Architetture sonore | Suoni architettonici

Due preziosi amici e, ancor più, due mirabili scrittori, due libri di valore assoluto, tre eventi che li presentano:

Mercoledì 5 febbraio, presso la Biblioteca dell’Accademia di Architettura di Mendrisio, un architetto-creatore di alcune delle più insigni architetture alpine narrato da un architetto-scrittore tra i più insigni conoscitori di quelle architetture, ospiti in uno dei più insigni luoghi di custodia della cultura architettonica tra Italia e Svizzera…… ovvero, Luciano Bolzoni presenta Carlo Mollino. Architetto, un libro che non disquisisce solo di architetture ma di molto più: di un geniale personaggio, di un’epoca, di uno stile e una visione del mondo e della vita unici.

Venerdì 7 febbraio, alla libreria “Tempo Ritrovato” di Milano, un grande narratore di paesaggi e Natura racconta di altrettanti fondamentali paesaggi per l’animo umano, quelli musicali – ma nel senso meno banale e più intenso del termine: Davide Sapienza e Attraverso le Terre del Suono, il suo ultimo libro, la geopoetica che incontra e si fonde con il georock, la «musica come aspirazione dell’essere».

Domenica 9 febbraio, al Forte di Bard, lo stesso architetto-creatore di alcune delle più insigni architetture alpine narrato dallo stesso architetto-scrittore tra i più insigni conoscitori di quelle architetture, dei quali ho detto poco sopra, questa volta ospiti in una delle più insigni architetture storiche delle Alpi… di nuovo Luciano Bolzoni che presenta Carlo Mollino. Architetto, esatto.

Serve aggiungere che siano due eventi da non perdere? No, non serve.

Lucerna, la vita letteraria di una città

C’è, forse, un modo letterario per cercare di capire, o almeno di percepire, se un luogo – una città o un altro nucleo di forte presenza antropica, in particolar modo – sta smettendo di essere vivo: quando la sua “vita” viene narrata sempre meno dagli scrittori e sempre più dai cronisti, ecco.
Gli scrittori possono narrare la realtà ovvero la fantasia, a volte entrambe debitamente amalgamate, e possono raccontare del passato, del presente ma pure, immaginandolo con più o meno creatività, del futuro; i cronisti devono sostanzialmente narrare il presente-presente, riportandone le evidenze con la maggiore obiettività e la minore creatività possibili. Sono due attività diverse, certo, ma a ben vedere la loro diversità si manifesta soprattutto nel risultato finale e nella relativa funzionalità, che altrove: entrambi raccontano, in fondo, al punto che vi possono essere cronisti del tutto attinenti alla realtà dei fatti e profondamente letterari, nel racconto offerto, così come scrittori che pongono in secondo piano il valore letterario del testo al fine di conseguire la massima razionalità narrativa possibile.
Tuttavia ciò che conta è il racconto, la narrazione che non sia vincolata al mero resoconto di una realtà del tutto ordinaria, talmente ordinaria da palesare la propria ristagnante insignificanza, anche quando così non sembri. La città è primariamente un racconto, di natura realista ma pure immaginativa: contiene certamente anche la cronaca, che riferisce della sua realtà oggettiva quotidiana, ma non credo vi possa essere una tale realtà senza un racconto urbano dal quale possa scaturire. In altre parole: non vi potranno essere cronisti che riferiscono della realtà cittadina senza scrittori che l’abbiano costruita e plasmata, raccontandone le storie e, in tal modo, determinandone l’identità del momento.

(Autore ignoto, “Veduta della città di Lucerna con sullo sfondo la Rigi”, 1820-1825 circa. Fonte: Biblioteca Nazionale Svizzera, GS-GUGE-ANONYM-B-2.)

Lucerna non ha tale problema, inutile che lo denoti – non avreste questo libro in mano, d’altra parte. Da secoli ha ispirato scrittori, sia indigeni che forestieri, che hanno trovato indispensabile raccontarla ovvero narrarla attraverso le storie che in essa ambientavano. Ciò ha contribuito a costruire la sua aura cittadina, la sua essenza estetica, culturale, antropologica, dalla quale scaturisse la più ordinaria vita urbana quotidiana i cui fatti sono divenuti campo d’azione e di relazione dei cronisti. Ma, in fondo, non c’entra che Lucerna possa godere e far godere chiunque d’una strabiliante bellezza paesaggistica e architettonica – o meglio: conta, senza dubbio, ma non è ciò che possa realmente spingere gli scrittori a scriverne. Contano di più altre cose: conta di più, ad esempio, che prima che dagli scrittori la città venga narrata nelle storie private degli innamorati che la percorrano mano nella mano e, sulle sue forme architettoniche come disegnate dal vibrare delle loro emozioni, vedano rispecchiata la fervida passione che li infiamma. O che la racconti a sé stesso e ai suoi piccoli amici il bambino che nelle vie cittadine si senta un antico cavaliere conquistatore di quel reame fantastico protetto da un grande fossato liquido entro cui faccia buona guardia lo stesso drago che all’alba del 26 maggio 1499, dopo un temporale terrificante, emerse dalle acque selvagge della Reuss, nei pressi della Spreuerbrücke – come racconta la leggenda. Oppure ancora che Lucerna venga descritta, perché no, dall’immigrato giunto in città da chissà quale lontano e diversissimo paese – per cultura, costumi, usi, visioni e quant’altro – il quale nella propria descrizione a sua volta diversa dacché basata su metri di giudizio differenti e ancora vibrata da inquietudini, timori o incertezze, consapevolmente o meno cominci a mettervi una primigenia, confusa eppure percepibile sensazione di casa, di parvenza domestica, di nascente reciprocità urbana prima ancora che sociale e culturale.
Se tutto ciò avviene, se tutte queste e tante altre narrazioni elementari scaturiranno da chi, in un modo o nell’altro, avrà a che fare con la città e ne dovrà riferire il personale dialogo, allora potrà scaturire ogni altra narrazione più strutturata, approfondita, articolata ovvero letteraria. Perché dalla città scaturirà vita, appunto, fatta non tanto di meri e ordinari accadimenti quanto di frementi istinti vitali e di sentimenti, emozioni, passioni, fantasie, illusioni: allora gli scrittori racconteranno la città e ne continueranno la “costruzione” materiale e immateriale, preservando nel tempo la sua bellezza, il fascino, l’attrattiva, il mistero. A beneficio di tutti quelli che, lettori o meno, decideranno di visitarla, conoscerla e venirne quanto più intensamente ravvivati.

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Brano tratto da
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

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P.S.: voglio ringraziare Marco Piras Keller, lettore «italo-lucernese» che mi ha scritto ricordandomi come il Rigi, il monte ritratto nel dipinto sopra riprodotto, è in realtà identificato dagli svizzeri al femminile, die Rigi, dunque «la Rigi», quasi a definirne la grande simbolicità culturale e antropologica nell’immaginario alpino elvetico che la rende LA montagna (al femminile, appunto) per eccellenza. Ho così corretto la didascalia dell’immagine.

I cattivi artisti

È vizio molto diffuso tra gli artisti, o meglio tra i cattivi artisti, una certa vigliaccheria mentale, per cui rifiutano di prendere una qualsiasi posizione, invocando una mal intesa libertà dell’arte o altri egualmente grossolani luoghi comuni. Così in genere costoro, avendo un’idea molto vaga dell’arte, finiscono per confondere l’arte con la vaghezza stessa.

(Piero Manzoni, Per la scoperta di una zona di immagini, 1958 in Scritti sull’arte, SE/Abscondita Edizioni, 2013, pag.25.)

Piero Manzoni, “Scritti sull’arte”

Da grande appassionato di arte contemporanea quale sono, se devo pensare al secondo Novecento artistico italiano, quello da cui si è poi sviluppata la produzione artistica visuale attuale – nazionale e per molti aspetti non solo – sono due i nomi che prima degli altri mi vengono in mente. Uno, assoluto, Lucio Fontana: secondo me l’artista più rivoluzionario del dopoguerra, nelle opere e nei concetti. Due, per una personale passione ma anche per una vicenda artistica e umana peculiare: Piero Manzoni. Originalissimo, anticonformista, sovversivo, ironico e sarcastico ma pure profondo, concettualmente strutturato, capace d’una visione laterale e preveggente circa la realtà e la sua rappresentazione visiva. Geniale pure lui, a suo modo e sulla scia di Fontana che, non a caso, lo protesse e sostenne sempre.

Pur avendo letto molto di Manzoni – a partire da questa bella biografia – conoscevo ancora poco i suoi testi, importanti non solo per la definizione delle basi concettuali della sua produzione artistica ma pure perché frutto di un interesse per la scrittura che avrebbe potuto regalarci un secondo Manzoni letterario, dopo il “classico” Alessandro, per come Piero intorno ai vent’anni rimase a lungo indeciso tra la carriera di artista e quella di scrittore. Tali testi sono raccolti in Scritti sull’arte (SE/Abscondita Edizioni[1], 2013, a cura di Gaspare Luigi Marcone), agile libro che offre sia gli scritti sull’arte editi da Manzoni in vita, dunque dal 1956 al 1963, sia un nutrito corpus di bozze, dattiloscritti, appunti, alcuni dei quali trascritti e pubblicati qui per la prima volta []

(Leggete la recensione completa di Scritti sull’arte cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La cattiva letteratura

La cattiva letteratura, proprio come l’arte, esisterà sempre. Le turbe di individui che hanno letteralmente, ostacolato la vita dell’arte cercando di ridurla al rango di un giochetto formale, che hanno fatto il possibile per evitare ogni impegno superiore per sé e per gli altri, gli eterni fanatici della “castrazione spirituale” come avrebbe detto Goethe, non vedranno ritornare ciò che presso loro non ha mai albergato. L’artista e lo scrittore ritornano solo alla lotta contro i luoghi comuni, alla libera ricerca.

(Piero Manzoni, Scritti sull’arte, SE/Abscondita Edizioni, 2013.)