L’agitazione culturale

Poco tempo fa un conoscente mi ha definito – fatte tutte le debite e locali proporzioni del caso e che la definizione porta con sé, da me per primo ribadite – un “agitatore culturale”.

Lo ringrazio di ciò ma, in tutta sincerità, ben prima ambisco al titolo di agitato culturale. Che è un titolo il cui conseguimento credo impieghi una vita intera, dunque devo continuare a darmi da fare. E comunque credo che una autentica e fruttuosa agitazione culturale debba essere più la somma di tanti agitati che di pochi “agitatori”. Ecco.

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Una (prima) piccola/grande rivincita della geografia

Saul Steinberg, “View of the World from 9th Avenue”, copertina del “The New Yorker” del 29 marzo 1976.

Qualche giorno fa è uscito nella sezione Libri de Il Post un piccolo ma interessante articolo (clic) nel quale si mette in luce la particolare presenza crescente, sugli scaffali delle librerie, di guide, atlanti illustrati e, in generale, di pubblicazioni che tornano a narrare i luoghi del mondo anche attraverso le raffigurazione geo-cartografiche, proprio quando in altri ambiti – quello scolastico nostrano, ad esempio – la geografia è stata sciaguratamente eliminata, provocando un danno antropologico e culturale immane.

Dice, l’articolo:

“Forse è una reazione alla diffusione di Google Maps e Google Street, che rendono esplorabile ogni anfratto della Terra. La riproducibilità fotografica satellitare del mondo ha trasformato la cartografia in una scienza esatta, basata sulla visibilità assoluta […] ma questa visibilità ha rosicchiato il regno dell’immaginabile geografico, fin quasi a estinguerlo. La risposta di molti libri è stata quella di inventarlo da capo, riavvicinando paradossalmente e giocosamente la cartografia ai suoi inizi, quando le mappe erano infestate di mostri terrestri e marini.”

Per me, che di recente ho tenuto numerosi interventi pubblici parlando di mappe geografiche come opere d’arte (ovvero di camminare come pratica artistica) nonché dell’importanza della conoscenza e della connessione tra l’uomo e il territorio geografico, leggere di questa piccola/grande rivalsa della geografia rispetto all’imperare dei non luoghi contemporaneo mi apre il cuore e lo spirito. Conoscere il territorio, identificarsi in esso e fare che esso ci identifichi, comprenderne le peculiarità geografiche, saperlo leggere come un testo ecostorico assoluto, saperlo pure rappresentare, se non con tratti grafici quanto meno con le parole, la sensibilità e l’immaginazione (generando così l’equivalente paesaggio), ritengo sia qualcosa di imprescindibile per l’uomo che voglia realmente dirsi essere umano. Perché noi uomini siamo tali anche in forza del nostro legame con il territorio che abitiamo e col quale interagiamo, per pochi attimi o per lungo tempo: indebolire o addirittura rompere questo legame non genera soltanto fenomeni di alienazione e dissonanza cognitiva ma, appunto, non ci permette più di definirci umani. Diventiamo forestieri nel nostro territorio, che è poi manifestazione geografica (e non solo) locale dell’intero pianeta Terra. Non comprendere ciò, ribadisco, equivale a non poterci realmente definire abitanti di esso.

P.S.: per saperne di più sull’illustrazione di Steinberg in testa al post, cliccate qui.

Se i giornali non diffondono ma coprono le notizie (Umberto Eco dixit)

La questione e’ che i giornali non sono fatti per diffondere ma per coprire le notizie.

(Umberto Eco, Numero Zero, Bompiani, Milano 2015.)

Apparentemente, è uno dei più grandi paradossi dell’epoca contemporanea, quello a cui fa riferimento Umberto Eco: il fatto che, al moltiplicarsi degli “organi di informazione” accessibili – i giornali emblematicamente citati lì sopra e parimenti tutti gli altri – si riduce fino a scemare del tutto la possibilità di accedere alle verità effettive del mondo in cui viviamo.

Voglio dire: scrivo “apparentemente” perché nella sostanza il paradosso è concreto e palese, ma in verità la condizione paradossale che ne deriva non è affatto strana o illogica, ma assolutamente perseguita. E che invece i giornali e gli altri organi di informazione, salvo rari casi, siano diventati fedelissimi complici ed esecutori di tale processo di negazione della verità – ovvero di imbarbarimento culturale di massa (“Fatti non foste… ma per seguir virtute e canoscenza.”), con effetti già ben visibili e materiali – non è tanto un paradosso ma soprattutto un bieco tradimento, oltre che una sostanziale assurdità che prima o poi si dovrà pur contestare fermamente, a quegli organi di (non) informazione.

D’altro canto, le verità del mondo non si cancellano affatto in forza delle relative distorsioni diffuse dai media, e la loro ricerca è, sempre di più, un atto profondamente rivoluzionario. Per ciò tanto inviso da chi persegue quell’imbarbarimento culturale di massa e per ciò, quella ricerca della verità, ancor più meritevole di impegno e fervore. In fondo, per cambiare – rivoluzionare effettivamente – la realtà, bisogna prima conoscerne a fondo la verità, no?

In Montagna si vive, sempre

(Steve McCurry, “Mountain Men” series, 2015-2016.)

In montagna non ci si abita, non si risiede o si lavora, non si alloggia e non si soggiorna per poco o tanto tempo, non la si visita ovvero semplicemente ci si sta ma, sempre e comunque, in montagna si vive. Per una sola ora o per la vita interna, mentre si svolge una professione o ci si diverte oppure durante qualsiasi altra attività di sorta: si vive, costantemente e pienamente, punto.

Questo deve diventare un “nuovo” (sempre che tale possa essere considerato) paradigma fondamentale, se si vuole che la Montagna torni a vivere veramente. Non più un luogo dove alcune persone vivono e altre persone fanno qualcosa d’altro. No: ci si resti per solo qualche ora o per un’intera esistenza, lo stare in Montagna deve sempre essere sinonimo di vita, dunque di completa e profonda consonanza con l’ambiente montano. Un ambiente che è vivo in ogni suo elemento, e che dunque richiede altrettanto a chiunque decida di interagirvi. Le separazioni sociali e commerciali tra abitanti e villeggianti, tra residenti e turisti (e per certi versi pure tra “montanari” e “cittadini”), non hanno più senso o, meglio, risultano del tutto antitetiche ad un rinnovato sviluppo autentico e virtuoso dell’ambiente montano. La Montagna non è un oggetto, non lo è mai stato ma per troppo tempo così è stata considerata: un “mezzo”, uno strumento per conseguire certi interessi più o meno futili o leciti, quindi una merce da vendere, utilizzare e poi lasciarsi alle spalle. Qualcosa di sostanzialmente inerte, insomma, quando di contro è un ambito, la Montagna, che come pochi altri rappresenta la vita alla massima potenza – il suo essere un iper luogo viene proprio (anche) da qui. Giammai “oggetto” ma soggetto, entità, essenza, come già veniva considerata da numerose popolazioni antiche e come oggi si ricomincia a considerare anche dal punto di vista giuridico (come di recente accaduto con il Monte Taranaki in Nuova Zelanda, ad esempio). E non si credano queste mere iniziative “esotiche” di paesi lontani e diversi: c’è molto di che riflettere e imparare, da parte nostra, riguardo tali realtà.

D’altro canto non c’è bisogno, in fondo, di spingersi in considerazioni di natura “panteista” dacché non serve (non dovrebbe servire) di rimarcare quanto sia oggi necessario, doveroso, imprescindibile salire verso l’alto per vivere la Montagna, per esserne parte attiva e virtuosa e non più per altro. Chi va sui monti, fosse solo per qualche ora ovvero per motivi del tutto ricreativi, deve starci come se ci vivesse da sempre e come se per sempre dovesse viverci, deve comprendere come la sua presenza in quel territorio massimamente vivo non possa contemplare alcuna passività perché il territorio e l’ecosistema montano sono vivi della vita che ogni elemento vi apporta, così come subiscono danni e alterazioni se accade il contrario, se vi viene apportata inerzia, incuria e nocività. C’è la vacanza, la giornata di divertimento, il relax, ci mancherebbe: ma nessun momento pur meramente ludico può esimersi nella sostanza dall’essere un momento di vita piena proprio perché vissuto in un luogo che è pieno di vita. Cosa che, per giunta rende, la vacanza o la giornata di relax ancora più bella, più divertente e ritemprante, più memorabile.

Sia chiaro: è un principio, questo, che vale per qualsiasi territorio. Tuttavia, se possibile, in Montagna vale ancora di più e assume significati ancora più emblematici. In fondo, sostenere che sui monti la vita si eleva verso l’alto come in nessun altro posto non è cosa affatto insensata né tanto meno metaforica. Anche per questo, dunque, in Montagna si vive e si deve vivere sempre. Ogni altra presenza, lassù, ogni altro modus vivendi, ogni altro “stare”, obiettivamente con la Montagna, e con il buon futuro di essa, non c’entrano – non possono c’entrare più nulla.

P.S.: articolo pubblicato su Alta Vita, qui.