Viva l’Europa. E basta.

Oggi la Comunità Europa compie formalmente 60 anni: il 25 marzo 1957 veniva firmato il cosiddetto Trattato di Roma, fondamentale atto costitutivo di quella che ai tempi si definì CEE e oggi chiamiamo più semplicemente UE.

Inutile che io qui, ora, ribadisca i tantissimi problemi che ha l’Europa contemporanea – i media ce ne riempiono la testa quotidianamente da anni in modo più o meno attendibile. Problemi innanzi tutto politici, tuttavia, evidentemente dovuti a una strutturazione amministrativa dell’Unione non ben concepita ovvero non efficiente come doveva essere e come dovrebbe, e per di più funzionale a una classe politica evidentemente ignorante, spesso, sullo stesso concetto di “Europa”, la quale è la causa/effetto d’una relativa debolezza istituzionale che non riesce, non sa, non vuole, si disinteressa di armonizzare le tante voci europee in un solo tono, pur ricco di tutte le sfumature che si vuole ma unico e ben definito. Oltre che funzionale pure all’antieuropeismo diffuso da certe formazioni pseudo-politiche, per giunta.

Posto ciò, per quanto mi riguarda ci tengo a sancire, in questa data particolare, che io resto fermamente europeo, in ogni senso tale termine possa essere inteso, e le richieste di quei “certi” politici di uscire dall’Unione mi sembrano quanto di più ottuso e meschino si possa proferire al riguardo. Per far che, poi? – nel mondo di oggi nel quale la globalizzazione economica e finanziaria genera centri di potere sempre più grandi, influenti e invasivi contro i quali un singolo stato, conformato in base a dettami vecchi di decenni e superati sotto ogni punto di vista, non solo non potrebbe fare nulla ma verrebbe divorato dal quel sistema di potere in men che non si dica! Un suicidio sotto ogni punto di vista.

Sarebbe come essere a bordo di un nave che nel bel mezzo d’un oceano alquanto mosso non segua la rotta stabilita dacché governata da un equipaggio incapace, e piuttosto di sostituire tale equipaggio abbandonare la nave per imbarcarsi su singole bagnarole, che un’ennesima ondata più grande del normale molto facilmente spazzerebbe via.

Non solo, peraltro: è la nostra nave, quella dove abbiamo tutte le nostre cose. Le affideremmo, e ci affideremmo, a un equipaggio incapace? No, ovviamente! Invece che pensano, quelli? Di abbandonarla! Una stupidaggine di livello infinito, totalmente basata su visioni semplicistiche, da vacua discussione al bar se non tra bambini all’asilo (con tutto il rispetto per i bambini!), senza la benché minima visione strategica né politica né (soprattutto) culturale. Non è nemmeno più “populismo”, questo: è vera e propria idiozia. E non mi si venga a parlare di Gran Bretagna e Brexit: sarebbe come parlare di calcio portando esempi del tennis o della pallavolo e solo perché entrambi gli sport usano una palla!

La cultura, appunto: se l’Europa ha un problema politico, nulla c’entra con l’identità culturale comune che è inscritta nella storia e nel tempo dell’intero continente e della sua gente. Se non la si sa leggere non è un problema di scrittura ma di analfabetismo (funzionale e non solo). Noi siamo europei: lo sancisce la geografia sociale dell’Europa nonché il nostro patrimonio antropologico, mica quel politico o quell’altro e nemmeno qualsivoglia legge. Per questo non ci possiamo non sentire europei solo perché un gruppo di politicanti incapaci governa l’Unione (votati da chi, poi? Ecco, domanda lecita e risposta ancor più!): è da questo punto fermo, semmai, che la ricostruzione dell’identità culturale europea deve ripartire, ed è su tale ricostruzione che dovrà essere piazzata, quanto prima, una nuova classe politica con compiti di buon governo e con capacità di armonizzazione (ribadisco) delle varie peculiarità culturali delle genti europee – peculiarità molteplici ma che in effetti sono sfumature d’un unico colore, non tanti colori diversi che non si possono mischiare o, nel caso, generano un nuovo colore che non c’entra nulla con alcun altro precedente. Ma sta anche alla nostra consapevolezza culturale e identitaria di genti europee il poter ottenere quanto sopra, quando invece l’antieuropeismo un-tanto-al-chilo è un boomerang che farebbe ben più male a chi lo scaglia contro l’Europa, che all’Europa stessa.

Dunque viva l’Europa, viva l’Unione Europea nonostante i “signori” che attualmente la governano, e viva l’Unione Europea soprattutto visti quegli altri “signori” che la vorrebbero distruggere, riflettendo in tale folle azione la distruzione della propria identità culturale – la tenebra che non fa più vedere loro la realtà effettiva delle cose. Che è da cambiare, senza alcun dubbio, e che probabilmente si potrà cambiare solo quando i suddetti ciechi antieuropeisti se ne andranno altrove, a sbraitare le loro ottuse superficialità prive di qualsivoglia autentica cultura europea e funzionali soltanto a guadagnarsi biecamente la solita personale parte di potere con tanto di poltrona istituzionale e lauto stipendio. In ciò, a ben vedere, non sono che l’altra faccia della stessa medaglia l’una che giustifica l’altra. Una medaglia corrosa e arrugginita della quale l’Europa non ha proprio bisogno.

I programmi della RAI e il paese “disperato”

Premessa: “disperato” da interpretare (liberamente) come dis-perato, similmente a dis-arcionato ove “arcione” è sinonimo di sella: dunque disarcionato, caduto dalla sella/dal cavallo; disperato, caduto dal pero. Ecco: l’italiano è un popolo costantemente cadente dal pero, ergo disperato.

Posto ciò: suvvia, ma che accidenti viene detto di quel programma RAI nel quale si è disquisito sui buoni motivi per scegliere una donna dell’Est Europa, ora chiuso d’ufficio dai vertici dell’azienda radiotelevisiva nazionale?!? È (era) invece un programma perfetto, ovvero perfettamente consono e funzionale all’audience televisiva media contemporanea. Non era da chiudere, era da premiare per la capacità di intercettare e soddisfare al meglio il suo pubblico!

Sono sarcastico, sia chiaro, ma non ipocrita. Quanti programmi RAI, allora, sarebbero da chiudere perché diffondono simili idiozie degradanti qualsiasi buon concetto di cultura, oltre che di servizio pubblico? Quanti programmi televisivi in generale dovrebbero – ci sarebbe da dire “dovevano”, ma purtroppo il passato non si può cambiare – essere chiusi per come contribuiscano a diffondere il più letale analfabetismo funzionale su temi di interesse civico fondamentale? Vi pare logico, quantunque giustissimo e doveroso, che ci si fermi a sbraitare contro un programma che in fondo rappresenta una pagliuzza in un occhio nel quale da anni è conficcata una trave del tutto arrugginita? Sarebbe come lamentarsi delle tende sporche nelle cabine di una nave che sta affondando, ecco.

Ma in fondo la RAI di oggi, nei suoi canali generalisti, è veramente qualcosa di simile: una barcarola che per soddisfare le voglie più stupide (e sovente indotte, ma qui si apre un altro discorso infinito che ora è meglio non affrontare) dei naviganti a bordo, se ne frega ormai del tutto della rotta da seguire e per questo non rendendosi conto che tale rotta la porterà presto a sbattere contro gli scogli e a colare a picco. Già, lo ribadisco: a mio modo di vedere questa TV sta ormai morendo, ed è un gran bene che sia così – ne parla anche (di nuovo) Gennaro Pesante in questo ottimo articolo. E per caso sfortunato non morirà di sua iniziativa, sarà bene agevolare la cosa: allora sì, le proteste contro il programma in questione avranno portato a un risultato di reale valore culturale. E proficuo per il futuro di tutti, pubblico televisivo e non.

Cercasi bidelli militesenti, automuniti, Nobelmuniti!

Beh, e che significa?
Anzi, è un gran merito del sistema italiano, quello palesato dalla notizia sopra riportata: evidentemente per fare i bidelli, qui, bisogna avere competenze che nemmeno ad Harvard!

Ehm…
Forse.

P.S.: In ogni caso, meno male che la professoressa Berretta quel concorso lo perse, per il bene della ricerca e del progresso scientifici! Ora però vado a controllare quale curriculum chiedano, ad Harvard, per essere assunti come bidelli…

P.S.#2: E comunque W l’ItaGlia, sempre.

Un paese di paesi in montagna, e di genti di montagna

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La mappa dell’Italia qui raffigurata (cliccateci sopra per ingrandirla) è assolutamente emblematica: in poche parole, illustra l’attuale situazione demografica nazionale, in forza della quale 30 milioni di italiani vivono concentrati in 1.100 comuni – le zone colorate, in pratica – e gli altri 30 milioni nei restanti 7.000 comuni – sparsi in tutta la parte incolore della mappa.

Ovvero: metà della popolazione italiana vive nei paesi e nelle cosiddette aree interne le quali, per tale semplice tanto quanto fondamentale motivo, devono essere considerate dalle istituzioni almeno allo stesso modo di quelle metropolitane e più urbanizzate/antropizzate. Anzi: considerando che la buona parte di quelle aree interne sono di montagna – perché, appunto, l’Italia è un paese fatto di paesi in un territorio fatto in maggioranza di montagne – e quindi aree con difficoltà oggettive (morfologiche, orografiche, climatiche, geologiche, logistiche, eccetera…) cospicue rispetto alle aree di pianura l’attenzione delle istituzioni dovrebbe necessariamente essere maggiore. D’altro canto, risulta ancor più evidente come sia stato nefasto il sostanziale disinteresse istituzionale verso la montagna e le aree interne dei decenni scorsi, che ha causato o ha concorso a provocare molte delle problematiche sociali e sociologiche che ancora oggi gravano sulle Terre Alte e sulle loro genti.

Tutto ciò, con l’auspicio che al riguardo la contemporaneità porti alle istituzioni meditazione, consiglio, cognizione della realtà e proficua volontà d’azione.

P.S.: fonte della mappa: Dataset contenente i dati territoriali e demografici dei Comuni italiani aggiornati al 01/01/2015; Elaborazione Ancitel su dati Istat. Elaborazione: Mario Di Vito. Fonte da cui è stata da me tratta: https://www.facebook.com/loredana.lipperini

P.S.#2: articolo pubblicato su Alta Vita.

“Forma = sostanza”: grande (e purtroppo non unica) devianza italiana

Amy Joy Watson, “Floating sequence”, 2013. Photo credits: http://www.janmurphygallery.com.au
Amy Joy Watson, “Floating sequence”, 2013. Photo credits: http://www.janmurphygallery.com.au

Leggevo qualche tempo fa sul mai troppo lodabile Artribune Magazine un’intervista a Daniele Pitteri, attuale direttore di Santa Maria della Scala a Siena, il cui progetto di riconversione da ospedale (uno dei più antichi d’Europa) a centro culturale ormai da vent’anni non riesce ad essere portato a termine. Dice al proposito Pitteri: «Il processo di riconversione e rigenerazione si è interrotto per un vizio italiano: pensare a un progetto di ristrutturazione architettonica senza una finalità contenutistica.»
Ho trovato questa affermazione assolutamente consona a un’impressione che da tempo ho maturato nella riflessione su cosa abbia reso l’Italia da potenziale nazione guida del pianeta a paese culturalmente e civicamente arretrato nonché in inarrestabile decadenza, ovvero a come, con l’andare del tempo e sempre più venendo ai giorni nostri, il nostro paese abbia tragicamente confuso due elementi totalmente diversi e complementari in ogni ambito e per ogni cosa: forma e sostanza. Confusi e ancor più sovrapposti, sempre a danno del secondo. Interpretazione analoga, a cui fa riferimento quanto detto da Pitteri a proposito di Santa Maria della Scala, è quella inerente a contenitore e contenuto: il primo può anche essere il più bello, prezioso, funzionale, meglio concepito, intelligente geniale che ci sia ma, senza il secondo, sarà sostanzialmente qualcosa di inutile e dunque, appena dopo, di potenzialmente dannoso per quello stesso ambito per il quale avrebbe dovuto invece rappresentare un pregio.
Credo sia una delle più drammatiche devianze di cui soffra l’Italia, questa: troppo spesso si punta al superficiale, lo si fornisce di una utilità e un significato che inevitabilmente non può avere, lo si rende scopo, obiettivo finale, risultato massimo da conseguire per meri fini di visibilità – ovvero di interessi vari e assortiti: d’immagine, politici, economici, eccetera – dimenticandosi per precisa strategia ma, a volte, pure per tragica ignoranza, che non è la forma a sancire la bontà d’un progetto ma è la sostanza che contiene, quella che in fondo genera la forma stessa e che ne giustifica la realtà. Insomma, per esemplificare chiaramente: un libro con una meravigliosa copertina e pagine fatte d’una carta delle più pregiate se non ha un testo dentro da leggere libro non è, molto semplicemente!
Purtroppo, una tale devianza in fondo non è che l’ennesima dimostrazione dell’italica incapacità di interpretazione, nonché di gestione strategica, del tempo e della propria storia: si dimentica rapidamente il passato, ci si rifiuta di vedere nel futuro, si resta dunque ancorati ad un presente che viene reso unico momento importante ed al quale viene chiesto di conferire un qualche valore a ciò che viene progettato e realizzato. Peccato però che il presente, formalmente, non esiste, per sua stessa definizione – e per ineluttabile sorte cronologica – diventa rapidamente passato; ugualmente la non programmazione del futuro ne soffoca da subito qualsiasi buona potenzialità, così che quando a sua volta diventa presente è già vuoto, sterile, inutile, scivolando nel passato come nulla fosse. Questo avviene in quasi ogni ambito della vita del paese: quello politico in primis (nel quale in verità una programmazione del futuro c’è: quella per assicurarsi la poltrona parlamentare o la relativa influenza pubblica il più a lungo possibile!) ma pure in quello economico, industriale, infrastrutturale… Persino, e ciò per molti aspetti è cosa ancora più drammatica, nell’ambito culturale: ove la cultura è campo che come nessun altro si nutre del passato per costruire nel presente il miglior futuro (un futuro fondamentale per qualsiasi società civile che voglia ritenersi realmente tale), troppo di frequente in Italia viene ridotta a mera iniziativa d’immagine, sovraccaricata di interessi alieni ad essa e parecchio biechi, assoggettata alle leggi di ambiti che nulla vi hanno a che fare e che la trasformano in un ennesimo prodotto di consumo, spesso nella forma “usa e getta”.
Ci infiliamo sempre di più in forme all’apparenza belle e lodevoli che tuttavia all’interno risultano del tutto vuote di sostanza: vuote, soprattutto, di qualsiasi elemento che possa consentire all’intera società di comprendere, apprendere, guardare avanti, svilupparsi, progredire, evolvere sotto ogni punto di vista. Ma qualsiasi pur meravigliosa “forma”, se svuotata d’ogni possibile “sostanza”, prima o poi crollerà. E se, una volta crollata, ci rammaricheremo di aver perso la sua bellezza piuttosto di capire di non averla colmata di sostanza, ne costruiremo un’altra che in breve nuovamente crollerà. L’essere impantanati in un presente sterile e avviluppato su sé stesso significa anche questo: privilegiare unicamente la forma dello spazio presente ignorando la sostanza del tempo della storia. Se non comprenderemo ciò, non potremo far altro che lamentarci cronicamente che tutto, qui, non funziona come dovrebbe, che si ripetono sempre gli stessi errori, che invece di progredire si regredisce, che tutto cambia ma nulla cambia mai veramente… In fondo, la forma senza la sostanza è come un corpo senza spina dorsale: non potrà mai realmente reggersi in piedi.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.