Restare sempre bambini per osservare la magia del mondo (Mario Schifano dixit)

Forse per me l’infanzia non è mai finita, neppure ora che sono piuttosto avanti con gli anni. Non vorrei apparire presuntuoso ma per infanzia io intendo la possibilità di continuare a osservare il mondo con uno sguardo… magico.

(Mario Schifano, intervista di Costanzo Costantini su Il Messaggero, 1991.)

Mario Schifano è stato uno dei più grandi artisti italiani del secondo Novecento: creativo, ribelle, originale, innovativo, sensibilissimo a tutto quanto lo circondasse e verso di ciò altrettanto sagace, fu tra quegli artisti, letterati e intellettuali che seppero portare la creatività artistica e culturale nazionale a vertici mai più toccati – soprattutto poi se paragonati all’epoca attuale, ove qualsiasi fantasia, inventiva, genialità, viene soffocata dal più bieco e ottuso utilitarismo sempre posto al servizio di interessi tanti piccoli quanto meschini.

Non c’è da sorprendersi, dunque, se proprio uno come Schifano mise in evidenza la fondamentale virtù del restare in età adulta sempre un po’ bambini, sempre dotati della tipica curiosità infantile, del desiderio di scoperta e conoscenza, della visione fantasiosa e surreale del mondo, della volontà di rendere tutto più giocoso – il che non significa più banale e più leggero, ma meno sovraccaricato di ipocrisie e di significati e valori incoerenti, inadatti, che non c’entrano nulla con il senso peculiare delle azioni compiute e con i relativi effetti. Anche in tal caso mi viene da dire: quanta differenza col mondo di oggi, così tanto incapace di conservare quel fondamentale atteggiamento infantile anche in età adulta e, di contro, così pieni di adulti malati di infantilismo! – che è ben altra cosa, inutile dirlo: è il voler mostrarsi pienamente adulti palesando però atteggiamenti puerili, immaturi e stupidi. Atteggiamenti che non portano a nessun sviluppo ma, per restare in tema di cose da bambini, comportano solo un “castigo” per di più auto inflitto. E meritatissimo, non c’è che dire.

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Comandare/ubbidire/comandare (Robert Walser dixit)

Un sottufficiale, come ben si sa, vuole che le facce dei suoi uomini siano ingrugnate e accigliate come la sua, è questo che gli sta bene, dato che di solito ha un fondo di umorismo. Parlando sul serio: quelli che ubbidiscono sono per lo più la copia perfetta di quelli che comandano.

(Robert Walser, Jakob von Gunten, Adelphi, 1970-1991. 1a ed.orig. 1909.)

Come chi l’ha letto saprà, la vicenda narrata nel romanzo di Walser si svolge all’interno dell’Istituto Benjamenta, un luogo dove alcuni ragazzi imparano a servire, in un’atmosfera sospesa tra reale e possibile in cui ugualmente risulta indefinibile lo stato dei ragazzi, tra tortura e felicità – o forse tra l’una fatta credere come l’altra, grazie a quella particolare sospensione quotidiana, e viceversa.
Un luogo, insomma, narrato dal grande scrittore svizzero più di un secolo fa ma assolutamente emblematico per il nostro presente, non trovate?
In effetti, quella citazione di Walser pare anche un modo alternativo per formulare quella solita verità, “ogni popolo ha i governanti che si merita” ovvero, ogni popolo non può che finire sottomesso a (o da) certi governanti, inevitabilmente. E la cosa sarebbe pure umoristica, divertente, ridicola, come sottolinea Walser, se lo storia non ci insegnasse che, prima, è così tremendamente tragica. Già.

P.S.: in questo bellissimo articolo, Giuseppe Genna disquisisce della peculiare scrittura di Walser, “apparentemente lineare e implicitamente eversiva e compattissima“. Molto interessante, per capire ancora meglio Walser come necessariamente merita.

 

Come le piante che si disseccano senza essere mai fiorite (Pëtr Kropotkin dixit)

Perché la vita sia realmente feconda, deve esserlo contemporaneamente nell’intelligenza, nel sentimento e nella volontà. Per un istante di questa vita, l’unica degna di questo nome, molti darebbero interi anni di esistenza vegetativa. senza di essa, si è vecchi prima del tempo, si è impotenti, si è come le piante che si disseccano senza essere mai fiorite.

(Pëtr Alekseevič Kropotkin, La morale anarchica, Edizioni Millelire, 1994, trad. Ursula Bedogni, 1a ediz. 1890.)

Beh, credo proprio che ogni tanto faccia bene tornare a leggere vecchi (e veri) rivoluzionari come Kropotkin… con le cui idee si può essere più o meno d’accordo, ma dal cui spirito c’è soltanto di che imparare, e molto.

La fretta

Veramente non la capisco ‘sta cosa di tanta gente che la mattina mi trovo lungo la strada quotidianamente percorsa per recarmi ove lavoro, e che guidano come dei pazzi, dei forsennati, appiccicando la loro auto a quella che li precede a velocità folle – è una strada di montagna, per inciso – come fossero perennemente in ritardo – dacché io penso: ma alzatevi qualche minuto prima, che diamine! – e tutto ciò, appunto, per andare a lavorare.

Tutti quanti così entusiasti, felici, smaniosi di cominciare l’ennesima giornata lavorativa?

Non so, ma non credo.

Di contro, la sera, di ritorno dai suddetti luoghi di lavoro, quando invece per la gioia d’aver concluso quell’ennesima giornata lavorativa – e chissà quanto pesante, stancante, stressante in molti casi – e di poter tornarsene a casa propria a riposare, a rilassarsi, a coltivare le proprie passioni o semplicemente a starsene in compagnia dei propri cari (come si usava dire un tempo), ti verrebbe insomma da pensare che dovrebbero viaggiare sì veloci verso le proprie dimore la sera, piuttosto che la mattina, per tutti questi motivi…

Invece no, a trenta all’ora e non di più. Come se stessero recandosi in chissà qual terribile luogo per cui protrarre il più possibile l’arrivo, andando a velocità degne d’un calesse ottocentesco.
E io dietro, anelante di tornare a casa per rilassarmi e fare le mie cose, a osservare nello specchietto delle auto davanti a me espressioni sovente da partenza verso il fronte se non da patibolo, dacché si direbbero queste le mete verso cui stanno guidando con tale spossante lena.

Che abbiano tutti una crisi matrimoniale (o quando di affine) in corso ovvero da affrontare a casa, con conseguente crisi di rigetto?

Non so, ma non credo.

Però, se così fosse, le mogli/conviventi/fidanzate/amanti le capisco. Più di tutta quella gente, ecco.

L’uomo moderno pensa di perdere qualcosa − del tempo − quando non fa le cose in fretta; però non sa che fare del tempo che guadagna, tranne ammazzarlo.

(Erich Fromm)

Chi va con lo zoppo…

Chi va con lo zoppo impara a zoppicare – dice il noto proverbio, ed è verissimo.
Tuttavia, di questi tempi, a me pare che la situazione sia anche più complessa. E più grave, a dirla tutta.
Perché qui c’è uno zoppo che, a sostenere che zoppichi, si formula un gigantesco eufemismo, eppure tale zoppo ha il coraggio lui di sostenere che sono quelli che camminano in modo normale a essere azzoppati. Costoro, ai quali evidentemente non frega nulla di chiedersi come sia la loro andatura e quanto sia importante camminare al meglio per non farsi del male, ingenuamente abboccano alle frottole di quello zoppo e prendono a zoppicare pure loro, ormai convinti che l’andatura più ergonomica e più efficace, magari pure più estetica, sia proprio quella. Peraltro, non essendo essi zoppi in origine, se possibile zoppicano pure peggio dello zoppo “vero”, e incespicano ovunque, inciampano di continuo, cadono più e più volte ma nulla: piuttosto cambiano “modo” di zoppicare ma continuano imperterriti a farlo.
Ma c’è di più, perché a qualcuno, forse, almeno un poco sorge qualche dubbio sulla bontà di quella camminata, vuoi anche per le botte e i lividi provocati dalle tante cadute; dunque si guarda intorno per scoprire se ci sia qualche ortopedia che possa dargli una mano a capire la situazione e, magari, a risolvere il problema. E di ortopedie ce ne sono, in effetti: ma una dentro pare una porcilaia, un’altra è disordinata da far paura, un’altra ancora è chiusa per sciopero e in un’ennesima producono fasciature che nemmeno nei sarcofagi egizi se ne trovano di più sciupate. Finalmente una aperta e all’apparenza degna d’attenzione c’è: peccato che gli ortopedici che ci lavorano siano talmente incapaci da peggiorare ancor più quella già tanto sbilenca e sgraziata deambulazione.
Dunque? Dunque finisce che molti dissipano quei dubbi dacché incapaci di dar loro buone spiegazioni e consone risposte, accettando ormai dogmaticamente o quasi l’idea che sì, tutto sommato quello zoppo non cammina poi così male… certo, va a sbattere ovunque e si procura dei gran lividi ma, almeno, finché non trova un ostacolo troppo grosso da evitare e troppo solido per far che provochi solo pur violente botte, beh… forse va ancora bene.
D’altro canto, se si sceglie di andare con gli zoppi, appunto, mica si può pretendere che tutto possa sempre andare per il meglio, camminando. Solo, non ci si lamenti poi se non si riesce a stare al passo di quelli che sanno andare dritti e con passo certo. Se si conosce come si cammina in modo normale e si sceglie di disimpararlo – ovvero, di imparare a camminare zoppi e storti – la sorte sarà di sicuro quella, se non peggio. Inesorabilmente.