Ius Culturae e Ius scholae

[Immagine tratta da qui.]
Posso capire che lo Ius soli sia una modalità di acquisizione della cittadinanza di un dato Paese che possa ingenerare dubbi e perplessità, soprattutto nella sua forma incondizionata (mentre l’adozione di una sua forma temperata genererebbe un dibattito senza fine e senza fondo, temo). D’altro canto mi pare di capire che invece quelli che si oppongono allo Ius culturae e allo Ius scholae temano soprattutto una cosa: che coloro i quali possano acquisire la cittadinanza italiana attraverso tali modalità di matrice culturale si dimostrino degli italiani migliori di quelli che tali lo sono per Ius sanguinis “pieno” ma che, per propria rozzezza culturale e civica, non dimostrano e nemmeno meriterebbero di esserlo.

Una consapevolezza fondamentale che la montagna ci dà

[La Grigna Settentrionale, o Grignone. Foto di Luca Casartelli, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
La recente, drammatica scomparsa in montagna di una persona conosciuta, mi ha fatto nuovamente riflettere su queste circostanza tanto tristi e, inevitabilmente per chi frequenti i monti, non così rare, su quanto risultino sempre così sgomentanti e scombussolanti – il caso in questione soprattutto, visto che la persona è mancata per un incidente su una montagna che aveva salito più di 5.600 volte e, dunque, della quale conosceva veramente ogni sasso.

Sono eventi che colpiscono in modo particolare perché siamo abituati ad associare alla montagna sensazioni di bellezza paesaggistica, di incanto geografico, di qualcosa che per i più vari motivi non fatichiamo a pensare come a un Eden sulla Terra, e ciò nonostante chiunque sia quanto meno edotto dei rischi che la frequentazione della montagna nei suoi versanti più scoscesi, e in certi casi non solo in quelli, impone di affrontare. Eppure, anche se la triste casistica degli incidenti in zone montane deve essere aggiornata con frequenza costante, in un ambito così bello fatichiamo, quasi ci rifiutiamo di considerare il pericolo nella sua forma più fatale: giustamente, d’altro canto, ma forse anche per questo la morte in montagna, anche quando accade in zone obiettivamente pericolose, lascia sempre sgomenti, ancor più perché di frequente, nei casi che coinvolgono persone che la montagna la conoscono e frequentano, accade non per imprudenza, imperizia o per chissà quale sfortunato gioco di probabilità ma per qualcosa di realmente imprevedibile, di ineluttabile o imponderabile, ciò che di solito definiamo un po’ superficialmente “fatalità”. Il tutto, ribadisco, in luoghi che altrimenti ci appaiono come le più gioiose manifestazioni del “bello” che la Terra ci sa donare, apparentemente lontanissimi da qualsiasi pensiero di morte.

D’altro canto, è anche vero che dal mondo che noi osserviamo ricaviamo una visione e un’idea mediate da noi stessi e dalla nostra sensibilità, emotiva, intellettuale e culturale – il “paesaggio”, appunto – alle quali conferiamo una forma culturale e per questo rendiamo passibili di ulteriori associazioni di uguale natura, che nel complesso determinano l’immaginario comune e condiviso al riguardo. Da sempre alle montagne associamo dunque impressioni di bellezza, di soavità e parimenti di pericolo, di paura; visioni che accomuniamo direttamente alla nostra idea di “vita” e altre che invece ci richiamano più o meno direttamente la sua fine, la morte. A volte tali naturali e comprensibili associazioni, al di là della loro congenita retorica d’altro canto vernacolare, vengono esagerate al punto da diventare mere stupidaggini, come quando – proprio nei casi di cronaca – la montagna, magari in altre sedi “bellissima”, “affascinante”, “scuola di vita”, si trasforma in “traditrice”, “assassina” o altri vaneggiamenti del genere. Ripeto: ciò non è sbagliato, anzi è comprensibile, tuttavia, che lo sia poco o tanto, giustamente o no, è comunque un processo culturale di matrice univoca, nel senso che la montagna resta lì, rimane ciò che è nel suo spazio e nel suo tempo – uno spazio che l’uomo cerca di far proprio senza mai riuscirci del tutto e un tempo che è quello della Terra, non degli uomini – e siamo noi a decidere tutto quanto, a dire, ingiungere, definire, credere.

Per tutto questo mi viene da pensare che la reale ineluttabilità, sui monti e in relazione ai noi e le montagne, è proprio la difficoltà permanente di capire che lassù vi è la vita nella sua più completa manifestazione, che inesorabilmente contempla la morte – è ciò che dà valore alla vita, d’altro canto – e questa cosa va compresa a fondo per far che noi si possa affrontare certe tragedie così infauste, certi lutti tanto improvvisi e laceranti, che forse non riusciremo ad accettare in senso emotivo (ognuno può e deve vivere circostanze così difficili come preferisce) ma intellettualmente sì, conferendoci un rapporto più equilibrato, più sensibile e più consapevole con la montagna e la sua realtà. Gli alpinisti – quelli che “rischiano la vita” come si usa dire in questi casi in modo alquanto banale e assolutamente fuorviante – lo sanno bene, non per questo sono pronti all’evento estremo ma lo accettano in quanto elemento ineluttabile del loro “paesaggio montano”, compendio di materiale e immateriale (come ogni paesaggio del mondo, ma in montagna ovvero negli spazi meno vocati alla presenza umana anche di più e in modo più stretto). Se la montagna è una scuola di vita, come quel vecchio detto tanto retorico quanto obiettivo recita, è – deve anche essere – un “esercizio alla morte”, o meglio deve comprendere anche questa prerogativa. Lo so, certamente detta così sembra una cosa terribile ma, a ben vedere, rappresenta un insegnamento universale, valido per qualsiasi circostanza della nostra vita, del nostro agire nel mondo, del nostro esistere in esso. Che non significa affatto cercare o sfidare la morte, nessun essere vivente sano di mente può realmente farlo, significa piuttosto avere coscienza che la vita, in quanto tale e in tutta la meraviglia che è quando la si vive pienamente, viene definita e diventa compiuta anche in forza della sua fine. Rifiutare questa verità, seppur possa essere comprensibile, rappresenta comunque a sua volta una devianza mentale, il frutto di una cultura diffusa che non esiterei a definire ipocrita oltre che superficiale.

D’altro canto, prendere coscienza della fine della vita diventa uno stimolo fondamentale a viverla nel modo più virtuoso (non nel senso moralista del termine, ovvio) e proficuo possibile, ricercando costantemente la più profonda relazione tra spazio vissuto, ogni altro soggetto che con noi convive quello spazio, il tempo, il paesaggio – nuovamente inteso nella sua più ampia accezione antropologica, quella che ci definisce nel mondo e definisce il mondo per noi con tutto ciò che contiene. La montagna è certamente un ambito che offre ogni prerogativa immaginabile e non per perseguire quello scopo, e lo è proprio anche nel metterci di fronte l’intero spettro vitale quale parte di quella dimensione duale che determina molta parte dell’essenza montana: basso/alto, terra/cielo, orizzontale/verticale, morbido prato/dura roccia/ spazio antropizzato/spazio selvaggio, umano/animale, orrido/sublime, serenità/paura, sicurezza/pericolo e così via… fino a vita/morte. Il nostro immaginario mediato, anche quando poggiato sulla più ampia e fervida retorica, qui non può farci nulla, non può propendere solo per una delle due parti, non può non riconoscere la compresenza e la correlazione tra di esse: non sarebbe un immaginario ma un inganno, altrimenti. Deve riconoscere, contemplare, meditare, comprendere, assimilare. Anche se pare qualcosa di scomodo e di irritante oltre che di angosciante: ma lo è proprio quando la necessaria presa di coscienza non si attiva, non avviene e si lascia che vinca una visione artefatta e meramente funzionale alle nostre convinzioni e alle apprensioni. Quella presa di coscienza che, ribadisco, la montagna richiede, affinché la si possa vivere pienamente e profondamente, nei momenti belli e meno belli, fino a che le vette dei monti e le stelle in cielo sfavillando supremamente diventeranno una cosa sola così che, in una così compiuta e accogliente luce, chiunque lassù possa essere – sostantivo e forma verbale al contempo -, anche chi non c’è più ma resta, sulle montagne, a manifestarlo nell’assenza che si fa presenza percepibile e imperitura.

Altro che pace delle montagne!

Guarda i laghi, esclama lei slanciando le braccia, e le montagne, e i boschi, e la luce, e che bello che è il cielo. Sorride e chiude gli occhi. Sì sì, fa lui, nel bosco siamo tutti uguali, come se uno non l’avesse mai visto, che ci abbiamo passato tutta la vita tra le rocce, una pietra è sempre solo una pietra. E il lago, è li steso sulla pianura come un pesce morto. Poi di colpo arrivano delle nuvole grigie come beole e patapam, giù tuoni e grandine e ti centra un lampo, che quassù si fa in fretta, siamo sui milleotto, se sei sfortunato le montagne s’incazzano e ti buttano addosso dei massi grandi come vacche, ti demoliscono la casa e ci seppelliscono dentro per sempre tutto quello che avevi, altro che pace delle montagne, lo dice solo chi è cresciuto nel cemento.

(Arno Camenisch, La cura, Keller Editore, 2017, traduzione di Roberta Gado, pagg.14-15.)

AA.VV., “Carnevali e folclore delle Alpi”

Fin dai primi tempi in cui l’uomo ha cominciato a frequentarle e abitarle, le montagne sono diventate un “inevitabile” habitat per creature soprannaturali d’ogni genere e sorta, mostri, draghi, demoni, uomini selvatici e quant’altro, e di conseguenza una fonte ricchissima di relative leggende e mitografie: quasi ovunque l’uomo, per scelta o gioco forza, non fosse giunto a abitare e adattare il territorio alle proprie esigenze – boschi, vette, ghiacciai, forre, eccetera – vi era il regno del mistero e del pericolo: una dualità tra mondo umanizzato e mondo selvaggio sulla quale si è dipanato buona parte dello sviluppo culturale della montagna e della relazione degli uomini con essa dalle frequentazioni primitive fino all’era industriale. Poi, appunto, il progresso ha fatto svanire pressoché tutta quella dimensione sovrannaturale e i timori d’un tempo ad essa legati sono diventati sollazzi folcloristici che il turismo ha sovente inglobato nelle proprie manifestazioni e non di rado banalizzato, dimenticandosi l’antica e emblematica storia culturale che stava alle spalle.

Ma c’è un momento, durante il corso dell’anno, nel quale il sovrannaturale montano torna a manifestarsi, un momento condiviso nella forma con il resto del mondo ma nella sostanza parecchio diverso e ben più significativo, dunque molto più affascinante: il carnevale. Sulle Alpi – e non solo, ma nella regione alpina soprattutto – il carnevale non è un semplice periodo di feste e scherzi dal carattere meramente ricreativo, anche se all’apparenza può sembrare così. In molti carnevali delle Alpi, infatti, tornano in superficie molte di quelle creature sovrannaturali ovvero di quelle leggende, mitografie, superstizioni, fantasie, narrazioni che, se nella forma attuale sono state modellate dal basso Medioevo in poi assumendo i vari caratteri dei relativi momenti storici, a uno sguardo più attento palesano le origini ancestrali e misteriose che riportano direttamente a miti pre-cristiani e pagani, ancor più antichi rispetto alle Dionisie greche e ai Saturnali romani dai quali viene fatto derivare il senso del carnevale odierno (pur con la sua caratterizzazione prettamente cristiano-cattolica) e soprattutto peculiari rispetto all’ambito alpino e montano nonché alla relazione con esso delle genti che nei secoli lo hanno antropizzato.

Carnevali e folclore delle Alpi, edito nel 2012 dall’Associazione culturale LOntàno Verde e curato da Luca Giarelli, membro della Società Storica e Antropologica di Valle Camonica, rappresenta un ottimo compendio sul tema raccogliendo una serie di interventi su alcuni dei più significativi carnevali e delle feste in costume della catena alpina, sulle loro caratteristiche e sulle maschere che li animano, nelle quali si ritrovano la gran parte delle ancestrali creature sovrannaturali di cui ho detto poco fa. Il volume consente un vero e proprio viaggio etnologico, antropologico, folclorico e storico lungo l’intera regione alpina italiana, dal Piemonte fino al Friuli, con alcune puntate oltre confine in Svizzera e in Austria, incontrando in ogni luogo le mitologie che animano i festeggiamenti tra il periodo natalizio e la fine dell’inverno e che caratterizzano il folclore locale []

[Ol Badalisc, il mitologico mostro della Valle Camonica, Lombardia, con il suo ” guardiano”. Foto di Luca Giarelli, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
(Potete leggere la recensione completa di Carnevali e folclore delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Il “teatro di guerra” dell’Ucraina

Sbaglierò (come sbaglierebbero in tanti, d’altronde), ma credo che non vi sarà alcuna guerra in Ucraina tra Russia e Occidente, perché è un conflitto che, nonostante le dichiarazioni bellicose di entrambe le parti, non conviene a nessuno. Quelli in corso sono soltanto dei “capricci”, con l’aggiunta di un po’ di bullaggine – soprattutto da parte russa – tra “leader” fautori di una geopolitica superficialmente infantile la cui base concreta è invece fatta da ben altro, in primis da equilibri economici che nessuno mai, oggi, si sognerebbe di infrangere con una guerra. Anzi: credo che il livello di tensione raggiunto negli ultimi giorni sia proprio la dimostrazione che nessuna delle parti pensi seriamente alla guerra, e ciò permette ad esse di spingere molto sulla messinscena bellicosa che tuttavia tale resta, senza andare oltre il palcoscenico delimitato da quegli equilibri citati, appunto.


Una guerra non conviene in primis proprio a chi sembra che la voglia più di altri, ovvero alla Russia e a Putin, nonostante la sua ossessione per l’Ucraina e per la rinascita dell’imperialismo geopolitico russo. La Russia resta cronicamente un colosso dai piedi d’argilla capitanata da un leader molto meno forte di quanto appaia (e venga creduto da molti suoi “fan” occidentali), e entrambi hanno bisogno di un’Europa il più possibile collaborativa ben più di quanto la Russia abbia bisogno della Cina, potenza assolutisticamente egocentrica anche nei rapporti con i suoi “alleati” più importanti e per questo del tutto inaffidabile in un ottica di coalizione nel senso più pieno del termine. D’altro canto non conviene nemmeno all’Occidente uno scontro bellico con la Russia, per giunta sul suolo europeo, e infatti ancor meno converrebbe all’Unione Europea, che a sua volta ha bisogno della Russia e delle sue forniture energetiche (ma pure d’una certa spalla geopolitica per molte delle attività comunitarie). Inoltre una guerra in Ucraina per conquistare il paese dall’una o dall’altra parte non sarebbe logica nemmeno dal punto di vista delle strategie geopolitiche, storicizzate su modus operandi che valgono da secoli e oggi parimenti: basta dare un occhio alla mappa politica del continente europeo per comprendere come l’Ucraina sia in una posizione perfetta per fare da cuscinetto tra i due blocchi, una condizione ideale per entrambi al fine di avere un territorio che separi i due confini evitando così attriti che in futuro, ma con ben altre condizioni, potrebbero sì generare problematiche belliche.

[Fonte dell’immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Stati_europei.png. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Anche il territorio della Bielorussia ha la stessa funzione di cuscinetto – e infatti la sua vicinanza politica con Mosca è molto meno solida di quanto appaia (solo un paio d’anni fa il potere di Minks era più filoeuropeo che filorusso – mentre le piccole repubbliche baltiche, pur poste in una similare posizione geografica e nonostante siano entrate da tempo nella NATO, risultano meno importanti e necessarie al riguardo, avendo peraltro anche l’affaccio sul Mar Baltico che ne riduce l’importanza strategica. A tal proposito, non è un caso che la Finlandia, paese senza dubbio legato all’Occidente e da sempre piuttosto ostile (soprattutto culturalmente e ciò per motivazioni storiche) nei confronti della Russia, non sia nella NATO stessa, a suo modo “accettando” di rappresentare un ulteriore territorio-cuscinetto tra le due parti.

[I paesi NATO con le date di adesione all’alleanza. Immagine di Patrickneil, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4794601.]
E come non pensare poi che Putin, personaggio debole ma ambiguo e circondato da consiglieri certamente ben più scaltri, non stia pungolando l’Occidente e soprattutto gli USA proprio minacciando quell’Ucraina con la quale la famiglia Biden ha intessuto rapporti d’affari e che ha già dato qualche grattacapo – d’immagine, più che altro, ma certamente fastidiosi – al suo entourage? D’altro canto la dimostrazione di forza russa serve anche a Putin per sviare l’attenzione della stampa dai numerosi problemi interni e da un malcontento diffuso che deriva dalla carenza cronica di consenso di cui soffre da tempo – palesata anche dai precari risultati della gestione dell’emergenza Covid nel paese, secondo molti una conseguenza, tra altre cose, dalla scarsa fiducia nel potere da parte di tanti russi.

Infine: quando mai s’è vista un’invasione militare di un paese straniero, ovvero un’azione che basa molto della sua riuscita sulla sorpresa e sulla rapidità d’intervento, che da settimane viene preparata sotto gli occhi del mondo intero? Sembra il classico caso dell’aspirante suicida che in verità non si vuole affatto ammazzare e dal cornicione del palazzo sul quale è salito si mette a urlare per ore «Mi butto! Ehi, avete capito? Mi sto buttando! Ora lo faccio! Ehi, laggiù, mi avete capito? Conto fino a tre… no, magari a dieci, ehm…» finché qualcuno gli dà l’attenzione che desidera e lo fa scendere soddisfatto. Ciò che è accaduto nel Donbass è stata solo una “scaramuccia” regionale, che ha cagionato molti danni in loco ma praticamente nessun effetto altrove e, risaputamente, per “conquistare” un paese oggi esistono pure altri metodi, che non contemplano l’uso di armi da fuoco ma d’altro tipo, mediatico e d’intelligence ad esempio, che sovente risultano assai più efficaci, molto meno palesi (dunque più difficili da controbattere) e senza dubbio meno dispendiose.

Insomma: si alzano le voci, si lanciano proclami “duri”, si mostrano i muscoli ma ciascuno, ribadisco, stando fermo sui propri palcoscenici ben illuminati dai media, mentre al di fuori dei riflettori la giostra continua come prima, senza sostanziali cambiamenti. La geopolitica contemporanea è questo, in effetti, soprattutto in quelle parti del mondo ove siano attivi e sostanzialmente consolidati equilibri e assetti economico-strategici la cui rottura creerebbe macerie ben più terribili di quelle generate da bombe e proiettili. Dunque per ora l’Europa non ha granché da temere, al riguardo: può osservare con sguardo un po’ bieco ma pure svagato i “grandi leader” giocare coi propri soldatini, come bambinoni gradassi che continueranno così fino al prossimo divertente (per loro) wargame.