Tallinn a caso

[Foto di Miikka Luotio da Unsplash.]

Cammino per la città a caso – smarrirsi è comunque impossibile, i punti di riferimento riconoscibili sono innumerevoli e ben visibili da qualsiasi parte della città – le guglie più alte delle chiese, ad esempio, oppure il mare, indicatore inequivocabile del Nord, qui. Di contro, motivi per tentare un piacevole smarrimento, pure intenso, la città ne offre a iosa: vicoli stretti e tortuosi che sovente paiono ciechi e invece trovano inopinate scappatoie entro pertugi ancor più angusti, slarghi e piazzette improvvise e impreviste, cortili interni entro archi ombrosi nei quali il tempo pare fermo a decenni addietro, rientranze tra palazzi e mura con piccoli portoni che farebbero pensare a chissà quali passaggi e percorsi segreti, oltre a minuscoli locali che mai hanno visto turisti varcare gli anonimi ingressi, bizzarre vetrine-discariche di oggettistica di era sovietica al servizio di negozi chissà quando aperti, fenomenali angoli nei quali in pochi decimetri quadri s’ammassano dettagli che incrociano storie distese su cinque secoli o forse più. E ingressi, e porte e portoni e cancelli e finestre a gogò entro le quali sbirciare, come per rubare un istante, un frammento o una rivelazione della reale vita di chi abita qui, della vita vera che altrimenti i tallinesi mai ti rivelerebbero, per propria riservatezza, per riserbo o per riguardo o perché semplicemente non gli va. Il tutto da scoprire per caso, e per questo da cui farsi genuinamente sorprendere, stupire o inquietare oppure allietare se non strabiliare se è il caso, appunto, camminando senza meta ovvero inseguendo infinite mete, ognuna delle quali è tale e dunque arrivo e immediata ripartenza verso la prossima – e quale sarà, la prossima? Lo stabilirà il Caso. Tutto torna, in questo modo, e ciò anche in senso lato, viaggiando per la città ovvero tornando continuamente ad essa anche senza mai lasciarla, tornando alla sua anima urbana particolare e unica in un costante processo di scoperta e riscoperta via via sempre più approfondita.

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più.

Ufficio stampa, promozione, coordinamento:

Impianto a fune per trasporto di… barili

[Immagine tratta da questo articolo de “La Repubblica“.]
Che la funivia sia un «impianto per trasporto di persone, costituito da uno o più veicoli che corrono sospesi su una o più funi metalliche tese tra due stazioni ubicate a differente quota» è risaputo – lo si legge anche nel vocabolario; che possa pure trasportare cose è ammissibile e frequente, se l’impianto è l’unico collegamento con la località a monte ove giunge. Ma che fosse persino, e in modo così specifico, un impianto di trasporto di barili e pure di taaanti barili, a giudicare da quanto se stanno scaricando in questi giorni dalle cabine della Funivia del Mottarone, è veramente qualcosa di incredibile.

O inquietante, già.

O ignobile, ecco.

P.S.: di quanto è tragicamente accaduto al Mottarone ho scritto anche in questi post.

Etica e deresponsabilizzazione nel lavoro, oggi

[Immagine tratta da https://leadershipnow15.wordpress.com/.]
«Ecco», mi ha detto Garesio picchiando con l’indice sulla pagina, «è questa la libertà vera: non la libertà dal lavoro, ma la libertà del lavoro, l’orgoglio del lavoro ben fatto.»

Mi è tornato in mente, questo passaggio (a pag.51) del libro di Claudio GiuntaGiovanna SilvaTogliatti. La fabbrica della Fiat (potete leggere la mia “recensione” qui) nel quale un ex dipendente dello stabilimento costruito dalla Fiat a Togliatti, nell’allora Unione Sovietica racconta della propria (e di allora) “etica” professionale, riflettendo su quanto è tragicamente accaduto alla Funivia del Mottarone di Stresa e sulle motivazioni “pratiche” alla base di un evento così funesto.

Molti, nei giorni scorsi, in primis numerosi quotidiani italiani, hanno posto in evidenza con gran sconcerto come la manomissione dei freni della funivia sia stata consapevolmente attuata per fini economici, per non far perdere (altri) soldi all’impianto o di non spenderne per sistemare i malfunzionamenti che da settimane si manifestavano. Una situazione giustamente e inevitabilmente evidenziata, in tutta la sua tragicità; d’altro canto a me, se possibile, sconcerta ugualmente, se non di più, la palese deresponsabilizzazione professionale che spesso si riscontra alla base di eventi tragici come questo – che nel caso del Mottarone ha un precedente spaventosamente analogo nella tragedia della Funivia del Cermis, da me evidenziato in questo post – e che ritrovo anche in altri ambiti professionali (ma non solo) nei quali fortunatamente le eventuali conseguenze di essa non sono così gravi. Superficialità a volte inconsapevoli, altre volte dettate da puro menefreghismo, comportamenti condizionati da bisogni o convenienze in certi casi comprensibili e in altri per nulla, disonestà intellettuali e morali variegate oltre a condizioni di alienazione sociale, generalmente misconosciute (che magari si generano fuori dagli ambiti lavorativi e poi ci finiscono inevitabilmente dentro) che fanno da causa-effetto ad un’incoscienza – ovvero non coscienza – del proprio agire materiale e immateriale e delle conseguenze del fare o non fare, eccetera: tutte situazioni facilmente riscontrabili nella quotidianità, inclusi i casi nei quali dal lavoro ben fatto o mal fatto dipende la sicurezza di altre persone.

Ora, anche a prescindere dalla vicenda pur tragicamente emblematica della Funivia del Mottarone, io temo che l’etica del fare bene il proprio lavoro sia un valore che si sta sempre più smarrendo, sicuramente per motivi di business esasperato ma non solo per quello, forse anche per il generale degrado socioculturale che coinvolge anche il mondo del lavoro ovvero il concetto stesso di “lavoro”, indotto da certi meccanismi che in diversi casi regolano la nostra quotidianità in modo assoluto, ovvero perseguendo risultati, interessi, tornaconti specifici a scapito di qualsiasi altra cosa, vite umane (anzi, vite in generale) incluse. Quello che afferma l’ex lavoratore della Fiat nella citazione in testa al post in fondo è vero: o ci si sa rendere liberi dal lavoro, oppure il lavoro lo si deve fare al meglio delle proprio possibilità, altrimenti non lo si fa proprio o lo si cambia – in fondo una saggezza assai pragmatica, questa, rispecchiata in molti motteggi popolari:A cattivo lavoratore ogni zappa dà dolore” o “Chi bene semina, bene raccoglie”, giusto per citare un paio di vecchi proverbi al riguardo nella cui asserzioni è contenuta anche la verità opposta. In tal senso, lavorare bene e al meglio delle proprie possibilità libera la mente e l’animo da qualsiasi possibile rimpianto, è sinonimo di libertà in quanto certezza d’aver contribuito al meglio a quanto c’era da fare e della cui bontà altri trarranno vantaggio, è soddisfazione nell’aver dimostrato etica professionale, senso di responsabilità, onestà intellettuale. E, d’altro canto, perché chi non lavora bene non è libero ovvero è prigioniero della propria stessa inettitudine, inadeguatezza, disonestà, incoscienza e della propria mediocrità, una caratteristica sempre presente negli individui non certo liberi ma servili e sottomessi.

Giusto in questi giorni, ho letto, sono in corso alcune mobilitazioni sul tema della sicurezza del lavoro, che ogni tanto riemerge nelle discussioni politiche e mediatiche in modi più o meno fattivi oppure strumentali(zzati): ma a fronte della giusta richiesta di tutele crescenti nei luoghi di lavoro e di rispetto delle normative al riguardo al fine di evitare incidenti e casi tragici, si nota piuttosto palesemente la mancanza di una discussione – culturale e umanistica, prima che politica – intorno al tema della responsabilità etica del lavoratore, di ciò che a volte succede quando la sicurezza ci sarebbe ma viene aggirata per convenienze materiali o per mera (ma ancor più grave, per certi aspetti) incoscienza. Forse, ribadisco, a prescindere dal caso del Mottarone, da quello dimenticato del Cermis e da altre vicende specifiche, quella cultura della responsabilità, professionale e non solo, è un valore che dovrebbe essere recuperato e nuovamente ben assimilato – per il bene di tutti, come si è visto. Tuttavia, mi viene da credere, ina nessuna delle parti coinvolte sul tema non c’è tutto questo interesse e volontà di recuperarlo. Già.

 

 

 

Mottarone 2021, Cermis 1976

Il 9 marzo 1976, poco dopo le cinque di pomeriggio, una cabina della funivia che raggiunge l’Alpe Cermis, in Trentino, si staccò dal cavo d’acciaio che la sorreggeva schiantandosi a terra e percorrendo circa 100 metri sul dorso della montagna prima di fermarsi. Morirono 42 delle 43 persone che erano a bordo, in quello che è stato il peggior incidente accaduto a una funivia della storia.
Lunghe e difficili furono le indagini per fare luce sull’origine della tragedia e sulle responsabilità. In base alle perizie, la caduta della cabina venne provocata dal disinserimento volontario dei circuiti automatici di sicurezza, operato, come sostenne l’accusa, per rendere più spedito il trasporto dei passeggeri. Nel manovrare manualmente gli strumenti la fune traente finì con l’accavallarsi sulla portante, provocandone il tranciamento e con esso la caduta del vagoncino di risalita.
Avvenne dopo che il manovratore Carlo Schweizer, senza patente, alla stazione di mezza via al Dos dei Laresi, ebbe l’ordine di farla ripartire, dopo che si era bloccata. Eseguì ed escluse il circuito di sicurezza. Usò una chiave che non doveva essere toccata. Invece l’usura del metallo ne dimostrava l’abuso, come si legge nella sentenza del tribunale di Trento del 29 dicembre 1976.
Per l’incidente la Cassazione ritenne unico responsabile il manovratore, Schweizer, risultato privo di patente, condannato a tre anni di reclusione per disastro colposo. L’uomo – secondo l’avvocato difensore – fece da capro espiatorio per responsabilità che investivano invece la società di gestione degli impianti.
In un secondo processo venne condannato a tre anni di carcere anche il capo servizio Aldo Gianmoena. Per entrambi l’accusa fu di omicidio colposo.

Non credo che occorra aggiungere altro.

Il testo è composto da citazioni di tre articoli tratti dalle versioni on line de “L’Adige“, del “Corriere della Sera” e da “Il Post“; cliccate sui link per leggerne gli originali.

Giornate “storte”

[Foto di EgoVolo, opera propria, CC BY-SA 3.0; fonte qui.]
Dice bene la versione relativistica della Legge di Murphy:

Se certe cose possono andare male, tutte andranno male nello stesso tempo.

Ecco. Oggi, qui, è una giornata talmente storta, nel senso di quelle che non c’è una cosa fatta che non presenti qualche problema, contrattempo, imprevisto, disguido, seccatura, rogna, e tutte queste cose che si manifestano in contemporanea sovrapponendosi le une alle altre e in tal modo amplificando il loro “valore” e i conseguenti danni, che ci manca solo che entro la mezzanotte un asteroide colpisca la Terra (evento peraltro non necessariamente e totalmente negativo, per certi versi) oppure che venga emesso un ennesimo Dpcm. Già.