Il paesaggio di Barry Lopez, e di tutti noi

Il paesaggio non si conosce solo quando si sa il nome e l’identità di tutto quello che contiene, ma quando si ha la percezione intima delle relazioni al suo interno, come quella tra il passero e il rametto. Il paesaggio interiore risponde al carattere e alle sfumature di un paesaggio esteriore; la forma della mente individuale è influenzata tanto dai geni quanto dallo spazio fisico, dalla geografia dei luoghi.

(Barry LopezUna geografia profonda. Scritti sulla Terra e l’immaginazione, Galaad Edizioni, 2014, traduzione e cura di Davide Sapienza, pag.34-35).

Ho citato di recente questo emblematico brano del libro di Lopez, a mio modo di vedere così significativo da aver scelto di includerlo nel cammino letterario che ho proposto lo scorso settembre per Alt[r]o Festival in Val Malenco, ma ritengo doveroso riproporlo quale ulteriore omaggio al grande scrittore americano scomparso nel giorno di Natale. Con l’augurio che questi richiami e, chissà, pure le parole inscritte lungo il percorso del sentiero Rusca in Val Malenco possano contribuire ad accrescere la conoscenza di Barry Lopez, dei suoi libri e del suo pensiero, dal valore pressoché imprescindibile per la contemporaneità che noi tutti viviamo.

Andare a Lucerna e Tallinn senza andarci (per ora)

La neve è forse l’elemento naturale che più di ogni altro rende affascinante qualsiasi luogo, sia esso rurale o urbano. Tra questi secondi, tuttavia, ci sono alcune città che quando vengono ammantate dalla fredda coltre bianca accrescono se possibile la loro bellezza, diventano ancora più attrattive, intriganti, accoglienti, assumendo le sembianze di luoghi emotivi, oltre che geografici. Lucerna e Tallinn vanno sicuramente annoverate tra di essi: due città bellissime in ogni momento dell’anno che però se innevate diventano veramente incantate, quasi “magiche”.

[Foto di Ilya Orehov da Unsplash.]
[Immagine tratta da luzern.com, fonte qui.]
Purtroppo la situazione sanitaria che limita chiunque a livello continentale (e planetario) impedisce al momento di poter godere appieno della loro bellezza; tuttavia, nell’attesa di poterci andare – se non le avete mai visitate – o di tornarci, be’, ci sono due libri che le raccontano in modo assai particolare e insolito:

Non sono “guide di viaggio” (sono molto di più, in realtà) ma forse, leggendoli, vi verrà voglia di viaggiare verso Lucerna e Tallinn molto più che dopo aver letto un’ordinaria guida di viaggio, appunto.

Per saperne di più sui due libri, cliccate qui e qui.

Smarrirsi senza perdersi per ritrovarsi (a Lucerna)

Forse oggi, nel nostro mondo contemporaneo del quale ogni pur remoto angolo può essere raggiunto attraverso il web al punto da ritenere ogni impulso all’esplorazione un retaggio d’altri più avventurosi e ingenui tempi, bisognerebbe realmente tornare a pretendere la possibilità di perdersi. Magari non in senso geografico quanto più in senso emozionale, spirituale. Partire dalla conseguita consapevolezza geo-mentale, come l’ho definita poco fa, per lasciarvi in deposito le certezze materiali e vagare verso ignoti ambiti immateriali ove la realtà ordinaria si amplia, si spande in innumerevoli direzioni metafisiche, liberi come se non si avesse nulla da perdere o da rischiare e tutto da guadagnare perché sicuri di ciò che si è già acquisito. Anche in una città come Lucerna, sì, che parrebbe il luogo sul pianeta in cui perdersi è più difficile, per quanti riferimenti orientanti d’ogni sorta offra in ogni parte della propria conurbazione. D’altro canto Lucerna è parimenti così ricca di suggestioni, magnetismi, incanti, miraggi, visioni e quant’altro di conturbante e strabiliante, che realmente in essa può venire facile smarrirsi senza perdersi, volare lontano sulla ali del più istintivo estro rimanendo coi piedi ben saldi per terra oppure lasciando che la città solleciti di continuo e in modo vibrante la curiosità del suo esploratore, spingendolo entro vicoli o passaggi apparentemente insignificanti ma nei quali, invece, spunta d’improvviso qualche dettaglio magari minimo ma a suo modo incredibile.
In fondo l’uomo ha dovuto perdersi infinite volte per trovare la propria strada e per conoscere il mondo nel quale oggi si muove con tanta sicurezza; e l’eccessiva sicurezza spegne inesorabilmente la curiosità, ciò che fin dai tempi remoti spinge l’uomo verso direzioni ignote. Non è vero che nel nostro mondo di oggi in cui tutto è stato scoperto, esplorato e conosciuto, non sia ancora possibile trovare nuove e mai percorse direzioni verso cui andare, anche solo per sapere cosa c’è, laggiù. Forse andandoci ci si smarrirà. Forse, invece, troveremo la miglior occasione possibile per ritrovare noi stessi, oppure per renderci conto che era quando ci ritenevamo certi, e senza alcun dubbio, di sapere dove fossimo, che in realtà eravamo persi.

Sì, certo: da qualche mese a questa parte il “mio libro” per antonomasia è Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmime urbano, pubblicato a marzo nella collana dei Cahier di Viaggio di Historica. Il brano che avete appena letto invece è tratto dal precedente libro, la cui copertina vedete qui sopra, a sua volta edito nella stessa collana da Historica (cliccateci sopra per saperne di più), e mi serve per denotarvi (ovvero ribadirvi) che sono molto legato a questo libro tanto quanto alla città che racconto tra le sue pagine. Dunque, se non l’avete e volete “visitare” in maniera alquanto originale un’altra meta certamente non ordinaria, be’, insieme a Tallinn potreste anche leggervi Lucerna, ecco.

Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Il pachiderma sovietico di Tallinn

[Foto di Guillaume Speurt da Flickr, CC BY-SA 2.0; fonte qui.]

Linnahall. L’opposto di Raekoja plats, e di buona parte della città, almeno di quella che finora ho visto ed esplorato.
Ripercorro Pikk fino alla Grande Porta della Costa, supero i giardini pubblici e la trafficata strada che proviene dai terminal portuali e me lo ritrovo davanti, il Linnahall.
Sembra un gigantesco sarcofago, la copia di un monumento funerario di vaga genesi egizia o mediorientale, con forme approssimativamente piramidali, da ziqqurat autarchica per così dire, precipitata – anzi, fatta precipitare ‒ qui per chissà quale inopinata bizzarria urbanistica. In verità è il “dono” dell’URSS alla città di Tallinn in occasione dei Giochi Olimpici del 1980, quando la città venne scelta come sede delle gare di canottaggio. V. I. Lenini nimeline kultuuri- ja spordipalee la sua denominazione originaria, ovvero “Palazzo della Cultura e dello Sport V. I. Lenin”. Roba da era sovietica nel senso più cupo e ottenebrante, sul serio.
Non mi sorprende che i tallinesi l’abbiano fatto rapidamente andare in malora. Voleva rappresentare in maniera monumentale la grandeur del potere sovietico ma è finito per diventarne una sorta di evocativa pietra tombale. Oggi la sua enorme mole di cemento scrostato e ricoperto di graffiti e tag dona l’impressione di un ciclopico pachiderma marino spiaggiatosi appena fuori dal centro città e lì lasciato languire, senza suscitare la benché minima compassione in chiunque se lo sia ritrovato e se lo ritrovi ancora davanti. Anzi, numerosi tallinesi volevano e vorrebbero proprio toglierlo di mezzo – anche perché, francamente, lo hanno piazzato nel campo visivo di chi dalle mura cittadine spinga lo sguardo verso il mare, proibendone così la veduta, e viceversa per chi s’accosti dal mare. Altri invece, converrebbero di mantenerlo come epiteto verso un passato ancora presente e monito per un futuro libero da qualsivoglia cementificazione – del suolo e della libertà. Io credo che, alla fine, a giudicare dalla sua galoppante fatiscenza e a meno di ripensamenti storiografici, la verità dei fatti starà nel mezzo, anzi, franerà tra quelle due posizioni, compiendo così nel modo più naturale possibile la sua (fallita) missione. […]

Täpselt! (“Esatto” in lingua estone.) Anche questo è un brano tratto dal mio ultimo libro:

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più (se invece volete saperne di più sul Linnahall, date un occhio qui.)

Ufficio stampa, promozione, coordinamento:

Camminare sulle parole #6

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. Gli articoli precedenti sono quiqui, qui, qui e qui.)

Le considerazioni sulla precedente “stazione” di questo cammino letterario dedicato alla (ri)scoperta della bellezza più autentica del paesaggio, montano e non, le chiudevo con l’invito a tentare di “disantropizzare” la mente, per così dire, dalle idee e dagli immaginari tanto diffusi (perché imposti) quanto fittizi, artefatti e spesso perniciosi per il paesaggio, atto che potrebbe rappresentare un passo importante per saper cogliere, considerare e godere la vera bellezza in esso presente. Una sorta di processo di rinselvatichimento immateriale e concettuale del paesaggio, soprattutto dove la sua dimensione materiale selvaggia si sia ormai pressoché smarrita in forza dell’antropizzazione presente (in bene e in male) e dunque si acuisca la necessità di preservare quanto meno il “selvaggio concettuale”, ovvero quello da salvaguardare perché alla base della nostra relazione con il territorio e il suo paesaggio. Anche come spazio vitale per la libertà che l’atto del camminare ci consente di manifestare, come denota Aldo Leopold – altro personaggio imprescindibile, riguardo queste tematiche – in quel passaggio di Pensare come una montagna (è a pagina 156), rimarcando pure lo stretto legame che esiste tra il concetto umano (o umanistico, e filosofico e dunque pure politico) di libertà e quello ancestrale che si ritrova nell’ambiente naturale, dal quale tutte le creature provengono.

In effetti, ribadisco, non c’è quasi un atto umano pratico più libero del camminare in Natura. Inoltre, provate a pensarci: non è il cammino simile al pensiero, cioè l’azione in assoluto più libera, e non solo in forza della sua immaterialità (ma concretissima in potenza, visto che è grazie al pensiero se concepiamo il mondo in cui viviamo e noi stessi in esso), che noi umani abbiamo a disposizione? Come il pensiero deve generare nuove idee, possibilmente diverse da quelle esistenti e sovente imposte – vedi sopra riguardo agli immaginari comuni attraverso i quali “vediamo” le montagne -, anche il cammino può (e deve) godere della libertà di uscire dai sentieri tracciati per scoprire nuovi itinerari, nuovi angoli, nuovi orizzonti, nuove bellezze e ogni altra cosa afferente.

Tutto questo ci consente di “potenziare” il bello presente nel paesaggio con un altro elemento a suo modo estetico presente nel cammino: la bellezza della scoperta, in verità ineludibile anche quando camminiamo in luoghi e paesaggi che riteniamo di conoscere perfettamente. Chi l’ha detto che ormai al mondo si è scoperta ogni cosa? Esiste la scoperta geografica e scientifica e quella forse può anche esaurirsi (forse!), ma la scoperta interiore del paesaggio e di noi in esso, che riflette quello esteriore (vedi la stazione #4 e Barry Lopez) e che ogni volta, ad ogni nuovo cammino, reinventiamo e ridisegniamo in modo sempre diverso – fosse solo perché il tempo è trascorso o perché è inverno e non estate o perché noi cambiamo, cresciamo, mutiamo d’animo e d’aspetto proprio come accade al paesaggio – è continua e inesauribile. Ed è senza dubbio uno degli elementi fondamentali per generare la percezione della bellezza del paesaggio nei luoghi – in qualsiasi luogo – dove ci troviamo.