Nulla cambi affinché tutto resti uguale, in Italia

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Il governo italiano in carica, riguardo la carenza di carburanti dovuta al blocco dello Stretto di Hormuz, sta facendo ciò che non si dovrebbe fare: continua a ridurre le accise per accontentare la volontà popolare ma così favorendo il consumo proprio mentre il petrolio scarseggia.

Lo rimarca “Il Post” in questo articolo di qualche giorno fa, che a me invece denota – tra le altre cose – il costante assoggettamento del nostro paese all’automobile, probabilmente il bene al quale più di ogni altro l’italiano è stato abituato a tenere, lo “status symbol” per eccellenza e non tanto perché può denotare il benessere conseguito ma, più banalmente ma d’altro canto più drammaticamente e dunque assurdamente, perché ci fa sentire parte della “società nazionale”. Ecco dunque che da tempo l’Italia è il paese dell’Unione Europea con il più alto tasso di motorizzazione, con circa 701 auto ogni mille abitanti nel 2024 (ultimi dati ISTAT certificati), ben al di sopra della media UE di 578. Ed è un dato in costante aumento: nel 2023, avevamo 694 auto ogni mille abitanti, nel 2014 erano 601.

[Tasso di motorizzazione nell’Unione Europea, numero di autovetture ogni 1.000 abitanti. Dati ufficiali Eurostat.]
Le conseguenze di tale dipendenza cronica sono sotto gli occhi di tutti: strade costantemente intasate, inquinamento, elevato numero di incidenti (l’Italia ha un tasso di incidenti di 51 ogni milione di abitanti, la media UE è 45; dati ISTAT e Commissione Europea) e, come effetto collaterale, scarsa attenzione e carenza di sviluppo verso le reti dei trasporti pubblici.

A fronte di tutto ciò cosa fanno i politici italiani, dimostrando ancora una volta la propria alienazione dalla realtà delle cose e l’infimo livello del loro operato? Pensano soltanto ad aumentare le strade. Ché è un po’ come pensare di guarire un alcolizzato cronico dandogli ancora più alcolici da bere, invece di ridurglieli costantemente fino a riportarli ad una quantità che non genera più problemi. Abbiamo le strade sempre più intasate? Facciamone delle altre! Abbiamo i parcheggi pieni? Facciamone degli altri! Scarseggia il carburante al punto da pensare come farne scorta? Facciamo in modo che lo si consumi come al solito!

Non ce la possiamo fare, insomma, e siccome la classe politica che ci comanda è inesorabilmente lo specchio della società che governa, ecco che continuiamo a raschiare il fondo di un barile senza renderci conto che in realtà l’abbiamo sfondato da tempo e stiamo scavando nella melma – ho scritto melma, si noti l’eleganza. Basti pensare alle opere che sono state progettate, realizzate o programmate (ritardi e problemi vari a parte) per le Olimpiadi di Milano Cortina: per la gran parte sono opere viabilistiche, strade per auto private. In una delle zone d’Italia – la Lombardia, il Veneto, il Trentino-Alto Adige – tra le più trafficate e intasate d’Europa.

[Il cantiere della nuova “tangenziale” di Tirano, in Valtellina, una delle opere stradali che dovevano essere concluse per le Olimpiadi e invece non è stata ancora aperta. Immagine dell’agosto 2025 tratta da www.localteam.it.]
Invece, dovremmo approfittare di occasioni del genere e di circostanze come la crisi del petrolio derivante dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, nonché più in generale dal fatto che di combustibili fossili prima o poi ne ce ne saranno più (senza contare il loro impatto sulla crisi climatica in corso) per avviare un grande piano di sviluppo infrastrutturale delle reti di trasporto pubblico, ferroviario in primis, che ne decuplichi l’estensione e l’efficienza non solo nelle zone più antropizzate ma pure, per certi versi soprattutto, nelle aree interne e montane. D’altro canto la quota delle energie alternative e rinnovabili sta aumentando costantemente, più per l’iniziativa privata e pur nel disinteresse al riguardo dei governi: perché non fare lo stesso anche negli ambiti deputati alla gestione pubblica, del tutto correlati ai precedenti perché nel complesso in grado di sostenere la tanto decantata e poco attuata transizione ecologica oltre che a rendere il mondo che viviamo più vivibile e – altra frase (s)fatta – «a misura d’uomo»?

[Tasso di motorizzazione nelle regioni alpine, numero di automobili ogni 1.000 abitanti (Regioni NUTS 2 o Cantoni). Per cosa sia l'”anomalia fiscale” indicata nel grafico si veda la nota in calce all’articolo.]
La mia risposta: perché non ce la possiamo fare proprio. Anzi, non ce la vogliamo fare. Il gattopardiano «tutto cambi affinché nulla cambi» ormai è da modificare istituzionalmente in «nulla cambi affinché tutto resti uguale»: perché non c‘è più nemmeno la finzione, il far credere qualcosa per mero inganno, perché in Italia tutto l’impegno delle istituzioni governative (di qualsiasi parte siano) è messo proprio nel mantenere pervicacemente lo status quo. Esattamente come accade sulle montagne, dove a fronte dei cambiamenti epocali in corso – climatici, ambientali, ecologici, sociali, culturali… – si fa di tutto per mantenere le cose come stanno, perché «si è sempre fatto così» e, dunque, se non nevica più bisogna costruire altre seggiovie, se fa troppo caldo per mantenere la neve al suolo bisogna sparare ancora più neve artificiale, se ci sono troppi turisti, escursionisti o ciclisti in aree naturali di pregio bisogna costruire altri ristori, allargare i sentieri, tracciare nuove ciclovie.

Non ce la possiamo fare, ribadisco. Fino a che, alla fine di tutto, qualcosa inevitabilmente cambierà – crollandoci addosso e “seppellendoci” sotto gli effetti della nostra decennale meschinità.

N.B.: Per “anomalia fiscale” (riferita in particolare a Valle d’Aosta e Trentino) si intende una distorsione statistica causata da vantaggi economici locali, che fa apparire sulla carta un numero di vetture enormemente superiore a quelle che circolano davvero sulle strade di quelle regioni. In parole semplici, non sono i residenti ad avere 2 auto a testa ma, ad esempio, sono le società di noleggio a lungo termine e le flotte aziendali di tutta Italia che decidono di immatricolare lì i propri veicoli. In ogni caso, il tasso di motorizzazione delle regioni alpine è quasi ovunque superiore a quello medio della UE.

Il debito pubblico record dell’Italia e il rischio per i territori montani

[Immagine tratta da www.vice.com.]
Durante questo 2026, con qualche anno di anticipo rispetto alle previsioni, il debito pubblico italiano supererà quello greco, finora il peggiore in Europa, diventando così il più alto dell’Unione Europea e il secondo tra i paesi avanzati (dopo il Giappone, che tuttavia è uno stato poco o nulla paragonabile all’Italia); ne dà notizia “Il Post” in questo articolo. Si sapeva che prima o poi sarebbe successo, dato che da anni la Grecia ha impostato un percorso decisivo di riforme e riduzione del debito, sopportando un rigore dei conti e costi sociali anche molto pesanti. In Italia invece negli ultimi anni il debito pubblico ha tendenzialmente continuato ad aumentare – denota l’articolo citato, ma è quasi inutile che lo facesse – per politiche costosissime e inefficienti.

Ciò significa che nei prossimi anni l’Italia destinerà ancora meno risorse di ora per la spesa sociale, aumenterà i tagli, ridurrà i servizi di base; di contro c’è da temere, visto il modus operandi ormai consolidato nei decenni dalla politica italiana, che non saprà (e non vorrà) ridurre gli sprechi, le spese inutili, le iniziative politiche strumentali e propagandistiche che consumano risorse altrimenti disponibili per quella spesa sociale sempre più ridotta e in generale per i bisogni delle comunità.

Ne scrivo perché di tale situazione, domani ancor più di oggi e di ieri, ne faranno le spese i territori montani e le aree interne, zone sempre più sottoposte a criticità di vario genere, sempre più fragili, precarie, indebolite ma già sostanzialmente abbandonate dalla politica oppure circuite e sfruttate per scopi che di vantaggioso alle comunità non portano pressoché nulla. Riguardo le nostre montagne, non posso non pensare (sono ripetitivo e noioso, lo so, ma ne vado fiero) alle centinaia di milioni di soldi pubblici spesi dagli enti pubblici per sostenere l’industria dello sci e molti comprensori già oggi destinati ad una prossima chiusura in forza della crisi climatica e per la loro insostenibilità economica, nel mentre che le scuole e gli ambulatori medici chiudono, i trasporti pubblici vengono ridotti, le strade di montagna subiscono dissesti crescenti, le economie locali non vengono adeguatamente sostenute e per di più sono ostaggio della folle burocrazia nostrana. Soldi inesorabilmente sottratti ad altre cose, tra le quali ci potrebbero e dovrebbero essere iniziative di autentico sostegno alla residenza, al lavoro e alla restanza delle genti di montagna.

Temo, insomma, che tanta parte del peso spaventoso del debito pubblico italiano venga di nuovo scaricato, volutamente o meno, sulle aree interne, sulle montagne e sulle comunità che le abitano e ancora lottano per mantenerle vive e vissute… quelle montagne sovente prive di vera rappresentatività politica e conseguente rappresentanza istituzionale, prive di voce e private di ascolto, prive di autonomia decisionale e anzi soggiogate a disposizioni e iniziative prese in sedi nelle quale la montagna non si quasi nemmeno cosa sia. E per di più – oltre al danno la beffa – costrette, le comunità di montagna, ad ascoltare tanti bla bla bla bla  – «Lotta allo spopolamento!», «Sviluppo dei territori montani!», «Sostegno all’economia locale!», ora pure «Legacy olimpica!», eccetera – che, a fronte della realtà di fatto effettiva del nostro paese, appaiono sempre più parole vuote e ingannevoli, fatte apposta per zittire chi invece avrebbe più di ogni altro di che dire.

No, la montagna italiana merita molto di più e potrebbe veramente diventare quel laboratorio d’innovazione sociale, economica, culturale, demografica e politica che tanti auspicano e invocano, e il primo passo affinché ciò avvenga è che le comunità di montagna riacquisiscano coscienza di sé stesse, consapevolezza politica, coscienza di luogo, senso di comunità. Tutte cose che, credo, la politica non è in grado di dar loro e non vuole nemmeno dare. Dunque, è ora di trarne le debite conclusioni, prima che la situazione diventi irreversibile.

Il “non fare” che ha dignità politica (più del “fare”)

[Immagine da Gilles Clément, Giardini, paesaggio e genio naturale, Quodlibet, 2013.]

Istruire lo spirito del non fare così come si istruisce lo spirito del fare.
Elevare l’indecisione fino a conferirle dignità politica. Porla in equilibrio col potere. […]
Poco importa cosa spinga la politica ad adottare la non-gestione, purché questa – come la gestione – sia integrabile nei piani urbanistici locali e nelle politiche di gestione dello spazio agricolo, in qualità di principio accettabile che si dia le proprie regole.

[Gilles ClémentManifesto del Terzo Paesaggio, Quodlibet 2014, pag.71]

A proposito di consumo di suolo – il post di questa mattina, sì – e in relazione alla regione italiana che più si “distingue” in questa scellerata pratica, la Lombardia, la quale si vanta spesso di essere la «terra del fare» quando poi gli effetti di questo slogan – perché tale è, essendo in concreto pressoché vuoto di cultura politica e umanistica – sono proprio quelli decretati dalle statistiche dell’ISPRA, mi è tornato in mente uno dei passaggi a mio parere più illuminanti del Manifesto di Deleuze, quello che avete letto nella citazione lì sopra (e la cui mia recensione potete leggere cliccando sull’immagine qui sotto).

«Lo spirito del non fare», «la non-gestione» del territorio a cui venga conferita «dignità politica» esattamente come al fare. Intuizioni tanto semplici quanto geniali che aprono un universo di riflessioni, considerazioni, domande, dubbi. Già: perché la politica pensa sempre al “fare” e mai al “non fare”? Perché è incapace di comprendere che anche il “non fare” fa, e spesso fa molto di più e meglio del “fare”? Basti pensare al “non fare” altri capannoni sopra terreni naturali o agricoli: significa fare ambiente, preservare il territorio naturale e la sua biodiversità, conservare la salubrità derivante, difendere l’identità culturale del paesaggio, pianificare (verbo che sovente possiede accezione ben più negative, per il paesaggio) un futuro migliore per la comunità che abita quel territorio. Se il “fare” viene considerato economia, perché il “non fare” non lo si sa correlare all’ecologia – posto che economia e ecologia sono due sorelle in origine, poi separate a forza e diventate antitetiche? Perché, come suggerisce Clément, anche la non-gestione quale pratica di conservazione della naturalità di parti del territorio, non può far parte di un programma politico e di un progetto di amministrazione territoriale? Solo perché non si è in grado di capire – ribadisco – che il “non fare” e il “non gestire” non significa affatto evitare di realizzare qualsiasi cosa o di amministrare il territorio ma l’esatto opposto, è la forma di gestione più articolata, meditata e equilibrata che si possa attuare nonché l’unica che possa giustificare il “fare” altrove?

Solo un potere squilibrato, asimmetrico e disarmonico con il territorio che gestisce non sa concepire e comprendere tutto ciò. Con i risultati che statistiche come quelle dell’ISPRA poi inesorabilmente registra, già.

Un primato del quale la Lombardia va pervicacemente orgogliosa

Il nuovo rapporto Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) conferma che la tendenza all’aumento del consumo di suolo lombardo non si ferma. Lo studio presentato ieri spiega infatti che con i suoi 908 ettari di terreni, che rispetto al 2021 sono stati cementificati in più nel 2022, la Lombardia è per il terzo anno consecutivo la regione italiana prima nella classifica del consumo di suolo, davanti al Veneto con 739 ettari.

Lombardia, «la terra del fare» (cit.), «una Regione concreta, attiva e trasparente» (cit.).

Sì, proprio.

N.B.: il nuovo rapporto ISPRA sul consumo di suolo, che certifica il primato orgogliosamente detenuto dalla Lombardia, lo trovate qui.

P.S.: ho scritto di recente di un caso emblematico, riguardo ciò che la Lombardia fa del proprio suolo, qui.

Lombardia, da anni la migliore nella distruzione del paesaggio

La distruzione del paesaggio, e la distruzione della nostra vita.
Implacabili, inesorabili, irrefrenabili. E sostanzialmente ignorate, o comunque ampiamente trascurate.
C’è una recente questione lombarda che palesa bene tutto ciò. Sarò schematico nel descriverla, a favore della massima chiarezza; per leggere gli articoli cliccate sulle relative immagini.

  1. La Lombardia da anni ha il triste primato, insieme al Veneto, del consumo di suolo: il 12,1% è cementificato, e la provincia di Milano arriva al 32%:

  1. La Lombardia, che ha il più alto tasso di cementificazione in Italia, presenta sul proprio territorio numerose situazioni di spreco assoluto del suolo, sparse guarda caso soprattutto tra Lombardia e Veneto:

  1. La Lombardia, che ha il più alto tasso italiano di consumo di suolo e nonostante ciò presenta situazioni di degrado territoriale assoluto come quelle citate qui sopra al punto 2, nell’ambito della provincia di Milano che è al 32% già cementificata e di un’area protetta (dunque non cementificata) come il Parco Agricolo Sud Milano, istituito dal “Piano generale delle aree regionali protette”, di cui alla Legge Regionale n. 86 del 1983 «con particolare riferimento alle esigenze di protezione della natura, dell’ambiente e di uso culturale e ricreativo, nonché orientate allo sviluppo delle attività agricole e delle altre attività tradizionali atte a favorire la crescita economica, sociale e culturale delle comunità», vuole fare questo:

L’ennesimo polo logistico, 645mila metri quadri di capannoni cemento strade parcheggi asfalto, 645mila metri quadri in meno di terra, verde pubblico, ambiente naturale, paesaggio, equilibrio ecologico. Ah, ma udite udite: in cambio i comuni coinvolti incasseranno 15 milioni di Euro per “riqualificazioni ambientali”, già. Oltre ai soliti posti di lavoro, alla viabilità “migliorata”, alle urbanizzazioni… bla bla bla bla. Nota bene: di articoli al riguardo ne circolano molti altri, su altrettante testate cartacee e on line, tutti dello stesso tono.

Cosa ca**o si riqualifica ambientalmente se prima l’ambiente lo si distrugge? Eh?

Non si dovrebbe prioritariamente considerare il riutilizzo di aree già cementificate abbandonate e dunque disponibili ovvero di altri spazi dall’integrità ambientale già in qualche modo compromessa (vedi il punto 2), visto che ce ne sono a iosa in Lombardia? E a cosa serve tutelare istituzionalmente e giuridicamente un’area, definendola “parco”, se poi si concede tranquillamente il permesso di distruggerla?

Va bene così? Andiamo avanti in questo modo? Ci teniamo veramente al nostro territorio e al suo paesaggio, oppure ce ne freghiamo bellamente? Ci teniamo realmente alla qualità della nostra vita e al futuro nostro e dei nostri figli, o ce ne freghiamo bellamente?

Rispondiamoci vicendevolmente, per favore.

La distruzione del paesaggio è la distruzione della nostra vita. Teniamocelo sempre bene a mente.