Buona esta(r)te #9

P.S. – Pre Scriptum: agosto, tempo di ferie, di vacanze: anch’io per qualche giorno mi ci adeguerò, mi tocca (0) ma, visto che per tal motivo non potrei essere così assiduo come al solito con gli aggiornamenti del blog, mi sono chiesto: cos’è che proprio non dovrebbe mai andare “in vacanza”, cioè diventare letteralmente vacante? La bellezza, ad esempio. Perché di bellezza il mostro mondo ne ha bisogno sempre, per contrastare adeguatamente le tante, troppe cose brutte che ahinoi ci “offre”. Quindi mi sono detto pure: ok, e bellezza sia, in questi giorni d’agosto qui sul blog. E cosa c’è che sappia offrire bellezza in modo molteplice e assoluto, più dell’arte?
Ecco.
Dunque: buona esta(r)te a tutti!

Piero Manzoni, Base del Mondo (Socle du monde), ferro e bronzo, 1961, parco pubblico di Herning

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Piero Manzoni, un genio.

Leggo che hanno avuto gran successo le mostre personali che Hauser & Wirth ha dedicato a Piero Manzoni, prima nella galleria di Los Angeles e poi in quella di New York, conclusasi solo qualche giorno fa (ne parla “Artribune” in questo articolo), ciò in forza dell’accordo che Hauser & Wirth ha siglato con la Fondazione Manzoni in merito all’organizzazione di eventi espositivi “manzoniani” e alla gestione del mercato delle sue opere. «Manzoni – ha detto ad “Askanews” Marc Payot, partner e vicepresidente della galleria – per noi è un sogno che diventa realtà. E’ una figura così rilevante nella storia dell’arte europea, così radicale per il suo tempo, e per noi avere l’opportunità di rappresentare la Fondazione significa renderlo rilevante nell’arte contemporanea e promuoverlo globalmente dalla Cina al Sudamerica.»

Di contro, nemo propheta in patria, Manzoni mi pare che da queste parti non goda ancora di altrettanta considerazione, anzi, non di rado mi capita di sentire i soliti commenti denigranti sulle sue opere, accompagnate dalle altrettanto solite frasi fatte («Lo sapevo fare anch’io!», «Ma che ca**o di arte sarebbe, quella?!» eccetera). Ma tutto questo non fa che rimarcare e confermare ciò per cui vi sto proponendo questo post, ovvero l’evidenza che Piero Manzoni è stato realmente un genio, tanto rivoluzionario quanto (inesorabilmente) incompreso dai più. Che Hauser & Wirth ci crei sopra un proprio business, ora, può essere cosa più o meno discutibile (d’altro canto sono mercanti d’arte, è il loro mestiere!), ma che pure questo comprovi la grandezza artistica, creativa e intellettuale di Manzoni è cosa niente affatto in discussione.

E quelli che non l’hanno ancora capito, e magari citano la Merda d’artista come esempio a sostegno del loro disprezzo, è lampante che non hanno nemmeno capito che proprio la Merda d’artista è la prova inconfutabile della loro ottusità al riguardo.

Conversazioni sull’arte contemporanea – parte 4a

Torno (con colpevole ritardo, di cui mi scuso molto) a chiacchierare con Emanuele intorno all’arte contemporanea, una conversazione intrigante e interessante per il quale gli rinnovo la mia gratitudine. Nel blog di Emanuele Accendi la mente trovate la “puntata precedente” della chiacchierata – nella quale Emanuele mi sottopone le domande (con relative sue considerazioni, in corsivo qui sotto) le cui mie risposte potete leggere di seguito – oltre che le antecedenti “conversazioni”. Tutto quanto, sia chiaro, non è “cosa privata” tra lo scrivente ed Emanuele ma è assolutamente aperto a qualsiasi contributo altrui.

Maurizio Cattelan, “L.O.V.E”, 2010.

In cosa si manifesta il talento dell’artista contemporaneo?
Posso azzardare qualche risposta: intuizione nell’individuare un nuovo punto di vista; immaginazione nel trasmettere un messaggio in modo originale ed innovativo; elaborazione di un pensiero alternativo e laterale.
Quello che vedo poco è il talento nella realizzazione dell’opera fisica.

Bella domanda, alla quale potrei dare due risposte, una più “teorica” e l’altra più personale. La prima: il talento artistico, oggi, penso sia identificabile in primis con la dote di saper materializzare nella dimensione reale le visioni e le percezioni immateriali/intellettuali. Ovvero, la capacità di ampliare la realtà oltre il visibile e comprensibile ordinario, facendo dell’opera d’arte (sia essa visiva o d’altro genere: anche quella letteraria, per dire) il media col quale non solo compiere tale operazione ma con cui trasmetterne il senso. Il medium che è il messaggio, come diceva Mc Luhan, cioè il lavoro artistico che diventa matrice estetica e manifestazione visuale della pubblica comunicazione di senso e di concetto.
La seconda: il talento non esiste. Ciò che consideriamo talento in alcuni è solo abulia in altri. L’artista, in tal senso, sa sfruttare la sensibilità che chiunque possiede ma che molti non sanno o trascurano di avere.

Quale differenza sussiste fra la critica dell’arte moderna e quella di un altro periodo artistico?
Posso paragonare due macchiaioli confrontando la differenza di tecnica; affiancare due sculture in marmo e disquisire sulla capacità di rappresentare la leggerezza di un tessuto o l’intensità espressiva del volto. Posso quindi esprimere un giudizio sulla realizzazione dell’opera.
Nellarte moderna tale opportunità mi sembra preclusa. Il che può anche essere un punto di forza: l’artista non è costretto a sottostare ad alcun vincolo (materiale e/o di tecnica) aumentando conseguentemente le forme espressive di uno stesso messaggio.

In verità la “critica”, nell’accezione attuale del termine e della relativa realtà pratica, è invenzione recente; forse parlare di e distinguere differenti periodi artistici, quando la forza della critica si è palesata sostanzialmente nel Novecento ovvero in quel periodo che, tutto sommato, stiamo ancora artisticamente vivendo nella sua evoluzione (ultima/finale, o forse no) non è del tutto consono. Tuttavia, restando nella scia della tua domanda, per quanto mi riguarda non vedo grosse differenze tra elucubrazioni critiche di periodi differenti, in senso prettamente artistico, semmai le vedo se considero l’arte come dotata di un intrinseco e importante (nel bene e nel male) aspetto mercantile, proprio dell’epoca moderna e contemporanea. Da questo punto di vista certamente la critica ha assunto spesso caratteri più “politici” che culturali, affiancando alla propria missione di mediazione artistica quella di “generatrice di interessi” – diciamo così. Al punto che secondo molti oggi la critica giace ormai in uno stato assai comatoso – in molti casi sostituita dalle figure curatoriali come mediatrici tra arte e pubblico ovvero da una figura ancora più nuova (in Italia, meno all’estero essendo già più diffusa) e più specializzata, quella del “mediatore culturale museale”, appunto.

Può esistere un’opera di arte contemporanea senza il suo messaggio?
Un orinatoio è la rappresentazione fisica di un pensiero senza il quale esso perderebbe il valore artistico. Un quadro di Georges Seraut manterrebbe un pregio fosse anche solo per le capacità artistiche del pittore.

Oggi probabilmente un’opera d’arte senza messaggio esisterebbe come sarebbe esistita fino a prima delle avanguardie, ovvero solo se dotata d’una propria valenza artistica o d’un qualche appeal pubblico – ma questo perché è ciò che ci siamo abituati a concepire e pensare al riguardo. Tuttavia io credo che le due concezioni di “opera d’arte” da te indicate non possano essere messe in raffronto dacché – ribadisco – facenti parte di due mondi differenti seppur appartenenti allo stesso “firmamento” artistico, ovvero a due epoche dotate di ben diversi stilemi culturali, intellettuali, di costume, espressivi, eccetera. Se Duchamp avesse proposto il suo orinatoio cento anni prima di quando lo fece, definendolo “arte”, probabilmente l’avrebbero messo in manicomio, in quanto quel mondo aveva ancora metri di giudizio artistico-culturali d’un certo tipo e provenienti da un certo retaggio. Cento anni dopo la situazione era cambiata, la genialità di Duchamp è stata quella di intuire tale profondo cambiamento, di comprendere la portata della rapida rivoluzione paradigmatica figlia del progresso e dell’evoluzione culturale in atto, e di concettualizzarla in maniera tanto immediata quanto chiara. Ugualmente oggi, se qualcuno proponesse lo stesso orinatoio (ipotizzando che Duchamp o nessun altro l’avesse già fatto prima), temo che verrebbe sostanzialmente ignorato, sempre per gli stessi motivi protratti ed evoluti nel tempo.
Con tutto ciò, però, io dico che pure le opere di Seurat, o Rembrandt, o Raffaello o di qualsiasi altro artista, avevano e hanno un messaggio più o meno strutturato portato all’attenzione del loro fruitore, solamente meno evidente dacché subordinato alla valenza estetica dell’opera: il divisionismo seuratiano, per citare lo stesso tuo riferimento, ha dietro tutto il corpus concettuale estetico-filosofico (il pensiero di Nietzsche, per dirne uno) elaborato a fine Ottocento e già prodromico di quello delle più radicali avanguardie novecentesche, ad esempio. Oggi invece accade il contrario, appunto, e ciò per il mondo con cui si è evoluta la civiltà umana e la sua cultura (nel bene e nel male che ciò abbia comportato e comporti, come sempre), ivi inclusi i gusti e le percezioni estetiche, mi viene da dire: per chi scrive Rothko è bellezza pura e assoluta, per tanti altri è una tela sporca. Ecco.

Un nuovo libro sul grande Manzoni (no, non Alessandro!)

Se i Manzoni saranno ricordati, non credo sarà di certo per merito di Alessandro, autore del romanzo più servile e anonimo dell’Ottocento, piuttosto sarà grazie alle rare qualità di Piero Manzoni. Mente libera e indipendente per eccellenza, che troppo presto ha abbandonato questa nostra Italia borghese e bigotta.

(Arturo Schwarz su Piero Manzoni)

Fin da quando ho conosciuto e “studiato” (per usare un verbo assolutamente esagerato ma chiaro) l’arte di Piero Manzoni, ne ho percepito l’impatto profondamente rivoluzionario, destabilizzante, provocatore in forza d’una sagacia irriverente e al contempo geniale. Un’espressività artistica che s’affiancava a quella “madre di tutte le altre” di Lucio Fontana e da lì partiva per la tangente verso ambiti comunicativi che se da un lato i coevi dell’artista milanese (ma cremonese di nascita) per la gran parte non furono in grado di capire, per mancanza di mezzi intellettuali ma più spesso per mera meschinità  – rare eccezioni il citato Schwarz e lo stesso Fontana -, dall’altro hanno lasciato un retaggio ben più ampio e profondo di quanto si potesse credere, e che soltanto ora si apprezza in tutta la sua innovativa sostanza.

Prova ne è Piero Manzoni. Nuovi Studi, il volume curato dalla Fondazione omonima e appena pubblicato da Carlo Cambi Editore che raccoglie i contributi di numerose firme della saggistica e della critica d’arte contemporanea, e che si prefigge di sottrarre una volta per tutte la figura di Manzoni “al gioco stucchevole delle affermazioni di grandezza, delle definizioni sloganistiche ad uso del compound di riferimento, delle volgarizzazioni chiassose dell’attualità”  per dare corso al “tempo degli studi, delle indagini acuminate, delle ricostruzioni partite, in cui la dimensione dell’attualità trascolora, facendo posto alla misura lunga della storia.

Un volume (cliccate sulla copertina lì sopra per saperne di più) che fa il buon paio con la bella autobiografia firmata da Dario Biagi e uscita qualche tempo fa (della quale trovate la mia recensione qui) che certamente leggerò presto e che, per tutto quanto vi ho scritto finora, non posso che consigliarvi.

Se fossi sereno potrei ancora scrivere? (Piero Manzoni dixit #2)

Soprazocco è un gran bel posto. Sì, forse potrei passare qui tutta la mia vita. La campagna è così serena che rende sereni anche noi. Potrei così dipingere e scrivere pur lavorando… Ma non so se questa è saggezza o viltà. Viltà nel senso di fuga dalla vita che in realtà dovrei affrontare. D’altra parte se fossi sereno potrei ancora dipingere o scrivere?
E poi… credo comunque che sono cose che dovrò risolvere scrivendo.

(Piero Manzoni, citato da Dario Biagi in Il ribelle gentile. La vera storia di Piero Manzoni, Stampa Alternativa, Viterbo, 2013 p.24, citando a sua volta Germano Celant, Piero Manzoni. Catalogo Generale, Skira, Milano, 2004, p.587)

Piero_Manzoni_foto_Giovanni_Ricci1Piero Manzoni è stato un grandissimo artista fors’anche perché non è stato solo un artista, ovvero non solo un creatore di arte visiva. Ha scritto anche moltissimo, quasi che l’attività letteraria e la riflessione intellettuale da cui nasceva, nonostante spesso restava cosa privata, non potesse non accompagnare il processo di creazione artistica. Al proposito, ha lasciato uno degli esperimenti artistico-editoriali più illuminanti dell’intero azimuth_copertineNovecento, la rivista Azimuth, che pur in solo due numeri ha saputo generare un gran scossone intellettuale nell’ambiente artistico e critico nazionale, sovente moooooolto conservatore e assai svagato.
Ma, nella citazione sopra pubblicata, Manzoni pone all’attenzione di tutti uno dei più grandi quesiti intorno alla creazione letteraria: “Se fossi sereno potrei ancora dipingere o scrivere?” Ovvero: per scrivere, e intendo dire scrivere grandi testi, bisogna necessariamente essere in un qualche stato di tormento intellettuale e spirituale? Solo l’agitazione derivante da ciò può far frizzare nell’autore quelle piccole/grandi scosse elettriche che mettono in circolo la migliore e più fervida creatività? In effetti, di grandi scrittori e creativi dall’animo tormentato la storia è a dir poco ricolma. Di contro, uno stato di quiete, di calma, di serenità di mente e d’animo, di assenza di qualsivoglia pur minimo tormento, potrebbe veramente cagionare, come effetto collaterale, un rilassamento intellettuale tale da impedirci di scrivere grandi, articolate e compiute storie?
Un quesito non da poco, insomma.
Che ne pensate, voi?

P.S.: qui trovate la mia recensione de Il ribelle gentile. La vera storia di Piero Manzoni.