Copric**o

[Foto di Marc Schaefer da Unsplash.]
Non so, ma a me la diatriba in corso sull’orario del coprifuoco mi sembra l’ennesima manifestazione della cretinaggine suprema della classe politica italiana, la quale al solito pare l’equipaggio che, sulla nave nel bel mezzo della tempesta che imbarca acqua, a serio rischio di affondamento, si mette a litigare sul colore delle uniformi da indossare.

Per carità, l’ora in più o in meno sarà pure una cosa importante, come lorsignori asseriscono (visto quanto tempo ci perdono dietro), ma con tutti i gravi problemi provocati dalla pandemia ancora da risolvere e da gestire, il numero di morti che permane troppo alto, l’incertezza totale sul futuro nonostante i vaccini, le questioni sociali ed economiche e tutto il resto, io penso che più che di “coprifuoco” si debba parlare di copriculo. Ovvero, del nuovo modo che i politici italiani hanno ideato, con “ammirevole” comunione di intenti e d’azione, per pararsi il culo (scusate la reiterata volgarità) e nascondere la propria totale insulsaggine e la spaventosa nonché letale incapacità di fare cose buone, nel momento in corso ancor più che in ogni altra precedente circostanza. Ecco.

Centotrenta in più o in meno

[Immagine tratta da qui.]
Massì, chissenefrega! Sono 130 morti? Embè, con tutti gli altri di prima poco cambia.

Il casino della Super League, quella sì che è una tragedia. Chissà che succederà nel calcio, ora.

E poi saranno stati veramente centotrenta? Che prove ci sono al riguardo? Nelle foto se ne vede solo qualcuno, le ONG sparano alto con i numeri per intascarsi più soldi possibile, lo sanno tutti.

E comunque erano i soliti clandestini, arabi, negri, mussulmani, c’era sicuramente qualche terrorista, ci tocca salvarlo e poi quello ci ammazza, chissà quante malattie c’hanno addosso, ma perché fuggono ancora, poi? Per essere più liberi? Noi qui sì che non siamo più liberi, nemmeno ci danno il coprifuoco alle 23, è una vergogna!

Se ne stiano a casa loro, quelli lì! Hanno pure i soldi per pagarsi il viaggio sui gommoni, hanno tutti il cellulare, sono tutti quanti giovani, le donne e i bambini se li portano dietro solo per obbligare le navi a salvarli. Ma quanto sono disumani? E c’è pure gente, qui, che li vorrebbe salvare tutti! Vogliono entrare in Europa da clandestini attraversando il mare mosso su quelle barchette, e poi si lamentano pure che crepano? Ma tu pensa!

Meno male che da lunedì c’è la zona gialla, possiamo tornare a respirare, a girare un po’ più liberamente, non dovremo più star dietro a queste notizie, a stare a casa confinati con il lockdown ci sentivamo tutti soffocati, vero? Fanno bene a non salvarli che sennò ci tocca pure pagarle, tutte quelle navi.

Ma ci pensate poi se li salvassimo tutti e poi scoprissimo che loro, che vengono dal deserto, dalla savana, dall’età della pietra, sono più civili di noi qui in Europa? Che figura ci facciamo?

No no, meglio non salvarli, così ci salviamo noi, ecco.

O no?

L’ironia della TV

La televisione ha paura della capacità di smascheramento che possiede l’ironia, e allo stesso tempo ne ha bisogno. Ha bisogno dell’ironia perché la televisione è praticamente fatta per l’ironia. Perché la televisione è un mezzo che tocca due diversi sensi. Il fatto che abbia sostituito la radio non significa che le immagini abbiano sostituito il suono, ma che le immagini gli si affiancano. Dato che la dialettica tra ciò che si dice e ciò che si vede è proprio il campo d’azione dell’ironia, la forma più classica di ironia televisiva funziona attraverso la giustapposizione di immagini e suoni in contrasto fra loro. Quel che viene mostrato smentisce ciò che viene detto. Un pezzo di critica televisiva sui telegiornali di un network nazionale descrive una celebre intervista a un dirigente della United Fruit andata in onda in uno speciale della CBS sul Guatemala: «Io davvero non sono a conoscenza di nessuna situazione di cosiddetta “oppressione”», diceva questo tizio, mezzo spettinato e vestito come i Bee Gees negli anni Settanta, a Ed Rabel. «Io penso che sia solo l’invenzione di qualche giornalista». Tutta l’intervista era inframmezzata da un filmato senza commento di ragazzini con la pancia gonfia negli slum guatemaltechi e di sindacalisti che giacevano in mezzo al fango con le gole tagliate.

(David Foster WallaceE unibus pluram: gli scrittori americani e la televisione, in Tennis, Tv, trigonometria, tornado, e altre cose divertenti che non farò mai piùMinimum Fax, 1999/2011, traduzione di Vincenzo Ostuni, Christian Raimo, Martina Testa, pagg.57-58. Una citazione dedicata a quelli – spero ormai pochissimi – che ancora credono a ciò che devono e sentono in TV, già. Per la cronaca, la “United Fruit” è questa e Ed Rabel è lui.)

Un (ennesimo) inverno indegno

L’inverno che sta per finire è stato, a mio modo di vedere, un’altra stagione indegna per l’Europa e la sua civiltà, in tema di gestione dei flussi migratori. Oltre a quella ormai cronica nel contesto mediterraneo, la situazione venutasi a generare degli stati balcanici occidentali testimoniata dalle immagini che pubblico qui – solo alcune tra le innumerevoli che si posso trovare sul web – semplicemente non può essere accettata da nessuno. È vergognosa, ignobile, inumana: oggi, anno 2020/2021, peraltro dopo tutte le tante parole spese sulla questione negli anni scorsi non si possono trattare degli esseri umani in questo modo, punto.

Tutto quanto, lo ribadisco ancora una volta (qui trovate alcuni miei contributi sul tema), nasce a mio parere dal fatto che la politica, nei vari ambiti nazionali e in quello internazionale, continua a non considerare la questione immigrazione innanzi tutto dal punto di vista sociologico e antropologico, prima che da quello della gestione politica, in forza di ciò continuando (non certo inconsapevolmente) a non comprenderne la realtà e la portata fenomenologica in quegli ambiti citati oltre che sotto l’aspetto prettamente geopolitico. La questione viene indefessamente trattata a livello emergenziale, in senso strettamente sincronico al suo accadimento, senza alcuna visione diacronica e geografica, regolarmente oggettivizzata e strumentalizzata – in ogni senso, sovranista e xenofobo o globalista e buonista o che altro – in base agli interessi del momento oltre che per profonda ignoranza culturale, il che inevitabilmente ne disumanizza la realtà portando alle conseguenze che le immagini fotografiche illustrano.

Io non ho per nulla – e ribadisco: per nulla – una visione ideologica e strumentale della questione, rifuggo qualsivoglia bieco sovranismo o sconsiderato globalismo, non osservo quando accade nel Mediterraneo o nei Balcani oppure altrove come fosse mera cronaca e fonte di vuoto “opinionismo” ma, appunto, non posso non considerare tutto quanto se non partendo dal suo chiaro e potente senso culturale ovvero socioantropologico. Poi viene tutto il resto, ma nulla può venire se non si “entra” nella questione da quella porta analitica fondamentale, quando ogni altro “ingresso” non è che una forzatura distorcente e inesorabilmente degradante. Non sono sovranista o globalista, sono umanista, e non solo nell’accezione geografica o filosofica del termine ma soprattutto perché umano, io esattamente come gli individui ritratti nelle immagini qui presenti e coinvolti nelle varie situazioni correlate.

Per tali motivi ritengo ineluttabilmente quelle immagini e quelle situazioni inaccettabili e vergognose, tanto più che accadono nella parte formalmente più civile e avanzata del pianeta. Per farla breve: o si permette a quelle persone che decidono di migrare di restare nei propri paesi d’origine garantendo loro un’esistenza dignitosa così che non siano costretti a partire (ma è un’evenienza che mi sembra ancora assai lontana dal poter essere realizzata, visto poi lo scarso impegno dei paesi più avanzati al riguardo), oppure, se li si fa partire, li si deve accogliere altrettanto dignitosamente, compatibilmente con le possibilità dei luoghi d’accoglienza e come l’umanità di noi che “umani” ci definiamo, di nome, di fatto e per “virtù”, impone a qualsiasi individuo che non stia commettendo gravi misfatti. Ogni altra eventualità che porti a situazioni come quelle in corso nei Balcani o altrove è un atto criminale, ne più ne meno.

Ecco, io la penso così.

P.S.: qui potete scaricare gratuitamente il dossier La rotta balcanica. I migranti senza diritti nel cuore dell’Europa, edizione aggiornata a cura della rete RiVolti ai Balcani. Cliccando poi i link di origine delle varie immagini, nell’elenco qui sotto, potete raggiungere altri contenuti sul tema.

[Fonti originarie delle immagini: https://www.open.online/2021/02/21/campo-profughi-lipa-silvia-maraone-intervista-video/, https://twitter.com/bentivoglimarco/status/1352141306710159362, https://twitter.com/bentivoglimarco/status/1352141306710159362, https://www.farodiroma.it/il-tema-dei-migranti-non-puo-essere-tralasciato-nella-trattativa-del-governo-draghi-invece-per-inseguire-una-coesione-politica-lo-si-ignora/, https://finnegans.it/balcani-la-rotta-dei-disperati-di-diego-lorenzi/, https://www.fanpage.it/politica/perche-a-nessuno-interessa-della-catastrofe-umanitaria-dei-migranti-in-bosnia/]

Una soluzione

[Foto di Colin Behrens da Pixabay.]
Non di rado, da qualche tempo a questa parte, alcuni pongono la questione della sostenibilità del diritto di voto universale nell’odierna era del populismo sfrenato, delle fake news, dei social eletti a nuovi testi sacri eccetera. Ovvero, per dirla in modo semplice: «Devono votare anche gli ignoranti?», intesi come tali non solo quelli che ignorano la realtà e le verità oggettive del mondo contemporaneo ma che pure si dimostrano carenti di cultura politica e civica, dunque inclini ad un “voto di pancia” sostanzialmente irrazionale e ingiustificabile. Tale questione viene spesso sostenuta con argomentazioni assolutamente meditate e plausibili (si veda il link lì sopra, ad esempio) le quali tuttavia, posta pure la loro scientificità, non riescono a evitare la correlata questione dell’incostituzionalità di un diritto di voto limitato e non più universale come le democrazie avanzate contemplano per proprie costituzioni, appunto – e nonostante, per il bene di quelle stesse democrazie, il buon senso al riguardo si sarebbe ormai spostato nella direzione opposta, paradossalmente ma inesorabilmente. Di contro, senza dubbio, togliere il diritto di voto politico in modo arbitrario, seppur plausibilmente e giuridicamente motivato, non appare come una gran bella cosa.

Dunque, come uscire da una così ostica antinomia?

Be’, semplice: eliminando i politici da votare. Il che ovviamente non significa virare verso l’autoritarismo totalitarista ma, all’opposto, significa rendere pienamente compiuta la democrazia, termine che – serve sempre ricordarlo – deriva etimologicamente dal greco antico δῆμος, démos,«popolo» e κράτος, krátos, «potere» e significa “governo del popolo”. Che può anche essere di natura consultiva ma non necessariamente legata a un sistema di potere politico costituito – visti poi i risultati concreti di ciò.

Una mera utopia, sosterrà qualcuno. Vero, lo ammetto, ma esattamente come lo sta diventando l’azione virtuosa delle classi politiche sovente elette in modi culturalmente e civicamente discutibili (vedi sopra, per ribadire). D’altro canto, già quasi due secoli fa il buon Thoreau aveva compreso, nel suo Disobbedienza Civile, che

Il miglior governo è quello che non governa affatto.

Perché non esiste, in buona sostanza.

Ecco.