L’infinito a porta di sguardo

Spero proprio che gli esseri umani non perdano mai la preziosa capacità di restare incantati ad osservare il cielo stellato. Probabilmente alcuni la stanno già smarrendo, forse in certi casi non è colpa loro ma di mancanze altrui. Fatto sta che da sempre la volta celeste dona la più potente visione che l’occhio umano possa cogliere, una visione la cui intensa, soverchiante bellezza sa rimetterci al nostro posto – noi uomini sovente troppo dissennati e arroganti qui, su questo granello di roccia sperso nello spazio – e al contempo sa regalarci un’irresistibile, esaltante, incommensurabile sensazione di immensità, che possiamo percepire e sentire spandersi direttamente nel cuore, nell’animo e nello spirito. Null’altro sa darci tutto ciò e, ne sono convinto, niente altro è ugualmente prezioso e utile.

Incantatevi, a osservare le stelle, regalatevi questa emozione insuperabile. Sintonizzatevi sull’infinito, e vedrete che accadrà una sorta di prodigio: resterete coi pieni ben saldi a terra ma nella testa avrete la luce delle stelle.

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Lo scrittore è un “accrescitore” della realtà (Davide Sapienza dixit)

La relazione tra immagina­zione e territorio è l’esplorazione della poetica di una vita da scrittore, l’atto di scrutare dove tutti gli altri sono passati senza notare altro che spazio o oggetti.

(Davide Sapienza, I Diari di Rubha Hunish (Redux), Lubrina Editore, Bergamo, 2017, pag.205.)

Trovo molto bella questa definizione di Davide Sapienza sull’atto della scrittura letteraria. Lo scrittore è un autore, e l’accezione originaria di tale vocabolo è “accrescitore”: lo scrittore deve essere colui che nota ciò che gli altri non constatano, dunque colui che attraverso la propria scrittura, e la narrazione che vi scaturisce, accresce la realtà a cui fa riferimento ovvero il citato “territorio” – sia esso spazio fisico o ambito immateriale, ne arricchisce il senso, il valore, la sostanza, lo spettro dei significati, mettendo il tutto a disposizione del lettore e da esso tutto fruibile.
Ciò rimette al centro della questione “scrittura letteraria” qualcosa che io ritengo del tutto fondamentale: bisogna scrivere quando si ha qualcosa da dire e da comunicare, e qualcosa che sia nuovo dacché frutto del proprio ingegno (“L’arte o è plagio o è rivoluzione”, diceva Gauguin), dunque che possa accrescere il bagaglio culturale e/o emozionale del lettore, accrescendone la conoscenza della realtà che ha intorno – anche in riferimento a opere di fantasia, ribadisco. D’altro canto anche la fantasia è un territorio da esplorare, esattamente come lo spazio fisico – anzi, le due esplorazioni devono procedere in consonanza. Da qui nasce la poetica, da qui si genera quella visione aumentata del mondo che ogni autore, ma in fondo qualsiasi individuo, dovrebbe sapientemente coltivare.

P.S.: cliccate sulla copertina del libro per leggere la personale recensione de I Diari di Rubha Hunish.

La parola è un sassolino usurato (Marcel Duchamp dixit)

Il linguaggio è un errore dell’umanità. Tra due esseri che si amano la parola non esprime quanto di più profondo essi provano. La parola è un sassolino usurato che si applica a trentasei sfumature di affettività… Il linguaggio è comodo per semplificare, ma è un mezzo di locomozione che detesto. Ecco perché amo dipingere: un’affettività indirizzata a un’altra. Lo scambio avviene tramite gli occhi.

(Marcel Duchamp, intervista rilasciata a Otto Hahn in L’Express, luglio 1964. Citata in Renato Ranaldi (a cura di), Marcel Duchamp. Un genio perdigiorno, Edizioni Clichy, Firenze 2014, pag.139.)

duchamp_around_tableMi permetto di “dissentire” (per così dire, eh!) da quanto affermato dal genio francese – forse più per partito preso e interessato che per altro – ma d’altro canto è vero che, molte volte, il linguaggio diventa qualcosa di estremamente superficiale, nell’interscambio tra due persone: qualcosa che non riesce a esprimere nulla di quanto invece sappiano esprimere azioni all’apparenza ben più semplici e banali – uno sguardo, la piega della bocca, un gesto della mano… Tuttavia non è certo colpa del linguaggio, io credo: è semmai colpa nostra che non ci rendiamo conto della fortuna di goderne, sprecandola nel pronunciare infinite parole vuote e inutili, ecco.

L’arte, se non ci sa sconvolgere l’animo, non è tale (Andrej Tarkovskij dixit)

Tarkovsky_small-imageL’arte si rivolge a tutti nella speranza di essere, prima di tutto, sentita, di suscitare uno sconvolgimento emotivo.
(Andrej Arsen’evič Tarkovskij, citato in Francesca Pirani, Tarkovskij. La nostalgia dell’armonia, Le Mani-Microart’S, 2009)

Ha ragione, Tarkovskij: l’arte deve sconvolgerci l’animo, e sovvertire le nostre certezze, e aprirci gli occhi troppo spesso chiusi, e illuminarci la mente e il pensiero. Se ciò non accade, probabilmente non siamo di fronte a “vera” arte. Ma quando accade, allora l’arte è in senso assoluto lo strumento di visione e di comprensione della realtà più potente che l’uomo possegga. Indispensabile usarlo, e abusarne.

Certezze…

Uhm…
Il mio psicologo è in analisi da un collega.
Il mio medico di fiducia è ammalato da mesi.
Il mio fisioterapista ha un’ernia.
Il mio personal trainer è palesemente sovrappeso.
Il mio dentista porta la dentiera.
Il mio oculista gli occhiali.
Il mio parrucchiere è calvo.
Il mio benzinaio gira in bici.
Il mio macellaio di fiducia è diventato vegano.
Il mio commercialista si è dichiarato indigente.
Il mio avvocato è stato arrestato ieri, e si avvale della facoltà di non rispondere.
Ci pensavo oggi, come ogni giorno fermo in coda da più di due ore sull’autostrada. Contento.
In autostrada.
Fermo. E contento.
Aaah, la dolce emozione che ti regalano certe piccole ma preziose certezze della vita quotidiana!

Ehm…
Sapete che ore sono?