Il diritto di criticare

Accanto al diritto di creare, il diritto di criticare è il dono più ricco che la libertà di pensiero e di parola possano offrire.

(Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa, a cura di Cinzia De Lotto e Susanna Zinato, Adelphi, 2021 – pubblicato giusto ieri.)

Snatch – Lo strappo

Ho rivisto Snatch – Lo Strappo, di Guy Ritchie.
Rivisto, già, perché dopo aver visto l’ultima pellicola dell’ex Mister Madonna, The Gentlemen, mi è tornata la voglia di rivedere quel film visto in sala all’epoca dell’uscita, ormai venti e più anni fa, del quale serbavo un piacevolissimo ricordo.

Be’, anche dopo due decenni riconfermo quel piacere di visione: in Snatch – versione all’ennesima potenza del già divertente predecessore Lock & Stock – Pazzi Scatenatitutto o quasi gira alla perfezione, il ritmo è sovente tiratissimo, il plot narrativo si dipana senza alcun intoppo e le varie sotto-storie (una peculiarità del regista inglese, quella di girare film con sceneggiature che si svolgono su più piani, continuamente intrecciati e sovrapposti) vi si incastrano benissimo, gli attori sono azzeccati, i personaggi ben delineati, le scenografie perfette (seppur inevitabili: sempre di Londra e circondario si tratta, con Ritchie), la colonna sonora di gran pregio, la commistione tra dramma e humor ben riuscita, con alcune scene notevoli e gag esilaranti che schizzano fuori all’improvviso da situazioni all’apparenza noir e violente. Insomma, a mio modo di vedere è quello che si dice un cult movie che dopo vent’anni non ha perso un grammo del suo fascino, ma che temo rappresenti bene il film che ogni regista vorrebbe girare e che al contempo si augura di non girare del tutto. Sì, nel senso che con Snatch Guy Ritchie ha certamente firmato il suo personale “capolavoro” il quale, di contro, è inesorabilmente diventato metro di paragone per tutte le opere successive, che infatti non ne hanno uguagliato, e di tanto, ne i successi di pubblico ne tanto meno quelli di critica (salvo rari casi). Fino almeno al recente The Gentlemen, con il quale Ritchie ha pensato bene di tornare alla formula della commedia d’azione così ben rappresentata con Snatch, ottenendo risultati interessanti e gradevoli ma, di nuovo, senza ripetere il colpo grosso di allora.

Vedetevelo, Snatch: vi divertirà sicuramente, io credo, o magari vi irriterà, che tuttavia per un film del genere è comunque un “bel” risultato, per certi versi ricercato, in fondo.

P.S.: cliccate anche sulla locandina del film, lì sopra, per saperne di più al riguardo. Invece non cliccateci sopra se non volete uno spoiler!

Iain Sinclair, “London Orbital. A piedi intorno alla metropoli”

Non mi era mai capitato prima, forse, di intessere con un libro attraverso la sua lettura un rapporto di amore/odio – anzi, uso termini meno iperbolici e più consoni: di concordanza e di dissenso – come con London Orbital. A piedi intorno alla metropoli dello scrittore, filmmaker e psicogeografo gallese – ma ormai londinese honoris causaIain Sinclair (Il Saggiatore, 2016, traduzione di Luca Fusari, cura di Nicoletta Vallorani).
Perché (lato concordante) London Orbital è la narrazione di un fenomenale esperimento di walkscape, di esperienza psicogeografica e da “urban stalker” (nel senso strugackijano del termine poi assunto e contestualizzato da Francesco Careri nella sua definizione delle pratiche del camminare come interpretazioni primarie dello spazio e letture artistiche del mondo – “walkscapes”, appunto) compiuto da Sinclair percorrendo a piedi l’autostrada M25, chiamata “London Orbital” in quanto gira intorno all’intera area città di Londra e alla sua area metropolitana, con un tragitto di 200 km perennemente ingolfati di traffico, rumore, inquinamento, che egli segue per andare alla (ri)scoperta delle periferie londinesi e del loro ingente, incredibile, inopinato carico di bizzarrie incoerenze, ipocrisie urbane. Un non luogo autostradale diffuso di genesi conservatrice-thatcheriana compiuto tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, la M25, che secondo Sinclair fa il paio con un altro non luogo, urbano dacché concentrato sulla penisola cittadina di Greenwich, lungo il Tamigi, e di genesi stavolta laburista-blairiana, ovvero il Millennium Dome. Entrambi i progetti legati da uno stesso principio di grandeur politico-propagandistica dalla sorte fallimentare e invero dimostrazione del menefreghismo strafottente verso la cultura dei luoghi e verso la necessaria attenzione antropologico-culturale alla relazione delle persone che quei luoghi abitano, degradata e calpestata per inseguire meri interessi di parte e tornaconti particolari.
Così Sinclair, accompagnato da alcuni fidati compagni di viaggio, parte proprio dal Dome per circumnavigare (in senso antiorario) Londra lungo il percorso della M25 []

[Foto © Anna Sinclair, tratta da qui.]
(Leggete la recensione completa di London Orbital cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Ha ragione Galles, comunque

Io non so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa una figura migliore.

(Stefano Benni, Baol. Una tranquilla notte di regime, Feltrinelli, 2002. Galles è il barista del “bar Apocalypso”, una delle ambientazioni del romanzo di Benni.)

Parlano tutti tedesco

Uno aveva preso molto sul serio il compito di salvaguardare il dialetto come espressione di appartenenza alla sua terra e in casa, con la famiglia si esprimeva solo ed esclusivamente nella lingua con la quale era cresciuto e che gli è stata insegnata dai suoi. L’inizio della scuola materna del suo ultimogenito era anche il primo confronto del bambino con chi parla italiano.
Alla domanda su come fosse andato il primo giorno di asilo, questo rispondeva: “Ma, insóma, i parlan tücc tudésch”.

[AA.VV. (a cura di Paolo Nori), Repertorio dei matti del Canton Ticino, Marcos y Marcos, 2019, pag.19.]