
Come al solito, la questione è più complessa di quanto sembra, anche perché non è meramente commerciale e/o turistica, ma innanzi tutto profondamente culturale. E non solo rispetto alla comunità ladina ma, in senso generale, nei riguardi di tutta la cultura delle Alpi e delle genti che le abitano. Che non si capisce perché debbano dare fastidio (e accade di frequente) alla grande industria turistica, quella che spesso e volentieri decanta nelle proprie pubblicità superpatinate “identità” e “tradizioni” dei territori nei quali opera ma, evidentemente, lo fa solo a parole mentre nei fatti trova quegli elementi inopportuni, fors’anche sconvenienti o irritanti, alle proprie strategie commerciali. Al punto da toglierli di mezzo appena può.
A questo punto, per farvi capire meglio il portato ben più pesante e grave di quanto potrebbe apparire di quel “Plan de Corones” cancellato dal logo del comprensorio sciistico, è bene conoscere meglio le vittime “di rimbalzo” di quanto accaduto: i ladins, o ladini.
Nelle valli tra Trentino, Alto Adige/Südtirol e Veneto, incorniciate dalle incredibili cime, guglie, torri e pareti che hanno reso le Dolomiti montagne tra le più famose del mondo, i ladini rappresentano una delle presenze antropiche più antiche dell’intera regione alpina. Spinte da esigenze di sopravvivenza e da una straordinaria capacità di adattamento all’ambiente montano, queste genti hanno saputo plasmare un paesaggio alpestre pressoché unico che in quelle valli più che altrove porta impressa la loro anima identitaria e la storia della relazione che le lega alle montagne sotto cui vivono. I curatissimi masi, prati ordinati, il tradizionale grembiule blu dei contadini e le specialità culinarie come lo speck e lo strüdel sono simboli tangibili di una quotidianità radicata nei secoli. Nonostante le difficoltà imposte dal territorio e dall’ambiente montani, i Ladini hanno garantito la cura e la conservazione di un ecosistema arrivato quasi intatto fino a noi, dove l’intervento dell’uomo, quando non è stato assoggettato a modelli variamente decontestuali come quelli del turismo di massa, è rimasto in costante equilibrio con la maestosità delle montagne d’intorno e con il loro grande valore simbolico e culturale.

La svolta storica avvenne con l’espansione di Roma: dopo le campagne militari culminate nella vittoria del 15 a.C. alla confluenze tra l’Isarco e l’Adige, i Romani introdussero strade, commercio, diritto e, a partire dal IV secolo d.C., la religione cristiana. Da questo incontro profondo tra il latino volgare e le parlate autoctone (celtiche e retiche) nacque la lingua ladina. In quell’epoca il retoromanzo raggiunse la sua massima espansione geografica, estendendosi dal lago di Costanza fino all’Istria e al Danubio. Con il crollo dell’Impero Romano e le successive migrazioni di popoli germanici e slavi, il latino alpino fu progressivamente ridotto a enclavi montane isolate, gettando le basi della moderna identità ladina (peraltro già in formazione fin dal V secolo a.C.) che poi si consolidò nel corso dei secoli successivi come cultura autonoma.

L’età moderna, e il XX secolo in particolar modo, ha segnato profondamente e spesso in maniera drammatica il tessuto sociale delle comunità ladine. Durante le guerre napoleoniche, la regione fu teatro di conflitti e passaggi territoriali tra la Baviera, l’Impero d’Austria e il Regno d’Italia di Napoleone (1810), per poi fare ritorno all’Austria nel 1813. Ancora più devastante fu la Prima Guerra Mondiale, poiché il fronte dolomitico correva proprio attraverso il cuore delle valli ladine. Oltre un migliaio di ladini perse la vita e interi villaggi, in particolare nei dintorni di Livinallongo del Col di Lana, furono rasi al suolo. Con la fine del conflitto e il passaggio al Regno d’Italia, la Ladinia fu smembrata amministrativamente e, con l’avvento del fascismo nel 1922, sottomessa a una rigida politica di italianizzazione forzata che dichiarava il ladino un semplice “dialetto”. Il territorio fu ulteriormente diviso tra tre province: Bolzano (Val Badia e Val Gardena), Belluno (Livinallongo e Ampezzo) e Trento (Val di Fassa).

Il 1946 vide un momento cruciale di mobilitazione: circa 3.000 ladini si riunirono al Passo Sella per protestare contro la divisione amministrativa in tre province ereditata dal fascismo e chiedere l’autodeterminazione. Nonostante le richieste iniziali non fossero state accolte, un primo riconoscimento formale arrivò con il primo Statuto d’autonomia del Trentino-Alto Adige (1948), seguito dalla svolta fondamentale del secondo Statuto d’autonomia del 1972, grazie al quale i ladini delle province di Bolzano e Trento hanno ottenuto il riconoscimento ufficiale del gruppo etnico, l’insegnamento scolastico nella lingua madre, la tutela della toponomastica ladina e spazi dedicati nei media radiotelevisivi. Nonostante tali conquiste trentine e altoatesine, in Veneto le comunità di Ampezzo, Livinallongo e Colle Santa Lucia attendono ancora un analogo percorso di piena valorizzazione territoriale e culturale.
Oggi la comunità ladina conta circa 30.000 parlanti residenti in cinque valli principali disposte a raggiera attorno al massiccio del Sella: la Val Badia: considerata il cuore della lingua, con le varianti badiot, ladin de mesaval e marou; la Val Gardena (Gherdëina); la Val di Fassa (Fascia) con le varianti cazet, brach e moenat; il Livinallongo del Col di Lana (Fodom), che include anche Colle Santa Lucia, infine la conca d’Ampezzo, con la variante ampezan.

Tutto questo lo si deve all’azione che, tra il XIX e il XX secolo, un movimento di intellettuali e studiosi intraprese per gettare le basi della riscoperta e la codifica della cultura ladina. Tra i pionieri spicca Micurà de Rü, pseudonimo di Nicolò o Nikolaus Bacher, un presbitero e linguista austriaco di madrelingua ladina, nato in Val Badia, che nel 1833 pubblicò la prima grammatica tedesco-ladina nell’ottica di unificare i diversi dialetti delle varie vallate; Micurà de Rü fu poi seguito nella propria opera di riscoperta culturale ladina da altre figure importanti della comunità, autori, scienziati e storici come Jan Batista Alton, Angelo Trebo, Hugo de Rossi e Vijo Vittur. Già nel 1905 nacque l’Union Ladina a Innsbruck, mentre nel corso del Novecento sono state fondate importanti istituzioni di tutela e ricerca, come l’Istitut Ladin “Micurà de Rü”, il Museum Ladin Ćiastel de Tor in Badia, il Museo Ladin de Fascia e l’Associazione Union Generela di Ladins dla Dolomites.
Oggi la Ladinia rappresenta un crocevia straordinario dove il mondo germanico incontra quello latino, e l’Europa continentale dialoga con quella mediterranea. Custodendo un patrimonio millenario fatto di leggende, tradizioni e senso di appartenenza, i Ladini continuano a rappresentare un ponte vivace e saldo tra passato e futuro, una delle genti che più si fa custode insostituibile dell’identità alpina autentica e testimone dell’anima originaria che unisce e caratterizza le popolazioni delle Alpi.
Capite ora perché è tanto grave cancellare un pur semplice toponimo dall’immagine internazionale di un luogo certamente importante nella geografia fisica e umana ladina? Di nuovo, la brandizzazione mercificante della montagna turistificata viene fatta trionfare, in maniera del tutto prepotente, sul luogo, sul suo paesaggio, sulla comunità che lo abita, sulla cultura che lo caratterizza e lo rende a suo modo unico, sulla sua identità e sull’anima, sul suo futuro. «Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi» ha scritto Paolo Rumiz: e finche ci saranno i luoghi, ci saranno le genti che li abitano e ci sarà una cultura che li rende vivi. Altrimenti, temo, non è che l’inizio della fine, di quel luogo e non solo.
Non so voi, ma io trovo questa cosa totalmente inaccettabile, e mi auguro che i ladini, e le altre genti alpine al loro fianco, protestino fin quando possibile e per quanto lecito contro questa vera e propria sopraffazione.
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