Il paesaggio è cultura (R.I.P. Galasso)

La divisione tra l’ambito dei beni culturali e quello di beni ambientali è, indubbiamente, artificiosa come e più di quella tra paesaggio e urbanistica. Mi sono sempre chiesto, di fronte a quel ‘miracolo’ (come lo definiva D‘Annunzio) del Duomo di Orvieto, assiso come si sa su una rupe di più che dubbia stabilità, che ha destato e deve sempre destare grandi preoccupazioni, come si faccia a distinguere l’ambientale dal culturale, il monumento dal paesaggio, il paesaggio dal terreno. E questo non è affatto da ritenere un caso-limite. Nella famosa, anzi famigerata Valle agrigentina dei Templi la situazione è almeno per alcuni versi la stessa.

(Giuseppe Galasso, La tutela del paesaggio in Italia, Editoriale Scientifica, 2007.)

Un piccolo omaggio allo storico napoletano, scomparso ieri, che nella citazione lì sopra, rimarcando l’illogicità della divisione tra beni culturali e beni ambientali, sancisce un concetto che personalmente trovo fondamentale non solo per qualsiasi attività di studio, esplorazione e gestione del territorio, ma in senso generale per la stessa concezione culturale (anzi, sarebbe più corretto dire socioculturale) del paesaggio. Ovvero, appunto: il paesaggio è cultura. Non considerarlo tale, cioè non considerare il territorio e l’ambiente degli elementi culturali, priva la nostra concezione del paesaggio dell’essenziale valore antropologico, dunque pure della sostanza di elemento identitario culturale che ci definisce nei confronti del territorio stesso in cui viviamo e col quale interagiamo. Da ciò ne deriva che ogni sfregio al paesaggio non è soltanto un’azione contro l’ambiente ma, per certi versi ancor più, un atto di barbarie antisociale. Un principio che – come ben ricordato dal sito Mountcity, dal quale ho tratto anche la citazione – Galasso mise alla base della Legge n.431 del 1985 a tutela dei beni paesaggistici e ambientali, da allora conosciuta come “Legge Galasso” e considerata tra le migliori del panorama normativo nazionale.

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La civiltà selvatica

(Lapponia finlandese, agosto 2010.)

Più l’uomo è civilizzato, urbanizzato, colto, consapevole di ciò che ha intorno nella propria quotidianità, più sente il richiamo dei territori meno civilizzati, meno urbanizzati, più selvaggi e vergini.
Perché? Solo fascino dei luoghi in sé? Solo sensibilità, magari anche indotta, verso una tale antitetica correlazione geografica? O mera volontà di evadere dal mondo ordinario e dalle sue frequenti brutture?
Forse niente di tutto questo, e di tutto ciò a cui verrebbe facilmente – e giustificatamente – da pensare.

Forse, invece, la verità è che l’uomo diventa realmente umano solo dove possa ritrovare – o almeno cogliere – l’ancestrale legame con il territorio che lo ospita, ovvero dove torni (virtualmente, ma nemmeno troppo) a quel momento in cui uscì dalle caverne, dai ripari entro cui si rifugiava per difendersi da intemperie e belve feroci, e prese a esplorare ciò che vi era al di fuori, referenziandosi col mondo, con tutto ciò che conteneva, e cominciando a scrivere in e su quei territori la sua “vera” storia – la narrazione ecostorica, per meglio dire, della sua presenza nel mondo.
Non è un caso che si usi lo stesso verbo, “essere”, per indicare cosa noi siamo e dove noi siamo. Io sono ciò che sono, io sono in un dato luogo. E ugualmente non è casuale che il termine “essere”, nella forma sostantiva, ci indica in quanto creature d’una determinata specie: l’essere umano.

Credo dunque sia per questo che noi, “esseri umani”, grazie al livello culturale generato dalla nostra civiltà quand’essa sia realmente tale e sviluppata, evoluta, “piena”, e quando di essa noi si faccia consapevolmente parte, veniamo affascinati e attratti dalla Natura a sua volta nella forma più autentica e vera. È il “nulla” che abbisogniamo per dare un senso virtuoso al tutto che siamo e possiamo essere, la dimensione senza la quale, cioè senza la sua cognizione e consapevolezza, finiamo inesorabilmente per generare da soli: il nulla nel tutto, la cancellazione nemmeno troppo immateriale della civiltà, la perdita pressoché assoluta di senso umano. Nella parte più degradata del mondo antropizzato avviene proprio questo: si ignora la selvatichezza naturale, si diventa umani selvaggi. È un processo inevitabile, appunto, e inevitabilmente letale. In fondo, altra cosa niente affatto causale, è proprio presso le nazioni civicamente e culturalmente più avanzate che oggi si riscontra il più attivo e consapevole legame con l’ambiente selvatico naturale. Ma, sia chiaro non è una questione di istruzione, non solo (tanto più che cultura e istruzione sono due cose ben distinte, a volte pure inopinatamente antitetiche), è semmai una questione di civiltà. Quella che ad esempio c’era fino a qualche tempo fa sulle Alpi, tra rudi e (formalmente) illetterati montanari, e che invece è stata sovente spazzata via da un degrado culturale biecamente travestito da (falso) benessere economico.

Ascoltatelo, dunque, il richiamo verso la Natura selvatica: in quel nulla apparente troverete tutto quanto serve a vivere veramente la vita, e capirete come quel drammatico nulla che si trova dove invece crediamo ci sia tutto è uno degli elementi più nocivi al nostro vivere contemporaneo. Da annullare, in tal caso sì, quanto prima e definitivamente.

Sergio Reolon, “Kill Heidi. Come uccidere gli stereotipi della montagna e compiere finalmente scelte coraggiose”

La visione della montagna diffusa maggiormente oggi è quella legata soprattutto al valore estetico di essa, e a quello ludico-ricreativo (ovvero turistico) relativo. «Ah, che bella che è la montagna!» si può sentir dire ovunque da chiunque, e d’altro canto è facile pensare che ben pochi potrebbero contraddire una tale visione, al di là della banale dicotomia “meglio il mare/meglio la montagna” o di altre facezie simili. Se tuttavia si prova ad andare oltre il mero consenso, e si indaga sui motivi per i quali la maggior parte delle persone apprezzano i monti e la loro dimensione, ne esce una visione degli stessi legata a stereotipi e luoghi comuni forse più che per altri ambiti – i boschi, i prati, la neve, le mucche al pascolo, le baite, l’aria pura, la tranquillità, oltre alle varie e assortite motivazioni più “turistiche”. Va tutto bene, ci mancherebbe, anzi: è inevitabile che l’imponente bellezza di certi paesaggi alpini resti impressa nella mente delle persone; il problema è che sovente tale immagine resta tale, come fosse un poster, una cartolina o una locandina promozionale e non solo lo sguardo si ferma lì ma pure la riflessione su ciò che si sta osservando, su cosa ci sia realmente dentro al di là delle cose più evidenti e piacevoli. Si vive la montagna come fossimo dentro la storia di Heidi, insomma, con lo stesso afflato ideal-bucolico, cioè idealmente circondati dalle “caprette che ti fanno ciao” come se veramente, lassù sui monti, le caprette ci potessero fare “ciao” e non, magari, prenderci a testate se ci avvicinassimo troppo, come è ordinario “mestiere” da capre di montagna…

E se fosse proprio “Heidi”, ovvero quest’immagine assolutamente idealizzata – e profondamente cittadina – della montagna a rappresentare la rovina della montagna stessa, la zavorra immateriale divenuta ormai alquanto materiale che tiene imprigionati i monti e la loro civiltà in un recinto di stereotipi e cliché anacronistici, ormai del tutto falsi, spesso pure ipocriti quando non sostanzialmente degradanti? Se ci fosse da fare una bella tabula rasa di tutto ciò, con buona pace di Heidi, delle sue caprette e di quei monti artificiosamente selvaggi che la città vuole tenere per sé in qualità di periferia “ristoratrice” ma, alla fine, urbanizzandola pesantemente e trasformandola in ennesimo sobborgo degradato e abbandonato a sé stesso e alla sua effettiva miseria?

È quanto in buona sostanza si chiede Sergio Reolon in Kill Heidi. Come uccidere gli stereotipi della montagna e compiere finalmente scelte coraggiose (Edizioni Curcu & Genovese, Trento, 2016), veloce e agilissimo saggio il cui titolo è a dir poco programmatico – e già compendia bene ciò che già ho scritto fino a questo punto. (continua…)

(Leggete la recensione completa di Kill Heidi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

P.S.: testo uscito anche (in versione ampliata) sulla rivista letteraria L’Ottavo, qui.

Se sul futuro della montagna i bambini imparano mentre gli adulti vaneggiano…

(Articolo pubblicato su altavita.com il 20/11/2017):

In tempi di sempre più profondi cambiamenti climatici, di imminente estinzione dei ghiacciai alpini (la principale riserva di acqua potabile a nostra disposizione, è bene ricordarlo), di palesi gravi problemi di siccità, e posto lo stato di fatto del mercato turistico invernale attuale, credere di poter rilanciare stazioni sciistiche (in passato già fallite, peraltro) attraverso nuovi impianti di innevamento artificiale è un po’ come affannarsi a nuotare in una piscina priva di acqua sperando di riuscire ad arrivare dalla parte opposta prima di sfinirsi inevitabilmente per l’inutile sforzo. La prova di una dissennatezza profonda nonché d’una grande mancanza di cultura, insomma.

Veramente c’è da riporre ben poca fiducia in siffatti amministratori pubblici, membri di una fin troppo numerosa fazione alla quale evidentemente nulla interessa del proprio territorio e della sua autentica salvaguardia e tutto interessa di propri personali tornaconti – ovvero, in alternativa a ciò, ai quali amministratori pubblici la testa non deve più tanto funzionare bene da parecchio tempo, ormai.

E veramente, di contro, c’è da porre la massima fiducia (e l’altrettanta speranza) in una nuova generazione di cittadini-montanari civicamente consapevoli dell’importanza, del valore e delle potenzialità dei propri monti sui quali, sia chiaro, si potrà pure praticare lo sci su pista ma solo in modo totalmente sostenibile, sia ambientalmente che economicamente, ma in primis ove possano finalmente nascere nuove (o rinnovate) forme di turismo in virtuosa armonia con l’ambiente montano le quali, se ben concepite e messe in atto, saranno senza alcun dubbio ben più remunerative di quelle fino ad oggi praticate e stoltamente perseverate. Con l’aggiunta di avere una montagna nuovamente e veramente viva, vitale, salvaguardata e valorizzata al meglio, e non il solito, vile e dannoso divertimentificio alpino: quello che la montagna la svilisce, la soffoca e, inesorabilmente, la uccide.

P.S.: ennesimo grazie a Michele Comi, che sulla propria pagina facebook ha pubblicato i due articoli ripresi nell’immagine in testa al presente post, rimarcandone la sconcertante contraddizione.

A proposito della geografia di cui non importa più niente a nessuno…

L’ho già affermato più volte in passato, qui e altrove, come io creda che l’eliminazione pressoché totale dell’insegnamento scolastico della geografia, e in più in generale dell’educazione alla conoscenza del territorio in cui si vive e/o ci si muove, sia una delle cose più folli e tragiche che siano state imposte. Qualcosa dalle conseguenze culturali terribili: senza conoscenza geografica del territorio non c’è cura per il territorio stesso, il legame identitario quale elemento fondante della cultura delle genti che lo abitano diventa inesorabilmente bieco e barbarico identitarismo, si innescano fenomeni di dissonanza cognitiva, di spaesamento, col rischio che persino spazi dotati del più potente Genius Loci diventino formalmente non luoghi. Un processo di degradamento culturale che infine intacca inevitabilmente anche la comunità sociale e il relativo senso civico, disgregandolo come neve al Sole.

Bene… poco tempo fa, sto risalendo un’ampia mulattiera che adduce al colmo della dorsale dell’Albenza, bellissima propaggine montuosa che dalla cresta del Resegone si allunga verso Sud raggiungendo i colli alle spalle della città di Bergamo. Qui ogni singolo elemento del territorio ha infinite storie da raccontare, e i sentieri sono la più evidente scrittura grazie alla quale leggere le narrazioni di queste montagne che dividono il bacino del Lago di Como, dell’Adda e della Brianza, con Milano in vista laggiù verso Sud Ovest, e le valli bergamasche. Ma è una divisione solo orografica, in verità, anche quando quassù sono stati posti i confini tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia, prima, e delle giurisdizioni provinciali poi: nei secoli questi sentieri hanno visto il transito di soldati, di pellegrini, forse di qualche brigante ma, soprattutto, di genti che passavano di qua e di là dalla dorsale per commerciare e scambiare merci e prodotti di propria manifattura o frutto del proprio duro lavoro rurale, intessendo un fitto legame culturale, sociale e antropologico tra i territori contigui che, appunto, la montagna ha contribuito sempre a unire e mai a dividere, come invece signori, potenti e politici hanno pensato di poter fare.

Detto questo, d’un tratto mi viene incontro correndo un ragazzo, indosso abbigliamento tecnico sportivo e uno smartphone che diffonde musica. Rallenta un poco la corsa, mi guarda con fare titubante, poi mi chiede: «Scusi… ma dove si va da questa parte?»
«A Carenno!» gli dico, denominandogli la località dalla quale il sentiero ha inizio, principale comune della zona e di questo versante della dorsale dell’Albenza.
«Ah.» fa lui, ancora più perplesso, e aggiunge: «Ma che posto è? Dove si trova?»
Immagino che provenga da uno dei paesi posti sull’altro versante della dorsale, e infatti me lo conferma. Località dirimpettaie rispetto a Carenno dalle quali distano due ore a piedi, una manciata di km in linea d’aria, in mezzo solo la montagna peraltro qui delle più accessibili, ad una quota di nemmeno 1300 m.
«Non hai mai sentito nominare Carenno?» gli faccio, ora io parecchio perplesso.
«No.» mi risponde laconico.
Gli consiglio di tornare indietro, a tal punto: se non conosce i sentieri della zona, pur elementari che sono, potrebbe perdersi. Nel dirgli questa cosa sento che una parte di me la segnala come paradossale, quasi ridicola: è un po’ come se il proprietario di un’auto conoscesse bene la parte anteriore ma non sapesse cosa ci sia nel baule, se non sui sedili posteriori.

Lo vedo risalire a passo veloce verso il colmo della dorsale ove la mulattiera, che almeno da sei secoli rappresenta una delle vie di collegamento principali tra i due versanti della montagna – o rappresentava, mi viene da pensare. Penso pure a tutte quelle riflessioni che, in principio di questo articolo, ho riassunto rapidamente, e al fatto che oggi, ancora più che in passato, quando soldati di eserciti diversi stazionavano in prossimità del crinale per fermare eventuali transiti vietati tra domini diversi e spesso nemici, le montagne sono state fatte diventare confini: non più attraverso ingiunzioni politiche ma con l’imposizione di una miserrima ignoranza geografica nonché storica – dacché storia e geografia sono causa/effetto l’una dell’altra, come sancì il grande geografo francese Élisée Reclus un secolo e mezzo fa. E non mi riferisco a quel buon ragazzo che non conosceva cosa ci fosse poco oltre il proprio uscio di casa (al quale non posso imputare alcuna colpa, in linea di principio, e che, almeno quel giorno, ha lodevolmente scelto di farsi una bella corsa tra i meravigliosi boschi dell’Albenza piuttosto che rinchiudersi in un centro commerciale – altro comportamento indotto dalla “condanna a morte” della geografia) ma, più in generale, alla nostra società contemporanea, volutamente (se non strategicamente) privata di ogni buon riferimento culturale utile a ad essere libera nel pensiero e nell’azione, per diventare invece fragile plastilina modellabile facilmente da chiunque si arroghi il potere di farlo.

Eppure noi uomini siamo tali – esseri umani, intendo dire – proprio perché lungo la storia abbiamo imparato a riferirci e relazionarci al territorio in cui stiamo, abitiamo, lavoriamo o attraverso il quale transitiamo, costruendo con esso un legame fondamentale per la nostra civiltà e, ancor più, per la nostra stessa identificazione culturale e antropologica. Un legame nato proprio perché un bel giorno di chissà quanti millenni fa decidemmo di uscire dalle caverne e cominciare a esplorare il territorio che avevamo intorno: la conseguente conoscenza di esso ci ha permesso di identificarci nel mondo, di segnalare la presenza attraverso le tracce del nostro passaggio, di acquisire una determinata identità proprio grazie a ciò che trovavamo nel territorio attorno a noi, con cui dovevamo intessere un qualche tipo di rapporto: con le piante e i boschi, i monti, i fiumi, i laghi e i mari ovvero con l’intero paesaggio che andava generandosi nella nostra mente proprio grazie al fatto che noi stavamo intessendo quel legame con territorio d’intorno. Un paesaggio che alla fine ci rappresentava e ci rappresenta, allo stesso modo per cui noi possiamo e sappiamo rappresentare quel paesaggio. Se le conosciamo, ovviamente.

Ecco, tutto ciò vale ancora oggi, anzi, pure più di prima. Non sapere nulla della geografia attorno a noi equivale a non sapere nulla di noi stessi. È come essere forestieri a casa propria, smarriti senza possibilità di ritrovarci, in balìa dello spazio, del tempo e della storia. Uomini senza autentica cultura umana, insomma.