La lettura rende ricchi

L’immagine lì sopra, che traggo da questo articolo de “Il Libraio”, a sua volta ricavato da Rapporto Istat sulla lettura 2018, relativo ai dati del 2017, trovo che sia assolutamente significativa di come la cultura (per la quale la lettura di libri è uno degli aspetti più identificanti ed emblematici) sia legata a doppio filo alle condizioni socio-economiche dei territori a cui i dati si riferiscono. Non solo è evidente come l’Italia non sia una nazione – una “unità nazionale”, voglio dire – nemmeno dal punto di vista della lettura dei libri, ma palesa quanto i tassi maggiori di lettura si riscontrino nelle regioni maggiormente benestanti, coerentemente con altri paesi europei ed extraeuropei: non è un caso, infatti, che gli stati nei quali si leggano più libri siano quelli scandinavi, di gran lunga i più avanzati nelle condizioni economiche e sociali.

Potrebbe anche sembra una cosa ovvia, quella da me (e da altri) evidenziata ma, io credo, la realtà illustrata nel grafico sopra pubblicato va anche oltre l’ovvietà, in qualche modo indicando pure come la cultura e il bagaglio culturale individuale – che non è solo quello certificato dal livello di istruzione, sia chiaro – siano elementi assolutamente funzionali e strutturali di/per qualsiasi società progredita e avanzata, ovvero “genetici”, per così dire, al suo elevato stato di progresso. Il che rende ancora più bieca e colpevole la mancanza di attenzione verso la cultura e la produzione culturale da parte della politica nostrana, sempre ferma a quell’ormai drammaticamente celebre (ma strategico, per “lorsingori” politicanti) «con la cultura non si mangia» che, di questo passo e paradossalmente (visto che l’Italia viene ancora considerata una delle culle della cultura mondiale), finirà per non far mangiare più nessuno, qui.

Let’s visit Bergamo!

Attenzione, post leggermente campanilista.
Sì, perché da bergamasco, pure al di là del recente articolo assai elogiativo che le ha dedicato il “Daily Mail” (e che, detto tra noi, mi suona un po’ di marchetta reciproca con British Airways, che da poco ha inaugurato dei voli diretti sull’aeroporto locale), non posso che rimarcare quanto Bergamo, soprattutto la Città Alta, sia un vero e proprio gioiello. Bellissima, affascinante, accogliente; non più bella di altre città – non è una banale questione di graduatorie, ogni città ha la propria bellezza così come ha il proprio Genius Loci – semmai a suo modo unica.

Ecco: al di là del personale campanilismo, che vale quel che vale ovvero forse nulla, vi consiglio di visitare Bergamo, se non ci siete mai stati. Merita, ve lo assicuro.

P.S.: qui il sito “BergamoNews” ha riferito dell’articolo del “Daily Mail” e ne offre la traduzione, per chi non conosca l’inglese. L’immagine in testa al post è mia, sì.

L’asino del Messia

[…] Chiedersi in che cassetto sistemare un libro potrebbe sembrare questione di lana caprina o, peggio, quesito della Scolastica medievale del tipo quanti angeli stanno su una capocchia di spillo. Non è così per due ordini di ragioni: la prima è la “Legge di Borges” secondo la quale un’opera di valore cambia irrimediabilmente il modo di leggere quelle precedenti; la seconda, più banale, è che molta (tutta?) la letteratura del Novecento è un magnifico meticciato. Esempi in ordine sparso: “Romanzo di un romanzo”, racconto di Mann sulla genesi del Doctor Faustus, è saggistica o narrativa? E lo stesso Faustus, cos’è se non una gigantesca contaminazione di generi? (Per non parlare della Recherche, il capolavoro totale dove la riflessione sulla natura delle cose è il naturale contrappunto dell’invenzione narrativa). Mentre scrivo mi vengono in mente le altre grandi contaminazioni: “I sonnambuli” di Broch e Austerlitz”, “Gli emigrati” e “Gli anelli di Saturno” e più in generale ogni lavoro di Sebald, lo scrittore che abbiamo precocemente perduto, travolto da un evento che pare uscito dalle sue pagine. (Ma certo, c’è anche Naipaul, altro specialista della narrazione saggistica: ma è una scrittura di pesantezza astiosa la sua, e non riesco a considerare il premio ricevuto se non come l’ennesimo Nobel “politico”).
Arrivo finalmente al titolo del post. “L’asino del Messia”, l’ultimo lavoro di Wlodek Goldkorn, l’uomo che dopo aver curato per anni i libri degli altri finalmente s’è deciso a prendersi cura dei propri. Penso vada inteso (e quindi letto) come la prosecuzione de “Il bambino nella neve”, la prima parte della riflessione di Goldkorn su cosa significhi essere ebrei nel secolo della Shoah. A scanso di equivoci una riflessione che riguarda tutti e in modo particolare i non-ebrei. Perché, come ha intuito Primo Levi, insieme agli ebrei d’Europa la Shoah ha distrutto l’idea di civiltà occidentale: insieme ad essa si è perso il legame causa-effetto alla base della nostra concezione, nostra di noi occidentali, di razionalità e ragione […]

(Photo credit: Jacek Proszyk – CC BY-SA 4.0 -https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

(Da un bell’articolo dell’amico Giuseppe Ravera tratto dal suo blog Le nuove Madeleine, ove l’ha pubblicato lo scorso 11 ottobre. Leggetelo nella sua interezza cliccando qui e approfittatene per esplorare il blog, assai ricco di contenuti interessanti e di visioni illuminanti sul nostro mondo e sui tempi che viviamo, abbiamo vissuto, vivremo.)

 

Sempre meno soldi, per la scuola

Quante volte si sentono dire un po’ ovunque – media, TV, social, eccetera – cose del tipo «gli studenti di oggi non hanno voglia di studiare» o «non hanno voglia di fare niente», «ah, ai miei tempi sì che si studiava!» oppure «la scuola di oggi è messa male» eccetera – frasi peraltro, soprattutto quelle contro gli studenti contemporanei, che hanno trovato nuova “linfa di blaterazione” in occasione dei recenti scioperi scolastici per il clima ispirati dal movimento Fridays for Future.

Spesso, tali critiche vengono pure da fonti istituzionali ovvero politiche (cioè partitiche), inutile dirlo. Bene: ma se si accusano gli studenti di oggi di non avere voglia di studiare, di contro quanta voglia ha avuto l’Italia di investire sul proprio sistema scolastico, la cui situazione e sviluppo sono certamente alla base, nel bene e nel male, della realtà di fatto?

Lo illustra un ottimo articolo de “IlSole-24Ore” dello scorso 26 settembre, a firma Davide Mancino – leggetelo, che è veramente interessante -, nel quale una disamina rapida tanto quanto completa e alcune illuminanti infografiche presentano in maniera chiara e indubitabile la situazione. Se già il titolo, In Italia calano gli studenti, e ancora di più la spesa è pienamente indicativo dello stato delle cose, più avanti (scusate, faccio “spoiler”), Mancino denota:

Dal 2011 al 2016, mostrano i numeri  dell’Ocse, nel nostro paese il numero di studenti è calato leggermente, mentre la spesa è scesa in maniera più decisa. Il risultato, nel complesso, è che la spesa per ognuno di essi è oggi minore che un tempo, e ben minore al 2005.

Ecco.

Capirete bene che ora a quelli che dalle istituzioni blaterano critiche contro il sistema scolastico e i suoi studenti viene inevitabilmente da rispondere: «Che ca**o dite? Come potete voi criticare la scuola e gli studenti se siete i primi a cagionarne problemi e difficoltà? Come osate?»

Insomma, siamo alle solite. In Italia non si risolvono i problemi, anzi, si rendono cronica normalità, e poi si fugge dalle palesi responsabilità relative col consueto italico scaricabarile. Un po’ come prendere un ottimo pilota di Formula Uno, fornirlo di una macchina scadente e via via superata e lamentargli che non vince mai una gara.

Non serve dire, spero, che un paese che non cura a dovere e al meglio delle proprie possibilità la scuola è un paese condannato a una rapida e inesorabile fine. Sotto ogni punto di vista.

Capire pochissimo

Alla fine, una delle più gravi e sconcertanti cause di ciò che ci accade intorno è ben raffigurata nella grafica qui sopra. Quasi un italiano su due – no, dico! Quasi il 50% ovvero quasi la maggioranza assoluta! – capisce pochissimo di ciò che legge, sul web, sui social, sui giornali, ovunque.

Per comprendere cosa significhi, nel dettaglio, il manifestare un livello di comprensione da 1b a 2, date un occhio a questo documento che illustra i vari gradi della cosiddetta scala di literacy – o, nella definizione più ampia, information literacy, definita (su Wikipedia) come «la capacità di identificare, individuare, valutare, organizzare, utilizzare e comunicare le informazioni.» In soldoni, vuol dire che quasi un italiano su due che legge ad esempio un articolo su un media d’informazione che spiega un certo fatto, capisce solo le parti più ovvie e facili che però poi fatica a mettere in relazione l’una con l’altra e ancor più a trarne informazioni utili e considerazioni ovvero opinioni proprie (inevitabilmente, d’altro canto, non recependo i dati con i quali formularsele); tutto il resto dell’articolo lo perde, come se fosse scritto in una lingua pressoché sconosciuta.

Posto ciò, e soprattutto posta la diffusione drammatica di questa così grave mancanza intellettiva e culturale (denunciata dagli esperti già da tanto tempo ma andata viepiù peggiorando, negli anni), viene purtroppo assai facile spiegarsi il perché di numerosi situazioni sconcertanti che la contemporaneità presenta, e come mai siano di così ostica risoluzione. Non ci si scappa, insomma, se non attraverso una monumentale opera di rieducazione culturale che, forse, è già oltre le possibilità di attuazione. Ma, ovviamente, ciò non significa che non sia comunque da avviare, se non si vuole restare ostaggi su una nave che sta per affondare urlando l’allarme per il pericolo in corso ma avendo intorno gli altri passeggeri che ti dicono di guardare quant’è bello il tramonto, però!