Un altro “Pass” da istituire

P.S. (Pre Scriptum): questo post in verità l’ho scritto che era ancora estate e come ogni estate inorridi-vo/sco nel vedere il livello di ineleganza se non di autentico sbrago che purtroppo molti palesano nelle belle stagioni (be’, anche nel resto dell’anno, ma in estate indubbiamente la cosa risulta più evidente e maggiormente tra gli uomini, anche se pure le giovani donne mi pare stiano (s)cadendo sulla stessa china), tra ciabatte, infradito, pinocchietti, bermuda e altre ripugnanze di simile genere. Fatto sta che m’è rimasto lì, questo post, e l’estate è passata, tuttavia è una “battaglia” donchisciottesca che conduco da tempo e dunque non c’è limite e scadenza, per quanto mi riguarda, visto poi quanto si discuta quotidianamente di “pass”. E visto pure che non è solo una mera questione di look e di eleganze, sia chiaro. Dunque, a voi:

Qualche tempo fa, qui sul blog, sostenevo in un articolo che oltre al Green Pass, per me sacrosanto ovunque, ci sarebbe un altro lasciapassare da istituire: il Brain Pass, al fine di accertare che i suoi titolari siano vaccinati contro l’ignoranza. Assolutamente necessario, non trovate?

Bene, ce ne sarebbe pure un altro, apparentemente più “frivolo” ma a sua volta sotto certi aspetti opportuno, soprattutto nel periodo estivo: un Class Pass, per accertare la vaccinazione contro l’ineleganza e il possesso di un adeguato livello di stile, appunto. Perché, porca miseria, di gente vestita male – e che secondo me, scusate la potenziale impertinenza, con questo suo vestirsi male rivela molto di ciò che è, che pensa e che fa – ce n’è in giro sempre di più e in special modo, devo purtroppo ammetterlo, di sesso maschile (le donne, bontà loro, nel caso vengono salvate dalla propria naturale grazia, salvo rarissimi casi).

Se un tempo gli italiani erano famosi nel mondo per la loro eleganza (si prendevano tanto in giro i crucchi coi sandali e i calzini bianchi, ricordate?), e visto che ancora l’Italia si vanta di essere il «paese della moda» per eccellenza – il che è vero, imprenditorialmente parlando e seppur non in senso assoluto – si vedono di continuo per la pubblica via certe mise talmente rozze e tamarre (si usa ancora questo termine?) al punto che, nel paesaggio urbano ove si intercettano, urta meno la visione di un cassonetto dell’immondizia. Che almeno è ciò che appare per ragioni funzionali e adeguate, mentre quelli di adeguato (addosso) proprio non mi pare che abbiano nulla, ecco.

Santi numi, vestitevi meglio e siate eleganti nei modi, accidenti! Non capite che questo è il primo e spesso il più importante “biglietto da visita” con cui presentate voi stessi al prossimo? Eh?! Eccheccavolo!

Persone belle, forse

[Caspar David Friedrich, Il viandante sul mare di nebbia (Der Wanderer über dem Nebelmeer), 1818, Amburgo, Hamburger Kunsthalle.]
Ci sono persone a questo mondo che, lo ammetto, non esiterei un istante a infilare sul primo volo sperimentale di Space X per Marte – “sperimentale” perché di quelli con possibilità di successo pressoché nulle – per quanto siano becere. Tuttavia spero di sopravvalutarne il numero e, di contro, sono certo che alcune di esse, diciamo quelle non troppo becere (delle quali mi auguro di non sottovalutare il numero), in realtà se “riequilibrate” con se stesse in primis e subito dopo con il mondo che hanno intorno e col quale interagiscono, saprebbero tirar fuori cose notevolmente apprezzabili, sensibilità pregevoli, pensieri propri tanto sensati quanto interessanti. Solo che purtroppo, per scelta o per forza (entrambi comunque indotte), queste persone trascorrono la loro esistenza quotidiana nella parte più bassa della nostra società, quella più deviata, corrotta e degradata dalle immani stupidaggini che vomitano a spron battuto la TV e i media generalisti, molte pagine social, tanti personaggi pubblici di infima specie – che tuttavia quella stessa parte degradata della società, grazie a un circolo vizioso autoalimentato, pone ai propri vertici e ritiene modelli da imitare – e per tale motivo si comportano in modi così beceri.

Invece, forse, oso credere che, come detto, se si trovasse il modo di staccarle da quella tossica “biosfera” così degradata e nociva e, ribadisco, si riuscisse a riarmonizzare la loro relazione con il mondo, facendola il più possibile consapevole, rapidamente la crosta impura che li avvolge fuori e dentro si sgretolerebbe e parimenti tornerebbe alla luce un animo ben più virtuoso, almeno in potenza. Bene, ma come fare? – vi chiederete. Chissà, può essere che alla fine basti poco, e che ancor più che attraverso forme strutturate e prolungate di “rieducazione civica”, per così dire, potrebbero bastare pillole di bellezza e di armonia minime ma potenti: il fascino di un bosco all’alba, la meraviglia del cielo stellato, l’orizzonte infinito dei monti nella luce del tramonto, lo sguardo prolungato di un animale… Cose così, insomma, piccole ma capaci di condensare manifestazioni di equilibrio alquanto evidenti e suggestive, da vivere pienamente al contempo distaccandosi sempre più da quegli elementi di degrado prima citati, purtroppo ancora così diffusi e influenti.

Voglio sperare tutto ciò, voglio crederci nonostante a volte lo sconforto per come appaia sempre più soverchiante quella parte umana così becera si faccia intenso. Ma se è (purtroppo) vero che essa si autoalimenta, è altrettanto vero che appena il suo circolo vizioso si interrompe o si spezza rapidamente crolla, così priva di logica concretezza come è. Dunque io ci spero, appunto. In caso contrario, se a pensare tutto questo mi stia clamorosamente sbagliando, be’, Space X avrà a disposizione numerosi equipaggi per i lanci dei prototipi sperimentali delle sue astronavi, ecco.

Ma poi, questa mania del gigantismo?

[Crediti dell’immagine: Wellcome Library, London. Wellcome Images, images@wellcome.ac.uk, http://wellcomeimages.org, CC BY 4.0; fonte dell’immagine: commons.wikimedia.org.]
Se dovessi citare una cosa – una mania, una devianza, un disturbo… si può definire in modi diversi ma tutti di simile accezione clinica e “filosofica” – della quale pare proprio che sia afflitta la nostra società contemporanea, tra le prime mi verrebbe da dire il gigantismo.

Già. Fateci caso. Succede un po’ ovunque, ormai.

Gli smartphone, sempre più grandi. Gli schermi televisivi, idem. I centri commerciali, le utilitarie tanto quanto i SUV, i followers sui social, le navi da crociera, le funivie per portare sempre più persone sulle vette dei monti – a suo modo è un’altra forma di “gigantismo”, il turismo di massa. E al proposito di montagne, guarda caso: le mega-panchine di cui ho scritto qualche giorno fa oppure i ponti tibetani, nuova giostra turistica alpina “alla moda”, sempre più alti, più lunghi, più sospesi e via di questo passo. D’altro canto siamo nell’era delle fake news e in fondo anche la pratica tanto diffusa di «spararle sempre più grosse», come si usa dire vernacolarmente, la si può considerare a sua volta un gigantismo – dell’ignoranza e della falsità. In effetti, poi, una tale devianza la si può comunicare in molti differenti modi, io lì sopra ho citato solo i primi che mi sono venuti in mente: basta guardarsi intorno e se ne trovano ovunque numerosi altri.

Ma fate caso pure a un’altra evidenza: dove si manifesta tutto questo gigantismo? Nelle cose sostanzialmente superflue, quasi che la grandezza della taglia sia inversamente proporzionale all’utilità effettiva dell’oggetto in questione. Per dire: non che se ora non abbiamo un televisore da 70 pollici non possiamo vedere la partita della nostra squadra del cuore, no? E ve li ricordate i cellulari degli anni Novanta, che misure avevano? Certo, non erano smart, ma per telefonare servivano comunque. Di contro è vero che se il SUV non è abbastanza grande, lussuoso e potente, non consente al suo proprietario di mettersi in mostra come probabilmente egli desidera. Il gigantismo della vanagloria, in pratica.

Ecco, forse sta proprio qui il nocciolo della questione: il gigantismo consumistico odierno è diretta conseguenza del nanismo culturale della società che lo manifesta. Dove questa viene a mancare di spessore morale, di identità, di coscienza critica, di sostanza nonché, last but non least, di buon senso, ecco che sopperisce con la forma, inevitabilmente sempre più maxi ovvero no limits (stesso principio), appunto. E sono forme che hanno rotto qualsiasi relazione con la loro funzione: una relazione basilare nella logica del fare umano che, ogni qual volta è venuta a decadere e mancare, ha lasciato spazio a danni e rovine. Oggi l’importante è apparire, non l’essere, la funzione (buona e utile) è cosa trascurabile e dunque, ovviamente, più si è giganti meglio si appare e ci si rende visibili. Finché si supera il punto di rottura e, come detto, tutto implode e crolla miseramente nonché inevitabilmente, così che avremo sempre più a che fare pure con un gigantismo delle macerie. Già.

Mega-panchine e “mini turisti”

Fabio Balocco, nel suo blog su “Il Fatto Quotidiano”, esprime la propria netta opinione contro le “mega-panchine” spuntate un po’ ovunque, in Italia e altrove, in montagna ma non solo lì, definendole, con un noto e comprensibilissimo termine ligure, «belinate» ovvero «L’ennesimo sfregio alla natura per sottolineare il potere dell’uomo» (cliccate sull’immagine per leggere il suo articolo).

Tali mega-panchine fanno parte di una “categoria” di installazioni – insieme a maxi-altalene, piattaforme panoramiche, ponti tibetani, eccetera – apparentemente pensate (secondo chi le promuove e installa) per “valorizzare” i luoghi in cui vengono piazzate e il paesaggio relativo.
A parte che, nella forma, tali opere possono essere valutate e percepite in modi differenti – le altalene sembrano anche simpatiche, per dire – e a parte che non si capisce bene perché una panchina per ammirare il panorama debba essere “mega”, dato che non c’è solo di mezzo l’aspetto suggestivo di un oggetto comune ingigantito e per questo attraente (mi vengono in mente i SUV, al riguardo, che più sono grandi, potenti, lussuosi, più diventano e appaiono “status symbol” ammirati da tanti), e poste le considerazioni alquanto interessanti che rimarca Balocco nell’articolo sopra linkato, la questione che io piuttosto pongo è la seguente: perché ci deve essere sempre bisogno di qualcosa di artificiale (e spesso di decontestuale, di impattante, di rozzamente ludico, appunto) per scoprire realtà, sensazioni, emozioni, bellezze che sono già bell’e pronte da fruire e godere con un minimo di sensibilità? Perché altrimenti molti non le godrebbero, alcuni rispondono: ma non è affatto una buona giustificazione, questa, anzi, è sostanzialmente un voler dire, a quelle persone: siccome siete scemi, avete bisogno di qualcuno/qualcosa che vi dica come sollazzarvi, in questo luogo. Sono installazioni che trattano i loro fruitori come bambini piccoli e un po’ stupidi che devono essere accompagnati e guidati per far sì che facciano o capiscano qualcosa – come osserva bene anche Balocco.

E in effetti è proprio così: con opere del genere – che, ribadisco, possono anche sembrare piacevoli, in certi casi, ma la “forma” è solo la radice della “sostanza” del problema – non si educheranno mai le persone a riconoscere e comprendere il valore delle bellezze e delle peculiarità del luogo in cui si trovano, ma le si banalizzerà continuamente facendone meri oggetti da consumare, facilmente e rapidamente, pensando solo al proprio vacuo divertimento e non a quanto di autentico quei luoghi possono lasciare in chi li vive consapevolmente. Un «wow!», un “brivido”, un selfie postato sui social e lì dimenticato e fine. Proprio come al luna park: provata una giostra e una volta divertiti su di essa, si passa a quella seguente e amen. È il modo migliore per non imparare nulla dal luogo e dalle sue peculiarità e scordarsele alla svelta, generando così la forma di turismo più degradata e degradante, quella che svilisce il luogo e alla lunga (non serve molto tempo, per la cronaca) lo uccide – ma che intanto fa la gioia dei suoi propugnatori, i quali ne ricavano un consenso semplice e immediato nonché qualche bell’articolo sui media. Peccato che i luoghi e i paesaggi non vivono su consensi del momento ma su relazioni consapevoli e sviluppate nel tempo: ma per queste serve un’idea, una visione, un progetto concreto a lungo termine, una volontà edotta e determinata. Ahimè, doti più rare che i panda giganti sulle Alpi, in molte di quelle iniziative.

Cos’è il “bello”? E che cos’è “brutto”? (Reload)

La prima cosa che mi chiedo quando qualcosa non sembra bello è perché credo che non sia bello. Basta poco per capire che non ce n’è motivo.

(John Cage, citato in AA.VV., Il libro della musica classica, traduzione di Anna Fontebuoni, Gribaudo, 2019, pag.304.)

Il concetto di “bello” è senza dubbio uno dei più indefinibili e per questo (ma non ineluttabilmente, spesso semmai per ignoranza generale del suo valore) dei più distorti tra quelli che utilizziamo per definire il mondo in cui viviamo attraverso l’immaginario comune proprio della nostra cultura condivisa – o di ciò che riteniamo tale. John Cage ha ragione: se ci fermassimo a riflettere – con adeguata cognizione di causa, ovvio – sul perché certe cose le consideriamo “belle” e di contro certe altre “brutte”, probabilmente non sapremmo rispondere se non attraverso opinioni parecchio banali e vuote. Ciò appunto perché, io credo, di fronte al “bello” e al “brutto” ragioniamo per meri stilemi di un immaginario che assumiamo meccanicamente in quanto parte integrante del modello culturale primario sul quale basiamo la considerazione del nostro mondo. Certamente questi stilemi sono in parte giustificati e giustificabili da una genesi storica, filosofico-estetica, antropologica che fornisce loro un valore logico e apprezzabile ma sovente risultano invece del tutto artificiosi e campati per aria, imposti in base a ideali funzionali a certo marketing e ai relativi tornaconti.

E se per avviare quello che a mio parere è un necessario processo di riscoperta e rivalorizzazione del concetto di “bello” e “brutto” (sarà per questo che la bellezza non sta affatto salvando il mondo, come sosteneva il dostoevskijano Principe Myškin?) dovessimo innanzi tutto mettere in discussione, almeno con noi stessi e nelle nostre personali convinzioni, ciò che crediamo e riteniamo “bello” e ciò che dichiariamo “brutto”? Un po’ come, nel principio, dichiarava Nietzsche (in Umano, troppo umano, 1878) riguardo la fede nella verità, che comincia col dubbio in tutte le verità finora credute. Ecco, così.

Potrebbe essere un buon inizio, forse.