Una firma per salvare il Lago Bianco del Passo di Gavia

[Foto di Zairon, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
In tema di salvaguardia ambientale e del paesaggio, un’altra cosa che in Italia da tempo non funziona al meglio è la gestione politica delle aree sottoposte a tutela, dai parchi naturali in giù: territori soggetti a vincoli che ne determinano la protezione speciale e di conseguenza il valore paesaggistico e culturale i cui enti di gestione troppo spesso dimenticano il senso del termine “tutela”, promuovendo ovvero assentendo ad interventi per i quali la salvaguardia dei territori che ne sono oggetto appare palesemente come l’ultima cosa che conta – o la prima a non contare per nulla. Accennavo a tale questione proprio qualche giorno fa, riguardo il Parco delle Orobie Bergamasche: trovate l’articolo qui.

Quanto sopra rimarcato, come detto, vale sia per le piccole aree protette e sia per quelle più importanti e prestigiose come il Parco Nazionale dello Stelvio, che peraltro già da tempo soffre d’una gestione politica a dir poco problematica, e al riguardo vi è un recente caso tanto significativo tanto inquietante, denunciato dall’amico Marco Trezzi: il progetto di utilizzo delle acque del Lago Bianco, uno dei bacini lacustri naturali più belli delle Alpi Retiche, posto a 2600 m di quota sull’ampia sella del Passo di Gavia tra la Valtellina e la Val Camonica per il quale rappresenta un elemento geografico identitario potente nonché un biotopo di grande valore naturalistico, per alimentare gli impianti di innevamento artificiale al servizio delle piste di Santa Caterina Valfurva. In pieno Parco Nazionale dello Stelvio, appunto.

Un’assurdità bella e buona, senza alcun dubbio: sarebbe come se per costruire un nuovo locale di divertimenti a Milano venisse prelevato del marmo dal Duomo. Una follia, ribadisco, e la dimostrazione di un atteggiamento cinico e sprezzante di certa industria turistica, e delle istituzioni politiche locali che la spalleggiano, nei confronti delle (proprie) montagne e del loro paesaggio, invariabilmente considerati una risorsa da consumare a piacimento per meri fini di lucro.

Marco Trezzi ha attivato al riguardo una raccolta firme su change.org, per cercare di sensibilizzare chiunque abbia a cuore il futuro della montagna verso lo scellerato progetto in questione, che descrive con dovizia di particolari qui. Giustamente nel testo ci si chiede:

«Dov’è il Parco Nazionale dello Stelvio quando c’è da fare il lavoro per cui è nato oltre 80 anni fa? Ormai è agli occhi di tutti che è diventato solo un ente burocratico, fatto di politici che sanno fare i forti con i deboli ed i deboli con i forti. Multano ed alzano la voce con un residente che allarga una finestra di una baita o taglia una pianta che stava crollando in mezzo al sentiero, ma permettono come se nulla fosse che una società di gestione degli impianti di sci scavi una vallata per chilometri per interrare tubi di plastica, per rubare l’acqua ad un lago che sta lì,  Dio solo sa da quanti secoli, per innevare le loro piste da sci.»

Tutto ciò andando contro lo statuto del Parco Nazionale stesso, che rimarca tra gli scopi fondamentali dell’ente quello della protezione della natura e della tutela del paesaggio. E, come detto, per meri fini di lucro riguardo un’attività ludico-ricreativa che, posta la realtà climatica che stiamo vivendo, è destinata a diventare sempre più precaria e sempre meno necessaria, in senso economico e sociale, al territorio ove si sviluppa, soprattutto rispetto ai danni materiali e immateriali che vi arreca.

Funzionano così, dunque, le istituzioni italiane atte alla tutela del patrimonio naturale nazionale? È questa la salvaguardia che propongono e, quindi, il futuro che prospettano alle nostre montagne? Sono queste le politiche ambientali e di resilienza climatica che le istituzioni pubbliche ci vogliono imporre?

Vi invito caldamente a firmare la petizione per salvare il Lago Bianco. È un gesto piccolo ma fondamentale, sia fattivamente per la causa in sé e sia simbolicamente nei confronti di quelle istituzioni pubbliche e private così cieche e pericolose per i nostri territori naturali, e prezioso per diffondere finalmente una rinnovata consapevolezza verso il mondo che abbiamo intorno. Non è “ambientalismo” questo, è senso civico e lungimirante intelligenza. Tanta roba, insomma.

Spezzo una lancia (morale) a favore dello sci su pista

[Foto di Yann Allegre da Unsplash.]
Voglio spezzare una lancia, a favore dello sci su pista. Sì, una lancia “morale” per così dire: perché non sono affatto contro lo sci su pista in modo assolutista, come qualcuno potrebbe pensare a leggere i miei post sul web e gli articoli sugli organi di informazione, e perché in effetti posso dire di aver (quasi) imparato prima a sciare che a camminare – lo testimoniano alcune vecchie fotografie di me a 8 mesi con gli sci ai piedi, sorretto da mamma e papà. Tuttavia sono contro, e radicalmente, a ogni cosa insensata, priva di logica, imposta senza motivazioni solide e valide, irrazionale, sui monti e non solo e ancor più quando ci sia di mezzo la spesa di ingenti somme di denaro pubblico.

Ma dicevo, dello sci su pista. Dunque, provo a riassumere rapidamente la sua storia.

Nel corso del Novecento lo sci nasce e si sviluppa un po’ ovunque, sui monti: nevicava in maniera cospicua e il clima era favorevole, dunque piazzare impianti di risalita e tracciare piste di discesa su molti pendii favorevoli sembrava la cosa più naturale e ovvia da farsi, per far sì che la montagna si ponesse al passo coi tempi e con il progresso galoppante.

Poi è arrivato il boom economico, gli anni Sessanta dell’industrializzazione spinta, madre del primo consumismo all’americana, poi i nevosi anni settanta della Valanga Azzurra, poi gli Ottanta-da-bere dei trionfi in diretta TV di Tomba. Lo sci diventa sport di massa, nasce lo ski-total, i mega comprensori con impianti sempre più performanti, le località in quota costruite appositamente per gli sciatori, gli “skirama” che univano più vallate in un unico carosello sciistico. Nevicava ancora parecchio, e qualche trambusto economico di natura geopolitica non sembrava granché guastare la corsa trionfale dello sci sui monti.

Poi però, passati gli anni Ottanta, il clima ha cominciato a cambiare, a nevicare di meno e a fare sempre un po’ più caldo, anno dopo anno. Nessun problema: si è inventata la neve artificiale, da sparare sulle piste in assenza di quella naturale. A un certo non indifferente costo, già; d’altro canto come altrimenti aprire gli impianti e le piste e continuare come ormai pareva impossibile non fare?

Tuttavia il clima ha continuato a cambiare spiazzando sempre più i gestori dello sci, i costi di gestione delle stazioni sciistiche a lievitare di conseguenza, anche se non soprattutto in forza dell’uso sempre maggiore della “salvifica” neve artificiale a fronte di inverni con neve quasi del tutto assente; nel frattempo si è evoluto anche il costume diffuso, nuovi bisogni consumistici (più o meno apprezzabili) hanno via via diminuito il budget del pubblico sciante, ovvero: meno giornate sulle piste, vacanze più brevi, meno introiti per gli impiantisti che di contro dovevano comunque imbiancare le piste con la neve artificiale per poterle aprire, poste le sempre più frequenti stagioni avare di neve. Dunque maggiori spese, quindi necessità di aumentare il costo degli skipass ma non a sufficienza per coprire i costi sostenuti.

Ecco dunque che, per quanto sopra, numerose stazioni sciistiche hanno dovuto alzare bandiera bianca, chiudere, dichiarare fallimento, smantellare gli impianti (o, nel peggiore di casi, lasciarli arrugginire sui monti), e non solo perché troppo piccole per affrontare la concorrenza delle altre. Nel frattempo i cambiamenti climatici proseguivano, i costi di gestione degli impiantisti crescevano, i debiti nei loro bilanci diventavano sempre più pesanti, salvati solamente da sempre più frequenti e munifici contributi pubblici, indispensabili a evitare ulteriori fallimenti.

Ma le stazioni sciistiche ancora in attività non potevano certo restare al passo coi tempi! Dunque: ulteriori spese per il riammodernamento degli impianti di risalita, per il potenziamento dei cannoni sparaneve, per adeguare l’offerta turistica alla concorrenza delle altre località. E, inevitabilmente, i costi degli skipass aumentavano ma sempre non a sufficienza rispetto a quelli di gestione, nonostante i suddetti sostegni pubblici.

Poi è arrivato il Covid, la crisi energetica, gli aumenti spropositati dei costi relativi e inevitabili per i comprensori sciistici nel mentre che le stagioni invernali si sono fatte ancora più avare di neve e di freddo, costringendo ad un utilizzo sempre maggiore della neve artificiale – soprattutto nella prima parte di stagione, quella delle feste di fine anno, che da sola genera una bella fetta degli introiti dei comprensori. Dunque: sempre più costi, sempre meno sciatori, prezzi degli skipass in costante aumento, sempre più contributi pubblici per evitare fallimenti altrimenti inesorabili, bilanci sempre più disastrati… e ancora meno neve, ancora più caldo, stagioni sempre più brevi e tribolate, sempre maggiori costi per l’innevamento artificiale, ulteriori aumenti dei prezzi, ulteriore calo delle presenze sulle piste e sugli impianti…

…Eccetera eccetera eccetera.

Ecco: la questione non è essere a favore o contro lo sci su pista. È lo sci su pista che si pone sempre più contro ogni logica – economica, ecologica, ambientale, imprenditoriale, culturale… – salvo eccezioni sempre più rare. Dal dopoguerra e per qualche lustro il turismo sciistico è stato effettivamente un generatore di benessere economico per le vallate alpine infrastrutturate e turistificate al riguardo, ma tale sua prerogativa era strettamente legata a un certo momento storico e a una congiuntura di elementi favorevoli – clima, boom economico, nuovi costumi sociali e turistici, tecnologia dei trasporti a fune, eccetera – che ora è pressoché svanita e non può in nessun modo essere riprodotta o reiterata, così come appare evidente che non si possa agire, nella gestione del turismo montano invernale, come se invece nulla fosse cambiato. Al punto che già da tempo quello sci si è trasformato in un autentico boomerang socioeconomico per molte località che un tempo contavano di svilupparsi con esso e che invece ora ne subiscono i pesanti danni materiali, manifestando una decadenza economica e uno spopolamento anche maggiori delle vallate prive di comprensori sciistici, effetto inesorabile del venir meno di quella monocultura turistica che aveva preteso tutto per sé.

Per essere chiari, la questione non è voler eliminare o meno il turismo sciistico e la sua economia: sono questi che si stanno eliminando da soli, che si stanno continuamente scavando la fossa sotto i piedi in un modo che ormai non caderci dentro è diventata pura acrobazia. Lo sci su pista potrebbe rappresentare ancora un elemento socioeconomico importante per le montagne, se sapesse manifestarsi in maniera equilibrata, consona alla realtà montana attuale e futura e logica rispetto alle condizioni climatiche e ambientali che tutti quanti riscontriamo – salvo qualche negazionista decerebrato. Il problema è “suo”, dello sci su pista (ovvero di chi lo gestisce, ovviamente) che non sa, che non vuole fare quanto sopra, che vuole credere di essere ancora ancora negli anni Settanta del Novecento, quando nevicava tanto, faceva freddo e l’onda lunga del boom economico continuava a palesarsi, che non sa e non vuole pensare realmente al futuro proprio e delle montagne, che non è capace di formulare una visione nuova, diversa, contestuale alla realtà attuale e futura, che pretende di comandare su ogni altra cosa e dominare dogmaticamente il destino delle montagne e delle comunità che le abitano. Che pensa che le Olimpiadi invernali siano un buon motivo solo per svendere e consumare ancor più di prima la montagna e non una preziosa possibilità per rigenerarla e volgerla finalmente verso un miglior futuro. Ecco.

Messa nelle mani di chi sostiene questa deviata realtà, la montagna è veramente come una nave posta al comando di un equipaggio di squilibrati e diretta verso delle pericolose scogliere, che però quell’equipaggio nega che siano tali volendo far credere che rappresentino dei confortevoli approdi, anche se risultano ben visibili le onde che inequivocabilmente vi si infrangono contro con violenza.

Be’, vi (mi) chiedo: siete/siamo disposti ad attendere lo schianto fatale senza fare nulla?

Un ritorno “beffardo” al Lago Azzurro

Vi ho già scritto delle personali, desolate sensazioni provate lo scorso giugno nel recarmi al Lago di Motta, più noto come Lago Azzurro, sopra Madesimo, trovandolo totalmente privo di acqua: un inopinato, enorme e per certi versi inquietante cratere sassoso tra le fitte abetaie e le verdi praterie di questo meraviglioso angolo dell’alta Valle Spluga, al quale sono particolarmente legato. Trovate quel mio articolo qui e potete constatare le condizioni del lago di allora.

Be’, ci sono tornato qualche giorno fa, al Lago Azzurro. Le foto che vedete qui sotto le ho scattate sul fondo del bacino ovvero a 17 metri di profondità – se fosse stato pieno d’acqua come di norma e considerandone dunque la superficie ordinaria:

L’acqua non è più tornata – inevitabilmente, viste le scarsissime piogge di questa funesta estate, e non solo: come vedete nelle fotografie, sul fondo del lago sta crescendo e consolidandosi un’erbetta pioniera e colonizzatrice che in qualche modo mi ha ancor più acuito la sensazione di essere al cospetto – o per meglio dire dentro, appunto – di una presenza svanita, un’entità lacustre scomparsa. Non voglio dire (scrivere) “morta” in qualità di possibile sinonimo del termine, non è il caso di “antropomorfizzare” troppo la questione e forse neanche di manifestare un eccessivo seppur al momento giustificabile pessimismo sulle sorti future del lago, vero e proprio marcatore referenziale e identitario di questo territorio alpino oltre che potente attrattore turistico. Tuttavia, a constatare quella vegetazione erbosa, a giugno appena accennata e ora ben consolidatasi sul fondo del lago, non ho potuto non pensare: ecco, oltre al danno la beffa! Già, perché in effetti quell’erba è vita, è Natura che si adatta alle nuove condizioni, ancorché temporanee (lo spero), e si rinnova, ma al contempo è il segno momentaneo (lo spero di nuovo) ma purtroppo palese di una potenziale sorte funesta.

Me lo auguro vivamente che il Lago Azzurro rinasca, che torni a ornare con la sua lacustre bellezza e soavità queste montagne così belle e oggi così climaticamente sofferenti, caratterizzando e identificando il magnifico paesaggio del luogo. Lo spero proprio che le immagini che vedete possano un domani essere etichettate come una triste eccezione, una specie di incubo drammaticamente reale ma poi fortunatamente dissoltosi e divenuto mero ricordo. Lo spero tanto e lo dovremmo sperare tutti perché nel Lago Azzurro, emblematicamente rispetto a tanti altri casi similari, insieme agli alberi e ai monti d’intorno è come se si specchiasse il nostro futuro: tuttavia, senz’acqua, inesorabilmente ciò non può e non potrà più essere possibile.

Piovono soldi

Devono essere particolarmente “dotati”, gli amministratori pubblici piemontesi. Infatti riescono in un colpo solo a risolvere due gravose questioni ambientali che ormai si fanno particolarmente evidenti anche sulle montagne del Piemonte: la carenza di neve e pure la mancanza di pioggia!

Ok, certo, non piove acqua ma piovono soldi coi quali non si alimentano gli acquedotti e nemmeno si bagnano i campi, però come l’acqua si possono… “bere”. Infatti, una volta spesi per le opere previste e vista la realtà climatica e economica che viviamo già ora e vivremo ancor più in futuro, non è un po’ come se tutti quei soldi se li fossero bevuti?

[Mappa degli impianti e delle piste dell’Alpe di Mera. Date un occhio alle quote ove sono situate.]
D’altro canto, leggendo l’articolo al quale si riferisce il titolo lì sopra, è evidente il «costante impegno e per l’attenzione al territorio» e le capacità di sfruttare «Il turismo come motore di sviluppo della Valsesia, in inverno e in estate»… infatti è stata pure finanziata una “zip line”. Già.

Neve artificiale e giostre per adulti. Il turismo che “sviluppa” la montagna. L’attenzione al territorio. Fantastico, vero?

Fare neve, sprecare acqua, buttare soldi

[Foto di moerschy da Pixabay.]
Riguardo la questione dell’innevamento artificiale delle piste da sci e delle sue controverse caratteristiche, soprattutto in relazione al consumo di acqua – tema del quale ho scritto in questo articolo ripreso anche da alcuni organi di informazione – una delle evidenze meno conosciute e al contempo più emblematiche e “inquietanti” (a dire di tanti che hanno letto il mio articolo) è quella dello spreco di acqua durante la produzione di neve artificiale. L’argomento è delicato al punto da aver spinto l’Istituto Svizzero per lo studio della Neve e delle Valanghe (SLF) di Davos, uno degli enti di ricerca nel campo più prestigiosi e affidabili al mondo, a mettere in atto uno specifico progetto per indagare la questione, svoltosi su base quadriennale nel periodo 2015-2018 così da ampliare anche cronologicamente la raccolta e il valore dei dati e diretto da Thomas Grünewald.

A Davos l’SLF ha svolto i primi test di innevamento artificiale per dare una risposta alla domanda su quanta acqua venga sprecata durante l’uso dei cannoni per la neve artificiale. I ricercatori hanno confrontato il volume d’acqua convogliato verso la lancia sparaneve con la quantità di neve accumulatasi al suolo dopo una notte di innevamento artificiale. Il volume di neve necessario per stabilire la massa è stato determinato tramite rilievi ultra-precisi mediante scanner laser effettuati prima e dopo il test. Con l’aiuto di misurazioni della densità, dal volume di neve è stato quindi calcolata la corrispondente quantità di acqua immagazzinata nella neve. Una stazione meteo installata vicino alla lancia sparaneve ha inoltre fornito tutti i principali parametri meteorologici come temperatura, umidità dell’aria e velocità del vento.

Dai primi risultati è emerso che durante l’innevamento artificiale la perdita di acqua oscilla tra il 15 e il 40%: valori che si avvicinano a quelli di un altro studio svolto in Francia. Una parte di essa viene spazzata via dal vento, un’altra parte evapora o sublima, senza contare le eventuali perdite nelle tubazioni dell’impianto dovute a usura, scarsa manutenzione o danni. In una fase successiva i ricercatori hanno provveduto a confrontare le perdite di acqua anche con altre condizioni meteo e con diverse impostazioni delle lance sparaneve, nonché a sviluppare ulteriormente le serie di test, così che con l’aiuto dei dati raccolti sarà possibile validare e migliorare i modelli numerici esistenti sull’innevamento artificiale.

Il dato rilevato è effettivamente sconcertante: su 10 litri d’acqua immessi nell’impianto di innevamento, può essere che fino a 4 litri vengano sprecati. È tantissimo, se ci pensate bene, soprattutto in considerazione dell’uso di tutta quest’acqua a scopo esclusivamente ludico. Attenzione, poi: non è soltanto un problema di spreco delle risorse idriche delle località ove gli impianti sono installati, il che sarebbe già preoccupante (e sia chiaro: la scusa che «ma l’acqua comunque non si spreca perché torna al terreno» non regge dacché non è detto che torni disponibile alla collettività, come ho spiegato in quel mio articolo citato). È pure un problema economico altrettanto grave: considerando che i costi stimati per l’innevamento di un km di pista possono raggiungere i 45.000 Euro a stagione, e posto il dato di spreco dell’acqua suddetto, molto semplicemente significa che per ogni km di pista innevato artificialmente si buttano via tra i 7.000 e i 18.000 Euro a stagione. Se si prende il caso del solo Alto Adige, ove 900 km di piste su 1.000 sono innevati artificialmente, basta far due conti per rilevare che in una stagione invernale, insieme all’acqua, vengono sprecati almeno 6,3 milioni di Euro – considerando il dato minimo del 15% indicato dalle ricerche dell’SLF di Davos; ma è facile prevedere che l’importo effettivo sia ben maggiore quanto più alto risulti il dato di spreco dell’acqua.

Un costo “nascosto” che va ad appesantire ancora di più la spesa per la produzione della neve artificiale che i comprensori sciistici devono sostenere, ovvero a rendere ancora più cupo il rosso dei loro bilanci, a malapena salvati dalle continue iniezioni di soldi pubblici. Ovvero, una gran zappata sui piedi che le stazioni sciistiche si stanno pervicacemente dando da anni, nella presunzione che la neve artificiale possa salvarle (e salvare le economie montane locali, come si continua papagallescamente a sostenere) quando invece le sta affossando rapidamente e definitivamente.

A questo punto, la domanda è sempre la stessa: ha senso tutto ciò? Economicamente, ambientalmente, socialmente e culturalmente, ha ancora una logica? Ovvero l’ha forse mai avuta? Oppure non è che una sorta di pulsione ossessiva che cerca di difendere e giustificare interessi e tornaconti ormai in gran parte divenuti sostanzialmente ingiustificabili?