La bellezza delle montagne d’Ucraina

[Foto di Alexandr Podvalny da Unsplash.]

Oltre le verdi colline ondulate della Mittel Land si levavano imponenti pendici boscose fino ai maestosi dirupi dei Carpazi veri e propri. Torreggiavano a destra e a sinistra, e la luce del sole pomeridiano, investendole in pieno, faceva risaltare tutti gli splendidi colori di codesta bella catena, l’azzurro cupo e il viola all’ombra dei picchi, il verde e il bruno là dove rocce ed erba si confondevano, e una prospettiva illimitata di rocce frastagliate e creste aguzze, che si perdeva in lontananza, dove picchi innevati si drizzavano maestosi. Qua e là, imponenti crepacci spaccavano i monti, e in essi il sole ormai declinante di tanto rivelava il bianco schiumare di una cascata. Uno dei miei compagni di viaggio mi ha toccato il braccio mentre, aggirata la base di una collina, compariva l’alta cima incappucciata di neve d’un monte che, per via delle tortuosità del cammino, sembrava starci proprio di faccia.

[Bram Stoker, Dracula, 1897.]

L’immagine mostra un panorama dei Carpazi Orientali Esterni, ovvero la parte della catena montuosa posta in buona parte nel territorio dell’Ucraina, senza dubbio una delle più amene e suggestive. Ecco: se gli uomini di guerra comandati dal Cremlino che hanno aggredito il paese si soffermassero a contemplare la sublime bellezza di questi paesaggi montani ucraini, chissà, forse smetterebbero di devastare anche gli altri.

I boìs di Milano

[Corso Vittorio Emanuele II intorno al 1900. Foto di Photochrom Print Collection, pubblico dominio, fonte: commons.wikimedia.org.]

Via Fiori Chiari, via San Carpoforo, via Madonnina, bellissimi nomi resi equivoci dal ricordo di un non lontano passato postribolare. Il numero uno di via Madonnina oggi è chiuso, le finestre sono sbarrate con assi come avviene negli edifici vuoti in attesa di demolizione. È una decrepita fetta di casa tra via Madonnina e via Mercato, come ce ne sono tante nella Parigi di Utrillo. Qui, ai tempi di Paolo Valera, funzionava il più celebre dei trecento boìs di Milano, ristoranti di infimo ordine che il popolo chiamava sesmilaquindes, cioè 6015: un numero da prigioniero della Bassa, l’ergastolo di Mantova, e che somiglia alla scrittura della parola boìs.
Cosa si poteva mangiare in un 6015? La roma (o rosticianna, carnaccia con cipolle fritta nello strutto), la venezia (trippa), la spagnola (patate arrosto), i màccheri al sughillo (maccheroni al sugo), i vermi (vermicelli), i nervosi (nervetti all’aceto), la galba (minestra), la polenta vedova (polenta accomodata), el scagliùs (pesce), i trifol (patate) rostì e in insalada. Per finire: un bicchierino di rabbiosa (acquavite).

(Aldo BuzziL’uovo alla kokAdelphi Edizioni, 1979-2002, pag.70.)

Si dice che Milano sia la città più europea d’Italia, anzi, forse l’unica città italiana di livello europeo e internazionale ed è sicuramente vetro tanto quanto bello. Ma, per diventare ciò e risultare così meritatamente celebrata da tutti, quanto ha perso di sé e della propria identità tradizionale, del proprio piccolo/grande mondo vernacolare, della propria anima popolare e popolana, meneghina e lombarda, padana e prealpina, e di tutta la memoria storica che ne derivava (e ne deriverebbe ancora)?

Non è una domanda retorica e tendenziosa o passatista, da «si stava meglio quando si stava peggio», perché la Milano di oggi è, ribadisco, per molti aspetti sublime nella sua cosmopolita contemporaneità. È d’altro canto un’osservazione, una constatazione interrogativa che viene da porsi, inevitabilmente, quando quella intensa memoria – come grazie a Aldo Buzzi, in tal caso – torna alla luce. Per niente retorica, semmai sostanziale e inevitabile, appunto.

Faggiani, Lazzati, Magrin

Non parlo spesso di libri altrui non ancora letti, ma fatemi fare una rara eccezione per tre autori che ho l’onore e il piacere di conoscere personalmente (più o meno) e che apprezzo molto, ciascuno per le proprie preziose qualità – letterarie e non solo – e per le loro ultime opere che sono uscite pressoché in contemporanea, in questi giorni.

Tutto il cielo che serve è il nuovo romanzo di Franco Faggiani, narratore di grande sensibilità capace come pochi di raccontare la natura umana quand’essa sia in relazione con la natura del mondo in cui vive, soprattutto quando sia natura montana, al punto che Franco è tra i rarissimi (io li conto sulle dita di una mano, e forse me ne avanza qualcuna) che in Italia si possano definire, con cognizione di causa, autori di autentica letteratura di montagna – la quale, più che in genere, è uno stato intellettuale se non spirituale. E infatti i libri di Franco hanno lo stesso spirito dell’orizzonte montano: vasto, intenso, vibrante, emozionante, balsamico.

Navigatori e stelle è invece il nuovo libro di Loris Lazzati, divulgatore scientifico di rara qualità e ammirevole passione, soprattutto ogni qual volta si tratti di vagare tra le stelle del cosmo – e Loris ha la capacità di far realmente “viaggiare” mentalmente chi lo legge, o lo ascolta nelle occasioni pubbliche, tra galassie lontane e misteri siderali. Non solo: ha pure il notevole pregio di saper declinare la materia astronomica, affascinante tanto quanto a volte ostica, in qualsiasi altro contesto, rendendola chiara e coinvolgente. Se poi, come in questo suo ultimo lavoro, unisce al fascino stellare l’altrettanto fascinoso tema della storia delle navigazioni – e gli esploratori di secoli fa erano un po’ come gli astronauti odierni – non si può chiedere altro di meglio, al riguardo.

Altri voli con le nuvole, infine, è l’ultimo libro di Nicola Magrin, artista e illustratore di mirabile bravura e intensa poetica, capace di raccontare con i tratti acquarellati delle sue opere paesaggi, montagne, orizzonti e storie – umane e non solo – con una forza evocativa emozionante. Per ciò questo libro, che oltre alle illustrazioni contiene le sue narrazioni autobiografiche scritte, le quali raccontano e condensano la personale relazione con la Natura che dà anche il colore essenziale ai suoi acquerelli, appare come una preziosa, forse ineluttabile, certamente affascinante quadratura di un cerchio vitale ed esistenziale che qui si compie e, al contempo qui sicuramente riparte.

Tre libri assai consigliati, insomma. Ma penso che non vi sia bisogno di rimarcarlo – be’, ormai l’ho fatto, e va bene così. Comunque, cliccate pure sulle immagini delle copertine, per saperne di più.

Il cielo stellato sopra i monti

[Foto di Felix Wegerer da Unsplash.]
Io sono da sempre un modestissimo alpinista, privo di velleità tecniche o prestazionali e contento di riuscire a fare quanto di facile vi sia nella pratica del salire le montagne senza puntare a chissà quali imprese. Posto ciò, di vette ne ho salite a bizzeffe lungo tutte le Alpi, ma se c’è una cosa che mi ha sempre fatto felice, quelle volte che la salita da affrontare prevedeva di passare la notte in un rifugio d’alta quota, è la possibilità di poter ammirare il cielo stellato come solo lassù si può fare, nel buio notturno non corrotto da illuminazioni antropiche, avvolto in un silenzio armonioso e una quiete che culla i sensi e l’animo.

La visione e la contemplazione della bellezza infinita – in ogni senso – che la volta celeste presenta, in alta montagna, è qualcosa di insuperabile tanto quanto stupefacente. Ci sarebbe da andare in territori remoti e lontani dalla civiltà per godere di una visione simile ma lo stare in montagna, in qualche modo, fa sentire ancora più vicini alla meraviglia cosmica, fa credere di farne parte, di esserne già immersi anche se solo per poco, come se le vette d’intorno fossero veramente le colonne che sorreggono il cielo – un’interpretazione mitologica risalente alla notte dei tempi e comune a tante civiltà – e noi fatti di polvere di stelle, come enuncia la fisica quantistica.

A fronte di questa meravigliosa esperienza visiva, ogni volta diversa e potente, la soddisfazione per la vetta raggiunta diventava per me fremente ma in effetti quasi secondaria, almeno ad ascoltare le emozioni nel loro complesso. Così come poteva capitare che di questa sublime visione cosmica ne godessi, lassù al rifugio, e poi nel corso della notte il tempo si guastava, la vetta da “conquistare” non potevo salirla e gioco forza tornavo a valle ma senza affatto la sensazione di una mancanza, di un’occasione persa, anzi, convinto d’aver guadagnato una nuova e strabiliante conquista celeste, che non avrei iscritto nel personale curriculum alpinistico ma in modo ancor più indelebile nell’animo e nello spirito.

Non so se abbiate mai goduto della visione del cielo stellato dall’alta quota montana ma, se non vi è mai capitata questa fortuna, be’, mi auguro che possiate goderne almeno una volta, prima o poi. In fondo anche una sola volta può bastare per sentirsi parte integrante dell’infinito universale.

P.S.: comunque date un occhio anche qui.