E poi c’è chi vorrebbe asfaltare il Resegone…

[Foto di Marco Caccia, fonte originale: https://www.orobie.it/foto/costa-del-palio/93262/.]
La Costa del Palio è una dorsale prativa che dal versante bergamasco del celeberrimo Resegone procede verso Est con altitudine costante e andamento placidamente sinuoso, rappresentando da un versante la testata della Valle Imagna e dall’altro il bordo dall’alta Val Taleggio, lì dove il torrente Enna che la forma ha le sue scenografiche sorgenti. La sua lunga schiena erbosa sembra quella di un gigantesco, bonario animale mitologico dormiente, così priva di alberi lungo il suo colmo, e l’assenza nelle vicinanze di altre sommità più elevate (salvo il citato Resegone che chiude l’orizzonte a ponente) la rende una zona prealpina tanto particolare quanto sublime, tranquilla, meditativa, armoniosamente inserita in un paesaggio che offre tante visuali diverse quanti sguardi vi si possono generare i quali, come in groppa ai venti che valicano la dorsale, corrono verso orizzonti vastissimi e lontani. Non a caso la Costa del Palio è Zona di Protezione Speciale: come si può leggere nella scheda della ZPS, «la parte sommitale prativa e pascoliva è ammirevole sia paesaggisticamente, per il contrasto tra l’andamento dolce contro la figura rocciosa del Resegone, sia naturalisticamente come oasi per la fauna e per la vegetazione erbacea che annovera le formazioni a nardeto (Nardus stricta) di notevole valore per la loro rarità nei territori con substrati carbonatici. Il versante esposto a sud della Costa è prevalentemente ricoperto dai rimboschimenti artificiali di abete rosso (Picea abies), pino nero (Pinus nigra) e larice (Larix decidua) dalla struttura a fustaia che solo in parte accolgono lembi di vegetazione autoctona. Il versante esposto a nord vede, invece, formazioni forestali più eterogenee a dominanza di faggio con gruppi di abete rosso, di aceri e frassini inframmezzate da radure e chiarie di grande valore naturalistico.»

[Foto di Maurizio Scalvini, fonte originale: www.pieroweb.com.]
Ecco: in questo territorio così pregiato, dal paesaggio tanto sublime, qualcuno vorrebbe realizzare un strada asfaltata che unirebbe la Valle Imagna con Morterone in Valsassina e con la Culmine di San Pietro verso la Val Taleggio, sfruttando la rete di piste agro-silvo-pastorali esistenti ma intervenendo pesantemente con escavazioni e sbancamenti per l’allargamento della sede stradale lungo un tratto di circa 8 km con la successiva asfaltatura, come detto, tracciando un percorso che attraverserebbe la suddetta Costa del Palio. Ovvero, decretando per essa, per il suo paesaggio e per le sue così preziose peculiarità ambientali la fine più nefasta e sconfortante.

Purtroppo ancora troppi politici e amministratori pubblici, evidentemente privi di sensibilità e consapevolezza culturale nei confronti di territori tanto meravigliosi quanto delicati, continuano a muoversi in essi come goffi e miopi elefanti in una pregiata cristalleria, incuranti del rumore dei cristalli distrutti e dei danni relativi. È come se gli effetti di decenni di interventi maldestri e malpensati non fossero sotto gli occhi di tutti, un po’ ovunque sulle Alpi e anche sui monti del lecchese, come se certi sconcertanti e dannosi errori commessi nel passato, anche in quello recente, non sapessero insegnare nulla e non provocassero alcun ripensamento nella mente e nell’animo dei soggetti coinvolti, ancora legati a logiche e modus operandi i quali sembrano venire dagli anni del dopoguerra e che la realtà dei fatti ha sancito come fallimentari da decenni, non da ieri. Invece siamo ancora qui, a sgomentarci per tali incredibili iniziative e a dover lottare per difendere il territorio e il paesaggio nell’ottica di uno sviluppo presente e futuro non solo ambientalmente sostenibile ma, ancor più, logico, coerente, sensato e concretamente proficuo per chiunque. Non si può andare avanti così, è una cosa ormai totalmente inaccettabile: progetti del genere vanno bloccati e l’incultura alla loro base deve essere una volte per tutte sovvertita. È una questione culturale, in fondo, esattamente come lo è il paesaggio e la sua cura: la mancanza dell’una genera inesorabilmente l’altra, con tutti i danni annessi e connessi. Fare di ciò una pratica politica ancora oggi, nel 2022, è ormai da considerare alla stregua di un “attentato”, né più né meno: un atto radicalmente avverso alla bellezza, alla vitalità e al futuro della montagna.

Sulla piattaforma Change.org è attiva una petizione dal titolo No all’asfalto ai piedi del Resegone e sulla Costa del Palio che in pochi giorni ha quasi raggiunto le 4.000 firme, nella cui pagina trovate ben dettagliate le ragioni della petizione alle quali io lì sopra ho cercato di aggiungere le mie. Io l’ho firmata senza alcun indugio; ora qui propongo anche a voi di firmarla (cliccate sull’immagine lì sopra), dacché sono certo che se conoscete la zona in questione lo farete pure senza questo mio impulso, e se invece non la conoscete vi basterà qualche immagine che troverete sul web per comprendere la grande bellezza del luogo, e il grande danno che quella strada sicuramente provocherebbe. In tal caso, con la vostra firma guadagnerete una meravigliosa meta in più da visitare, conoscere e alla quale facilmente affezionarvi – guadagnando pure la gratitudine della montagna e di chiunque la viva in armonia.

Una bella chiacchierata

Quella con Tiziano Fratus a Colle di Sogno, in una domenica di fine ottobre brumosa, piovigginosa, convintamente e fascinosamente autunnale, è stata una delle chiacchierate letterarie più suggestive che abbia mai fatto, sviluppatasi intorno a Alberi millenari d’Italia, l’ultimo libro di Tiziano che allora era uscito da pochissimi giorni. Lo è stata per il prestigio dell’autore, per la curiosità verso il suo libro, per i temi affascinanti dei quali Fratus racconta in esso (e nei suoi altri pubblicati). E lo è stata per il luogo in cui eravamo: la vecchia scuola di Colle di Sogno, attiva fino agli anni Sessanta del Novecento, i cui locali nei giorni feriali facevano da classe unica per i bambini del borgo e nei fine settimana diventavano l’“Osteria Alpina” di Colle, una delle tre attive all’epoca, la cui insegna è ancora visibile all’ingresso dipinta in caratteri tipici. Un luogo minimo nella forma ma non nella sostanza, nel quale entrarci è come valicare una sorta di porta dimensionale verso uno spazio-tempo sospeso, ove tutto sembra fermo a più di mezzo secolo fa ma che d’altro canto rapprende in sé una vitalità ancora ben presente e in qualche modo atemporale, ancora narrante infinite storie, magari in modi flebili e all’apparenza evanescenti eppure del tutto chiari e sorprendenti, se si ha la sensibilità di coglierli. Il camino acceso, unica fonte di calore del locale nel quale eravamo, con il crepitare delle sue fiamme e i bagliori scaturenti e riverberanti sulle pareti ci ha riscaldato i cuori e illuminato le menti, così da rendere ancora più accogliente l’atmosfera e cordiale la chiacchierata.

Ci ho ripensato in questi giorni, a quella chiacchierata, ripassando accanto all’ingresso della vecchia scuola in una giornata di questo gennaio così scandalosamente serena e mite da sembrare inesorabilmente primaverile più che di pieno inverno, mentre in quella domenica di ottobre l’autunno era tanto intenso che già suscitava impressioni apertamente invernali. Anche per questo, io credo, è stata una così suggestiva giornata.

(Per chi ancora non conosca Colle di Sogno, può saperne di più visitando il sito web ufficiale del borgo, qui.)

Un libro per portarvi “oltre il confine”

Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino è un volume veramente importante e prestigioso sotto ogni aspetto, della cui realizzazione e dei qual contenuti è stato ed è per me un onore e un piacere fare parte. È dedicato a uno dei territori più emblematici della Lombardia e non solo, la Val San Martino, da sempre terra di confini (anche geomorfologici, visto che una vera “valle” non è) e alla sua storia di ieri, di oggi e di domani, narrati in un modo innovativo, multidisciplinare e coinvolgente con il supporto di un apparato iconografico per gran parte inedito e di altissima qualità, tanto da rappresentare un modello editoriale per opere di tal genere, “portando” la Val San Martino oltre il confine in ogni senso: geografico, culturale, narrativo e anche letterario, appunto.

Per quanto mi riguarda, il mio testo – del quale un “assaggio” lo vedete qui sopra – si intitola Il “luogo” Val San Martino. Geografia, paesaggio, immaginario, identità: per una definizione presente e futura del Genius Loci della valle: in esso accompagno il lettore attraverso la geografia locale ad indagare la presenza e l’essenza di un immaginario condiviso (e condivisibile) relativo al territorio della Val San Martino, che ne analizzi gli elementi identificativi e referenziali nonché definisca i “tratti” e la “personalità” di un peculiare Genius Loci, dal quale ne possa derivare una altrettanto peculiare identificazione di matrice culturale del territorio nello sguardo e nella rappresentazione di chi lo ha vissuto, lo vive e/o di chi ne è visitatore. L’obiettivo che si pone il testo è strutturare un immaginario rappresentativo della Val San Martino, assolutamente “calato” sulla sua dimensione ambientale con tutte le componenti materiali e immateriali, sulla sua geografia territoriale, sociale e umana. Un immaginario che a sua volta strutturi un’identità culturale in grado di rendere il territorio antropologicamente determinato e vivo: condizione fondamentale, questa, per intessere una relazione approfondita e consapevole tra gli abitanti/ospiti e il territorio stesso, e per il dialogo con il suo Genius Loci. Inoltre, nel solco dei temi geografico-umanistici sopra indicati, ho posto una particolare attenzione alla presenza storica dell’industria nel territorio della valle, il cui sviluppo nel corso del tempo ha strutturato in modo peculiare il suo paesaggio, sia in modo materiale che immateriale, e ha contribuito a caratterizzare la particolare relazione con esso da parte dei suoi abitanti, presentando aspetti culturali alquanto significativi anche in previsione futura. Il tutto in una prospettiva che si fonda nel passato, si sviluppa nel presente e si proietta nel futuro della valle e della sua comunità umana, che magari possa pure offrire una rinnovata visione geopolitica di essa ad uso e consumo dei suoi amministratori o di chiunque con la valle voglia in vario modo interagire.

Per saperne di più sul volume e per acquistarlo, potete consultare il sito web valsanmartino.it oppure la pagina Facebook ad esso dedicata. Su entrambi troverete inoltre tutti gli aggiornamenti relativi alle presentazioni del libro, agli eventi correlati, alla rassegna stampa e numerosi contenuti extra legati alle tematiche trattate.

Colle di Sogno, la continua scoperta del luogo

Colle di Sogno è uno di quei luoghi che, a fronte della propria apparente semplicità e del suo illusorio permanere in una sorta di bolla spazio-temporale sospesa su tutto quanto ha intorno, possiede invece innumerevoli e inopinate capacità di svelarsi attraverso visioni, cognizioni, sensazioni, percezioni sempre nuove e costantemente in grado di raccontare altrettante suggestioni, a volte radicate nella propria realtà oggettiva, altre volte manifestazioni di una dimensione che pare più fantastica che altro. Basta poco affinché ciò avvenga: una luce particolare, le nubi sopra o sotto il borgo, i colori naturali d’intorno, un momento di inconsueto silenzio oppure di caratteristiche sonorità naturali, le ombre in movimento tra le case, le foglie sospinte dal vento tra le viuzze, una predisposizione del visitatore alla bellezza e alla meraviglia e al sentirsi bene stando a Colle e nei suoi dintorni.

Così quell’apparente permanenza, che si direbbe ben poco dinamica sia materialmente che immaterialmente, si trasforma di colpo in visioni inaspettate tanto quanto spesso notevoli: Colle di Sogno che naviga sopra le nubi, come nella foto di Alessia Scaglia (“fotografa ufficiale” di Colle e delle montagne d’intorno) oppure che vi svanisce dentro, il borgo che pare volare sopra i boschi che lo circondando o giacere docilmente sotto i monti sovrastanti, che sembra avvolto dai suoi boschi o fuggire da essi verso l’alto, che pare smarrirsi e svanire nel labirinto di valli, vallette, conche e crinali che caratterizzano l’orografia attorno al borgo o che ne diventa la presenza primaria e più identificante, eccetera… si potrebbe continuare ancora a lungo: basta avere un minimo di sensibilità, di curiosità e tenere aperta la mente, il cuore e lo spirito nei confronti del fascino del luogo e del richiamo del suo Genius Loci.

Già, perché qualcuno di Colle di Sogno potrebbe pensare che sia un posto ormai languente, bello sì ma poco vitale, uno dei tanti nuclei rurali delle nostre montagne ormai prossimo ad una sorte fatale. Ma a volte questa sorte non è imposta dalle circostanze economiche, antropologiche e sociologiche – non solo, o forse solo in minima parte rispetto invece a come lo sia dalla perdita della capacità di cogliere in questi luoghi la loro essenza autentica, atemporale e “sovrumana” (cioè posta al di là delle mere vicende umane), del non saper e non voler più cercare il dialogo con il Genius Loci che qui abita, nello smarrire la sensibilità nei confronti della loro bellezza più profonda, quella che non è soltanto dettata dall’emozione estetica ma dalla cognizione della sua articolata sostanza, fatta di storia e di geografia, di materia e pensiero, di narrazioni, tradizioni e evoluzioni, di relazione e di identità, di spazio e di tempo. Sembrerebbe qualcosa di troppo astratto, tutto ciò, ma poi basta un “niente”, un gioco di nubi che scivolano sulla sella di Colle di Sogno, che avvolgono case e alberi, che nascondono parti del territorio d’intorno e ne evidenziano altre, che sembrano trasformare il paesaggio in qualcosa di diverso e aiutano a vederlo in modi sempre differenti e sovente illuminanti, scoprendo dettagli magari secolari eppure mai notati prima, forme naturali palesati da luci e ombre, immagini visive che generano impressioni di luoghi “altri”, come se d’incanto il borgo si fosse smaterializzato dalla sua sella e ricomparso altrove, aumentandone il fascino e quel quid di mistero che quasi sempre s’accende dentro di noi, non fuori, e che è la manifestazione e la prova dell’attrattiva del luogo, troppo grande per potersi contenere nella sua contemplazione conscia.

Basta poco per (ri)scoprire tantissimo, insomma. Anzi, basta ancora meno: è sufficiente stare, lassù a Colle di Sogno, in qualsiasi momento dell’anno, e lasciare che il suo paesaggio faccia il resto, generando in ogni singolo attimo un istante di meraviglia sempre unico, mai uguale ad un altro. Un “vero” luogo è questo, in effetti: uno spazio che può essere anche all’apparenza “statico”, ma che dentro chi ci sta, per poco o tanto tempo, diventa vivo e vitale come non mai.

Colle di Sogno è un luogo così speciale che l’Officina Culturale Alpes, del cui team faccio parte, ha deciso di strutturarvi un progetto altrettanto speciale: Colle di Sogno. Un luogo dove re-stare, con il quale vorremmo conseguire una rivalorizzazione e una rinascita del borgo e del suo territorio utilizzando come impulso principale e fondamentale l’apertura, l’inclusione e l’esperienza di resilienza degli abitanti, forti attrattori culturali di ulteriori esperienze analoghe nonché elementi ideali alla produzione di nuova cultura, così facendo di questa un motore di traino costante per consolidare nel tempo le doti di resilienza montana che, a loro volta, fanno di Colle di Sogno un luogo tanto speciale.

Per saperne di più sul progetto cliccate qui e poi anche qui.

La bellezza della Dorsale Orobica Lecchese

Continuo a trovare numerose persone, che conosco molto o per nulla, le quali mi rimarcano i loro complimenti – insieme agli altri due autori Sara Invernizzi e Ruggero Meles – per la guida Dol dei Tre Signori e io ne sono sinceramente sorpreso e contento. Sorpreso non perché non pensassi che il libro non se li meriti, semmai più per una forma congenita di modestia che spero appaia poco falsa e più ingenua che mi rende lieto per qualsiasi complimento, il primo come l’ultimo, il più caloroso come il più compito; contento perché mi viene idealmente e spiritualmente da girare quegli apprezzamenti al territorio e ai luoghi che abbiamo narrato, i monti della Dorsale Orobica Lecchese, una regione prealpina per la quale l’aggettivo «spettacolare» si può declinare in innumerevoli modi senza mai che risulti esagerato, stucchevole e ingiustificato. Ovvero, per farvi capire ancora meglio il “concetto”:

[Fotografia di ©Alessia Scaglia.]
Ecco: sono monti, quelli della Dol, che meritano di essere frequentati con la conoscenza e la consapevolezza più complete di ciò che i loro territori e i paesaggi sanno offrire. Per questo, in fondo, abbiamo scritto la nostra guida: per far che la bellezza di questi luoghi possa riflettersi pienamente in chi li visiterà e diventare la bellezza di viverli, per poche ore o per molto più tempo ma comunque riconoscendoli come luoghi dove poter stare bene. Che è tantissima roba, non vi pare?

Per saperne di più sulla guida, potete cliccare sull’immagine in testa al post e consultare la pagina web orobie.it/cammini/ oppure la pagina Facebook I cammini di Orobie.

P.S.: e non dimenticate che sulla Dol ci si può andare per lunghi tratti anche in inverno con la neve al suolo. Date un occhio qui al riguardo.