Una bella chiacchierata

Quella con Tiziano Fratus a Colle di Sogno, in una domenica di fine ottobre brumosa, piovigginosa, convintamente e fascinosamente autunnale, è stata una delle chiacchierate letterarie più suggestive che abbia mai fatto, sviluppatasi intorno a Alberi millenari d’Italia, l’ultimo libro di Tiziano che allora era uscito da pochissimi giorni. Lo è stata per il prestigio dell’autore, per la curiosità verso il suo libro, per i temi affascinanti dei quali Fratus racconta in esso (e nei suoi altri pubblicati). E lo è stata per il luogo in cui eravamo: la vecchia scuola di Colle di Sogno, attiva fino agli anni Sessanta del Novecento, i cui locali nei giorni feriali facevano da classe unica per i bambini del borgo e nei fine settimana diventavano l’“Osteria Alpina” di Colle, una delle tre attive all’epoca, la cui insegna è ancora visibile all’ingresso dipinta in caratteri tipici. Un luogo minimo nella forma ma non nella sostanza, nel quale entrarci è come valicare una sorta di porta dimensionale verso uno spazio-tempo sospeso, ove tutto sembra fermo a più di mezzo secolo fa ma che d’altro canto rapprende in sé una vitalità ancora ben presente e in qualche modo atemporale, ancora narrante infinite storie, magari in modi flebili e all’apparenza evanescenti eppure del tutto chiari e sorprendenti, se si ha la sensibilità di coglierli. Il camino acceso, unica fonte di calore del locale nel quale eravamo, con il crepitare delle sue fiamme e i bagliori scaturenti e riverberanti sulle pareti ci ha riscaldato i cuori e illuminato le menti, così da rendere ancora più accogliente l’atmosfera e cordiale la chiacchierata.

Ci ho ripensato in questi giorni, a quella chiacchierata, ripassando accanto all’ingresso della vecchia scuola in una giornata di questo gennaio così scandalosamente serena e mite da sembrare inesorabilmente primaverile più che di pieno inverno, mentre in quella domenica di ottobre l’autunno era tanto intenso che già suscitava impressioni apertamente invernali. Anche per questo, io credo, è stata una così suggestiva giornata.

(Per chi ancora non conosca Colle di Sogno, può saperne di più visitando il sito web ufficiale del borgo, qui.)

Emanuele Atturo, “Roger Federer è esistito davvero”

In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso. Dunque Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu, e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno. Dio fece il firmamento e separò le acque, e chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno. Poi fece la terra e l’acqua, e dalla terra fece spuntare erbe, germogli e alberi eccetera, e fu sera e fu mattina: terzo giorno, e poi quarto giorno, e poi quinto, e poi sesto, e poi nel settimo giorno Dio portò a termine il lavoro che aveva fatto e vide che era cosa buona, così decise che s’era meritato un po’ di svago. Decise di scendere sulla Terra e giocare a tennis: ma non poteva certo farlo come “Dio”, allora fece in modo di restare in incognito e si fece chiamare “Roger Federer”.

Chi abbia anche una minima conoscenza del mondo del tennis sa già che non sto affatto esagerando a scrivere quanto sopra; chi non l’abbia, deve sapere che forse mai, nello sport, un suo protagonista è stato accostato con tale frequenza e costanza all’idea del “divino”, coniugata nelle sue diverse forme, come è accaduto con Roger Federer. D’altro canto forse mai, prima, uno sportivo ha mostrato di fare cose che innumerevoli volte sono state definite “impossibili”, “prodigiose”, “magiche” ovvero divine, appunto a segnalarne l’apparente sovrannaturalità – peraltro condivisa da praticamente chiunque abbia scritto di tennis e di sport in genere, in modo professionale, articolato, tecnico oppure no. In Roger Federer è esistito davvero (66thand2dn, 2021) Emanuele Atturo racconta una biografia tecnico-agonistica del divino campione svizzero sovrapponendovi una narrazione affettiva che è certamente personale ma è facile immaginare comune a qualsiasi tifoso di Federer []

(Potete leggere la recensione completa di Roger Federer è esistito davvero cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Uno strano dialetto italiano

Anche le lingue straniere affascinavano il nonno: ci giocava senza averne mai veramente imparata una. Mi ricordo che a volte, soprattutto a tavola, assumeva improvvisa mente un’espressione d’importanza e tirava fuori qualche parola inglese che aveva sentito a San Moritz, per esempio: Good morning, How do you do, How are you, As you like it. Con settanta parole francesi apprese alla scuola secondaria poteva intrattenersi con qualsiasi francese. Con i pastori e gli aiutanti bergamaschi o della Valtellina parlava uno strano dialetto italiano, che non esisteva, che inventava sul momento in modo intuitivo. A un muratore italiano che stava lavorando vicino a casa nostra ha detto con una faccia critica e indicando il cielo rabbuiato: «Aa, mi’l crec ca’l ven dal piöv». Naturalmente piovere il muratore italiano l’avrà capito e infatti non ha neanche riso, avrà creduto che quello fosse un dialetto della regione.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.210. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggerne la mia “recensione”.)

Colle di Sogno, la continua scoperta del luogo

Colle di Sogno è uno di quei luoghi che, a fronte della propria apparente semplicità e del suo illusorio permanere in una sorta di bolla spazio-temporale sospesa su tutto quanto ha intorno, possiede invece innumerevoli e inopinate capacità di svelarsi attraverso visioni, cognizioni, sensazioni, percezioni sempre nuove e costantemente in grado di raccontare altrettante suggestioni, a volte radicate nella propria realtà oggettiva, altre volte manifestazioni di una dimensione che pare più fantastica che altro. Basta poco affinché ciò avvenga: una luce particolare, le nubi sopra o sotto il borgo, i colori naturali d’intorno, un momento di inconsueto silenzio oppure di caratteristiche sonorità naturali, le ombre in movimento tra le case, le foglie sospinte dal vento tra le viuzze, una predisposizione del visitatore alla bellezza e alla meraviglia e al sentirsi bene stando a Colle e nei suoi dintorni.

Così quell’apparente permanenza, che si direbbe ben poco dinamica sia materialmente che immaterialmente, si trasforma di colpo in visioni inaspettate tanto quanto spesso notevoli: Colle di Sogno che naviga sopra le nubi, come nella foto di Alessia Scaglia (“fotografa ufficiale” di Colle e delle montagne d’intorno) oppure che vi svanisce dentro, il borgo che pare volare sopra i boschi che lo circondando o giacere docilmente sotto i monti sovrastanti, che sembra avvolto dai suoi boschi o fuggire da essi verso l’alto, che pare smarrirsi e svanire nel labirinto di valli, vallette, conche e crinali che caratterizzano l’orografia attorno al borgo o che ne diventa la presenza primaria e più identificante, eccetera… si potrebbe continuare ancora a lungo: basta avere un minimo di sensibilità, di curiosità e tenere aperta la mente, il cuore e lo spirito nei confronti del fascino del luogo e del richiamo del suo Genius Loci.

Già, perché qualcuno di Colle di Sogno potrebbe pensare che sia un posto ormai languente, bello sì ma poco vitale, uno dei tanti nuclei rurali delle nostre montagne ormai prossimo ad una sorte fatale. Ma a volte questa sorte non è imposta dalle circostanze economiche, antropologiche e sociologiche – non solo, o forse solo in minima parte rispetto invece a come lo sia dalla perdita della capacità di cogliere in questi luoghi la loro essenza autentica, atemporale e “sovrumana” (cioè posta al di là delle mere vicende umane), del non saper e non voler più cercare il dialogo con il Genius Loci che qui abita, nello smarrire la sensibilità nei confronti della loro bellezza più profonda, quella che non è soltanto dettata dall’emozione estetica ma dalla cognizione della sua articolata sostanza, fatta di storia e di geografia, di materia e pensiero, di narrazioni, tradizioni e evoluzioni, di relazione e di identità, di spazio e di tempo. Sembrerebbe qualcosa di troppo astratto, tutto ciò, ma poi basta un “niente”, un gioco di nubi che scivolano sulla sella di Colle di Sogno, che avvolgono case e alberi, che nascondono parti del territorio d’intorno e ne evidenziano altre, che sembrano trasformare il paesaggio in qualcosa di diverso e aiutano a vederlo in modi sempre differenti e sovente illuminanti, scoprendo dettagli magari secolari eppure mai notati prima, forme naturali palesati da luci e ombre, immagini visive che generano impressioni di luoghi “altri”, come se d’incanto il borgo si fosse smaterializzato dalla sua sella e ricomparso altrove, aumentandone il fascino e quel quid di mistero che quasi sempre s’accende dentro di noi, non fuori, e che è la manifestazione e la prova dell’attrattiva del luogo, troppo grande per potersi contenere nella sua contemplazione conscia.

Basta poco per (ri)scoprire tantissimo, insomma. Anzi, basta ancora meno: è sufficiente stare, lassù a Colle di Sogno, in qualsiasi momento dell’anno, e lasciare che il suo paesaggio faccia il resto, generando in ogni singolo attimo un istante di meraviglia sempre unico, mai uguale ad un altro. Un “vero” luogo è questo, in effetti: uno spazio che può essere anche all’apparenza “statico”, ma che dentro chi ci sta, per poco o tanto tempo, diventa vivo e vitale come non mai.

Colle di Sogno è un luogo così speciale che l’Officina Culturale Alpes, del cui team faccio parte, ha deciso di strutturarvi un progetto altrettanto speciale: Colle di Sogno. Un luogo dove re-stare, con il quale vorremmo conseguire una rivalorizzazione e una rinascita del borgo e del suo territorio utilizzando come impulso principale e fondamentale l’apertura, l’inclusione e l’esperienza di resilienza degli abitanti, forti attrattori culturali di ulteriori esperienze analoghe nonché elementi ideali alla produzione di nuova cultura, così facendo di questa un motore di traino costante per consolidare nel tempo le doti di resilienza montana che, a loro volta, fanno di Colle di Sogno un luogo tanto speciale.

Per saperne di più sul progetto cliccate qui e poi anche qui.

La bellezza della Dorsale Orobica Lecchese

Continuo a trovare numerose persone, che conosco molto o per nulla, le quali mi rimarcano i loro complimenti – insieme agli altri due autori Sara Invernizzi e Ruggero Meles – per la guida Dol dei Tre Signori e io ne sono sinceramente sorpreso e contento. Sorpreso non perché non pensassi che il libro non se li meriti, semmai più per una forma congenita di modestia che spero appaia poco falsa e più ingenua che mi rende lieto per qualsiasi complimento, il primo come l’ultimo, il più caloroso come il più compito; contento perché mi viene idealmente e spiritualmente da girare quegli apprezzamenti al territorio e ai luoghi che abbiamo narrato, i monti della Dorsale Orobica Lecchese, una regione prealpina per la quale l’aggettivo «spettacolare» si può declinare in innumerevoli modi senza mai che risulti esagerato, stucchevole e ingiustificato. Ovvero, per farvi capire ancora meglio il “concetto”:

[Fotografia di ©Alessia Scaglia.]
Ecco: sono monti, quelli della Dol, che meritano di essere frequentati con la conoscenza e la consapevolezza più complete di ciò che i loro territori e i paesaggi sanno offrire. Per questo, in fondo, abbiamo scritto la nostra guida: per far che la bellezza di questi luoghi possa riflettersi pienamente in chi li visiterà e diventare la bellezza di viverli, per poche ore o per molto più tempo ma comunque riconoscendoli come luoghi dove poter stare bene. Che è tantissima roba, non vi pare?

Per saperne di più sulla guida, potete cliccare sull’immagine in testa al post e consultare la pagina web orobie.it/cammini/ oppure la pagina Facebook I cammini di Orobie.

P.S.: e non dimenticate che sulla Dol ci si può andare per lunghi tratti anche in inverno con la neve al suolo. Date un occhio qui al riguardo.