Il PIL

Evviva, nella classifica del PIL dei paesi della UE l’Italia è secon…

Ah, no.
È la bandiera dell’Irlanda, quella.

P.S.: sia chiaro, sono tra quelli che pensano che il PIL non possa e non debba essere l’unico dato sul quale basare la determinazione del benessere e della ricchezza di un paese, anzi, credo che fare ciò generi danni non indifferenti che già la storia (recente soprattutto) registra in maniera indiscutibile. Il PIL è l’addendo di una somma che ha altri addendi, non può mai essere direttamente il risultato di essa. Ma, indubbiamente o ineluttabilmente, qualsiasi pur virtuoso idealismo deve fare i conti con la realtà oggettiva, almeno finché non lo si realizzi concretamente, e dunque non si può ignorare il PIL in qualità di dato analitico capace di dare una buona indicazione circa lo stato di salute di un’economia nazionale. Ovvero, in tal caso, la permanenza di uno stato pressoché cadaverico.

(Cliccate sull’immagine per saperne di più.)

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Lo scontro Francia-Italia, in breve

Ecco. In pratica siamo ancora fermi lì.
E poi dicono che la politica non sia diventata (anche) una roba da stadio, e i relativi programmi tali e quali a beceri cori da curva!

(Anche se, detto tra noi, mi viene da pensare che certi capi ultras siano anche più degni di alcuni politicanti con cui l’Italia ha avuto a che fare negli ultimi lustri. Già.)

Se l’autista (politico) è incapace, ogni veicolo è pericoloso!

Mettiamola così: il problema non è quello di avere a disposizione una fuoriserie performante dotata dei gadget più tecnologicamente avanzati oppure un’utilitaria scalcagnata coi paraurti arrugginiti, se poi al volante ci stanno guidatori incapaci di tenere in strada qualsiasi veicolo, in sesto o meno che sia. Si continueranno a registrare urti, collisioni, incidenti e guasti dovuti a imperizia fino a che – errare humanum est, perseverare autem diabolicum – non si finirà giù da un burrone, o qualche cos’altro di similmente definitivo.

Ma se è già folle lasciare certi “guidatori” al volante, ancor più folle è salire a bordo del loro veicolo, perché non ci si renda proprio conto del pericolo ovvero perché non si abbia voglia e forza di andare a piedi.

Ecco, la penso esattamente così. E se immaginate che lo stia pensando riguardo a questo, sappiate che sì, è proprio così.

Due fiere del libro per una sola verità

Comunque, sia quel che sia e al di là di tutto ciò che si dirà dichiarerà commenterà asserirà giudicherà prevederà nonché di qualsivoglia parte, la verità qui è solo una: due eventi simili in tutto e per tutto come la nuova fiera di Milano e il salone di Torino in un mercato dei libri più che asfittico come quello italiano sono come due limousine che si pretenda di far stare insieme in un garage buono per un’utilitaria. Una purissima, cristallina, ineluttabile idiozia. Ecco.

(Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo a cui si riferisce. Qui invece potete leggere un approfondimento al riguardo di Francesco Giubilei.)

Per il bene della Turchia, e dell’Europa

Alcuni delle migliaia di intellettuali turchi fatti arrestare negli scorsi mesi dal regime di Ankara.
Non sono certo che l’iniziativa del governo olandese contro la propaganda turca per l’imminente referendum costituzionale sia la migliore e la più diplomaticamente astuta: rischia da un lato di spianare ancor più la strada, di rimbalzo, ai più biechi populismi xenofobi e, dall’altro, di dare maggior forza, o maggior prepotenza, ad Ankara e al suo invasato rais – senza contare i retroscena che qualcuno denota al riguardo.

Tuttavia credo sia ormai del tutto improrogabile una presa di posizione netta da parte europea contro il regime attualmente al potere in Turchia. Un regime che ha arrestato più di 40.000 tra intellettuali, magistrati, docenti universitari, giornalisti e altre figure pubbliche colpevoli solo di aver espresso opinioni contrarie a quelle imposte dal regime, che sta limitando sempre più le libertà personali, che ha per lungo tempo fatto il doppio gioco con il sedicente stato islamico dell’ISIS, che mira da altrettanto tempo allo sterminio del popolo curdo… Un regime, in buona sostanza, che sta trasformando quello che fino a pochi anni fa era uno dei paesi più avanzati dell’Europa, anche culturalmente, in un regime teocratico di stampo islamista e di forma dittatoriale sempre più immerso nella tenebrosa e pericolosa aura geopolitica mediorientale – il quale per giunta, dopo tutto ciò, si permette di dare dei “nazisti” e dei “fascisti” agli altri con toni astutamente aspri funzionali a chissà quali ulteriori futuri ricatti. Qualcosa di semplicemente inaccettabile – anche, mi auguro, per la troppo spesso ipocrita e molle Europa. Si dirà che bisogna fare il più possibile buon viso a cattivo gioco per evitare che la Turchia abbandoni del tutto il suo legame con l’Europa e si sposti definitivamente nello scenario geopolitico mediorientale in una posizione potenzialmente ostile… Beh, e che sta già facendo la Turchia, in pratica? Per di più, con la bieca doppiezza di definirsi alleata dell’Occidente (ed essere definita come tale e conseguentemente sostenuta dalle diplomazie occidentali: doppia ipocrisia, in un senso e nell’altro!) ma nel concreto ponendosi in posizione di scontro e di ricatto costanti, sia politici che culturali.

Ecco, al proposito: non è una questione solo politico-diplomatica, ma pure profondamente culturale: in modo diretto, per come le purghe del regime stiano distruggendo la parte migliore della cultura turca contemporanea, e in modo indiretto perché tale distruzione comporta inevitabili conseguenze sul resto della cultura europea, anche per come fornisca fiato alle peggiori trombe populiste anti-culturali, come già accennato. Ma ancor più nel principio, dacché l’azione dittatoriale dell’attuale regime turco dimostra in modo evidente, ancora oggi come da sempre, che per qualsiasi potere illiberale e antidemocratico la cultura è il primo nemico, il primo avversario da combattere nonché la prova indubitabile della natura bieca e oppressiva del regime stesso.

Sempre più valido, al riguardo, risulta  l’appello contro la soppressione dei diritti e delle libertà fondamentali in Turchia del grande scrittore e Premio Nobel Orhan Pamuk, che pubblicai qui sul blog lo scorso settembre, e che a mio modo di vedere non è stato sufficientemente ascoltato e supportato da parte della cultura europea. Ma se questa, intesa nel suo insieme, vuole continuare a rappresentare la base ineluttabile del senso più alto e nobile di “civiltà”, non può e non deve restare inerme di fronte a una tanto grave deriva anticulturale in un paese così importante per la storia dell’Occidente, così come non dovrebbe lasciare tutta l’iniziativa alla politica, con i soliti pericoli e le strumentalizzazioni del caso, parlando invece in prima persona in difesa delle decine di migliaia di intellettuali turchi arrestati, in primis, delle libertà fondamentali subito dopo e di seguito della tragedia culturale che la suddetta deriva provocherà. Se questa parte di mondo vuole continuare a definirsi libera, emancipata, civile, aperta, culturalmente avanzata, semplicemente non può accettare l’attuale condotta del regime di Ankara: per il bene stesso del popolo turco, della storia europea ovvero euroasiatica, per il futuro di questa parte di mondo, per la libertà – in ogni senso la si possa intendere.