Hasta la dirección siempre, camerata Lele!

A me ‘sta cosa che Dario Giulio Alessandro Gabriele – per gli amici LeleMora diriga L’Unità mi pare una notizia sublime.

Sì, voglio dire: ci si lamenta tanto della spettacolarizzazione delle notizie e dell’informazione? E allora perché non dare uno dei quotidiani storici italiani direttamente in mano a un agente dello spettacolo? Di più: si dibatte da tempo riguardo la punibilità o meno dei giornalisti, no? E dunque perché non elevare alla carica di direttore d’una redazione giornalistica uno con la fedina penale più sporca d’un trafficante colombiano? Non solo: si discute tanto delle post ideologie dominanti, della destra che non è la destra e della sinistra che assomiglia alla destra… Quindi, mettere a direttore dello storico organo d’informazione della sinistra un fascista convinto mi pare perfetto!

Insomma: tutto coerente, tutto consequenziale, tutto assolutamente italiano. E tutto così spassosamente sublime! Suvvia, di che vi lamentate, dunque?

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Plastica sarà la sorte nostra…

A fronte dei tanti (troppi) che di cambiamenti climatici e conseguenze relative se ne infischiano beatamente, magari pure rallegrandosi se a fine gennaio pare di essere in primavera (come è successo più volte, negli ultimi anni), alcuni altri temono effetti assai funesti per tutto il genere umano in forza del clima che cambia, paventando cataclismi e apocalissi degne della fine dei tempi o, meglio, della fine del genere umano.

Beh, no, un attimo. Non corriamo così tanto verso tali ipotesi…

Perché ci potrebbe essere anche di peggio, già.

La plastica, ad esempio.

Recenti e autorevoli studi scientifici dimostrano infatti che entro il 2050 nei mari del pianeta ci sarà un peso maggiore di rifiuti plastici che di pesci (clic). Ma, per correre rischi alquanto letali, non dovremo – sempre noi genere umano nel suo complesso, sì – aspettare così tanto, visto che già oggi la maggior parte del sale da cucina di origine marina contiene microplastiche, le quali impunemente ci finiscono dentro l’organismo con tutti i veleni che si portano appresso.

Ecco.

Possiamo almeno un poco “consolarci”, però: sia nell’una che nell’altra ipotesi, la colpa è e sarà totalmente nostra. Quindi non dovremmo prendercela con chissà chi rodendoci il fegato e i nervi ma solo con noi stessi, e siccome da sempre non ne siamo capaci – altrimenti non ricadremmo nei consueti errori già commessi lungo la nostra storia – potremo starcene ben tranquilli e rilassati facendo finta di nulla ad attendere la nostra fine. Evviva!

L’uomo ama costruire, e tracciare strade, è pacifico. Ma da che viene che ami appassionatamente anche la distruzione e il caos?

(Fëdor Dostoevskij)

Salire all’ex Grande Albergo del Pertüs

Nell’immagine qui sopra (fateci clic per vederla in un formato più grande), un bel ricordo firmato Pio Rota di un anno fa (era il 15 ottobre 2017) ovvero quando ebbi l’onore e il piacere di guidare un folto gruppo di visitatori alla scoperta dell’ex Grande Albergo del Pertüs, uno dei primi e più lussuosi hotel di montagna edificato sulle Alpi lombarde, riaperto quella volta (e solo quella volta) in via eccezionale a decenni dalla sua chiusura. Un luogo affascinante la cui storia ho raccontato sul numero di ottobre della rivista OROBIE; da qualche giorno, sul sito della stessa rivista, trovate anche la descrizione dell’itinerario per raggiungere l’ex Grande Albergo partendo da Carenno (Lecco) – peraltro un percorso bellissimo in un paesaggio altrettanto spettacolare – con altre immagini di quella visita dello scorso anno, tutte di Pio Rota.

Cliccate qui per visitare la scheda dell’escursione, lungo il cui percorso potete trovare altre cose assolutamente interessanti da vedere… o potrete trovare, dacché mi auguro che la affronterete, prima o poi. Merita parecchio, ve lo assicuro.

Galli della Loggia, “Il Belpaese è diventato brutto”

Sul Corriere della Sera del 18 settembre scorso è uscito un articolo firmato da Ernesto Galli della Loggia intitolato Il Belpaese è diventato brutto, sottotitolo: “Da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale”.
Pur non essendo totalmente d’accordo con alcuni suoi passaggi – ad esempio ove Galli della Loggia tratta del ruolo della Chiesa nel processo di “socializzazione”  del paese – e al di là di qualsiasi considerazione sull’autore e sul media in questione (d’altro canto non leggo i quotidiani italiani, ergo non pretendo voci in capitolo – l’articolo l’ho tratto dal web), trovo quanto scritto da Galli della Loggia assolutamente esplicativo e significativo della realtà socio-culturale contemporanea italiana.
Vi riproduco di seguito incipit ed explicit dell’articolo, nei quali già si possono ritrovare alcune tanto drammatiche quanto innegabili evidenze sulla suddetta realtà, e vi invito a leggere il testo completo cliccando sull’immagine in testa al post.

È bene che ce lo diciamo per primi noi stessi: l’Italia sta diventando un Paese invivibile. Un Paese incolto nel quale ogni regola è approssimativa, il suo rispetto incerto, mentre i tratti d’inciviltà non si contano. Basta guardarsi intorno: sono sempre più diffusi e sempre meno sanzionate dalla condanna pubblica l’ignoranza, la superficialità, la maleducazione, la piccola corruzione, l’aggressività gratuita. Una discussione informata è ormai quasi impossibile: in generale e specie in pubblico l’italiano medio sopporta sempre meno di essere contraddetto e diffida di chi prova a farlo ragionare, mostrandosi invece disposto a credere volentieri alle notizie e alle idee più strampalate. Non è un ritratto esagerato: è l’immagine che sempre più dà di sé il nostro Paese. La verità è che nel costume degli italiani è intervenuta una frattura che ha inevitabilmente modificato anche la qualità della cultura civica della Penisola e quindi di tutta la nostra vita collettiva a cominciare dalla vita politica. Il cui degrado non comincia a Montecitorio, comincia quasi sempre a casa nostra. Ho parlato di frattura perché le cose non sono andate sempre così. È vero che al momento della sua nascita lo Stato repubblicano non ha potuto certo contare su cittadini istruiti e tanto meno su un diffuso senso civico o su una vasta acculturazione di tipo democratico. Inizialmente, infatti, la cultura civica del Paese fu limitata in sostanza a quella delle sue élite politiche e del sottile strato di persone a esse in vario modo vicine (e dio sa con quali e quante contraddizioni!). Ma a compensare in qualche misura queste carenze, e quindi a rendere possibile la crescita di una vita pubblica più o meno consona ai nuovi tempi democratici, valse almeno il fatto che nel tessuto italiano continuavano pur sempre a esistere una tradizionale civiltà di modi, una costumatezza delle relazioni sociali, un antico riguardo per le forme e per i ruoli, un generale rispetto per il sapere e per l’autorità in genere.
[…]
Come invece sono andate le cose si sa. L’Italia ha visto quelle istituzioni di cui dicevo sopra — per varie ragioni e in vari modi, ma più o meno nello stesso giro di anni, a partire dagli anni 80-90 — scomparire. Scomparire, intendo, nelle forme che esse avevano un tempo (o come la leva cancellate del tutto), per essere sostituite dalle forme nuove richieste dai «gusti del pubblico», dagli «indici di ascolto», dai sindacati, dai «movimenti», dalle «attese delle famiglie», dalle «comunità di base», dalla «pace», dai «tempi della pubblicità», dai «bisogni dei ragazzi», dal desiderio dei vertici di non dispiacere a nessuno. È così da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale. Coltivando un’idea fasulla di modernità e di libertà l’Italia ha assistito, addirittura compiaciuta, al progressivo smantellamento di istituzioni che alimentavano la democrazia con il flusso vitale del sapere disinteressato, della tradizione, della possibilità dell’autoriconoscimento collettivo. Ci siamo avviati in tal modo ad essere una società senza veri legami, spesso selvatica e analfabeta, ogni volta che convenga frantumata in un individualismo carognesco e prepotente. L’Italia di oggi insomma, illusa e inconsapevole del brutto Paese che essa ormai sta diventando.

Su OROBIE di ottobre la storia e il fascino dell’ex Grande Albergo del Pertüs

[…] Nonostante la sua ubicazione alpestre, fin dalla sua prima apertura il Grande Albergo Pertüs si contraddistinse per il notevole lusso e l’elevato livello di servizi e comfort disponibili, venendo a lungo annoverato tra i migliori hotel della bergamasca. Aperto tutto l’anno, anche durante inverni particolarmente nevosi (come quello del 1911, con due metri e mezzo di neve al suolo), l’albergo era dotato di trentotto camere da letto, un bagno, diversi gabinetti all’inglese, una sala da pranzo, un bar con macchina per il caffè espresso (una rarità, allora), tre salotti con pregiati divani, una grande cucina, una grande veranda, un ampio locale per coloro che volevano mangiare al sacco oltre a cantine, magazzini, lavanderie con caldaie asciuga panni e bollitori per la sterilizzazione, stirerie con ferri da stiro e una splendida ghiacciaia. Inoltre c’erano già, a inizio Novecento, la corrente elettrica, il telefono (con numero “3”!) e l’acqua corrente potabile, garantita da sorgenti locali dotate di pompe che alimentavano le cisterne sotterranee e i due serbatoi posti sul tetto. Gli ospiti, i quali giungevano lassù a piedi o con il “servizio mulo” da Carenno, mangiavano con posate d’argento che avevano inciso sui manici il nome “Pertüs” e, a richiesta, la colazione veniva servita nelle camere. Quotidianamente pervenivano all’albergo il pane, alcuni viveri e i giornali, mentre al venerdì da Lecco giungeva il pesce fresco. Si poteva godere di quasi tutto ciò che l’epoca offriva, insomma, e un tale alto livello di servizi garantiva la presenza di una clientela benestante e colta composta da imprenditori brianzoli e milanesi (ma non mancavano bergamaschi, lecchesi, comaschi e villeggianti d’altre zone anche fuori Lombardia): vi soggiornavano nobili, avvocati, dottori, artisti tra i quali l’editore Dante Segati e il letterato Nicola Zingarelli, che nel 1922 pubblicò (proprio con Segati) la prima edizione del suo tutt’oggi celebre dizionario […]

Sul numero di ottobre 2018 della rivista OROBIE, che trovate nelle edicole in questi giorni, con un articolo corredato dalle belle foto di Pio Rota, vi racconto la storia di un luogo a dir poco affascinante: l’ex Grande Albergo del Pertüs, posto a 1183 m di quota nelle vicinanze dell’omonimo valico tra la dorsale dell’Albenza e le propaggini meridionali del gruppo del Resegone. Un tempo tra i primi e più lussuosi hotel di montagna delle Alpi lombarde, oggi presenza monumentale e silente cristallizzata in una suggestiva sospensione vitale, per certi aspetti stridente rispetto alla sua imponenza e all’ancora percepibile fastosità, forse melanconica eppure tutt’oggi capace di offrire narrazioni intriganti e sorprendenti.

Da leggere per conoscere il luogo e per lasciarsi ammaliare dalla sua bellezza: su OROBIE nr.337 – ottobre 2018, in tutte le edicole della Lombardia (e non solo).