la Val Badia: considerata il cuore della lingua, con le varianti badiot, ladin de mesaval e marou; la Val Gardena (Gherdëina); la Val di Fassa (Fascia) con le varianti cazet, brach e moenat; il Livinallongo del Col di Lana (Fodom), che include anche Colle Santa Lucia, infine la conca d’Ampezzo, con la variante ampezan.

[Valli e comuni ladini tra Trentino, Alto Adige/Südtirol e Veneto. Immagine di Hanno, Ilario, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Il ladino appartiene alla famiglia retoromanza, che comprende anche il romancio dei Grigioni (Svizzera) e il friulano. La vitalità della lingua, assolutamente presente e orgogliosamente tutelata, si manifesta normalmente nell’uso quotidiano, nella segnaletica trilingue (ladino, tedesco e italiano) diffusa in Alto Adige, e nella produzione culturale e mediatica (radio, televisioni locali e testate giornalistiche come “La Usc di Ladins”), oltre a essere ufficialmente riconosciuta dalle istituzioni altoatesine e quindi legittimamente utilizzata nelle interlocuzioni con gli enti pubblici locali.

Tutto questo lo si deve all’azione che, tra il XIX e il XX secolo, un movimento di intellettuali e studiosi intraprese per gettare le basi della riscoperta e la codifica della cultura ladina. Tra i pionieri spicca Micurà de Rü, pseudonimo di Nicolò o Nikolaus Bacher, un presbitero e linguista austriaco di madrelingua ladina, nato in Val Badia, che nel 1833 pubblicò la prima grammatica tedesco-ladina nell’ottica di unificare i diversi dialetti delle varie vallate; Micurà de Rü fu poi seguito nella propria opera di riscoperta culturale ladina da altre figure importanti della comunità, autori, scienziati e storici come Jan Batista Alton, Angelo Trebo, Hugo de Rossi e Vijo Vittur. Già nel 1905 nacque l’Union Ladina a Innsbruck, mentre nel corso del Novecento sono state fondate importanti istituzioni di tutela e ricerca, come l’Istitut Ladin “Micurà de Rü”, il Museum Ladin Ćiastel de Tor in Badia, il Museo Ladin de Fascia e l’Associazione Union Generela di Ladins dla Dolomites.

Oggi la Ladinia rappresenta un crocevia straordinario dove il mondo germanico incontra quello latino, e l’Europa continentale dialoga con quella mediterranea. Custodendo un patrimonio millenario fatto di leggende, tradizioni e senso di appartenenza, i Ladini continuano a rappresentare un ponte vivace e saldo tra passato e futuro, una delle genti che più si fa custode insostituibile dell’identità alpina autentica e testimone dell’anima originaria che unisce e caratterizza le popolazioni delle Alpi.

Capite ora perché è tanto grave cancellare un pur semplice toponimo dall’immagine internazionale di un luogo certamente importante nella geografia fisica e umana ladina? Di nuovo, la brandizzazione mercificante della montagna turistificata viene fatta trionfare, in maniera del tutto prepotente, sul luogo, sul suo paesaggio, sulla comunità che lo abita, sulla cultura che lo caratterizza e lo rende a suo modo unico, sulla sua identità e sull’anima, sul suo futuro. «Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi» ha scritto Paolo Rumiz: e finche ci saranno i luoghi, ci saranno le genti che li abitano e ci sarà una cultura che li rende vivi. Altrimenti, temo, non è che l’inizio della fine, di quel luogo e non solo.

 Non so voi, ma io trovo questa cosa totalmente inaccettabile, e mi auguro che i ladini, e le altre genti alpine al loro fianco, protestino fin quando possibile e per quanto lecito contro questa vera e propria sopraffazione.

Sitografia utilizzata per redigere l’articolo:

“Kronplatz” e non più “Plan de Corones”: quando per mero business si cancella l’identità storica di un territorio

Nella tanto discussa eliminazione del nome ladino “Plan de Corones” dal nuovo logo del celebre comprensorio sciistico dell’Alto Adige/Südtirol – che dunque ora resta solo “Kronplatz Dolomites” – per esigenze di marketing e per «valorizzare ulteriormente le altre componenti della propria offerta turistica», scelta che ha fatto incazzare (inutile usare termini più gentili ma che sarebbero meno eloquenti) l’intera comunità ladina, io ci vedo nuovamente la prepotente imposizione dell’economia sull’ecologia ai danni della montagna e delle sue comunità, ancora una volta assoggettate alle leggi del mercato consumistico senza avere alcuna possibilità di esprimere la propria posizione.

È anche un caso evidente, se pur particolare, di turismo estrattivo, nel quale il valore estratto dal territorio senza alcun vantaggio per lo stesso, anzi, con uno svilimento assoluto, è quello prettamente culturale, che richiama direttamente l’anima del territorio, il suo Genius Loci.

Giova ricordare che «economia» e «ecologia» sono parole sorelle nate dalla stessa radice greca οίκος, oikos, cioè “casa” o anche “ambiente”: sarebbero l’una di supporto all’altra, ma troppe volte nel nostro mondo la prima s’impone perché funzionale a generare profitti e soffoca la seconda, che invece sarebbe necessaria a non causare disastri. Che invece puntualmente accadono, appunto.

E di nuovo, purtroppo non casualmente, a commettere tale atto di grande prepotenza è l’industria dello sci, pervicacemente impegnata a conseguire numeri, record, tornaconti e sempre meno attenta e sensibile ai territori e ai paesaggi che coinvolge nel proprio business, non più solo per quanto riguarda l’ambiente ma pure riguardo le comunità residenti e l’identità culturale dei luoghi. Fa specie che proprio chi dovrebbe essere tra i massimi difensori delle peculiarità ambientali e identitarie del territorio in cui lavora, e che “vende” ai turisti di tutto il mondo per farci il proprio legittimo profitto, si prenda con tale leggerezza la libertà di cancellarne la referenza principale, il toponimo, insieme a tutto il patrimonio storico-culturale che in esso si rapprende.

[La cronistoria del logo di Kronplatz/Plan de Corones.]
Dunque giova pure ricordare, stavolta ai gestori del comprensorio sciistico, che il nome autentico della montagna è Plaung de Curunes, forma storicamente ladina profondamente legata alla cultura locale, poi foneticamente allineata in Plan de Corones. Come si legge negli archivi della Città di Brunico, i “Curunes” sono spiriti della montagna della tradizione ladina e “plaung” (o “plang”) deriva dalla parola latina planus (“piano”, “liscio”), quindi il nome può significare «piano/area senza bosco» e in passato veniva considerato un «luogo da ballo» per gli spiriti che abitavano la montagna. Il nome tedesco Kronplatz è invece di uso recente ed è la semplice traslitterazione del toponimo ladino.

Per cui, posto quanto avete letto, può anche essere legittimo il rebrandig del comprensorio sciistico al fine di venderlo più facilmente sul mercato del turismo internazionale: ma fino a che punto una scelta del genere, puramente commerciale, può trascurare e ignorare l’identità culturale territoriale e comunitaria al punto da considerarla – evidentemente – incongrua, persino irritante, e per questo eliminarla dal logo della località? Veramente nella pretesa irrefrenabile di conseguire risultati commerciali sempre maggiori non ci si può porre alcun limite, nemmeno di attenzione e rispetto nei confronti delle comunità locali? E sul serio si può essere così presuntuosi, o così ingenui, da non pensare che un’azione del genere faccia inalberare quelle comunità, molti dei cui membri fieri della propria cultura sicuramente lavorano per il comprensorio sciistico?

[La sommità di Plan de Corones/Kronplatz in estate. Immagine tratta da www.winklerhotels.com.]
A mio parere, una vicenda del genere, apparentemente minima dacché in origine meramente lessicale, ma in realtà profondamente emblematica dell’atteggiamento della grande industria turistica nei confronti dei territori e delle comunità, evidenzia nuovamente e impone l’elaborazione di un’articolata e compiuta ecologia del turismo, cioè di un corpus di strumenti che permetta l’analisi delle relazioni complesse e delle interazioni reciproche che si stabiliscono tra il fenomeno turistico e l’ambiente geografico, naturale e socio-culturale nel quale esso si sviluppa. Una strategia dunque che permetta non solo di pianificare al meglio la presenza turistica nel territorio rendendola consona e sostenibile alle specificità locali, ma che sappia tenere sempre in conto e manifestare piena consapevolezza anche delle peculiarità immateriali, innanzi tutto quelle culturali, che identificano un territorio e il paesaggio che lo caratterizza, dunque anche la sua componente antropica e umanistica.

[La sommità di Plan de Corones/Kronplatz in veste invernale. Immagine tratta da www.kranebitterhof.it.]
Quindi, che ritorni al più presto il nome “Plan de Corones” nel logo del comprensorio sciistico e in ogni altra forma di branding correlata! Anche perché, a dirla tutta: perché nel nuovo logo dal quale è stato eliminato il toponimo ladino si trova “Kronplatz”, il nome tedesco, e “Dolomites” cioè il nome delle Dolomiti nella forma ladina (quella tedesca è “Dolomiten”)? Che incoerente pasticcio linguistico è mai questo? O forse è solo il maldestro tentativo, da parte del comprensorio sciistico, di non generare troppa irritazione tra le comunità locali, nella consapevolezza di avere la coda di paglia?

Pregevole architettura alpina contemporanea (anzi no!)

È una pregevole e significativa opera di architettura contemporanea, il granaio della Valle Aurina (provincia di Bolzano) che vedete nell’immagine qui sopra: separato dal terreno per evitarne l’umidità e i ristagni di acqua areando al contempo il pavimento, con il primo piano sporgente per proteggere le parte del piano rialzato e ugualmente con il tetto sporgente per proteggere le pareti del primo piano. Un ottimo esempio di design innovativo (non ricorda nella forma ad esempio quello, ovviamente su scala diversa e per tutt’altro edificio, della Torre Velasca di Milano?) oltre che di efficienza sia esterna che interna, per giunta realizzato con materiali locali senza uso di cemento.

Già, anche perché nel 1495 il cemento non esisteva ancora, almeno non quello odierno! Risale infatti a quella data il granaio dell’immagine, eppure sembra veramente un’opera di architettura contemporanea, originale, modernissima… ma è già tradizionale da secoli.

Dice quel famoso aforisma attribuito a Oscar Wilde che «La tradizione è un’innovazione ben riuscita»: niente di più vero, e quando ciò non accade è probabilmente perché l’innovazione proposta non è l’evoluzione coerente di una tradizione ma ne ignora la narrazione e l’insegnamento. Questo non significa che non si possa creare qualcosa di totalmente nuovo, anzi: ma, nei temi del paesaggio, senza alcun dubbio qualsiasi opera che voglia dialogare, relazionarsi e armonizzarsi con il luogo in cui viene realizzata non può non seguire la “lezione” di ciò che nel luogo è già presente e, magari, conserva un retaggio di lungo periodo che fa di quella lezione un’autentica e convalidata dichiarazione di identità culturale del territorio, ovvero di elemento fondativo e referenziale del suo paesaggio. Ciò comporta, questo sì, che se tale lezione viene ignorata l’opera in questione facilmente apparrà avulsa da luogo, incoerente, fuori contesto, fosse anche esteticamente pregevole o tecnologicamente all’avanguardia: ma non c’entrerà comunque nulla con quanto ha intorno e, dunque, facilmente, vi apparirà inopportuna.

Quindi, certe volte più che “innovare” può essere sufficiente (ma è già tanta roba!) rinnovare la tradizione, adattandola al tempo corrente e alla realtà in divenire ma salvaguardandone il messaggio culturale trasmesso, che è la manifestazione dell’identità del luogo. Ciò implica la necessaria conoscenza ovvero lo studio, materiale e immateriale, del luogo in cui si interviene: ma, a tal proposito, si torna al principio fondamentale della conoscenza necessaria del territorio quale garanzia di cose fatte bene in esso o, viceversa, di cose fatte male per contrastante ignoranza. Un principio che si potrebbe pensare pressoché ovvio per chiunque si debba occupare in ogni modo di territorio e di paesaggio e invece no, “ovvio” non lo è affatto, purtroppo. E i risultati, pienamente “contemporanei” si vedono un po’ ovunque, già.

P.S.: per questo post devo ringraziare Giorgio Azzoni, che me lo ha “indirettamente” ma distintamente ispirato. Lo ringrazio anche per avermi sollecitato alcune precisazioni: che il paragone tra il granaio della Valle Aurina e la Torre Velasca è chiaramente di forma e di linee ma non di altro, essendo due manufatti completamente diversi, e che il cemento non esisteva per come è oggi ma un calcestruzzo a base di malta di inerte, pozzolana e acqua si utilizzava già al tempo dei Romani.