Alessandro Busci da Sotheby’s

Sono molto contento per Alessandro Busci, artista assai evocativo e intrigante che ho il grande onore di conoscere e del quale vi ho già detto qui, che nel Contemporary Art Day Auction del 27 giugno scorso da Sotheby’s ha visto aggiudicare il suo Aereo Bianco e Blu del 2018 (nell’immagine ne vedete un particolare) a 31.250 sterline, pari a 34.944 Euro, contro una stima di partenza di 18.000 sterline.

Chapeau!, insomma, dacché è un record del tutto meritato che mette in luce la qualità assoluta di una produzione e di una ricerca artistica originale e assai affascinante. E, senza dubbio, è pure uno “stimolo” per lo stesso Alessandro Busci affinché ci sappia sorprendere ancora di più, con la sua arte – se mai di stimoli ne possa avere bisogno, visto che ho già avuto modo di constatare che lo farà, e alla grande.

Annunci

Cosa compra chi compra arte (e spende milioni)?

Avrete certamente letto della vendita all’asta – da Sotheby’s a New York – di uno dei dipinti di Claude Monet della famosa serie Les Meules (“I covoni” o “I mucchi di fieno”), aggiudicata per la cifra record (per l’artista francese) di 110.747.000 dollari.

Posto che non ci vedo nulla di scandaloso (come invece qualcuno trova sempre, in tali casi) nello spendere una tale cifra di denaro per un’opera d’arte – anzi, l’arte è forse rimasta (o lo è da sempre?) l’unica cosa non vitale che giustifichi certe transazioni di denaro, a prescindere dalle varie questioni legato al mercato dell’arte e alla sua “etica” di fondo (dunque anche delle speculazioni di varia natura), mi viene da riflettere sul “senso superiore”, se così lo posso definire, che può stare alla base di una tale azione finanziaria. Voglio dire: cosa compra chi spende una cifra del genere per un’opera d’arte, oltre – materialmente – all’opera stessa? Compra il prestigio che essa si porta dietro? Compra la sua bellezza, dunque la sua valenza estetica? Forse invece compra la possibilità esclusiva di godere di tale bellezza, dunque la valenza estatica? Ovvero in realtà non compra affatto l’opera, se non commercialmente, ma rivendica il diritto di poter comprare un bene di tale valore e “potere” – artistico, culturale finanziario, come una sorta di demone che compri l’anima a un mortale per come l’arte sia l’anima del nostro mondo e della civiltà umana? Insomma: quanto tale operazione, oltre che finanziaria, è artistico-estetica, e quanto è sociologico-antropologica?

Ribadisco: sono mere riflessioni, con domande relative, di un altrettanto mero appassionato di arte quale sono (ben conscio di come fondamentale, per innumerevoli aspetti, sia da sempre l’arte per la nostra civiltà), senza alcuna accezione critica e volontà di giudizio.

Alberto Giacometti: l’artista da 100 e più milioni di dollari per un’opera, e dall’atelier che nessuno considera…

Avrete probabilmente letto/visto sui media la notizia del nuovo record di vendita all’asta per un’opera d’arte: Chariot, scultura bronzea di Alberto Giacometti (nell’immagine qui sotto), è stata battuta a 101 milioni di dollari, valore secondo solo ai 104,3 milioni di dollari – record assoluto, stabilito nel 2010 – di un’altra opera di Giacometti, Homme qui marche.
Alberto-Giacommeti-Chariot-1020x1360
Ora, al di là di tali vertici di mercato artistico e dello scalpore che hanno generato, quando penso ad Alberto Giacometti – senza dubbio uno dei più grandi artisti del Novecento – e ancor più in considerazione di quanto sopra citato, mi torna in mente quella piccola, caratteristica baita che si trova giusto accanto alla strada che da Chiavenna (e dunque da Milano) porta a Sankt Moritz, lussuosissima località turistica che non abbisogna di presentazioni: baita che è proprio l’atelier della famiglia Giacometti, a Borgonovo di Stampa, piccolo villaggio tra i monti della Svizzera – nel Grigioni di parlata italiana – del quale la famiglia è originaria.
Quella strada, la quale appunto porta dall’Italia a una delle più note località delle Alpi (e che è quella visibile nelle foto a corredo di questo articolo), è trafficatissima in ogni stagione ma soprattutto d’inverno, quando orde di sciatori vi transitano per recarsi sulle piste di giacometti_100_frSankt Moritz ovvero – se detengono un’adeguata fortuna economica – per viverne il lusso, frequentare il jet set internazionale, fregiarsi dell’aver lì casa e dunque fare parte della società che conta, accanto a VIP d’ogni genere e sorta. Ecco, posto quanto scrivevo poc’anzi, mi fa sempre specie constatare come la gran parte di quel traffico passi accanto a quella baita, all’atelier di Alberto Giacometti e prima del padre Giovanni, ignorandone totalmente la presenza. Transitano veloci in tanti, le auto ordinarie oppure fuoriserie con gli sci sul tetto e/o i bagagli nel baule, e non sanno di sfiorare un luogo dal quale è partito un grandissimo personaggio, una vera e propria icona del Novecento e – beh, non si può non rimarcarlo di nuovo – colui che si può definire Mister 205 milioni di dollari (la somma del valore delle due opere sopra citate)… Altro che i miseri 6 milioni del protagonista di quella nota serie televisiva anni ’80!
Ma, scherzi a parte, e mi ripeto, è quanto meno particolare questo estemporaneo accostamento tra due ambiti così diversi: l’arte di qualità eccelsa (e di valore economico incredibile) di Giacometti, e il consumismo turistico tipico della nostra epoca moderna – nel quale non c’è nulla di male, sia chiaro! Io stesso ci passo di lì tante volte, per andare a salire qualche mirabile vetta engadinese; tuttavia, quell’ignoranza senza colpa alcuna verso la presenza storica (e non solo) di Giacometti su quella trafficata strada è un qualcosa che vorrei vedere attenuarsi. Perché Giacometti è stato grandissimo, lo ribadisco, e, suvvia, perché le sue opere oggi valgono ben di più di quelle Ferrari o delle Porsche che sfiorano l’atelier Giacometti per andare a vanagloriarsi lungo le vie di Sankt Moritz!


Cliccate QUI per visitare il sito web del Centro Giacometti, che gestisce l’atelier di Borgonovo di Stampa e il relativo retaggio della famiglia.

P.S. – una curiosità: se ingrandite l’immagine in cui la costruzione è ripresa sul lato, potrete leggere l’intitolazione della stessa ai Giacometti, incisa sulle travi di legno. Una sorta di firma in veste di dedica sulla baita, come su un’opera d’arte.

Libri milionari e librerie in bancarotta. Quando il valore di una singola pagina muterebbe da solo il destino di tanti librai…

E’ di solo qualche giorno fa la notizia – riportata ad esempio da La Repubblica – di un nuovo record assoluto di valore per un libro stampato, venduto in asta da Sotheby’s a New York: 14 milioni e 165mila dollari (pari a 10 milioni 337mila e rotti Euro), pagati dal magnate della finanza e filantropo David M. Rubenstein per BayPsalmBook-photoaggiudicarsi uno degli 11 esemplari superstiti del Bay Psalm Book, il primo libro stampato in inglese in America del Nord, che venne edito in 1.700 copie nel 1640 dai primi pellegrini arrivati nella terra dei futuri Stati Uniti. Un volume composto da 300 pagine, dunque – tornando a ragionare nella nostra valuta corrente – quasi 35mila Euro a pagina: un ordine di valori che riporta a certa arte moderna e contemporanea, comparto che molti ritengono artificiosamente gonfiato e nel quale da qualche tempo non manca la speculazione, proprio come nel “normale” mercato borsistico e finanziario. C’è dunque il rischio che pure sotto questo aspetto il libro diventi un ennesimo simbolo della contraddizione socioeconomica del mondo di oggi, nel quale i ricchi sono sempre più ricchi mentre fasce sempre più ampie di popolazione faticano a chiudere il mese, tagliando le proprie spese considerate “superflue” e spesso includendo in esse quelle dedicate alla cultura e, in particolare, all’acquisto di libri?
Secondo lo scrittore e collezionista Giuseppe Marcenaro – autore peraltro proprio di un libro sulla bibliofilia, Libri. Storie di passioni, manie e infamie, uscito nel 2010 per Bruno Mondadori – sì, il rischio esiste. “Questi prezzi folli sono esagerazioni. Spesso chi acquista lo fa per apparire” dichiara a La Repubblica. “Prezzi del genere fanno parte della follia dell’uomo, del voler apparire, far sapere che tu puoi avere quell’oggetto, gli altri no. Il libro, come l’opera d’arte, a quel punto non conta più: magari neppure lo leggono”. Il che in effetti riporta a certi acquisti di opere d’arte a prezzi spropositati fatti da miliardari le cui conoscenze artistiche si fermano alla differenza tra tavolozze e tavolate. “Comunque c’è sempre un atto di superbia nel comprare. Anzi, c’è proprio un errore nel dare valore monetario a certi oggetti. Lei se lo immagina il Papa che per fare opere di bene mette in vendita un Raffaello?” chiude sarcastico Marcenaro.
Di contro, tuttavia, quello attribuito al Bay Psalm Book è un valore che alcuni esperti ritengono giusto. Mario Scognamiglio, ad esempio, titolare della Libreria Rovello di Milano che è stata per lungo tempo “casa” degli appassionati di libri antichi e di pregio italiani. “Il Bay Psalm Book è un esemplare molto raro. L’ultima copia fu venduta nel 1947, certe cifre non mi sorprendono. Stesso discorso per la Magna Carta o la Bibbia di Gutenberg. Libri così si trovano una volta ogni cento anni” afferma Scognamiglio, in buona sostanza includendo con ciò anche il libro nelle logiche prima citate che regolano il mercato dell’arte propriamente detta.
Ma a questo punto non può non risultare evidente il contrasto stridente tra tali giri di denaro per acquistare un singolo libro e certe realtà che non vendendone a sufficienza, di libri, hanno dovuto chiudere: è il caso proprio della Libreria Rovello, che all’inizio dell’anno in corso ha definitivamente chiuso i battenti. “Oltre a me, hanno chiuso in molti, con la crisi” dichiara Scognamiglio. “Gli acquirenti nel nostro Paese sono circa 500, non di più. Inoltre da noi, purtroppo, università e biblioteche non hanno soldi”. E, a quanto pare e per come rivelano le statistiche sul mercato editoriale in Italia, di soldi ce ne sono sempre meno anche per acquistare i libri “normali”.
Per carità, a mio modo di vedere, che ad opere letterarie di pregio venga riconosciuto un così alto valore anche economico è tutto sommato una cosa comprensibile e apprezzabile: la letteratura è arte, forse ce ne dimentichiamo troppo spesso e probabilmente se lo dimenticano, drammaticamente, proprio gli scrittori; tuttavia, lo ribadisco, opere antiche e di valore non solo letterario e culturale dovrebbero restare il più possibile a disposizione della società, e proprio per questo non divenire oggetto di speculazione monetaria dunque, inevitabilmente, simboli di potere e status symbol oligarchici, come prospetta Marcenaro. Se un potere i libri lo possiedono, in quanto oggetti culturali primari a disposizione di tutti, è proprio quello di arricchirci nella mente e nello spirito. Ed è una ricchezza il cui valore profondo mai nessuna montagna di denari potrà eguagliare.