La lingua è viva, viva la lingua!

[Foto di Michael Schwarzenberger da Pixabay]
In questi giorni sto lavorando alla revisione di un testo che, mi auguro, sarà pubblicato prossimamente, e mi sto rendendo nuovamente e vividamente conto di quanto potere abbiano le parole, e quanta bellezza espressiva ed esprimibile. In certi passaggi basta cambiare di posto a una sola parola, in una frase, per variarle totalmente senso, ritmo, mood, per modificare la forma del contenuto, ridisegnare la visione mentale che suscita, mutare le coordinate semantiche, per dare un’accezione diversa al messaggio che trasmette. Con una sola parola, un avverbio, un aggettivo, il soggetto di essa, messa prima o dopo rispetto a come era prima nella frase. È una cosa ovvia, forse, eppure sempre sorprendente, a volte sconcertante.

Meravigliosa.

Constatare come la lingua sia un organismo vivo e pulsante di energia espressiva, è meraviglioso, e come manipolarla con gli strumenti della letteratura sia tanto un piacere quanto una responsabilità grandissimi. Non solo: ci si capacità continuamente di come quello linguistico sia un mondo che nessuno mai può dire di conoscere perfettamente anche quando l’abbia esplorato a fondo – i linguisti, ad esempio – e che ogni viaggio in esso, sia lungo solo qualche frase oppure centinaia di migliaia di parole, è sempre un nuovo viaggio mai fatto prima, occasione certa di nuove scoperte, nuove intuizioni, nuove strade espressive. Anche quando le parole elaborate sono le stesse.

Socraticamente, con la lingua bisogna (bisognerebbe) sempre sapere di non saperla (tutta): è la condizione migliore – anzi, l’unica – atta a proseguire il viaggio tra le parole e nella loro bellezza, e a farne di continuo un’esperienza meravigliosa e potentemente vitale oltre che fondamentale per chiunque, dal più fine linguista all’autore letterario finanche all’uomo della strada. I quali, se ben consci del grandissimo tesoro a disposizione, godranno sempre di un’energia di rara forza e importanza.

 

La fine imminente del “non inverno”

[Foto di StockSnap da Pixabay.]
Questa mattina mi sono ritrovato il locale in cui lavoro, dotato di una finestra rivolta a Oriente, inondato di colpo da una luce possente e calda che ha illuminato ogni cosa, come se qui fuori avessero d’improvviso acceso un potente faro che ha disperso l’ombrosità fino a ieri presente. In pratica, il Sole che nelle scorse settimane non riusciva a spuntare oltre la linea dei monti qui intorno, alzandosi sempre più sull’orizzonte ha finalmente ritrovato la breccia – una sella tra due dorsali montuose – dalla quale far passare la sua luce e così donare nuovamente la possente luminosità al territorio al di qua anche nelle prime ore del mattino. Fino a ieri c‘era da aspettare fin quasi mezzogiorno affinché il Sole, nella sua rivoluzione diurna, superasse i monti e si facesse vedere ma ormai già verso Sud e Ovest, non più a Oriente.

Ecco, questa minima cosa ha sempre rappresentato – per me che resto sempre massimamente sensibile a tali piccoli “prodigi” naturali, ricercando con essi la più benefica armonia – uno dei segnali evidenti della prossima fine dell’inverno e del nuovo arrivo della bella stagione, della luce diffusa e via via dominante a vincere le ombre invernali nonché, ovviamente, il loro clima gelido. La rappresenterebbe anche quest’anno, la fine dell’inverno, se non fosse che l’inverno quest’anno non si è praticamente mai visto, svanito tra un autunno prolungato e troppo caldo e una primavera terribilmente anticipata.

“Terribilmente”, sì, perché l’inquietante situazione climatica che stiamo vivendo – e vivremo sempre più nel prossimo futuro – stempera in parte la delicata bellezza del momento che vi ho raccontato, caricandola di una non troppo vaga angoscia che rende il cambiamento climatico ancora più allarmante. Proprio per non aver più voluto restare in armonia con la Natura e con l’ecosistema della Terra siamo finiti in questa inquietante situazione; forse – io penso – sarebbe il caso di restare almeno in consapevole armonia con l’insuperabile bellezza naturale: anche in tal caso potrebbe essere quella a salvare il mondo, e così salvare tutti noi.

«Non c’è quasi niente, qui!»

«Bello questo posto. Non c’ero mai stato» mi dice il tizio giunto per lavoro nel piccolo comune di montagna dove abito. «Certo che però non c’è quasi niente, qui» aggiunge, mentre lo accolgo sull’uscio di casa.

Mi guardo intorno.
Le montagne che si stagliano contro il cielo terso, in alto innevate, le forme dei versanti evidenziate dalla luminosità radente, i boschi e le selve che cingono le case del paese, il profilo delle Alpi Occidentali col Monte Rosa ben distinguibile, i campi laggiù in parte colorati dal Sole e in parte, quella in ombra, ancora bianchi di brina. La strada deserta sotto casa al cui lato passa un ragazzino col suo cane, un asino che raglia, un cane lontano che abbaia, altrimenti la quiete.
A momenti, il rumore di qualche foglia secca che la brezza leggera spinge qui e là.
L’aria frizzante, un vago odore di camino.

Però Milano non si vede, oggi, c’è foschia là sulla pianura oltre la valle dell’Adda.

«Sì, in effetti non c’è granché, qui. Ha proprio ragione!» rispondo al tizio che mi stava guardando senza capire quegli attimi di silenzio.

I più bei libri svizzeri, a Milano

Leggo su “SwissInfo” che fino al prossimo 11 gennaio sarà possibile visitare presso l’Istituto Svizzero di Milano l’esposizione The Most Beautiful Swiss Books, dedicata ai libri premiati nelle ultime tre edizioni (2016-17-18) del concorso omonimo organizzato dall’Ufficio Federale della Cultura. 
La mostra è ideata da Jonas Voegeli-Hubertus Design, vincitore del premio Jan Tschichold 2019, e da Samuel Gross, responsabile artistico dell’Istituto Svizzero. Il concorso sui più bei libri svizzeri riconosce il lavoro dei designer di libri più talentuosi, incoraggia e mette in mostra produzioni di alta qualità e promuove poi le opere vincitrici.

Un’esposizione itinerante è organizzata ogni anno in Svizzera e all’estero e sempre annualmente una giuria internazionale seleziona i progetti che soddisfano i criteri di ammissibilità scegliendo poi i più bei libri svizzeri, documentati alla fine in un catalogo disegnato da Teo Schifferli.
In quanto “oggetto culturale per eccellenza” e sotto ogni punto di vista, il libro è anche un’opera portatrice d’una propria estetica originaria nonché della bellezza che le viene conferita dai suoi creatori. È dunque interessante constatare, grazie a questa esposizione milanese, come in Svizzera venga sviluppata ed esaltata tale bellezza in confronto a quanto invece avvenga altrove – Italia in primis, paese dotato d’una lunga e nobile ma oggi decadente cultura libraria.

Cliccate sull’immagine in alto per leggere l’articolo dedicato da “SwissInfo” all’esposizione e vedere il video relativo.

La bella notizia

(Photo credit: https://pixabay.com/it/users/marisa_sias-526173/)

Oggi mi è arrivata una bella notizia.
Pero è arrivata che io non c’ero, quindi è andata via.

Spero che ritorni e che io ci sia, ovviamente. Altrimenti la vado a cercare io: meglio darsi da fare a cercare le cose belle piuttosto di convincersi che siano sempre loro a cercare te. A volte capita, sì, ma non sempre. Anzi, raramente.

Che se poi arrivano ma sul campanello non c’è il tuo nome, tanto vale. Ecco.