Ozio e inattività

Nel nostro mondo l’ozio è diventato inattività, che è tutt’altra cosa: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca.

(Milan Kundera, La lentezza, Adelphi, 1995. L’immagine di Kundera è tratta da qui.)

Lentezza e memoria

C’è un legame stretto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio. […] Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria, il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio.

(Milan Kundera, La lentezza, Adelphi, 1995, pag.45. L’immagine di Kundera è tratta da qui.)

Non si perde tempo, qui!

[Foto di Yvonne Huijbens da Pixabay]
Comunque, volevo denotarvi che nel tempo in cui uno in città esce di casa, prende l’auto, resta bloccato nel traffico o nella folla sulla metro o sul bus, va in posta (c’è coda), va al centro commerciale, scrive dallo smartphone sui social, va a bere qualcosa (c’è pieno), cambia bar, scrive ancora dallo smartphone sui social, telefona (c’è rumore, non si sente bene) corre al parcheggio che sennò gli scade il biglietto, si rimette in coda nel traffico o tra la folla sulla metro, s’incazza per tutto questo casino, torna a casa, si rende conto di aver dimenticato di fare qualcosa, eccetera, io, qui in montagna, me ne sto sdraiato su un prato a osservare le evoluzioni in cielo di una poiana o le arrampicate d’una mamma camoscio col suo piccolo lungo una dorsale rocciosa o ancora, nascosto dietro un cespuglio, l’andirivieni infaticabile di una lepre oppure, semplicemente, a seguire i profili delle montagne stagliati all’orizzonte sull’azzurro del cielo.

Perché qui non si perde mica tempo come quelli laggiù in città, eh!
Il tempo è prezioso, non va sprecato!
Ecco.

Risposte affrettate

Il nostro di oggi, alla fine, è un mondo molto spesso basato su impressioni e risposte affrettate. Facciamo in ogni cosa della velocità una dote che crediamo imprescindibile, soprattutto dove non riusciamo a capire che così non dovrebbe essere e dunque, in primis, nel pensiero e nella riflessione, che possono avere velocità variabili e giammai “massime” – dovremmo avere qualche campanello d’allarme che suoni in tali circostanze e invece no, non lo abbiamo (più). Sia chiaro: qui l’istinto e l’intuito non c’entrano nulla, il primo è una dote da sviluppare che possiamo avere attiva o meno, il secondo è comunque un effetto del personale bagaglio culturale. No, le risposte affrettate sono generalmente conseguenza dell’opposto, del non pensiero, dell’ignorare il bagaglio culturale a disposizione e del non ascolto dell’istinto (il quale potrebbe certamente essere sbagliato ma, almeno, è dote ovvero talento propri). Per questo, molto spesso, le risposte affrettate in realtà non sono nostre ma di altri, che noi ripetiamo tali e quali per facilità d’espressione e svogliatezza intellettuale, perché in tal senso ci è comodo proferirle, o le impressioni generarle, e perché sembra che oggi, nell’era del blaterare social omnipervasivo, se non si ha qualcosa da dire su tutto non si conta nulla. È una fretta che non dona alcun impulso verso l’avanti ma, anzi, ci spinge all’indietro, verso una regressione intellettuale che, d’altro canto, nel dibattito pubblico appare quanto mai chiara un po’ ovunque.

Insomma, quel noto aforisma che qualcuno attribuisce a Mark Twain, qualcun altro a Oscar Wilde, e che dice «A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio» oggi vale come non mai. E non è affatto una bella cosa.