INTERVALLO – Cinisello Balsamo (Milano), Biblioteca e Centro Culturale “Il Pertini”

biblioteca-cinisello1Se da tempo è opinione unanimemente accettata che i migliori luoghi pubblici deputati alla cultura, nella forma e nella sostanza, siano quelli scandinavi – ovvero quelli dove, per riassumere grandemente il concetto, la biblioteca non è solo una biblioteca, ma è molto di più – anche in Italia come altrove nel mondo sono sempre di più gli spazi culturali pubblici che recepiscono tale nordica ispirazione, offrendo luoghi assolutamente notevoli e dal potenziale socioculturale fondamentale.

biblioteca-cinisello2Il Pertini di Cinisello Balsamo – città dell’hinterland milanese e per questo sofferente, in passato ma per certi aspetti anche oggi, di tutti quei disagi tipici delle zone periferiche delle città post-moderne e post-industriali – è senza dubbio uno di questi luoghi di grande potenziale. Inaugurato il 21 settembre 2012, è in primis la sede della biblioteca comunale, appunto: 5.000 mq di superficie aperta al pubblico su quattro piani, 520 sedute, una sala studio, tre aule per laboratori e corsi, un auditorium (176 posti) e una sala incontri. Ospita complessivamente quasi 120.000 documenti, dei quali i libri sono più di 85.000, oltre a circa 20.000 documenti su supporti digitali. Il Pertini è stato costruito sul perimetro della storica scuola Luigi Cadorna, di cui è stata mantenuta a titolo di rimembranza la facciata, e intende essere la nuova piazza per la città, un’occasione di aggregazione, di incontro e di scambio. Ospita corsi, mostre, concerti ed altre iniziative culturali.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web de Il Pertini.

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Se la città, “da luogo” per eccellenza, diventa anch’essa un “non luogo”. L’emblematica vicenda dello storico cinema Apollo di Milano, futuro Apple Store…

lolita apollo 20-12-62Conoscerete certamente il termine e il concetto di non luogo, introdotti nei primi anni ’90 da Marc Augé (altrimenti, molto banalmente, cliccate sul link lì sopra). Posto tale concetto, si può ben dire che sotto ogni punto di vista la migliore espressione del concetto antitetico (in senso soprattutto sociologico e antropologico, ma non solo) di luogo è senza dubbio la città.
Bene, detto ciò, avrete forse pure letto della prossima chiusura di due storici cinema di Milano, l’Apollo e l’Odeon (cliccate sui rispettivi nomi per leggere due articoli in merito), in quanto tali parimenti luoghi di aggregazione sociale nonché di cultura, inutile dirlo. Al posto del primo aprirà un Apple Store, al posto del secondo un centro commerciale – che in verità non eliminerà del tutto l’Odeon ma lo rimpicciolirà in modo drastico.
Ora: le città cambiano, si evolvono, è ottuso pensare che luoghi esistenti da più di un secolo, se non più in grado di essere quanto appena detto e di rappresentare per gli abitanti della città un motivo per vivere la città stessa, oltre che per inesorabili ragioni commerciali, possano ben essere sostituiti da altri esercizi e/o servizi, più contemporanei e appetiti dal pubblico. Insomma, sotto certi aspetti la cosa non fa una piega – inutile prevedere che ci sarà più gente fuori dall’Apple Store che dall’Apollo, anche per come i grandi multisala fuori dal centro città risultino più graditi, a quanto sembra, rispetto ai cinema cittadini – cosa che peraltro vale a Milano come in tante altre città di diversa grandezza sparse per l’Italia.
Di contro, però, vorrei raccontarvi la storia del cinema Apollo. Che non è solo la storia di un teatro/cinematografico cittadino, ma in qualche modo – leggete e converrete con me, probabilmente – è la storia di Milano e della sua gente. Traggo il testo dal sito di Giuseppe Rausa, che è l’estensore dello stesso insieme a Marco Ferrari e Willy Salveghi (trovate la versione originale qui, contenente anche moltissime immagini d’epoca e più recenti del cinema oltre a numerose locandine dei film ospitati).

Milano, Piazzetta Liberty nel 1965. A destra, al piano terra dell'edificio più alto, l'ingresso del cinema Apollo.
Milano, Piazzetta Liberty nel 1965. A destra, al piano terra dell’edificio più alto, l’ingresso del cinema Apollo.
Al civico 15 di corso Vittorio Emanuele, intorno al 1868 in un vecchio magazzino di vendita mobili, viene allestito un caffè-concerto con palco per l’orchestra, denominato Padiglione Cattaneo; il locale ottiene successo ma diventa anche un ritrovo malfamato, frequentato da entraineuses.
Sul finire del 1869, per volontà dello scrittore Carlo Righetti, meglio noto come Cletto Arrighi, il locale viene ristrutturato e attrezzato a teatro con un palcoscenico e un sipario, disegnato da Eugenio Perego e Giuseppe Tencalla. Vengono creati anche dei palchi-barcacce e una lobbia.
Nel 1870 Arrighi, per realizzare il suo progetto, affitta per dieci anni il Padiglione Cattaneo e lo ribattezza Teatro Milanese. Si tratta di un progetto oneroso: circa 35.000 lire dell’epoca (indicativamente 350 mila euro attuali, 2011); i fondi provengono dallo stesso Arrighi che aveva ricevuto una grossa eredità da uno zio, da una sottoscrizione pubblica patrocinata dal sindaco Belinzaghi e da vari prestiti.
Il locale è dedicato alla commedia dialettale e vi sono di casa il suddetto Arrighi e l’attore Edoardo Ferravilla, al quale in seguito verrà dedicato il cineteatro Ferravilla nella piazza omonima, in zona Città Studi. Per entrare nel teatro si deve passare attraverso l’androne della casa.
Il Teatro Milanese viene inaugurato il 19 novembre 1870 con la prima rappresentazione di El barchett de Boffalora, adattamento in milanese della commedia Cagnotte di Labiche.
In quella importante sala, in qualità di spettatori passano, tra gli altri, Giuseppe Verdi e Arrigo Boito.
Il 29 marzo 1896 debuttano le prime proiezioni cinematografiche nel capoluogo lombardo: in quella data viene presentato al Circolo Fotografico di Milano (via Principe Umberto, 30) il “Cinematografo Lumière” che, il giorno dopo (30 marzo 1896) esordisce pubblicamente, tra la generale perplessità, presso il Teatro Milanese. Dalle ore 20 alle ore 23 gli spettatori fanno la conoscenza di questa nuova forma d’arte con i primi brevi filmati (a volte non superano il minuto) che non mancano di suscitare emozioni e talvolta anche spavento. Le proiezioni avvengono con apparecchio Lumière Calcina di proprietà di Giuseppe Filippi, un intraprendente fotografo che è il vero organizzatore di queste importanti serate.
Nato nel cuneese, Filippi è presente a Parigi al Salon Indien del Grand Café di Boulevard des Capucines n.14 (la via che collega place de la Madeleine con place de l’Opéra; attualmente tale sala fa parte dell’Hotel Scribe) la sera del 28 dicembre 1895 (sostanzialmente la data di nascita del cinematografo), allorché i fratelli Lumiére mostrano per la prima volta dieci filmati a poche decine persone (la capienza della saletta era di 100 persone).
Questi ultimi danno in prestito alcuni filmati al Filippi con l’incarico di mostrarli in Italia. Dopo il periodo di proiezioni milanesi, il fotografo piemontese si sposta in altre città italiane quali Brescia, Verona, Padova, La Spezia, Reggio Emilia, Bologna e Firenze. Nel settembre 1896 è nuovamente al Teatro Milanese dove propone anche alcuni filmati propri tra i qualiL’inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele (avvenuta a Milano nel 1896), I pompieri in azione e La piazza del Duomo. Nello stesso mese è alla Villa Reale di Monza dove presenta il proprio spettacolo a re Umberto I.
Negli anni seguenti il Teatro Milanese continua a proporre per lunghi periodi alcune antologie di filmati, alcuni dei quali realizzati a Milano.
In definitiva possiamo considerare il Teatro Milanese il primo effettivo cinematografo della città lombarda (e probabilmente il primo in Italia), in grado di ospitare alcuni filmati dei fratelli di Besancon a soli tre mesi dalla loro prima proiezione parigina.
Nel marzo 1902 il locale termina la propria attività e, poco dopo, viene demolito: al suo posto sorge l’Albergo Corso il cui edificio, situato sempre in corso Vittorio Emanuele n. 15,  si caratterizza per la fastosa decorazione liberty (vedi foto datata 1948).
La gestione dell’Albergo Corso ripensa lo spazio teatrale che ha incorporato e fonda, nello stesso spazio, il teatro Trianon. Tra le due guerre questo teatro sarà uno dei principali della metropoli lombarda; alla fine del 1938, in ossequio al furore autarchico del regime, muta nome (di derivazione francese) in Mediolanum.
Durante il conflitto mondiale il locale non viene eccessivamente danneggiato ed è quasi sempre attivo. Nel dopoguerra, a partire dall’autunno 1947, viene inaugurato il cinema Mediolanum che opera parallelamente al teatro omonimo, utilizzando lo spazio del Pavillon Doré, un tabarin di inizio secolo dalla fama equivoca, posto nello scantinato dell’Albergo Corso. Questo locale, pertanto, fa  parte del folto gruppo di sale sotterranee aperte nel centro cittadino nell’immediato dopoguerra.
Così mentre nel teatro continuano ad alternarsi rivista, opera lirica e teatro di prosa, il sottostante cinema offre film in terza visione. Insomma il Mediolanum è l’anti Odeon, dove il cinema sta sopra e il teatro sotto.
Per alcuni mesi del 1949, il locale cambia nome in Cinebreve: in questa fase la sala programma solo cortometraggi e documentari e sono particolarmente frequentate le proiezioni della domenica mattina. Il locale continuerà questo tipo di programmazione fino alla primavera 1951, ossia molto tempo dopo aver ristabilito il nome di cinema Mediolanum
La sala cinematografica chiude nella primavera 1953. L’edificio dell’Albergo Corso, nonché Teatro e Cinema Mediolanum, viene demolito per far posto alla Galleria De Cristoforis all’interno della quale troverà posto il cinema Apollo il cui ampio spazio sotterranneo è in parte coincidente con quello del cinema Mediolanum.
La facciata Liberty dell’Albergo Corso viene rimontata su un edificio della vicina piazzetta Liberty.
Nel 1971 – a poche decine di metri – verrà inaugurato un secondo cinema Mediolanum, anch’esso sotterraneo; ma questa è un’altra storia.
A partire dagli ultimi mesi del 1947 entra in funzione in via Nirone (dalle parti di palazzo Litta – corso Magenta) il cinema Apollo. Il nome è ispirato al personaggio della mitologia greca, dio delle arti, della medicina, della musica e della profezia e patrono della poesia. Si tratta di una sala di terza visione nella quale vengono ospitate numerose pellicole interessanti quali Il delitto di Giovanni Episcopo (Lattuada, 1947), Ladri di biciclette (De Sica, 1948) nel 1948, Arriva John Doe (Capra, 1942), La vita è meravigliosa (Capra, 1946) e Narciso nero (Powell, 1947) nel 1949, La provinciale (Soldati, 1952) nel 1953, Piccolo mondo antico (Soldati, 1941) e Johnny Guitar (N. Ray, 1954) nel 1955 e Il colosso d’argilla (Robson, 1956) nel 1957.
Nella prima metà del 1959 il cinema Apollo di via Nirone chiude (l’edificio viene demolito di lì a poco e sostituito da un piccolo giardinetto e da un nuovo condominio residenziale) per riaprire come elegante sala di prima visione in centro, nel sito occupato fino a qualche anno prima dal cinema Mediolanum. Si tratta di una delle ultime sale sotterranee create nel periodo 1945-60 lungo il tracciato di corso Vittorio Emanuele.
Sfruttando le voragini aperte dalle bombe degli Alleati nel 1943-45 nasce una vasta zona sotterranea tra via San Pietro al’Orto (dove si trova il sotterraneo cinema Arlecchino, tutt’ora operante) e corso Vittorio Emanuele (in prossimità della Galleria del Corso). In essa viene a collocarsi l’imponente, nuova sala dell’Apollo (Galleria De Cristoforis 2; 1230 posti) inaugurata, come si è detto, nel 1959 all’interno della nuova “torre” edificata in piazzetta Liberty da Erminio ed Ermenegildo Soncini (l’edificio era terminato già nel 1957), cinema che va ad aggiungersi all’ormai ragguardevole numero di sale di prima visione collocate tra piazza San Babila e piazza Duomo.
L’Apollo è progettato dall’architetto Lodigiani, la cui moglie è la proprietaria. Al cinema si accede da una serie di porte a vetri poste ad angolo che danno su un piccolo atrio con di fronte la cassa e una statua del dio Apollo di Veio, tuttora presente. Alla destra della cassa si trova uno spazio dove vengono affisse le fotobuste. Sulla sinistra una scala e un piccolo ascensore conducono in un atrio sotterraneo dove si trovano un piccolo bar e gli accessi alla sala, dotata di platea e galleria. Il Cinema Apollo è collegato, con gallerie sotterranee, al cinema Astra e le uscite di sicurezza portano alla Piazzetta Liberty e in un parcheggio sotterraneo, dove, in alcuni casi, gli spettatori più sprovveduti si sono avventurati, perdendosi.
La sala è inizialmente gestita dalla E.C.I. (che segue molte sale milanesi tra cui Odeon, Puccini, Dal Verme, Manzoni, Missori, Impero, Cielo, Giardini e Las Vegas) a cui subentra la direzione di Luigi De Pedys dagli anni ottanta, privilegiando spesso film più commerciali. La cabina funziona con proiettori Cinemeccanica Vittoria 8 manuali, poi sostituiti da Vittoria 5 con sonoro Dolby Digital.
Il 25 gennaio 2004 il cinema chiude (ultimo film programmato dall’Apollo monosala è Master & Commander, Weir) e viene radicalmente ristrutturato per poter competere con la sfida dei Multiplex. Dalla grande sala sotterranea vengono ricavate ben cinque salette – la più grande di 300 posti, le due più piccole di 130 posti – intitolate a figure della cultura mitologica quali Gea, Fedra, Elettra, Dafne e Urania.
La nuova multisala, rinominata Apollo spazioCinema (nonché imparentata con l‘Anteo spazioCinema), viene inaugurata nei primi mesi del 2005 e offre una programmazione cinematografica di qualità, talvolta proponendo rassegne tematiche e festival (Rivediamoli, Sabaoth Film Festival, Telefilm Festival, Cinesofia, ecc).

Per la cronaca, qui trovate anche la storia – similare a quella dell’Apollo – del cinema Odeon, sempre tratta dal sito di Giuseppe Rausa.

Bene, come accennavo prima forse ora converrete con me che non si sta realizzando semplicemente la chiusura di due sale di proiezione economicamente non più fruttuose ovvero gravate da altri problemi e dunque che è giusto e bene che vengano sostituite da altre cose, seppur opinabili come due esercizi di natura super-commerciale e/o consumistica totalmente opposta a quella culturale originaria. Qui si sta chiudendo, anzi, si sta in qualche modo calpestando la storia di Milano.
Vado ancora oltre: queste “iniziative” meramente commerciali, parecchio numerose negli ultimi anni – a Milano come altrove, appunto – stanno ottenendo un risultato drammatico: stanno trasformando il luogo per eccellenza, ovvero il centro della città, in un non luogo, di forma, sostanza e natura sociologica identica a quegli spazi che genialmente Marc Augé definì in tal modo. Luoghi conformati per servire il solo scambio commercial-consumistico, non più da vivere ovvero vivibili (ma il termine è fin troppo esagerato) solo per quello scopo ben determinato, privati di qualsiasi anima, storia, carattere, identità urbana, uguali a tanti altri altrove dunque disgreganti in modo profondo i legami sociali tipici di un luogo ad alta densità abitativa quale è un centro abitato, se grande ancor di più.
Di questo passo, il centro di Milano risulterà uguale in tutto e per tutto a quello di Parigi, Londra, Bangkok o New York, ovvero ad un grande centro commerciale, ricolmo di beni da vendere/acquistare e totalmente vuoto d’anima. Il che non vuol dire che, in base a tale mutazione, la città non sarà architettonicamente più bella, sia chiaro, ma certamente sarà molto molto molto più povera e urbanamente, socialmente, civicamente misera.
Tutto ciò nonostante Milano, negli ultimi anni, abbia certamente migliorato la propria offerta culturale, soprattutto in tema di luoghi museali e dedicate all’arte moderna/contemporanea. Tuttavia, la cultura ha bisogno di un terreno solido e stabile per svilupparsi al meglio: i suoi palazzi possono anche avere ottime fondamenta, ma se il terreno è stato reso franoso, pure la loro stabilità alla lunga potrebbe uscirne compromessa.

INTERVALLO – Milano, Biblioteca Chiesa Rossa

chiesa-rossa2Nell’ex stalla di una tipica cascina lombarda del Seicento è stata inaugurata nel 2004 la nuova sede di uno dei più bei luoghi pubblici di Milano dedicati ai libri e alla lettura, la Biblioteca Chiesa Rossa. La ristrutturazione ha recuperato l’architettura originaria in modo da creare una sospensione tra interno ed esterno grazie alle ampie vetrate sul parco che la circonda e ai portici coperti che ben si prestano, nella bella stagione, alla lettura e allo studio come alle varie manifestazioni culturali proposte. Gli scaffali in alluminio e legno e gli arredi moderni e colorati che la completano, creano un mix d’effetto tra tradizione e modernità.

chiesa-rossa3chiesa-rossa1chiesa-rossa4La collocazione della Biblioteca in un ambiente ex rurale, oggi contiguo al Parco Agricolo Sud Milano, connota la struttura di una spiccata sensibilità per questo particolare contesto. Ogni anno a maggio diventa così la sede di un convegno socio-gastronomico che intreccia la riflessione sul cibo e sul linguaggio per rafforzare la coscienza alimentare e culturale dei consumatori.
Cliccate sulle immagini per visitare le pagine web della biblioteca nel sito del Comune di Milano.

“Non ci fosse stata quella biblioteca, saremmo morti in tanti”. Giuseppe Genna contro la chiusura della Biblioteca di Calvairate, Milano (e contro tutti i casi simili)

bibliocalvairateDa bravo (nel senso di alquanto appassionato e irriducibile, più che altro) difensore delle biblioteche pubbliche in quanto luoghi socio-culturali fondamentali, dal piccolo paese di poche anime alla metropoli (unitamente alle librerie indipendenti, ovvero quelle condotte con modi imprenditorial-culturali, e non come fossero hard discount ultra patinati), non posso non offrire a mia volta una spero utile eco alla lettera che Giuseppe Genna, certamente tra i migliori e più arguti scrittori italiani in circolazione, ha indirizzato al sindaco di Milano al fine di intervenire e fermare i lavori di demolizione della Biblioteca di Calvairate, quartiere della periferia Sud di Milano ove Genna è nato e cresciuto. Luogo non esattamente idilliaco e inesorabilmente mosso da dinamiche sociali complesse, nel quale la biblioteca è veramente un tesoro sociale e culturale inestimabile, uno dei pochissimi spazi viventi di aggregazione e di proficuo interscambio civico.
Poi, pare che la biblioteca verrà ricostruita in modo quasi del tutto identico (?!) ma non subito. E sapete bene che “non subito”, in Italia, può anche voler dire “probabilmente mai”.
Spero che la mobilitazione di tanti sul web (e non solo) favorita dalle parole di Genna ottenga il risultato sperato. E mi auguro pure che sia, tale mobilitazione, emblematica e proficua per qualsiasi altra simile situazione. Perché ce ne sono parecchie altre, in giro per l’Italia, un paese sempre inguaribilmente sprezzante nei confronti della cultura e, in generale, di tutte quelle cose che possono rendere la vita quotidiana dei suoi cittadini più elevata e consapevole.
(QUI trovate un articolo tratto da Q CODE MAG dal quale ho a mia volta tratto la lettera, che vi dice qualcosa di più sulla questione.)

P.S.: è una lettura un po’ lunga, come noterete. Ma merita, ve lo assicuro.

GENNA
Caro sindaco Giuliano Pisapia,
mi chiamo Giuseppe Genna, letterato e metafisico, aggettivi che, come Lei intuirà, significano la medesima cosa.
Mi permetto di scriverLe, appellandomi alla Sua preziosa attenzione, proprio come un liberto poteva un tempo fare pervenire a un dominus la sua prece. Non Le scrivo in merito all’atteggiamento della Sua rispettabile giunta e della Sua illuminata guida rispetto alla strategia circa gli sgomberi sociali o alle politiche culturali che dovrebbero impreziosire la nostra amata cittadina, in un periodo tanto delicato e coinvolgente qual è quello durante il quale si svolge la celebratissima fiera internazionale dell’Expo, che tanto ammanta di prestigio il nostro distretto abitativo almeno quanto inculca a viva forza in me lo sdegno che si accompagna sempre, brace silente, e dal di sotto, allo scetticismo. Nemmeno Le scrivo per esprimere lamentele e lamentazioni in ordine alla, a mio umillimo parere, sensazionale politica che riguarda il traffico e i lavori pubblici relativi alla creazione di linee metropolitane. E nemmeno quanto alla divertente vicenda di Uber e dei taxisti che hanno pagato centinaia di migliaia di euro per una licenza regolare, vicenda che il Suo assessore ha gestito con atti di consistenza politica che hanno fornito a tutti un momento ludico così raro all’ombra della Madonnina. E, giuro, non mi permetterei mai e poi mai di disturbarLa relativamente al nodo della Sua candidatura, il quale nodo non si scioglie, nonostante l’incombere delle amministrative, paralizzando, a quanto pare, l’azione civile e politica di tutti quanti Le hanno voluto bene qualche anno fa.
Le scrivo, invece, per sollecitare un Suo intervento e un cambiamento di rotta riguardo una questione microscopica, e per questo molto emblematica e quindi molto potente, che concerne la chiusura e l’abbattimento della struttura della Biblioteca Comunale Calvairate (sul Corriere della Sera è apparso questo, immagino lo saprà: http://bit.ly/1zpnFYZ).
Comprendo che si tratta di minima cosa. Può ovviamente scacciare come una mosca fastidiosa questa pubblica esposizione personale, meno universale della prestigiosa rassegna che Milano sta per ospitare. Tuttavia, gent.mo signor sindaco, c’è il fatto che questa vicenda, secondarissima e intuibilmente distante da interessi generali, attiene precisamente al nucleo stesso per cui Lei è primo cittadino: si tratta della vita vivente e di quella vissuta, cioè della politica e della storia, delle persone che lì stanno a smaltire i rifiuti che la società, da decenni, oppone loro con infaticabile e scientifica coerenza.
Calvairate è un quartiere adagiato nella periferia sud di Milano. Essendovi nato e cresciuto, e avendo intrapreso lo hobby della scrittura letteraria, ho trattato in modo laicamente mitologico quella zona dimenticata dal dio delle piccole e grandi cose. Come sa, si tratta di uno dei tanti quartieri a rischio del nostro bello e industrioso capoluogo di provincia.
Ciò è dovuto a un incrocio molto virtuoso di elementi che, tutti insieme, condizionano la vita della capitale morale del Paese: è un quartiere a prevalente abitato ALER, dove allignano tigne umane capaci di resistere a qualunque disagio e di rimetterlo in circolo nel consorzio umano, tra le quali mi glorio di essere cresciuto, io stesso tenia umana, con fioriture esotiche ed esogene a dire poco stupefacenti, per inerire a uno dei molti peccatucci che ivi si commettono, tra gang rivali connotate etnologicamente in tinte diverse, tra vecchiume incolto e sporcizia fisicomorale di eccellente fattura, occupazioni abusive che sono la risposta più neutra e naturale a una gestione degli alloggi scelleratissima e protrattasi nei decenni, mentre garantisco che lì a nessuno frega un cazzo della questione “rom”, in quanto tu ti aggreghi coi tuoi, signor Sindaco, e gli spezzi le gambe, agli zingari dell’incredibile aggregato di roulottari di via Zama, là dopo il Macello oramai svuotato, a destra delle Case Minime che i littorii eressero nel Ventennio, e dico il primo dei due ventennii fascisti che la nazione ha conosciuto, sempre enfiandosi di gioiosa euforia piccoloborghese, che giustamente il ceto da cui Lei proviene e in cui si è formato ha riguardato con illuminato sospetto, se non con legittima suspicione.
Insomma, per farla breve e rozza, il che non è da scrittori e metafisici, Calvairate è un piccolo helter skelter in cui non si ravvede un Charles Manson, o un girone infernale in ridotta che non dispone di un Alighieri, poiché c’è soltanto un Genna a farne cantiche sghembe e malmesse e non fondative o geniali.
Tra il conato della città delle merci che doveva essere il polo mai realizzato di Macello_Ortomercato_Mercato-Ittico, tra protesta contro il degrado di cui è perenne e pubblica amministratrice la povera signora Franca Caffa, di cui parlò Giorgio Bocca in una sua geniale cantica, tra spaccio e conflitto interetnico, tra criminalità organizzata che realizzò mirabilmente nel 1992 il caso dell’arsenale scoperto in piena Tangentopoli in via Salomone (tra Calvairate e Trecca, verso il campo nomadi, nomadi che sono stanzialissimi), tra esplosioni delle bomboniere ALER che furono carceri IACP, tra morti per strada e trasmissioni di Santoro a denunciare che non si denunciava, tra ordigni inesplosi della Seconda e sedi nazionali di Testimoni di Geova e Scientology (fino ai Novanta stavano in via Lattanzio e in via Abetone: Calvairate pienissima), è cresciuta una popolazione renitente a tutto, abbandonata a se stessa e meno male, ché, se venivano ad aiutarla, cacciava a calci nel sedere (o, immagino io, ben più che calci nel sedere) gli ausilianti.
Tra questa perduta gente c’ero io.
Le dico cosa era prevedibile che mi succedesse. Sono ovviamente immune da narcisismi, che qualcosa hanno a che fare con la scrittura letteraria, ma nulla con la metafisica. Se parlo qui di me, signor sindaco, è perché l’essemplo basti.
Doveva succedere questo. Approfittando in giovane età della festosa disponibilità di droghe pesanti, che le leggi speciali non impedivano arrivasse a noi derelittissimi, io avrei probabilmente: abbandonato gli studi; cercato e trovato un lavoro di nessun rilievo intellettuale e di molto impegno manuale, e questo se andava bene (del resto, in nero all’Ortomercato comunque lavorai); assunto una quantità indebita di stupefacenti, nello specifico noti oppiacei che hanno fatto fuori mezza generazione meneghina; sconfinato spesso e con felicità verso il Corvetto, che oggi è un’ulteriore emergenza sociale per Lei e la giunta attuale oltreché per quelle future, salvo che non risulta affatto un’emergenza agli abitanti del Corvetto medesimo, i quali se la cavano da soli e ai quali non bisogna rompere i coglioni e i commerci; plausibilmente morire di overdose in uno a scelta tra i giardini di piazza Martini o piazza Insubria o parco Alessandrini, luogo quest’ultimo dove si trovava un secondo arsenale, diciamo mobile e in transito perenne, come del resto nelle aree più cupe e inarrivabili del molosso ortomercantilizio.
Invece, signor sindaco, sono entusiasta di dire a me stesso e a Lei questo: io mi sono salvato. Mi sono salvato da una sorte breve e amara, fuoriuscendo da conflitti famigliari impensabili e sempre attuali, da rovine ed esistenziali che le petit Paris italiane si sognano facendo incubi. Io, e non per merito dei miei genitori, i quali purtroppo per loro non potevano nulla contro il momento storico e ambientale in cui venivo concrescendo fino all’attuale non perfetta forma, non mi sono salvato da solo: mi sono salvato grazie alla Biblioteca Comunale Calvairate.
La Biblioteca Comunale Calvairate è un edificio prefabbricato basso e largo, che si affaccia sul piazzale della mia infanzia, un’età dell’oro che copriva certe carie dentarie nei Settanta. Sta nella via Ciceri Visconti, dove si fanno le vasche tra il cosiddetto “Transatlantico” di Giò Ponti e il blocco ALER che fa via Tommei fino a viale Molise. Ci fu uno scontro inimmaginabile tra camerati e militanti comunisti, con viva partecipazione di ex partigiani, all’esordio nel 1969. Volarono pistolettate come se piovesse. Il governo, nazionale o locale, era ladro e distante anche allora. Quella biblioteca stava un centinaio di metri dalla sede di Alfabeta e della Cooperativa Intrapresa di Gianni Sassi e lì passavano a stormi intellettuali e artisti, da Demetrio Stratos a Franco Battiato, da Antonio Porta a tutto il movimento Fluxus italiano, da Francesco Leonetti ai Situazionisti.
Io entravo chino nella Biblioteca Comunale Calvairate: chi stava lì era infatti considerato affetto da una forma non terapeutizzabile di disfunzione erettile e di cretinismo, sia pure in quell’età precoce in cui i turbamenti erotici e politici parrebbero non scuotere le giovani membra. La mente, solitaria e china anch’essa, si formava sui molti dei moltissimi testi che riposavano su scaffalature metalliche grigie di pessima specie. Lì dentro c’era sempre caldo con un odore di cuoio capelluto con la forfora. Era il buen retiro dei tossici meno ineleganti, che venivano in quell’edificio basso e accogliente a gustarsi e dismettere le loro estasi sonnolente, comunque non prive di epistassi e arresti cardiocircolatori. Feci la spola tra lì e i caffè della pubescenza e dell’età adulta: milioni di volte calcando gli asfalti calvairatesi, che erano stati calcati decenni prima di me dalle SS accampate nel centro direzionale di Milano, il quale si trovava sempre a Calvairate, in via Monte Velino. Una volta trovai un cadavere umano, molto più spesso cadaveri di piccioni, bisunti e sgraziatamente arruffati ma rachitici.
Signor sindaco!, mi creda: lì stavo per sposarmi, conobbi nella Biblioteca Comunale Calvairate una bellissima fanciulla, ella mi prese il cuore. In piena Calvairate! E’ un luogo dove, Le garantisco, non è possibile innamorarsi. La celeberrima hit di Memo Remigi ha in Calvairate la sua smentita più patente.
Non ci fosse stata quella biblioteca, saremmo morti in tanti di più di quanto sono morti, non avremmo avuto la possibilità di fiorire quali virgulti, e avremmo privato le pubbliche scene di opere artistiche ragguardevoli: io non avrei scritto i miei libri, Giuseppe Povia non avrebbe cantato che i bambini fanno tutti “oh”, Costantino Vitagliano non sarebbe riuscito a sbarcare il lunario via etere da Maria De Filippi (entrambi, miei coetanei, costituiscono la crème del quartiere, ancora oggi detto “popolare”, con un filo di ipocrisia un filo pelosa: si sa infatti che, se i quartieri continuano a esistere, il popolo non esiste più).
Ora, signor sindaco, io Le ho sommariamente accennato a un’esperienza personale legata a quel centro di aggregazione e continua formazione che è la Biblioteca Comunale Calvairate. Provi per favore a immaginare quanto ha fatto, quanto ha contribuito, quanto ha regalato in termini umani, e cioè anche politici e sociali, una semplice biblioteca di quartiere, che ora la giunta da Lei guidata vuole disfare, per aprire un’ulteriore mirabile iniziativa in quella sede di sogni mai realizzati che è l’ex Macello (dove l’amico Gabriele Salvatores girò il kolossal italiano “Nirvana”: immagino che sia Suo amico, Salvatores, perché io non l’ho mai conosciuto personalmente).
Signor sindaco Giuliano Pisapia!: rinunci al puntiglio e permetta che resti in piedi, viva e pulsante, la Biblioteca Comunale Calvairate, che Le garantisco è proprio ciò di cui si ha sempre bisogno: una possibilità di redenzione personale minima e a portata di mano, un piccolo porto dei desideri che cresceranno come tali e faranno la fine che faranno ma non la faranno subitissimo. Se Lei spegne la Biblioteca Comunale Calvairate si rende colpevole di una cecità che assassina la vita vivente e vissuta della civiltà in cui io e Lei, con tutte le differenze di ceto e di classe e di educazione che ci distinguono l’un l’altro, ci siamo imbevuti ab initio: è la civiltà dell’umanismo, nemmeno dell’umanesimo, signor sindaco.
Un’ultima notazione. Nel 1981 rubai dagli scaffali della Biblioteca Comunale Calvairate un tomo, un’antologia di poesia contemporanea edita da Feltrinelli: non la leggeva nessuno, io avevo firmato la scheda di prestito troppe volte. Me ne appropriai. E’ uno dei due furti di cui mi sono macchiato nella mia non eclatante vicenda umana. Non ho mai restituito quel librone, ce l’ho ancora. Smentisco di avere fatto realmente questa cosa, sono uno scrittore, non credetemi: faccio fiction, è tutto inventato, anche quando dico che è vero. E’ vero, signor sindaco: ho rubato e detengo tuttora nella mia abitazione l’antologia della poesia italiana degli anni Settanta edita da Feltrinelli. Sospettarono di me, i bibliotecari, sospettarono di quel ragazzino che allora pareva anoressico e proveniente dall’Atlante, non immaginando che i ragazzini davvero provenienti dall’Atlante si sarebbero anch’essi appoggiati all’assistenza aggregativa di quei locali illuminati da neon giallastri e ballerini.
Signor sindaco: se Lei permette alla Biblioteca Calvairate di non chiudere e non essere abbattuta e di vivere, giuro che con una cerimonia pubblica io vado a restituire quel libro che ho rubato.
Mi faccia sapere.

Giuseppe Genna