Arno Camenisch, “Ultima sera”

Svizzera, Cantone dei Grigioni, un villaggio di montagna all’apparenza come tanti, gennaio. Dovrebbe nevicare e invece piove, senza interruzioni, come se non avesse mai piovuto. Non c’è molto da fare, lassù, quando la meteo è così avversa e bizzarra – lo so bene, io, avendo trascorso molte delle mie vacanze infantili in montagna, nell’alberghetto di una piccola borgata a oltre 1.700 metri di quota, e passate diverse giornate di pioggia a guardar fuori dalla finestra un paesaggio sovente reso invisibile dalle nubi basse, nella speranza che smettesse. Ma non erano affatto giornate tristi, perché in verità una cosa si poteva fare, assolutamente divertente: chiacchierare. Di ogni cosa, da mattina a sera con tutti coinvolti, residenti indigeni e ospiti forestieri, tra una partita a carte e una al calcetto ovvero, per gli adulti, tra una bevuta e l’altra, facendo trascorrere le ore in modo tanto leggero quanto prezioso per come tale loquacità collettiva permettesse di coltivare ed esaltare la più proficua socialità.
In fondo è questa una delle cose più importanti, anzi, vitali per un piccolo villaggio di montagna: la socialità, che scaturisce dalla coesione e dal senso di comunità e li ravviva di continuo, mantenendo viva anche quella rete di relazioni realmente indispensabile in un ambito difficile come quello montano, nel quale è ancora la Natura a stabilire come l’uomo vi può vivere e vi si deve adattare. La socialità che trova il miglior terreno di coltivazione nelle locande e nelle osterie, veri e propri centri sociali e culturali rurali ove la comunità si dà appuntamento e si ritrova, chiacchiera di ogni cosa, dai pettegolezzi di paese ai massimi sistemi, ravviva e genera relazioni, alimenta amicizie e talvolta dissidi che poi nuovamente lì appiana anche grazie a un buon bicchiere di vino o boccale di birra… luoghi assolutamente preziosi, insomma, per le piccole comunità alpine, senza i quali verrebbe a mancare quel terreno così fertile alla vita sui monti, già ostica di suo.
Proprio un’osteria del genere, la “Helvezia”, cuore pulsante di vita per un piccolo villaggio dei Grigioni, sta per chiudere. Le sue ultime ore – per nulla tristi, lo dico da subito, anzi! – le racconta Arno Camenisch in Ultima sera (Keller Editore, 2013, traduzione di Roberta Gado; orig. Ustrinkata, 2012), con quel suo stile inconfondibile e inconfondibilmente alpino-romancio che lo ha reso uno degli scrittori svizzeri contemporanei più apprezzati e tra i migliori cantori della realtà alpina (svizzera ma non solo) attuale.
L’osteria “Helvezia” sta per chiudere appunto, e lo fa in una sera nella quale piove così tanto che anche il cielo sembra voglia rimarcare il proprio disappunto per tale fatto []

(Leggete la recensione completa di Ultima sera cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

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Siamo una popolazione (lessicalmente) depressa

Siamo una popolazione depressa, non lo si scopre adesso: è evidente da tempo. Come collettività abbiamo significativi problemi di percezione e di utilizzo dei processi cognitivi che si riflettono nell’allarmante riduzione del vocabolario medio, nel venir meno di una “biodiversità” linguistica che impedisce, in assenza di vocaboli adeguati e specifici, di cogliere e comprendere la complessità delle cose.

(Davide SapienzaIl Geopoeta. Avventure nelle terre della percezioneBolis Edizioni, 2019, pag.84.)

P.S.: approfitto di questa citazione de Il Geopoeta di Davide Sapienza per rimarcare la mia felicità nel constatare quanto a Davide toccherà lavorare, da qui all’autunno, in giro per l’Italia e in moltissimi incontri, reading, presentazioni, festival, cammini geopoetici… Ribadisco: Sapienza è uno dei migliori autori italiani (e scrivo autore, dacché “scrittore” mi pare titolo fin troppo limitante), e avere per chiunque la possibilità di assistere a un suo evento è qualcosa di estremamente bello, oltre che importante. Quindi, se potete, andateci a incontrarlo – trovate il calendario con gli eventi e le date qui – e capirete perché abbia appena affermato. quanto sopra.

La geografia è pericolosa

La geografia è pericolosa, perché non mente. La geografia rende liberi, invita all’esplorazione, alla scoperta, alla realizzazione di un legame più forte con tutto ciò che sta intorno a noi. Per questa ragione una relazione primaria e fondamentale è stata trasformata, per una larga maggioranza dell’umanità inurbata, in un coacervo di paure e istinti aggressivi, inevitabilmente destinati a scaricarsi sul territorio in forma di prevaricazione, noncuranza, distacco: una relazione che tanto somiglia a quel criceto che invece di procedere resta immobile correndo nel cerchio, e che a sua volta si riflette nell’impoverimento dell’alfabeto emozionale dell’immaginario individuale e collettivo.

(Davide SapienzaIl Geopoeta. Avventure nelle terre della percezioneBolis Edizioni, 2019, pag.13.)

Jan Brokken, “Bagliori a San Pietroburgo”

Vi sono città, al mondo, il cui fascino non è tanto legato alla loro appariscenza urbanistica e architettonica oppure alla storia e al retaggio che ne deriva. Sono città il cui Genius Loci, più che dalla forma e dalla geografia urbana, è veramente reso “vitale” da un inopinato addensamento di significati culturali e artistici, che si manifesta allo sguardo e allo spirito sensibili in maniera alquanto fisica e intensa pur restando un elemento formalmente immateriale.
San Pietroburgo è certamente una di quelle città. C’è l’Ermitage, il Palazzo d’Inverno, la Neva, la celeberrima Prospettiva Nevskij e tutti gli altri tesori cittadini, certamente. Ma il fascino profondo della città baltica, ciò che la rende una delle più belle e irresistibilmente intriganti d’Europa, viene da altro. Viene da un intreccio incredibile, raro da trovare altrove, dei percorsi vitali di grandissimi personaggi, di sorprendenti vicende umane, di opere d’arte immortali e da ogni altra cosa che da questa rete di connessioni oltre modo preziose deriva, vera e propria “mappa geoculturale” cittadina che ben più di quella stradale disegna la città e le dà forma.
Una mappa che esplora da par suo Jan Brokken, grande scrittore e viaggiatore olandese, e dentro la quale accompagna il lettore del proprio Bagliori a San Pietroburgo (Iperborea, 2017, traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo; orig. De gloed van Sint-Petersburg, 2016), vera e propria biografia artistico-letteraria della città russa raccontata attraverso numerosi quadri narrativi in cui Brokken incontra i molti grandi personaggi di ogni arte che sono nati, hanno abitato e vissuto a San Pietroburgo, incontrando i luoghi della città che sono stati scenografia e parte integrante delle loro vite []

(Leggete la recensione completa di Bagliori a San Pietroburgo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Cinque milioni di abitanti!

Quando avevo vent’anni, era comparso un titolone sul giornale: «Una pietra miliare! Leningrado conta cinque milioni di abitanti!» Era un’epoca orrenda, il periodo buio di Brèžnev. Dopo la svolta l’indice di natalità era calato in maniera impressionante, ma niente paura: cos’ha letto Aleksej alla fine del primo mandato di Putin? «Pietroburgo conta cinque milioni di abitanti! Una pietra miliare!» Dopodiché le fabbriche hanno chiuso, una dopo l’altra, migliaia e migliaia di operai sono andati via. E cosa ha letto Aleksej sul giornale alla fine del 2014? «Congratulazioni, Pietroburgo! Cinque milioni di abitanti!»

(Jan BrokkenBagliori a San Pietroburgo, Iperborea, 2017, traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo, pag.126.)