Il Lago di Braies, o la Natura trasformata in luna park

[Foto di I, STirol, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2463243 .]

«Questi turisti mi ricordano i pellegrini in occasione dell’ostensione delle reliquie». In effetti, il meccanismo non sembra tanto diverso, se non fosse che ora viaggiare è diventato enormemente più semplice. I certificati Unesco sembrano aver sostituito le bolle papali, mentre basta una scenografia particolarmente suggestiva e una “citazione famosa” per attirare milioni di pellegrini.
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Forse non c’è molto da aggiungere a quanto già scritto da Marshall McLuhan: «Il mondo è diventato una specie di museo di oggetti che abbiamo già incontrato in un altro medium, il turista si limita a verificare le proprie reazioni di fronte a cose che gli sono da tempo familiari e scattare a sua volta delle foto». Quando McLuhan l’ha scritto, internet non era stato nemmeno immaginato, ma oggi sembra difficile smentirlo. Grazie alla rete e alla facilità di spostamento, tutto il mondo sembra oggi indirizzato verso la trasformazione in un enorme parco a tema.

Sono due significativi passaggi di un illuminante articolo pubblicato da “Alto Adige Innovazione” a firma di Massimiliano Boschi e intitolato Il lago di Braies ai tempi di Instagram: nuovi pellegrini in adorazione della foto (già scattata), dedicato al celebre e meraviglioso bacino naturale in Val Pusteria; leggetelo nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post. Ovvero, ancor più, dedicato al tremendo processo di virtualizzazione assoluta che il turismo contemporaneo impone a luoghi pur dotati di grande bellezza naturalistica e altrettanto valore culturale, un processo che, nel mio piccolo e in tema di montagne (ambito del quale mi occupo principalmente), sto denunciando da tempo insieme a molti altre figure ben più titolate di me.

Braies è un luogo assai emblematico in tal senso: un piccolo e sublime gioiello naturale incastonato tra alte pareti dolomitiche, di grande delicatezza paesaggistica e ambientale, è stato trasformato per vari motivi – ben evidenziati nell’articolo – in un ennesimo luna park montano, un orrendo divertimentificio per i cui visitatori nulla conta il luogo, la sua valenza naturalistica e culturale, la sua ecologia, la sua geografia e il paesaggio, il valore educativo della sua presenza in quel territorio e per quel territorio… nulla di nulla. Conta solo arrivare lì, farsi qualche bella foto da postare sui social per mostrare al mondo di esserci stato o, forse, per mostrare al mondo se stessi in quel luogo asservito a mera scenografia funzionale, comprare l’inevitabile gadget tipico-ma-prodotto-in-Cina e poi scappare via, verso il successivo luogo di divertimento di massa. Nessuna relazione col luogo, nessuna presa di coscienza di esso, nessuna conoscenza: un turismo “bestiale” radunato in rumorose mandrie di gitanti che acquistano e pagano pacchetti all inclusive per farsi guidare da tour operator i quali non vendono più viaggi verso luoghi o mete di pregio o di valenza culturale ma mere esperienze virtuali in format bell’e pronti da essere condivisi sui social. Il non viaggio che trasforma ogni meta in non luogo, ne virtualizza qualsiasi senso e in primis la memoria della presenza in loco, affidata ai post sui social e dunque svanente dopo solo poche ore, così finendo per annullare pure qualsiasi concetto di “viaggio” ma pure, a ben vedere, anche di “turismo”. Al punto che, se ciò che conta per tali “turisti” è muoversi solo per vivere certe esperienze così vuote di senso, tanto vale restarsene a casa e affidarsi ai gadget della realtà virtuale o aumentata che dir si voglia.

Il tutto, per giunta, dentro l’area protetta (?) del Parco Naturale Fanes-Sennes-Braies, e sotto l’egida dell’Unesco e dei suoi certificati di “Patrimonio”, strumenti pensati per tutelare luoghi di grande valenza generale che invece si stanno sempre più trasformando in soffocanti cappi al collo per quei luoghi, per la loro cultura e per il Genius Loci che li abita. Ne ho dissertato di recente qui al riguardo, e sempre in tema di paesaggio dolomitico.

(No, non sono i parcheggi dell'”IKEA Pustertal” o altro del genere ma quelli posti a pochi passi dalle rive del lago di Braies – “Patrimonio Unesco” e “Parco Naturale Fanes-Sennes-Braies”, già! – in immagini (datate, per giunta) prese da Google Maps.)

Insomma: questo turismo è fatto apposta per distruggere i luoghi che dice di voler far conoscere, ed è quanto di più deleterio e pernicioso per ambienti delicati come i territori di montagna (ma non solo per essi). Perseguirne le strategie, da parte dei vari tour operator ma ancor più da parte degli operatori locali, significa sempre più macchiarsi di una pena nei confronti dei propri territori, dei paesaggi che generano e del loro buon futuro; continuare lungo tali “strade turistiche” porterà all’inevitabile rovina di luoghi di bellezza e valori tanto grandi quanto incompresi e calpestati.

Tali strategie vanno boicottate, assolutamente, e vanno cambiati radicalmente i paradigmi alla base degli immaginari collettivi relativi a questi territori e alla loro fruizione, modificando profondamente le strategie turistiche, commerciali, economiche, culturali. Solo in questo modo territori di grande pregio antropologico e culturale – oltre che turistico, ovviamente, ma d’un turismo finalmente consapevole e sostenibile – potranno essere pienamente tutelati e valorizzati.
Altrimenti l’unica sorte è la rovina, ribadisco. Inevitabile.

Aumentare le tasse!

Da decenni, in Italia, si presentano alle elezioni politici che vogliono governare il paese la cui prima promessa, invariabilmente, immancabilmente, ineluttabilmente, è: «Abbassiamo le tasse!» E da decenni le tasse non si abbassano nel mentre che l’amministrazione del paese – in tema di infrastrutture, servizi pubblici, stato sociale, eccetera – va sempre più a scatafascio. Eppure il disco è sempre quello ed è sempre rotto: «Abbasseremo le tasse!», «Giù le tasse!», «Meno tasse per tutti!», e così via.

Ora, al di là delle mere e vuote promesse elettorali che, in Italia, sono polvere al vento per principio assodato, è altrettanto evidente che nessuno dei politici che si è presentato alle elezioni negli ultimi decenni abbia mai avuto il coraggio di dire che le tasse, in Italia, non si possono abbassare perché il paese ha le pezze al sedere già ora, figuriamoci diminuendo ancor più il gettito fiscale e per di più senza un reale contrasto all’evasione fiscale – altra cosa mai messa veramente in pratica da nessun governo recente.

E se piuttosto la questione fosse da ribaltare? Se il mantra “Abbassiamo le tasse!” fosse non solo vuoto di senso e sostanza ma pure concretamente favolistico e fondamentalmente sbagliato? Se il politico che si volesse presentare alle elezioni e veramente cambiare e migliorare il paese dovrebbe dire: «No, le tasse le alziamo un po’, ma con quel po’ in più di gettito fiscale incassato miglioriamo lo stato sociale, i servizi pubblici alla persona, facciamo investimenti in ogni settore, rinnoviamo le infrastrutture, riportiamo il paese allo stesso livello degli altri stati del mondo più avanzato?» Non sarebbe, un tale politico, molto più schietto, onesto, concreto, realistico, utile al paese e molto meno ipocrita, impostore, fanfarone e pericoloso per il paese stesso? Sicuri che la società in quel modo ne avrebbe a soffrire di più rispetto alla condizione attuale di promesse mai mantenute e decadimento statale generale?

Guardate la tabella lì sopra: l’Italia non è il paese dove a livello europeo si pagano più tasse, in Francia, Danimarca, Finlandia, Belgio e Svezia se ne pagano di più, e con l’Austria è alla pari – peraltro l’Italia è solo un punto sopra la media dell’area Euro e due sopra quelle della UE. Ma volete mettere i servizi che offre ai suoi cittadini la Svezia o la Danimarca (paesi che peraltro conosco piuttosto bene) oppure l’Austria (ci sono stato di recente), per non citare gli altri? Non credete: anche gli svedesi si lamentano di continuo di pagare troppe tasse, ma provate a valutare lo stato sociale che hanno a disposizione, o le infrastrutture, o gli investimenti nella scuola, nell’industria o nella ricerca scientifica attuati dal loro paese!

E dunque, la questione in realtà è: pagare meno tasse in un paese allo sfacelo e coi servizi sempre più degradati, o pagarne un po’ di più in un paese che faciliti la vita e il lavoro dei suoi cittadini piuttosto che rappresentarne in vari modi un ostacolo?

Ecco.

Secondo voi, che percentuale di voti prenderebbe, alle elezioni politiche, colui che si presentasse affermando di aumentare le tasse per migliorare il paese rispetto ai soliti altri che si presentano affermando per l’ennesima volta, appena hanno un microfono davanti, «abbasseremo le tasse»?

Milano-Cortina 2026

Occupandomi in diversi modi di territori e culture di montagna, sono particolarmente sensibile al tema delle Olimpiadi invernali 2026 assegnate a Milano e Cortina, avendone seguito l’iter sulla stampa nazionale ed estera fin dagli scorsi anni e conosciuto le varie vicissitudini, positive e negative.

È superfluo affermare che un evento come le Olimpiadi può rappresentare una possibilità di sviluppo più unica che rara, per i territori interessati, ma pure un rischio di guasti e danni materiali e immateriali. Torino 2006, ad esempio, ha permesso un’apprezzabile rinnovamento della città ma, sui monti sede delle gare, ha non di rado lasciato delle ferite che difficilmente si rimargineranno e ben poco sviluppo concreto; inoltre, per far sì che le Olimpiadi non risultino un evento fine a se stesso ma un autentico volano socioeconomico di lunga durata nel tempo, occorre una programmazione attenta, strutturata, sovente visionaria e comunque in costante relazione virtuosa coi territori sui quali si va a lavorare. Una dote che, temo, la politica contemporanea – e lo dico con accezione bipartisan – non sembra in grado di manifestare.

Tuttavia non è il caso, ora, di formulare osservazioni prevenute e di provare a mettere da parte la maldisposizione pressoché inevitabile, quando si ha a che fare con le istituzioni pubbliche*, per lasciare spazio all’attività, all’intraprendenza e all’ingegno necessari per lavorare al meglio. Una cosa però credo sia da ribadire fin dal principio: nulla deve e dovrà essere fatto senza un’attenta e adeguata contestualizzazione con i territori (s)oggetto degli interventi, con la loro identità e il Genius Loci, con le genti che li abitano e vi interagiscono, con la cultura e col paesaggio (che è cultura a sua volta), con la dimensione spaziotemporale peculiare dei luoghi espansa nel tempo, ovvero capace di sviluppare il passato nel presente con una visione mirata al futuro. In fondo, sotto questo punto di vista, non sono le Olimpiadi “l’evento” ma lo è lo sviluppo virtuoso del territorio per il quale la manifestazione olimpica può rappresentare il volano principale e più energico, senza dubbio, tuttavia senza mai diventare preponderante rispetto a quell’obiettivo primario. Ciò sotto ogni aspetto, ribadisco: nei confronti del territorio e del paesaggio, delle genti e della loro cultura, del patrimonio storico e delle possibilità future.

La montagna e le Alpi – quelle italiane in particolare – hanno bisogno (a volte disperato) di un rinnovato immaginario, più consapevole riguardo la realtà effettiva delle terre alte e finalmente scevro da quei troppi alteranti conformismi, importati dai modelli cittadini e imposti con la forza ai territori montani al solo fine di inseguire obiettivi di sfruttamento commerciale di essi che per brevissimo tempo hanno portato qualche benessere per poi trasformarsi in una gogna soffocante e distruttiva. Obiettivi che tuttavia ancora troppi politici e amministratori pubblici perseguono: per sconcertante ottusità, per biechi interessi personali e, soprattutto, proprio per la mancanza di una visione progettuale, virtuosa e strutturata, dei propri territori e del loro tempo futuro. In conseguenza di ciò, numerosi luoghi montani sono stati trasformati in banalizzanti divertimentifici alpini per i turisti delle città oppure museificati e imbalsamati in un passato tanto mitizzato quanto totalmente travisato e distorto: territori nei quali la bellezza del paesaggio è guastata da rovine architettoniche, sociali, culturali, paradossali non luoghi in altura ove un tale concetto nemmeno avrebbe senso di sussistere.

Alla fine, appunto, la più grande sfida – “competitiva” pure essa, si può dire – delle Olimpiadi invernali è proprio questa: non tanto vincere gare o medaglie oppure fare qualche primato mondiale, ma “vincere” il miglior futuro possibile a favore della montagna italiana. Che un primato assoluto possiede già in sé, nella sua bellezza, nei suoi valori culturali, nella sua importanza fondamentale anche per la città, nel poter rappresentare un modello “antico” eppure assolutamente futuristico di sviluppo ecosostenibile e dalle potenzialità infinite. Ma solo se, ribadisco, non ci si perde dietro il mero luccicare delle medaglie: che, una volta messe al collo e fatte le foto di rito, finiscono a prendere polvere in qualche bacheca rapidamente dimenticata.

P.S.: cliccando sull’immagine del logo, potete visitare il sito web del comitato organizzatore nel quale, tra le altre cose, visionare il dossier di candidatura.

*: ed è già indegno e stomachevole il modo col quale i vari partiti si stanno intestando i meriti dell’assegnazione, strumentalizzandola ai soliti loro biechi fini propagandistici. Che schifo!

Le strade italiane e quelle di un altro pianeta

In Svizzera, nei prossimi anni verranno spesi un bel tot di milioni per pavimentare centinaia di km di strade con asfalto fonoassorbente, per ridurre il rumore e di conseguenza aumentare il benessere sonoro delle zone abitate adiacenti a tali strade.

In Italia – e io risiedo mio malgrado ben vicino al confine con la Confederazione – non si hanno nemmeno i soldi per tappare le buche presenti su qualsiasi strada, le quali basta uno scroscio di pioggia e si trasformano in pericolose voragini.

Ecco.

In effetti, per andare su un altro pianeta mica bisogna avere un’astronave e percorrere miliardi di chilometri. Ne bastano pochi e un’auto. E pure degli pneumatici di scorta in buono stato, finché non si arriva su quel “pianeta” così vicino e così lontano.

Le Alpi come Disneyland, già nel 1892

È una caricatura di Fritz Boscovits pubblicata in origine sul “Nebelspalter” di Zurigo il 1 febbraio 1892 e poi su John Grand-Carteret, La montagne a travers les ages, Grenoble 1903. Io l’ho tratta da orobievive.net.

Questa la traduzione del dialogo che accompagna la caricatura:

Guarda tu stessa, Elvezia, guarda cosa succede se tutti possono costruire a loro piacimento ferrovie in montagna! Può darsi, ma negli anni della mia vecchiaia non potrò più imparare a danzare sulla corda.

Insomma, già a fine Ottocento s’era già intuito il rischio di “disneylandizzazione” a cui sarebbero andate incontro le Alpi. E lo avevano capito proprio in Svizzera (la Elvezia a cui le parole del dialogo sono dirette), paese modello per numerose pratiche di salvaguardia e valorizzazione virtuosa del paesaggio alpino ma pure sede di cementificazioni turistiche delle vette non di rado discutibili.

Sono passati quasi 130 anni, ma la questione è ancora assolutamente “aperta”. Purtroppo.