I paradossi della montagna turistificata contemporanea. Madesimo, 21 giugno: il Lago Azzurro di Motta, uno dei più noti e celebrati laghi naturali della Valchiavenna, completamente privo di acqua. A nemmeno 1 km di distanza, il bacino artificiale per l’innevamento delle piste da sci completamente pieno di acqua:
Tutto nella “norma”, teoricamente: il Lago Azzurro è alimentato da sorgenti sotterranee dipendenti da piogge e neve, anche quest’anno scarse; non è la prima volta che si svuota, ma negli ultimi anni succede sempre più spesso. Il bacino per l’innevamento viene alimentato dai torrenti locali, dai quali viene prelevata l’acqua che lo riempie, anche ora che non serve.
Tutto “normale”, appunto. Oppure no?
P.S.: dei problemi del Lago Azzurro di Motta ho scritto spesso in passato, si veda qui.
Tra i molti commenti interessanti ricevuti (i cui estensori ringrazio di cuore*) al mio articolo di qualche giorno fa sulla nuova “strada” tra Lecco e Ballabio, ovvero il tratto locale della ciclovia “Transorobica Orientale” che sta devastando la zona e distruggendo le vie storiche a colpi di ruspe in nome di un «recupero della viabilità storica» e di una «valorizzazione identitaria» che a me come a tanti appaiono motivazioni del tutto opinabili se non ipocrite, funzionali all’ennesima sconsiderata turistificazione del territorio naturale, ce n’è uno particolarmente significativo per come sia proposto da North N Line, associazione lecchese composta da guide di cicloescursionismo, istruttori MTB e trail builders che dal 2022 si è posta l’obiettivo di ampliare l’offerta turistica bike del territorio locale, offrendo servizi diretti di accompagnamento (sportivi, turisti e locali) con tour guidati, corsi di guida, camp, organizzazione di eventi nonché di manutenzione volontaria della rete sentieristica locale in collaborazione con il Club Alpino Italiano e le amministrazioni pubbliche. Dunque, frequentatori delle montagne lecchesi dotati di un occhio di riguardo e di uno sguardo sensibile a certe cose e al loro portato concreto, per ciò in grado di proporre osservazioni e considerazioni particolarmente importanti, come detto.
Ecco cosa mi hanno scritto:
Come appassionati e professionisti della MTB, riteniamo doveroso esprimere pubblicamente le nostre forti perplessità riguardo ai lavori in corso sul tratto Passo del Lupo – Bonacina, inseriti nell’ambito del progetto “Transorobica Orientale – Lotto 2”, promosso dalla Comunità Montana.
Da anni operiamo sul territorio del Lario con l’obiettivo di promuovere una rete sentieristica accessibile, sostenibile e condivisa, favorendo la pratica della mountain bike come strumento di valorizzazione del territorio, del turismo outdoor e della frequentazione consapevole della montagna. Nel corso del tempo abbiamo collaborato con enti, associazioni e professionisti, maturando competenze specifiche nella realizzazione e manutenzione dei sentieri dedicati alle due ruote.
Fin dalle prime interlocuzioni con il progettista avevamo manifestato la necessità che questo intervento fosse sviluppato attraverso un confronto concreto con i soggetti che quotidianamente vivono e mantengono questi percorsi. Avevamo evidenziato l’importanza di preservare il carattere originario del sentiero, mantenere una tracciatura coerente con il percorso storico e garantire una percorribilità efficace anche per le mountain bike, in particolare nei tratti in salita.
Purtroppo tali indicazioni sembrano non essere state recepite. Inoltre, non vi è stato alcun aggiornamento o coinvolgimento delle realtà interessate durante le fasi operative, e i lavori sono stati avviati senza che fosse possibile effettuare un confronto tecnico sul risultato finale atteso.
Le opere realizzate fino ad oggi evidenziano criticità che destano seria preoccupazione. Le pendenze introdotte appaiono eccessive e difficilmente compatibili con una percorrenza sostenibile in mountain bike. Alcune modifiche al tracciato si discostano sensibilmente dalla linea originaria del sentiero, alterandone le caratteristiche storiche e naturali senza apportare evidenti benefici in termini di fruibilità. Emergono inoltre dubbi sull’effettiva sostenibilità dell’intervento nel lungo periodo e sulla sua capacità di resistere ai fenomeni erosivi che inevitabilmente interesseranno i tratti più ripidi.
La nostra posizione non nasce da una contrarietà preconcetta al progetto, bensì dalla convinzione che un intervento su un sentiero debba essere progettato e realizzato secondo criteri consolidati di sostenibilità e fruizione. Da anni condividiamo infatti la filosofia e le linee guida di IMBA IMBA Italia (International Mountain Bicycling Association), punto di riferimento internazionale per il trail building sostenibile.
Secondo tali principi, un sentiero ben progettato deve:
integrarsi con la morfologia naturale del terreno;
mantenere pendenze sostenibili e compatibili con l’utilizzo previsto;
garantire un corretto drenaggio delle acque per prevenire erosione e degrado;
limitare gli impatti ambientali e gli interventi invasivi;
preservare il carattere e l’identità del percorso originario;
risultare accessibile, sicuro e piacevole per gli utenti;
ridurre al minimo le necessità di manutenzione straordinaria nel tempo.
Alla luce di quanto osservato, riteniamo che l’intervento attualmente in corso si discosti significativamente da questi principi fondamentali. Ci preoccupa in particolare il fatto che i lavori sembrino essere stati eseguiti senza il coinvolgimento di figure specializzate nel trail building per mountain bike e senza una reale conoscenza delle esigenze di chi utilizza quotidianamente questi percorsi.
Il rischio concreto è quello di consegnare alla comunità un’opera che, anziché rappresentare un miglioramento della rete sentieristica, venga percepita come l’ennesimo intervento realizzato senza una visione organica, senza ascolto del territorio e senza un adeguato confronto con le competenze specifiche presenti localmente.
Siamo convinti che la valorizzazione della montagna passi attraverso opere di qualità, condivise e durature. Per questo continueremo a promuovere una cultura del sentiero fondata sulla sostenibilità, sulla competenza tecnica e sul rispetto delle caratteristiche che rendono unico il nostro territorio.
Ecco, questo è quanto. Le considerazioni dei ragazzi di North N Line non abbisognano di commenti, e per quanto mi riguarda confermano i timori diffusi sull’opera in questione e, ancor più, sullo scellerato modus operandi che ormai con troppa frequenza molti enti pubblici mettono in atto nell’imporre tali interventi ai territori e alle loro comunità: un «fare tanto per far su» e per spendere rapidamente soldi pubblici, scarsa o nulla coerenza con i luoghi coinvolti e le loro specificità, nessuna reale attenzione all’ambiente naturale, mancanza pressoché totale di competenze specifiche alla base dei progetti, scarsa o nulla interlocuzione con i soggetti della società civile locale, un uso del territorio come fosse un mero spazio da sfruttare e “valorizzare” cioè mettere a valore. E, lo dico chiaramente, una certa presa in giro nel definire tutto ciò «recupero della viabilità storica» e «valorizzazione identitaria», per di più spendendo soldi pubblici, quasi 700mila Euro delle nostre tasse (fatemi essere “populista”, a volte è inevitabile).
Tornerò ancora – lo ribadisco – su questo progetto lecchese e sui tanti altri di pari genere, e simile pericolosità, che si stanno realizzando o si vorrebbero realizzare sulle nostre montagne, i quali non possono e non devono essere ignorati. Come ho già rimarcato, la questione del cicloescursionismo montano sta diventando sempre più “calda” nel dibattito sul turismo in montagna, e nell’estate imminente lo sarà in modo particolare: è da affrontare costantemente senza alcun preconcetto sul tema, ma con l’obiettivo ben chiaro di tutelare quel patrimonio collettivo di inestimabile importanza rappresentato dalle montagne, dai loro ambienti e paesaggi nonché dalla nostra relazione equilibrata e sostenibile con essi: anche questa è un patrimonio di cui godiamo e che non possiamo permetterci di lasciare in mani e a menti così prive di buon senso.
*: così come ringrazio molto gli organi di stampa che hanno ripreso le mie considerazioni. Nel post vedete ad esempio gli articoli de “Il Giorno” e di “Valbiandino.net“.
La questione del cicloescursionismo montano sta diventando sempre più “calda” (non solo climaticamente!) nel dibattito sul turismo in montagna, soprattutto per come l’attività viene di frequente imposta: a suon di innumerevoli nuove “ciclovie” – le quali non sono altro che vere e proprie strade, chiamiamole come si deve – spesso costruite in luoghi naturali ancora intonsi oppure distruggendo vie rurali storiche, a fondo naturale ma in certi casi con selciati secolari. Il tutto inneggiando alla “valorizzazione”, all’ecosostenibilità e al turismo “green”: è vero, il cicloescursionismo formalmente lo sarebbe, “green”, ma non certo in queste modalità! Dietro una forma apparentemente “virtuosa” viene nascosta una sostanza di ben altro genere, invasiva, impattante e pericolosa per i territori montani coinvolti, senza alcuna garanzia di benefici autentici per le loro comunità. Di contro, questa ennesima turistificazione della montagna alimenta gli stessi affarismi invernali (in questo caso “destagionalizzazione” la chiamano) e gli identici modelli del turismo di massa: tutte cose con le quali purtroppo certa politica va a nozze.
Alla questione ho già dedicato numerosi articoli ma ne seguiranno tanti altri, inevitabilmente. Temo sarà un’estate rovente, al riguardo, e di nuovo non (solo) per il clima.
Ecco ad esempio, nelle immagini, la nuova ciclovia con la quale tra Lecco e Ballabio, nella valle del Torrente Grigna e a monte della località Sant’Egidio, si vuole «recuperare la viabilità storica» e realizzare la «valorizzazione identitaria» dei percorsi secolari che dalla città lariana salgono verso la Valsassina: una nuova strada larga quasi 3 metri, dunque formalmente adatta anche al transito motorizzato in base alle normative vigenti, quando la precedente mulattiera a fondo ghiaioso aveva una larghezza di circa 1,60 metri, che non solo sta incidendo pesantemente sull’ambiente naturale in loco (la zona non è intonsa, anzi, ma non nel tratto interessato dai lavori: le immagini sono molto eloquenti) ma sta pure tagliando e distruggendo in più punti il percorso storico. Che sono – percorso storico, ambiente naturale, boschi, montagne – un patrimonio collettivo, è bene rimarcarlo dacché spesso ce lo scordiamo.
Tuttavia, siccome le istituzioni che “rappresentano” la comunità civile hanno scritto sul cartello del cantiere che si tratta di un «recupero della viabilità storica» e di «valorizzazione identitaria», va tutto bene. Recupero della viabilità storica e valorizzazione identitaria, già.
Oppure no, non va tutto bene?
Tornerò presto sull’argomento, appunto, sul caso specifico e in generale, nelle sue numerose ambiguità. È inevitabile.
P.S.: ringrazio molto l’amica Silvia Tenderini e la sua assistente Frida per il reportage fotografico e per avermi dato l’assenso all’uso delle immagini.
[Foto di Adrián Gómez – Millán Díaz da Pixabay.]Sta tornando la bella stagione ed ecco che leggo o sento da più parti della realizzazione di nuove ciclovie in montagna, nuovi percorsi di mtb, nuove linee di downhill, ennesime sistemazioni di sentieri per renderli ciclabili e accessibili, eccetera.
È ormai evidente che il cicloescursionismo montano sia stato eletto ad attività estiva complementare allo sci da discesa: ma non tanto per dare corso a “destagionalizzazioni” turistiche, a creare alternative alle attività ludico-ricreative solite, a “valorizzare” territori e itinerari che ad oggi non lo sono, quanto perché le ciclovie permettono alle amministrazioni pubbliche di spendere soldi stanziati per il turismo in modo facile e veloce (nonché «sostenibile», ovviamente) senza doversi impegnare troppo a elaborare progetti articolati e così altrettanto facilmente potersene vantare sulla stampa. Come lo sci d’inverno, in pratica. Peraltro, riguardo tale situazione in essere, che i nuovi percorsi siano fruiti, quanto lo siano e come siano realizzati o manutenuti non interessa realmente a chi li propone e sostiene, va detto.
[Foto di moerschy da Pixabay.]In ogni caso, al netto degli aspetti “politici”, mi chiedo: ma veramente c’è bisogno di tutti questi percorsi cicloturistici sulle montagne? E c’è realmente la necessità di renderne molti delle vere e proprie strade, ben spianate e private di qualsiasi irregolarità, così che ci possano transitare anche i ciclisti meno abili, come sono spesso i turisti che in montagna ci passano le vacanze?
Quantunque possano essere realizzate con tutti i crismi di ecosostenibilità del caso (il che non è sempre garantito, purtroppo), molte di queste ciclovie rappresentano comunque degli interventi di antropizzazione di territori e ambienti naturali nei quali prima o non c’era nulla oppure c’erano semplici sentieri pedestri, vecchie mulattiere, percorsi a volte dimenticati intorno ai quali la Natura si è ripresa lo spazio un tempo preso dall’uomo. E non di rado queste ciclovie abbisognano di opere che ne agevolano la percorrenza – passerelle, curve sopraelevate, scavi e pavimentazioni, eccetera – che, ripeto, anche se realizzate con materiali naturali e tutti i crismi del caso sono elementi antropici alieni alla naturalità del luogo.
[Immagine tratta da www.neveitalia.it.]Tuttavia non voglio qui sostenere che non si possa fare nulla del genere – ma sostengo con forza che tutto debba essere sempre fatto bene, con criterio, buon senso, attenzione ai luoghi e alle loro specificità, consapevolezza delle potenziali conseguenze buone e meno buone – perché, più che dissertare sulle opere, discuto il loro senso. Che sovente non trovo, oppure lo trovo e mi pare discutibile se non inammissibile. Soprattutto quando mi sembra che la tal ciclovia non rappresenti altro che uno strumento di banalizzazione ludico-ricreativa, ancor più che meramente turistica, delle montagne, un’ennesima manifestazione del modello del “luna park alpino”, o “divertimentificio alpestre” che sta alla base di molte attrazioni realizzate a mero uso, consumo e banale divertimento di turisti, spesso mordi-e-fuggi, senza alcuna attenzione né ricaduta positiva reale per la montagna che ne viene assoggettata.
Ribadisco: ma veramente gli appassionati di mtb hanno bisogno continuamente di nuovi percorsi sui quali divertirsi? Non ce ne sono già abbastanza, tra strade sterrate, VASP, mulattiere e sentieri già ciclabili senza bisogno di interventi e adattamenti? Se per un ciclista un certo itinerario rurale/naturale è troppo difficile, ne ha sicuramente mille altri in innumerevoli località montane che invece saprà affrontare, senza bisogno che qualcuno glielo sistemi e lo renda una strada più liscia di quelle di città. Oppure i cicloescursionisti di oggi non possono affrontare per due volte lo stesso percorso altrimenti si sentono dei reietti della società? Non credo!
Da appassionato tanto quanto ormai vecchio frequentatore delle montagne, so bene che se non ero in grado di salire un certo itinerario, lo lasciavo a quelli più bravi e ne trovavo infiniti altri da affrontare, senza pretendere che venisse adattato alle mie capacità. Oggi invece sembra – soprattutto nell’ambito del cicloturismo montano, appunto – che se un certo itinerario non sia percorribile da più persone possibile, rappresenti un’infamia per il territorio, una roba orribile, inaccettabile, da trasformare e facilitare al più presto. Infatti ecco che certi amministratori locali non aspettano nemmeno che qualcuno osservi o chieda loro di volere più ciclovie turistiche sul territorio che amministrano: le fanno a prescindere – vedi sopra. Anche se non c’è la domanda, si crea(no) l’offerta; poi, che la domanda si manifesti oppure no, come detto, non è così importante.
Insomma: mi pare che dietro molte di queste ciclovie ci sia poca montagna vera, e poca frequentazione montana autentica e consapevole, e molta strumentalizzazione, molto marketing, molta “moda”, moltissima superficialità e un bel po’ di dettami del turismo più massificato, consumistico e estrattivo. Come troppo spesso sta accadendo ai territori montani, ambiti complessi alle cui problematiche vengono offerte risposte troppo semplici e banali, molto poco ragionate. Cose delle quali, senza alcun dubbio, le montagne non hanno affatto bisogno.
[Il nucleo abitato di Starleggia e, nel fondovalle, il centro di Campodolcino, in Val San Giacomo.]Mi è capitato di ascoltare di recente un servizio giornalistico che riferiva della carenza di personale amministrativo nei piccoli comuni, soprattutto di montagna ma non solo in quelli, che senza addetti faticano a garantire i servizi essenziali alle proprie comunità già soggette ad altre mancanze nei servizi di base e a fenomeni di spopolamento diffusi. È da tempo che ne sento, di notizie del genere, il che ne denuncia la cronicità (dovuta a vari fattori tra i quali alcune scelte politiche miopi, come il blocco del turnover) e, evidentemente, l’assenza di soluzioni efficaci. Paradossalmente, tali piccoli comuni che cercano in tutti i modi di non perdere abitanti, sono messi nella condizione di contribuire essi stessi al proprio spopolamento.
Mi sembra che sia una questione che attiene a un tema più generale e complesso a sua volta in discussione da tempo per le montagne italiane: quello della fusione dei piccoli comuni per crearne di più grandi sia territorialmente e demograficamente sia per il peso politico e amministrativo oltre che in grado di razionalizzare i propri servizi alle comunità senza con ciò sminuirne l’efficienza e contenendone i costi, in senso generale e pro-capite.
Dalle discussioni politiche sul tema a volte sono effettivamente nate delle fusioni e, dunque dei soggetti comunali più grandi magari riferiti a specifiche unità geografiche (ad esempio i piccoli comuni di una singola valle che si uniscono in un unico soggetto identificato anche dal proprio territorio), altre volte delle entità intermedie come le “unioni di comuni” dall’efficienza altalenante, mentre in molti casi numerose e variegate resistenze permangono e bloccano sul nascere qualsiasi tentativo di fusione: dalla difesa dei propri campanili e dai timori circa la perdita di identità locale (motivazione frequente e forte tanto quanto immotivata) alla convenienze pratiche sovente più legittime (l’aumento della distanza dal proprio centro comunale, ad esempio).
[Uno scorcio del paese di Scanno, in Abruzzo.]D’altro canto una veloce analisi dei dati demografici dei comuni montani italiani rende la situazione piuttosto chiara: oltre il 65% dei comuni montani ha una popolazione inferiore ai 2.000 abitanti, ma se si analizza solo la categoria dei comuni definiti “piccoli”, cioè quelli sotto i 5.000 abitanti, che costituiscono la stragrande maggioranza della realtà montana, la media scende drasticamente a circa 1.400-1.500 residenti per comune, che scende ancora, a 500-800 residenti in media, più si sale altimetricamente[1]. Considerando che la gran parte di questi comuni, salvo rare eccezioni, perde abitanti anno dopo anno, a volte anche decine per volta, si comprende bene che per molti di essi la sorte demografica e sociale pare segnata.
Un caso piuttosto esemplare, che cito perché lo conosco bene, è quello della Val San Giacomo, o Valle Spluga, il territorio lombardo (in provincia di Sondrio) che da Chiavenna sale all’omonimo passo al confine con la Svizzera: un ambito relativamente grande, lungo circa 30 km e ampio poco meno di 200 km2. Su tale ampia superficie, geomorfologicamente e culturalmente ben definita (fino al 1815 la valle formava un unico comune, che gli Austriaci decisero di spezzare in tre in modo da indebolire le spinte secessioniste e irredentiste svizzere locali), abitano meno di 1.800 residenti fissi (al 30 novembre 2025) suddivisi in tre comuni. Una situazione amministrativa senza molto senso, insomma, la cui frammentazione sta indebolendo continuamente il territorio privandolo dei servizi essenziali – e il noto comprensorio sciistico di Madesimo non sta affatto contrastando lo spopolamento e aiutando la vitalità socioeconomica locale. Eppure, nonostante tale realtà e il fatto che da tempo si discuta in zona sulla possibilità di fusione dei tre comuni, al momento non se ne sta facendo nulla, esponendosi così a conseguenze di crescente gravità.
[San Bernardo, frazione del comune di San Giacomo Filippo in Valle Spluga. Foto di Fera, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Come detto, il caso della Val San Giacomo è significativo e peculiare nelle sue specificità; non è detto che la fusione tra comuni montani possa rappresentare l’assoluta panacea di tutti i mali della montagna italiana, ovviamente, anche perché un processo di fusione diffuso dovrebbe comportare prima, e a suo sostegno, una ben oculata gestione strategica politico-amministrativa e l’implementazione (innanzi tutto tecnologica) a livello locale dei servizi alla popolazione residente così che anche all’abitante della frazione più elevata o isolata non sia difficile ottenere un certificato anagrafico o interfacciarsi con un funzionale comunale – non sia resa più difficoltosa la vita quotidiana, insomma. Le normative in vigore, inclusa la recente Legge 12 settembre 2025, n.131 (la “Legge sulla Montagna” rilasciata dal Governo in carica), sembrano incentivare la fusione tra piccoli comuni in certi casi anche con sostegni e agevolazioni concrete, ma credo che non basti. Spesso, anche nei territori dove la fusione appaia come la soluzione migliore, gli ostacoli permangono: da un lato alimentati dall’incertezza sulle garanzie di un sostegno realmente efficace e concreto da parte degli enti amministrativi superiori e dalla politica, dall’altro motivati dalla frequente arretratezza infrastrutturale di cui soffrono i territori montani italiani nonché dalla crescente carenza dei servizi di base. Oltre alle permanenti motivazioni campanilistiche, che in Italia sono più solide delle montagne stesse, come sappiamo bene.
Fatto sta che il bivio è lì, obiettivamente inevitabile, molti territori montani vi sono ormai giunti e devono decidere che strada prendere: se quella della conservazione dello status amministrativo attuale, salvaguardando certezze storicizzate e presunte ma viepiù labili, oppure se mettere da parte remore e campanili e affrontare la novità di una fusione con i comuni confinanti, nella speranza – dacché siamo e restiamo in Italia, nel bene e nel male – che non sia, gattopardescamente, che tutto cambi affinché nulla cambi. Una decisione dalla quale dipendente il futuro di molta parte delle nostre montagne, da ben ponderare ma da non più scansare.
[1] Dati aggiornati riferiti al periodo 2024-2026 forniti dall’ISTAT e dall’UNCEM, elaborati grazie a Google Gemini AI.