Altro che nevi eterne!

[Foto di Simon Fitall da Unsplash.]

Il Paul prende la pala che gli passa il Georg, la notte scorsa si è staccata la lingua del ghiacciaio, dice, hanno sentito il boato anche in fondo alla valle, la Claire mi ha fin svegliato per dirmi che ci stava arrivando addosso e mi ha abbracciato tutto come se ci restasse solo quella notte lì, di un bello che non ti dico, e sorride tra sé, tra qualche anno se guardiamo su il nostro bel ghiacciaio non lo vediamo più, se ne sarà andato per sempre, altro che eterno, l’unica riserva che ci resta sono le storie, al massimo puoi raccontare com’era.

(Arno CamenischUltima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.68.)

AA.VV., “Carnevali e folclore delle Alpi”

Fin dai primi tempi in cui l’uomo ha cominciato a frequentarle e abitarle, le montagne sono diventate un “inevitabile” habitat per creature soprannaturali d’ogni genere e sorta, mostri, draghi, demoni, uomini selvatici e quant’altro, e di conseguenza una fonte ricchissima di relative leggende e mitografie: quasi ovunque l’uomo, per scelta o gioco forza, non fosse giunto a abitare e adattare il territorio alle proprie esigenze – boschi, vette, ghiacciai, forre, eccetera – vi era il regno del mistero e del pericolo: una dualità tra mondo umanizzato e mondo selvaggio sulla quale si è dipanato buona parte dello sviluppo culturale della montagna e della relazione degli uomini con essa dalle frequentazioni primitive fino all’era industriale. Poi, appunto, il progresso ha fatto svanire pressoché tutta quella dimensione sovrannaturale e i timori d’un tempo ad essa legati sono diventati sollazzi folcloristici che il turismo ha sovente inglobato nelle proprie manifestazioni e non di rado banalizzato, dimenticandosi l’antica e emblematica storia culturale che stava alle spalle.

Ma c’è un momento, durante il corso dell’anno, nel quale il sovrannaturale montano torna a manifestarsi, un momento condiviso nella forma con il resto del mondo ma nella sostanza parecchio diverso e ben più significativo, dunque molto più affascinante: il carnevale. Sulle Alpi – e non solo, ma nella regione alpina soprattutto – il carnevale non è un semplice periodo di feste e scherzi dal carattere meramente ricreativo, anche se all’apparenza può sembrare così. In molti carnevali delle Alpi, infatti, tornano in superficie molte di quelle creature sovrannaturali ovvero di quelle leggende, mitografie, superstizioni, fantasie, narrazioni che, se nella forma attuale sono state modellate dal basso Medioevo in poi assumendo i vari caratteri dei relativi momenti storici, a uno sguardo più attento palesano le origini ancestrali e misteriose che riportano direttamente a miti pre-cristiani e pagani, ancor più antichi rispetto alle Dionisie greche e ai Saturnali romani dai quali viene fatto derivare il senso del carnevale odierno (pur con la sua caratterizzazione prettamente cristiano-cattolica) e soprattutto peculiari rispetto all’ambito alpino e montano nonché alla relazione con esso delle genti che nei secoli lo hanno antropizzato.

Carnevali e folclore delle Alpi, edito nel 2012 dall’Associazione culturale LOntàno Verde e curato da Luca Giarelli, membro della Società Storica e Antropologica di Valle Camonica, rappresenta un ottimo compendio sul tema raccogliendo una serie di interventi su alcuni dei più significativi carnevali e delle feste in costume della catena alpina, sulle loro caratteristiche e sulle maschere che li animano, nelle quali si ritrovano la gran parte delle ancestrali creature sovrannaturali di cui ho detto poco fa. Il volume consente un vero e proprio viaggio etnologico, antropologico, folclorico e storico lungo l’intera regione alpina italiana, dal Piemonte fino al Friuli, con alcune puntate oltre confine in Svizzera e in Austria, incontrando in ogni luogo le mitologie che animano i festeggiamenti tra il periodo natalizio e la fine dell’inverno e che caratterizzano il folclore locale []

[Ol Badalisc, il mitologico mostro della Valle Camonica, Lombardia, con il suo ” guardiano”. Foto di Luca Giarelli, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
(Potete leggere la recensione completa di Carnevali e folclore delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Il meraviglioso Samivel

In questi giorni si ricordano i trent’anni dalla scomparsa di Samivel, pseudonimo di Paul Gayet-Tancrède, scrittore, regista, fotografo, esploratore, alpinista e, se posso dire soprattutto, uno dei più meravigliosi, raffinati, poetici, emozionanti illustratori delle montagne, i cui acquerelli ammiravo fin da piccolino su riviste e libri dedicati alle Alpi e all’alpinismo e mi affascinavano allora come oggi, non avendo perso nulla della loro bellezza e anzi accrescendola sempre di più, anche per il messaggio oltre modo prezioso che comunicano e che, appunto, diventa sempre più importante. Infatti Samivel fu anche un grande e appassionato difensore dell’ambiente naturale montano, riguardo il quale fin dalla metà del Novecento egli intuì i pericoli e i danni cagionati dall’eccessiva antropizzazione a fini turistici. Si oppose con forza a funivie, strade, installazioni in quota, denunciò già più di mezzo secolo fa che sulle Alpi era in corso una «catastrofe estetica», criticando gli «abili mercanti di montagna, che sanno parlare alla testa e alle tasche della gente», scrisse del «buon odore di gasolio portato dal vento» che regnerà sulle montagne se quei progetti fossero andati avanti, rivendicando per le montagne il «valore estetico, culturale e sociale».

A volte le sue battaglie, nelle quali sapeva coinvolgere molta parte dell’opinione pubblica – in primis francese – Samivel le vinse, altre volte no, ma è comunque diventato una figura imprescindibile dell’immaginario culturale alpino, molto amata, rispettata da tutti – incluso chi non la pensasse come lui – proprio anche per la mirabile bellezza che sapeva creare e offrire con i suoi disegni i quali sono diventati in molti casi il motivo migliore – senza bisogno di tante parole, dunque – per dimostrare la necessità della salvaguardia della Natura alpina. Alla sua morte, il 18 febbraio del 1992, il quotidiano “Le Monde” lo ricorderà come «disegnatore di picchi e di vette, cantore della montagna vergine e della natura inviolata, fustigatore degli inquinatori di tutti i tipi, inclusi gli sciatori che si fanno depositare in quota dagli elicotteri», anche così denotando quanto fosse capace di prevedere e comprendere certe pericolose devianze del turismo alpino. Sono passati trent’anni da quelle sue parole e ancora si sta cercando di difendere le Alpi dalla dissennata pratica dell’eliski… non serve dire altro.

Un bellissimo ricordo di Samivel lo trovate in questo articolo di “Montagna.tv (articolo quanto mai necessario, visto che in Italia Samivel non è così conosciuto: prova ne è che non abbia nemmeno una pagina su Wikipedia), dal quale ho tratto anche le citazioni che avete letto in questo mio post. Con l’augurio che la sua presenza, come la sua sublime arte, resti sempre a vegliare sulle montagne e sulla loro, e nostra, fondamentale bellezza.

(P.S.: le immagini della piccola galleria in testa al post sono tratte dal web. Se nel farlo avessi violato qualsivoglia diritto, sono ovviamente disponibile a rimuoverle.)

Il grande “gioco” della scoperta del paesaggio

[Il paesaggio dell’alta Val San Giacomo, o Valle Spluga, uno di quelli che ho più esplorato e “scoperto”, fin da piccolo. Foto di Siro Scuffi, tratta dalla pagina Facebook “Sei dell’Alpe Motta…“.]
Quando qualche anno fa cominciai il lungo lavoro di stesura di un testo per il Club Alpino Italiano che racconta la storia di una sezione del sodalizio alpinistico nazionale attraverso quella dei suoi soci in azione lungo i sentieri, le pareti e gli ambiti montani in genere nei quali la sezione è stata attiva nel tempo, dunque narrando la storia del territorio stesso e della sua frequentazione (ricreativa ma non solo), ho iniziato a rendermi vividamente conto di come quegli itinerari di cui dovevo scrivere, di qualsiasi tipo essi fossero, non erano e non sono mere tracce di un passaggio di convenienza nel territorio, e tanto meno semplici itinerari ludici nella forma e nella sostanza – anche se in tal modo oggi dai più legittimamente concepiti. Certo, il loro scopo primario contestualizzato al presente è quello, ma diventa unicamente quello soltanto se si ignora e si dimentica il moto delle genti lungo di essi nel tempo quale concreta presenza e sussistenza nel territorio attraversato, cioè l’interazione dell’uomo con il paesaggio d’intorno, qualsiasi scopo essa avesse nel passato e abbia oggi.

È stata una percezione, questa, assolutamente affascinante ma affatto inedita per me. Ho avuto la fortuna fin dalla più giovane età della vicinanza familiare di persone che mi hanno abituato al girovagare consapevole nel paesaggio (soprattutto montano), anche attraverso le più elementari camminate in luoghi apparentemente quotidiani e ovvi, la cui storia geografica mi veniva però raccontata quasi favolisticamente ma, senza dubbio, suggestivamente – almeno per la curiosità d’un bambino che si trova di fronte un mondo intero da scoprire, per il quale un semplice sentiero nel bosco diventa scenografia di infinite bizzarre creazioni della fantasia e stimolo all’esplorazione e alla scoperta di cosa ci possa essere dietro ogni svolta, ogni albero, ogni masso. Uno stimolo spesso ben rifornito di suggestioni proprio grazie alle letture dei libri che, potrei dire, divenivano esercizio per la generazione di un primario, indiretto legame tra narrazione letteraria e narrazione geografica. E se in un punto particolarmente ombroso del bosco non trovavo, io bambino curioso e immaginoso, alcun ingresso d’una casa di gnomi o nessun raduno segreto di elfi poco male: in quei frangenti la curiosità era accesa, l’attenzione resa vigile, e la visione così sollecitata poteva cogliere dettagli altrimenti ignorati e ricavare da essi nozioni più o meno importanti, inevitabilmente ingenue, spesso, ma anche quando minime ed esigue mai insignificanti, mai superflue. Attraverso il moto esuberante seppur disorganico della mia fantasia, stavo imparando a capire che nel paesaggio ogni cosa poteva narrare una storia, tratteggiare una trama, rivelare una verità, magari un segreto – tutto quanto: non solo le creature viventi, anche le piante, le rocce, i più piccoli sassi che tuttavia luccicavano al Sole come (all’apparenza) esotiche pietre preziose… e poi i sentieri, il loro percorso, il fondo, l’ampiezza, i muri, le fontane, gli spiazzi nel bosco, i solchi nel terreno fino all’esiguo panorama visibile tra gli alberi o gli spazi sconfinati dell’orizzonte aperto. Tutto.

Inoltre, grazie a questa costante esplorazione e scoperta leggera e ludica del mondo in cui mi muovevo e fantasticavo, stavo seguendo, a mia insaputa ma con tanta passione, una sorta di corso di estetica del paesaggio, ove la materia più armoniosa era determinata non solo dalla sostanza delle suggestioni ricevute ma pure, se non soprattutto, dalla spontanea, infantile (ma autentica, per gli stessi motivi) percezione del “bello” correlata al ludico, al gioco e al conseguente divertimento, che ogni essere umano in età infantile possiede, e che purtroppo sovente smarrisce nell’età adulta – se non quando ci si ritrova in circostanze ricreative per certi aspetti simili nel principio: non a caso proprio il percorrere un sentiero in ambiente naturale predispone spontaneamente alla percezione sensibile della bellezza di esso e al relativo godimento ricreativo. In tali casi come per me allora, la forma del paesaggio era ed è bella perché osservata senza alcun fine utilitaristico e dunque puramente sollecitante la fantasia: un enorme, vastissimo campo giochi – a prescindere dall’età, a ben vedere – nel quale l’importante non era tanto giocarci effettivamente ma starci dentro. Peraltro, ciò mi fa venire in mente il titolo di una delle più famose opere di letteratura alpinistica dell’Ottocento, The Playground of Europe di Leslie Stephen, filosofo, critico letterario e alpinista tra i più celebri di quel tempo (nonché padre di Virginia Woolf): un libro pubblicato nel 1871 nel qual titolo il vocabolo playground, “terreno di gioco”, non richiama solo al teatro alpino quale ambito d’azione dell’alpinistico pioneristico di quei tempi ma anche (e per certi versi in opposizione a cert’altro alpinismo dall’atteggiamento maggiormente bellicoso e prodromico di quello prestazionale moderno) il senso ludico di tale azione, appunto, per la quale lo stimolo estetico alla conquista delle vette di montagne dalla bellezza meravigliosa, ancorché rude e pericolosa, risultava fondamentale per il successo delle ascensioni e per il godimento intellettuale e spirituale di esse.

Insomma, dicevo: un campo giochi nel quale l’importante è starci dentro e, magari, giocarci. Basta questo, alla fine: il senso del “bello” non abbisogna di molto altro (che è tantissimo, sia chiaro!), solo di poter essere goduto; e solo se goduto, il più possibile liberamente, può essere pienamente percepito con tutte sue forme, segni, scritture, oggettività. La sua comprensione, più o meno intellettuale e altrettanto piena, può semmai venire in un secondo momento, ma senza la percezione di esso, l’intendimento e il riconoscimento, non lo si potrà mai veramente comprendere. Al contrario, conseguendo questa percezione, ne potrà scaturire una comprensione che del valore estetico saprà cogliere tutta l’entità.

Credo sia stato anche da ciò che, già in quella giovane età e poi sempre di più, ho ricavato la mia passione per le carte geografiche: perdermi durante innumerevoli pomeriggi nel vagare in esse con lo sguardo era uno dei passatempi preferiti, cercando di immaginarmi nella maniera più vivida possibile ciò che quelle carte raffiguravano ma, prima, venendo semplicemente affascinato dalla loro grafia, dalla rappresentazione al tratto dell’orografia del territorio e degli elementi antropici, dal seguire le linee che lo percorrevano seguendo direzioni molteplici e a volte inspiegabili e che si intrecciavano, si allontanavano le une dalle altre, correvano parallele, si biforcavano e triforcavano, formavano crocevia o, a volte, finivano apparentemente col perdersi nel nulla. Non lo capivo consciamente, ma dimostravo ciò che le carte geografiche in fondo sono: uno specchio nel quale rifletterci e vederci (o immaginarci) nel territorio, esattamente come ci vediamo nello specchio di casa con attorno la parte di essa nella quale è piazzato. Anche solo in ciò la geografia, e la sua materializzazione più pratica e funzionale, la mappa, dimostra la propria importanza essenziale: per comprenderci nello spazio, dare un senso al nostro moto in esso e per comprendere il legame che ci congiunge al territorio, al paesaggio vissuto e vicendevolmente – tra di noi in quanto creature sociali – ai luoghi in esso. Un legame che ha in sé anche la dimensione del tempo, come sancì già un secolo e mezzo fa il grande geografo francese Élisée Reclus, inventore della “geografia sociale” – base dell’attuale geografia umana – e tra i primi a comprendere come non si potesse elaborare una corretta e completa rappresentazione geografica del mondo senza lo studio storico del moto in esso dei popoli e senza la considerazione degli effetti della loro presenza nei territori attraversati e vissuti, su grande scala tanto quanto in ambiti più piccoli e locali.

Ovviamente a quel tempo, da giovane (e di certo sconclusionato) appassionato di geografia e di lettura delle mappe che ero, non conoscevo Reclus e le sue rivoluzionarie intuizioni. Nel mio piccolissimo, tuttavia, ho continuato nel tempo a mantenere vivo l’interesse per l’esplorazione del territorio e del paesaggio, il che ha reso quella percezione di cui dicevo poco fa sul reale valore dei segni, dei transiti umani e della presenza antropica nel territorio niente affatto una novità: certamente il tempo e l’esperienza l’hanno strutturata, le hanno dato spessore e maggiore riconoscibilità, tuttavia ho dovuto trasformare la percezione in intuizione per dare a quello spessore non solo una forma ma pure una profondità, sì che l’idea finalmente si correlasse tanto allo spazio quanto al tempo – un passaggio “reclusiano” fondamentale, questo, per nulla trascendentale eppure trascurato. Ma, per dire, è come voler andare in bicicletta e trascurare la capacità di stare in equilibrio su due ruote: una capacità che tutti possediamo, peraltro, semplicemente attivandola.

Un’ipotesi di “felicità”, in montagna

[Foto di Marc Wieland da Unsplash.]

Se fin dai primi passi nella montagna avevo provato un sentimento di gioia, è perché ero penetrato nella solitudine, rocce, foreste, un intero mondo nuovo si ergeva tra me e il passato; ma un bel giorno compresi che nel mio animo si era insinuata una nuova passione. Amavo la montagna per sé stessa. Amavo il suo aspetto calmo e superbo illuminato dal sole quando noi eravamo già nell’ombra; amavo le sue forti spalle cariche di ghiacci dai riflessi azzurri, i suoi fianchi dove i pascoli si alternano alle foreste e alle frane; le sue possenti radici che si estendevano lontano come quelle di un albero immenso, ogni volta separate da valloni coni loro rivoletti, cascate, laghi e prati; amavo tutto della montagna, fino al muschio giallo o verde che cresce sulla roccia, fino alla pietra che brilla in mezzo all’erbetta.

(Élisée ReclusStoria di una montagnaTararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.5; 1a ed.1880.)

Sembra pura retorica ottocentesca, quella di Reclus, arcaicamente pomposa. Eppure io credo che nelle sue parole tutti quelli che vanno per monti con passione e sensibilità – e non ci vanno per “moda”, per mero diletto turistico-ricreativo (rispettabilissimo ma a volte, mi sia consentito osservarlo, culturalmente vacuo, nei confronti dei monti) o per altre motivazioni decontestuali – si ritrovino pienamente. Perché è vero, è proprio così: non sappiamo ovvero non possiamo saperlo, in senso assoluto, cosa realmente sia la “felicità”, ma andando in montagna noi possiamo credere, pensare, ritenere, illuderci che lo stare lassù sia qualcosa di molto simile, ecco.