Il popolo – siamo noi (Ennio Flaiano dixit)

I nomi collettivi servono a far confusione. «Popolo, pubblico…». Un bel giorno ti accorgi che siamo noi. Invece, credevi che fossero gli altri.

(Ennio Flaiano, La saggezza di Pickwick in Diario Notturno, Adelphi Edizioni, 1994-2010 – 1a ediz. 1956, pag.101.)

Infatti, sono sempre gli altri a sbagliare. Quando poi ti accorgi che eri tu, il primo a farlo – e gli altri lo sapevano esattamente come lo sapevi tu di loro. Tutti sapevano – tutti sanno tutto degli altri, nella massa confusa, dunque nessuno sa veramente nulla di niente e di nessuno.

Ecco perché è sempre meglio cercare di starsene fuori, da quei “nomi collettivi”. La confusione è sempre nemica della conoscenza e alleata del potere massificante. Sempre.

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Il libro è un’arma di difesa – ma veramente!

Si usa dire spesso che il libro è un’arma di difesa insuperabile contro molte bassezze anticulturali e relative barbarie sociali – e c’è poi quella celeberrima frase di Woody Allen, «Leggo per legittima difesa», che rende perfettamente chiaro e comprensibile il concetto.

Be’, sappiate che il libro può pure essere un’arma di difesa vera, nel senso letterale della definizione. Sul serio, guardate un po’ qui:

Vedete quante utilità vitali possiede un buon libro? La lettura vi salva non solo la mente ma pure il corpo. Che volete di più?

Il valore educativo della TV (Groucho Marx dixit)

Trovo che la televisione sia molto educativa. Ogni volta che qualcuno l’accende, vado in un’altra stanza a leggere un libro.

(Groucho Marx, citato in Movie icons: Marx Bros., a cura di Paul Duncan e Douglas Keesey, traduzione di Emanuela Rossato, Taschen, 2007.)

A prescindere dall’evidenza che un aforisma del genere andrebbe scritto sulla carta d’identità, oppure posto per legge come altorilievo sui muri di ogni casa o sul tetto dei palazzi prospicienti le piazze di tutte le città (e a prescindere che Marx lo sentenziò decenni fa: che direbbe oggi, con la TV di oggi?), trovo che sia una conferma netta e chiara a una cosa che sostengo convintamente: se volete trovare la più illuminante e preveggente genialità, cercatela tra i comici. Quelli veri, intendo. Rideteci sopra alle loro “battute” ma poi, subito dopo, meditateci per bene. Perché sovente la “risata”, quando ben suscitata, non è che la più alta forma espressiva dell’intelligenza.

“L’illusione dello scrittore”

Scrive Luca Sofri su Wittgenstein, in un articolo dello scorso 2 gennaio intitolato L’illusione dello scrittore (qui l’originale):

Sarebbe interessante una ricerca scientifica che interpelli gli autori di un libro sui risultati della pubblicazione rispetto alle loro aspettative: col tempo mi sono fatto l’idea che sia uno degli impegni che hanno il gap maggiore tra investimento di speranze e soddisfazioni, superando persino l’acquisto del biglietto della lotteria, su cui si è in grado di avere maggiore lucidità statistica.
Nelle ultime settimane mi è capitato di parlare con alcuni scrittori appena pubblicati, e vedere le misure diverse della loro ansia e incipiente delusione.
Se si eccettua un numero limitatissimo di autori di bestseller o comunque di libri di successo – quelli che superano le diverse decine di migliaia di copie vendute – e che rappresenta una quota meno che millesima degli autori di libri, quasi tutti gli altri scrivono un libro con la speranza che “svolti” e faccia il botto, come avviene in certi limitati “casi editoriali” di cui i giornali sembrano parlare spesso ma che sono invece limitatissimi. È normale: è un settore che suggerisce – ingannevolmente, con la complicità delle case editrici – che un’improvvisa celebrità e un cospicuo successo possano essere raggiunti da perfetti sconosciuti fino a quel momento poco gratificati e anche senza particolari competenze (siamo un paese di allenatori della nazionale e autori di libri). E che questo possa avvenire non nella disdicevole casa del Grande Fratello, ma su una scena di grande autorevolezza: i libri. […]

E dopo altre interessanti considerazioni sul tema, che vi invito a leggere, così Sofri conclude:

Scrivete libri se vi piace, tenetevi caro il bello di averli scritti e tutti quei lettori – da dieci a diecimila – che vi sarete meritati. Non ve lo rovinate con troppi investimenti di passioni, pensando di diventare un caso editoriale di cui tutti scriveranno: quello non succederà, fate prima con la roulette.

Per quanto mi riguarda ha ragione, Sofri, dacché sostiene cose che a mia volta da tempo sostengo. Quante volte, girando per eventi letterari, mi sono chiesto se molti di quelli che scrivono e pubblicano libri sanno veramente perché scrivono e pubblicano i loro libri, ovvero se sanno cosa ciò realmente significhi, dal punto di vista culturale e pur con tutte le possibili singolarità.

Mi torna in mente un aforisma di Ralph Waldo Emerson che amo molto: “chi scrive per sé stesso scrive per un pubblico immortale”. Che non è affatto un’osservazione contraria al pubblicare libri, come ho sentito qualcuno sostenere, ma sul senso autentico dello scriverli, del pensare e produrre parole, storie, idee, messaggi da mettere nero su bianco e poi rendere pubblici. Ecco, un po’ nella direzione di quanto sostiene Luca Sofri, e ispirandomi a Emerson, mi viene da dire che, se chi scrive libri pensasse più a scriverli per sé stesso piuttosto di pensare in maniera troppo boriosa e ottusa alla celebrità, forse avremmo in circolazione meno libri e più qualità letteraria. A tutto vantaggio delle case editrici e del mercato, peraltro, oltre che – anzi, soprattutto – per il bene della cultura diffusa.

L’ormai costante mood personale, quando gironzolo per i social…

Ecco. Proprio così (“ringraziando” Roy Lichtenstein!)
E vale sempre più per molti altri media d’informazione, anche.
Scriveva bene (per l’ennesima volta) Ennio Flaiano, ben prima dell’avvento del web:

La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé.

Il che, peraltro, è assai emblematico di come molta stupidità, paradossalmente, si alimenti di “progresso”, ovvero di quanto certo “progresso” sia sovente funzionale a molta pandemica stupidità.