Montagne “YES LIMITS”!

Ricercare costantemente nuovi obiettivi e andare sempre oltre qualsiasi limite. Oppure riconoscere che in certi casi il limite non debba essere superato e che l’obiettivo è una questione di misura.

A quale delle due condizioni, secondo voi, può essere meglio associato il concetto di libertà?

Siamo liberi quando tendiamo a superare senza sosta i limiti, o siamo liberi quando possiamo e sappiamo stabilire dei limiti da non superare e rispettare? Oppure, per dirla in altro modo: superare costantemente i limiti o saperne stabilire di insuperabili, quale delle due cose rappresenta di più una libera scelta?

Forse, non c’è una risposta univoca e del tutto soddisfacente. L’uomo si è fatto Sapiens e ha creato la propria civiltà proprio perché ha saputo costantemente superare i limiti suoi e del mondo che ha intorno; di contro, molti dei danni cagionati al mondo stesso sono stato causati dall’aver superato limiti insuperabili che, da Sapiens qual è, l’uomo doveva saper percepire, comprendere e rispettare.

Di conseguenza, se in certi casi superare i limiti è nella natura stessa dell’uomo e fa parte della sua evoluzione, in altri casi funziona all’opposto e l’evoluzione della natura umana deve – dovrebbe – saperci far capire quando sia il caso di non andare oltre, di rispettare il limite, di avere il senso della misura – lo dicevano già i Greci duemilacinquecento anni fa.

Quindi, tornando alle domande iniziali, abbiamo l’impressione di sentirci liberi quando possiamo superare costantemente i limiti perché intendiamo il “limite” come fosse un recinto che ci imprigiona e l’andarci oltre come una conseguente “liberazione”. Ma una volta superato un limite, ce ne sarà un altro da superare, poi un altro ancora e uno successivo e così via: la libertà di cui pensiamo di godere si rivela essere una ossessione, un assillo, dunque, a ben vedere, una sostanziale privazione di libertà che ci imprigiona in un meccanismo incalzante e opprimente dal quale uscirne è parecchio difficile. A volte una tale ossessione può anche avere risvolti positivi: il caso classico è quello della costante ricerca del superamento dei record sportivi – che comunque non è mai stata esente da lati oscuri, come sappiamo bene – oppure dei “limiti” scientifici e tecnologici che hanno permesso il progresso umano – ma anche in tal caso le ombre sono tante, basti solo pensare alla questione dell’intelligenza artificiale.

Viceversa, in molti casi appare una scelta molto più libera saper definire dei limiti da non superare, e obiettivamente anche più coraggiosa. La libertà intellettuale di comprendere il limite, di stabilirne la misura e di scegliere consapevolmente di non superarla.

[Foto di Mrexentric da Pixabay.]
Manifestare uno stato di libertà attraverso una limitazione può sembrare qualcosa di controintuitivo e per certi versi paradossale, invece in molti ambiti e per tante situazioni è la cosa più liberamente razionale che ci sia nonché la più necessaria da mettere in atto, che permette di sottrarsi sia dall’ossessione del “no-limits” tanto suggestiva quanto pericolosa, sia da quella evidente perdita del senso del limite – dunque della misura – che caratterizza troppo di frequente la civiltà di noi Sapiens, totalmente centrata sul superamento di qualsiasi limite pur di conseguire risultati e generare profitti nel disinteresse pressoché assoluto delle conseguenze derivanti.

Come ha scritto di recente su “La Stampa” l’amico Daniele Cat Berro, climatologo e divulgatore scientifico, in riferimento al progetto “Monveso di Forzo. Montagna Sacra” che si basa proprio sul concetto di “limite” soprattutto in relazione all’invasività umana negli ambienti naturali,

C’è un nesso tra la perdita della cultura del limite da parte dell’umanità (e soprattutto della civiltà capitalistica e iper-consumistica) e la crisi climatica e ambientale che stiamo vivendo. Una relazione spesso ignorata, tuttavia elemento-chiave per comprendere e affrontare la più grande sfida che, creata da noi stessi, abbiamo di fronte. […] Il nostro porsi sempre al centro e al di sopra di tutto – in un termine, il nostro atteggiamento antropocentrico – è alla base del grave deterioramento degli ecosistemi e in generale del sistema terrestre da cui dipendiamo, situazione studiata e accertata da migliaia di ricercatori delle più diverse discipline. Tra tutte, la scienza dei limiti planetari (planetary boundaries) ideata dallo scienziato ambientale svedese Johan Rockström, secondo cui sette dei nove limiti definiti dal mondo scientifico come cruciali nel mantenere la stabilità del sistema terrestre (cambiamento climatico, integrità della biosfera, modifica dei flussi biogeochimici, consumo di suolo, utilizzo di acqua dolce, nuovi inquinanti, acidificazione degli oceani) sono ormai pericolosamente superati e lampeggiano in rosso nel cruscotto dell’astronave-Terra.

Quante volte, leggendo le notizie dai media d’informazione o magari constatando i fatti di persona, ci troviamo di fronte a palesi superamenti di limiti, soprattutto nel nostro “fare cose” sulle montagne e negli ambienti naturali? E quante altre volte ci siamo trovati a ritenere quei superamenti così eccessivi da sembrare frutto di una vera e propria ossessione, di un bias cognitivo e comunque di una totale mancanza del senso della misura? Evidentemente, in tutte quelle volte, qualcuno ha preteso per sé la “libertà” di fare risultati, di conseguire obiettivi e profitti, ma così assoggettandosi a un meccanismo che di “libero” non ha nulla perché è dettato da modelli e dinamiche ben determinate e imposte. Senza contare poi che se siano arrivati i risultati e i profitti presunti e pretesi è una questione tutta da verificare. Inoltre, quella libertà singolare imposta a territori, luoghi e comunità quanta libertà collettiva ha impedito?

È il caso delle tante località sottoposte a sovraturismo – l’ormai arcinoto overtourism – nelle quali, per “libera” ingordigia imprenditoriale degli operatori turistici e per incapacità di pianificazione e di gestione degli amministratori pubblici, dunque di determinazione e imposizione di limiti, i residenti subiscono notevoli disagi e privazioni della propria libertà, a partire dall’essere liberi di poter vivere tranquillamente nella propria località di residenza.

Quante volte, invece, la vera libertà – di mente, di coscienza, di spirito – consiste nel comprendere e determinare limiti e misure da non superare, così come il vero coraggio sta nel saperli rispettare? Per tornare al progetto della “Montagna Sacra” – «sacra» nell’accezione universale di sacro come “diverso da noi” – che chiede simbolicamente a chiunque di non salire sulla vetta del Monveso di Forzo: è più libero chi pretende di poter salire qualsiasi vetta, andare ovunque e farci qualsivoglia cosa, o chi sceglie liberamente di non salire una montagna per manifestare il proprio rispetto del senso del limite? Ed è più coraggioso il primo nelle sue pretese ossessive o il secondo nella sua rinuncia consapevole?

Come dice bene Michil Costa, rispettare il limite non significa rinunciare a qualcosa ma darsi una forma, cioè determinarsi. Proprio come le montagne, che per moltissimi frequentatori sono sinonimo di “libertà” e per tanti di essi anche di limiti da superare – vette da salire, altitudini da raggiungere, pareti da superare, eccetera – ma che in verità sono ovunque fatte di «limiti»: innanzi tutto proprio la vetta, sommità massima oltre la quale non si può andare, e poi limiti morfologici, geografici, naturali, ambientali. Se non ci fossero limiti non ci sarebbero forme, e questo vale anche per noi Sapiens: saremmo indeterminati, privi di “contorni” intellettuali, emotivi, morali, etici, mere “macchine prestazionali” alle quali viene imposto di correre sempre più veloce oltre ogni limite. Che in effetti è ciò che molti elementi della nostra società contemporanea ci vorrebbero imporre di fare, perché funzionale al loro continuo inseguire e superare limiti, obiettivi, record, profitti. Un circolo vizioso senza fine, inesorabilmente deleterio per tutti – anche per chi pensasse di poterci guadagnare.

[Il Monveso di Forzo, la “Montagna Sacra” della Valle Soana.]
Dunque, ribadisco: il valore autentico della libertà sta anche nell’essere liberi di rispettare i limiti, ben più che nell’imporsi di superarli senza sosta. Come accennavo prima, i Greci lo avevano capito già duemilacinquecento anni fa elaborando il concetto filosofico di Métron (μέτρον), “misura”, per il quale bisognava vivere katà métron (κατὰ μέτρον), ovvero “secondo misura”: significava avere equilibrio, autocontrollo, conoscere i propri limiti e non cadere mai nell’eccesso (cioè nell’hybris, l’arroganza di superare i limiti umani). Mantenere il métron per un cittadino della Grecia classica era l’unico modo per raggiungere la vera armonia e felicità, dunque per sentirsi libero e affrancato da qualsiasi imposizione, ossessione, diktat oppressivo.

Un concetto vecchio di millenni ma che, visti i tempi e i rischi che corriamo, sarebbe quanto mai valido e necessario anche oggi, forse più di allora.

Finalmente un progetto di rilancio turistico innovativo e oculato per l’alta Valsassina! Evviva!

Dobbiamo di nuovo ringraziare di cuore Regione Lombardia, il Ministero del Turismo e i soggetti istituzionali ad essi afferenti, per gli interventi finanziati in alta Valsassina, tra l’Alpe di Paglio e l’Alpe Giumello in comune di Casargo e il Pian delle Betulle in comune di Margno, dei quali stanno dando notizia i media locali.

Già, perché invece di finanziare degli inutili progetti articolati di rilancio organico della socioeconomia locale strutturati sul lungo termine e a beneficio dell’intera comunità residente, che d’altro canto abbisognerebbero di capacità e competenze evidentemente assenti e poi chissà quanto ci vorrebbe per metterli in atto, ha scelto di spendere d’emblée almeno 3,35 milioni di Euro di soldi pubblici – stando ai suddetti media – per rilanciare il comprensorio sciistico locale (con una “nuova” seggiovia, sistemazioni delle piste da discesa e innevamento artificiale oltre a opere accessorie) posto interamente sotto i 1800 metri di quota, dunque in un ambito geografico e climatico nel quale già oggi, e nel prossimo futuro ancora di più, la pratica dello sci è insostenibile sia ambientalmente che economicamente.

Ma sono solo dettagli, questi. Che poi è tutto da vedere se il cambiamento climatico esiste veramente e non sia un’invenzione di certa scienza al soldo dei “poteri forti”! D’altro canto sarà sicuramente pronto un piano adeguato per l’ammortamento e la copertura dei debiti generati dall’investimento in questione in modo che non vadano a carico della collettività – magari con garanzia personale degli amministratori locali coinvolti, i quali di certo crederanno fermamente nel successo dell’investimento e per ciò saranno ben disposti a concederla.

[Andamento della quota dello zero termico medio invernale nel contesto dell’alta Valsassina negli ultimi trent’anni; dati ARPA Lombardia. Come si nota, la quota massima degli impianti del comprensorio di Paglio-Betulle (Cima Laghetto, 1770 m) è già superata da quella dello zero termico medio invernale, ormai prossimo ai 2000 metri.]
Dunque grazie, veramente grazie per questa ennesima, grandissima attenzione verso il territorio, per il consapevole senso del contesto dimostrato, per l’impegno nell’elaborazione di una strategia turistica tanto originale e al passo con i tempi, per spendere così oculatamente ingenti risorse pubbliche (giustamente tolte ad altre iniziative per il territorio troppo elaborate e poco utili a fare propaganda) e, soprattutto, per aver manifestato una tale vicinanza alla comunità locale e alle sue esigenze di restanza nel territorio oltre a una visione del futuro così responsabile e finalmente consona alla realtà in divenire dell’alta Valsassina.

Grazie, di nuovo. Con questa vostra attenta e innovativa azione politica nelle Terre alte, a Casargo e altrove, le nostre montagne e i loro abitanti sicuramente godranno di un futuro luminoso e prospero, altro che regresso, abbandono e spopolamento! Evviva!

«Un territorio dove non va nessuno forse va bene agli ambientalisti!»

[Il Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta, uno degli ultimi territori pressoché privi di antropizzazione in questo settore delle Alpi e zona sottoposta a rigidi vincoli di tutela ambientale, che tuttavia la Regione Autonoma vorrebbe rendere sede di un nuovo grande impianto funiviario ad uso sciistico, con opere annesse e connesse. Foto di ©Varasc.it]
La frase che ho reso il titolo di questo articolo, e che da tempo e di frequente viene proferita (con diverse forma ma uguale sostanza) in certe circostanze pubbliche o alla stampa quando il tema è il turismo montano, sembra compendiare una delle “strategie” più in voga e concordate tra quei sostenitori della turistificazione “no limits” delle montagne – in particolar modo impiantisti, associazioni di categoria, certi grandi operatori turistici, certa politica. Ad esempio le parole sopra citate sono (vedi sotto) della Presidente di ANEF, l’associazione dei gestori degli impianti a fune, tra le più attive nel dare contro a chi si impegna nella tutela delle Terre Alte, definito genericamente e strumentalmente “ambientalista”, a volte con riferimento al solito “salotto” (d’altro canto la propaganda strumentale si basa di parole semplicistiche, altrimenti non verrebbe compresa) e per cercare di imporre l’idea secondo la quale chi difende i territori e gli ambienti montani vorrebbe che restassero vuoti e abbandonati da tutti perché così la Natura resterebbe incontaminata – immagino sia questo a cui pensino.

[Ho già commentato i contenuti di questo articolo, e le dichiarazioni della Presidente ANEF, qui.]
Posto che si tratta di una stupidaggine sesquipedale che loro stessi sanno essere falsa, come già dimostra quel «forse», proferita da chi evidentemente non ha argomenti migliori per cercare di difendere i propri interessi (legittimi peraltro, fino a che non diventino dannosi per i territori coinvolti e deleteri per le loro comunità), nelle affermazioni di questo genere risultano sconcertanti, e non di meno inquietanti, la citata semplificazione estrema, la banalizzazione degli argomenti e dei contesti, anzi, l’assenza totale del senso dei contesti, l’evidente tentativo di polarizzazione delle posizioni perché quando non si hanno argomenti validi da sostenere si ha bisogno di un nemico da attaccare – proprio come fa la miserevole politica contemporanea. Il tutto sulla “pelle” delle montagne, totalmente assenti (fateci caso) nelle affermazioni suddette se non attraverso trite e ritrite frasi fatte nonché concepite unicamente come spazi invariabilmente da sfruttare e dai quali ricavare tornaconti, e parimenti con l’assenza delle comunità, che devono solo chinare il capo e assoggettarsi ai progetti imposti da chi verso di esse probabilmente si crede superiore, dunque indiscutibile e meritorio della più ampia gratitudine.

In verità non serve dire che di progetti e iniziative di sviluppo e sostegno di una frequentazione turistica delle montagne ben più consapevole, responsabile e ambientalmente sostenibile di quella proposta dai soggetti sopra citati ce ne sono a centinaia, altro che montagne abbandonate dove non va nessuno! Dai Villaggi degli alpinisti – Bergsteigerdörfer ai Villaggi Montani Certificati del CAI, agli innumerevoli progetti di rigenerazione territoriale sviluppati nelle Alpi e in Appennino, alla “Carovana dell’Accoglienza Montana”, parte della “Carovana delle Alpi” di Legambiente, che per di più si è data l’obiettivo di misurare il “Valore Aggiunto Comunitario” generato dal turismo sostenibile. Cioè quello che, tutelando fattivamente i territori, sostiene realmente le comunità valorizzando in modo veramente benefico la montagna, contro chi invece la vuole solo “mettere a valore” (l’accezione con la quale quelli utilizzano così spesso il termine «valorizzazione») piazzando funivie e infrastrutture d’ogni sorta per appicciargli un prezzo e venderla sul mercato turistico, esattamente come una località balneare o un parco divertimenti. Perché «Se non avessimo gli impianti, l’alta quota resterebbe a uso esclusivo di chi può raggiungerla con le proprie gambe» (sempre parole – deliranti, dal mio punto di vista – della Presidente di ANEF). Eh già, perché in montagna mica ci si può andare a piedi, quando mai! A questo punto riempiamo il mare di piattaforme galleggianti e passerelle pedonali, sennò resta a uso esclusivo di chi sa nuotare!

[In questa rappresentazione generata con l’AI, ecco come forse certi soggetti preferirebbero trasformare il Vallone delle Cime Bianche nonostante sia uno degli ultimi territori privi di turistificazioni in Valle d’Aosta e le rigide norme di tutela ambientale che in forza di ciò lo proteggono, nel quale peraltro ci vanno molti escursionisti appassionati, siano essi ambientalisti o no. Quale delle due versioni preferite voi?
Be’, inesorabilmente la pochezza di pensiero prima o poi finisce per cadere nel ridicolo: bisogna ammettere che certi soggetti sanno benissimo minare la propria credibilità da soli, senza bisogno di aiuti esterni. E a pensare che costoro hanno in mano una certa parte delle sorti delle montagne un po’ di brividi vengono! Di contro la suddetta pochezza di pensiero delinea pure, da un lato, la grande debolezza generale delle azioni che ne derivano (da me a da altri già dimostrata con dati oggettivi varie volte), e dall’altro lato la certezza che la sua manifestazione mediatica non identifica affatto tutti gli operatori turistici, i quali poi, spentasi l’eco di quella propaganda strumentale, si ritrovano a sostenere le innumerevoli crescenti criticità che il turismo montano oggi presenta, e non solo nella stagione invernale.

Fatto sta che qui, palesemente, l’unico territorio vuoto e abbandonato è quello del buon senso, della decenza, del rispetto verso le montagne, del senso del limite e della misura, e non certo dagli “ambientalisti” (chi sono costoro, poi? Ne ho scritto qui) ma dai soggetti che in forza dei propri interessi pretendono di spadroneggiare economicamente (e non solo) i territori montani, insieme ai loro sodali pubblici e privati. Peccato, perché se tali soggetti fossero ben più sensati e responsabili nelle proprie idee e nelle azioni messe in atto, chiunque ne ricaverebbe benefici concreti: loro stessi, le montagne, le comunità, gli ambientalisti, i turisti e i gitanti. Invece, un atteggiamento così bieco e gretto, ampiamente basato su superficialità e falsità, strumentalizzato, polarizzato e funzionale a scopi che nulla hanno a che fare con la realtà delle nostre montagne, genera solo danni a tutti. Inevitabilmente.

Dove (e come) la montagna diventa una “soglia geodimensionale”

Credo che non esista in alcun territorio montano un angolo che, per sue caratteristiche, peculiarità, prerogative geomorfologiche, naturali, ambientali o paesaggistiche, non sia a suo modo speciale. Anche quelli dove la presenza umana si è fatta fin troppo invasiva e pesante restano tali. D’altro canto le cose degli uomini prima o poi decadono, si consumano, magari spariscono, mentre la montagna resta e in ogni luogo dal quale sia stata “scacciata” vi ritorna proprio scaturendo nuovamente da quella sua anima peculiare speciale.

Tuttavia ci sono dei luoghi che, per vari motivi, acquisiscono se possibile ulteriori valenze specifiche e si fanno soglia tra un di qui più umano e un di là più naturale, più selvatico e, per così dire, primordiale. Attraversandoli si ha proprio la sensazione di entrare in una dimensione differente da quella cui si proviene, anche se all’apparenza le due non siano geomorfologicamente così diverse e l’una sia conseguenza naturale dell’altra. Ma si supera quella soglia e, appunto, qualcosa cambia, a volte tutto cambia e spesso questa sensazione non è tanto la mente che ce la fornisce ma l’animo, non i sensi ma l’intuito, una sensibilità superiore che a sua volta sembra attivarsi proprio nel momento in cui si varca tale soglia.

Una di queste “soglie” la trovo sempre in alta Valle del Bitto di Gerola, quando il sentiero che sale verso gli alpeggi di Trona e l’omonima bocchetta supera la spalla nordorientale che scende dal Pizzo Mellasc, uscendo dal solco della Val Vedrano con una svolta netta verso meridione e ritrovandosi improvvisamente di fronte la testata dell’alta Valle della Pietra: uno dei paesaggi più potenti di tutte le Orobie valtellinesi, con le sue numerose vette che più sembrano imponenti e sovrastanti di quanto la quota non eccezionale farebbe pensare, le articolate creste a volte nette e affilate e altre variamente turrite, le convalli e le vallecole che vi si infilano, le fitte abetaie, le giogaie e i pascoli che le inframezzano i quali danno respiro ad un fondovalle profondo e ombroso… Il tutto distribuito con armonie e prospettive tanto morfologicamente rudi e selvaticamente alpestri quanto sublimi e a modo loro proporzionate, a creare una quinta montana che più ideale al luogo non potrebbe essere.

In essa, come dicevo, ci si affaccia quasi all’improvviso con quella svolta netta a meridione: si varca la soglia in corrispondenza del crinale superato e la sorpresa e l’emozione sono immediate, intense e invariabili – io le avrò vissute decine e decine di volte e ciascuna è come fosse sempre una prima assoluta, a riprova di come in montagna il paesaggio non sia mai lo stesso, anche quello visitato e ammirato migliaia di volte. La sensazione è proprio quella di un ingresso in una dimensione altra, differente, e questo non perché sia incontaminata e priva di segni umani – che ci sono e anche ben visibili, dalle due dighe agli alpeggi, le baite, le strade al loro servizio, gli elettrodotti, i tradizionali bàrèch e i calécc per la lavorazione del latte in altura, i sentieri… – ma che anzi, nonostante tali segni della presenza umana, sappia conservare un peculiare carattere selvatico, primigenio, indomato, assolutamente consono alla presenza leggendaria dell’Homo Salvadego che proprio quassù si palesava ai montanari d’una volta.

Ma attenzione: questo svelamento dimensionale che la soglia della Valle della Pietra concede non è per tutti. Lo può percepire e comprendere chi sa entrare in sintonia con il luogo, chi sa rendere il paesaggio esteriore quello interiore, chi apre mente, cuore e animo alla dimensione sublime e li fa sensibili al valore autentico e profondo del luogo, che non è affatto quello che la mera frequentazione ludico-ricreativa di esso potrebbe offrire. Bisogna (ri)diventare a propria volta un po’ Homo Salvadego, ripensarci nel luogo e nella sua Natura come parte di essa – pensare come la montagna del posto, per dirla con Aldo Leopold – e non semplicemente come visitatori e fruitori: soggetti in un soggetto e non in un oggetto, Natura consapevole noi come Natura autorevole è ciò che lassù si ha intorno. In teoria semplicissimo per chiunque, in pratica difficile per molti, forse impossibile.

Di soglie così ce ne sono a bizzeffe ovunque, sulle montagne: sono certo che anche voi ne avete attraversate e me ne potete citare molte. Anche noi possiamo essere “soglia”, quando siamo in montagna, punto di contatto e di passaggio, di circolazione tra la nostra natura umana e quella naturale, primordiale, congenita. Esattamente come lo sono tutte le montagne che non dividono ma uniscono, mettono in contatto, invitano al varco, al passaggio, all’andare al di là e tornare al di qua.

La relazione che possiamo – e dobbiamo – intrattenere con le montagne, ovvero ciò che ci fa comprendere pienamente la loro bellezza e il valore che hanno per noi, è questo in fondo: contatto, congiunzione, unione, varco noi sulla montagna e varco la montagna sulla quale noi stiamo, varchiamo noi le loro soglie morfologiche e geodimensionali e “varcano” loro le nostre geosofiche, della mente, del cuore e dell’animo.

P.S.: ringrazio di cuore Alessandra e Simone, i gestori del Rifugio Trona Soliva che si trova oltre la soglia che ho raccontato qui, per avermi aiutato nella stesura dell’articolo (senza sapere come l’abbiano fatto ma tant’è: la volta prossima glielo spiegherò!)

Rilancio dello sci e innevamento artificiale a Piazzatorre? Meglio fare un po’ di “fact checking”

Del caso del “rilancio” del comprensorio sciistico di Piazzatorre, in Valle Brembana (Provincia di Bergamo) ho già scritto più volte in passato: in breve, più di 15 milioni di Euro, in gran parte pubblici (da Regione Lombardia), per “rilanciare” un comprensorio in difficoltà da anni, anche perché posto interamente sotto i 1800 metri di quota.

Ora la stampa locale (qui ad esempio) dà notizia dell’approvazione del progetto esecutivo per il potenziamento dell’impianto di innevamento artificiale: «Per Piazzatorre, da sempre legata alla montagna e alla sua frequentazione turistica, si tratta di un nuovo tassello nel percorso di valorizzazione degli impianti sciistici». Da sempre (in realtà dagli anni Cinquanta del Novecento, con apici nei primi anni Settanta) legata alla montagna e alla sua frequentazione turistica, già: ma ciò oggi vale ancora? E, soprattutto, varrà ancora domani?

Proviamo a rispondere con un rapido controllo dei fatti e dello stato reale delle cose.

Il comprensorio sciistico di Piazzatorre, come detto, è interamente posto al di sotto dei 1800 metri di quota: l’altitudine massima è il Monte Torcola Soliva, a 1783 metri. Dunque, è più basso della quota di 1800-2000 metri sotto la quale, in base a pressoché tutti i report meteoclimatici, entro pochi anni non si potrà più sciare, sia per l’assenza di precipitazioni nevose e sia per le temperature inadatte al mantenimento della neve al suolo se non per pochi giorni invernali.

Il fatto che a Piazzatorre spingano per potenziare l’impianto di innevamento artificiale palesa che in loco siano ben consci che sulle loro piste nevicherà sempre meno. Tuttavia, come accennato, il nodo principale riguarda le temperature: si può sparare tutta la neve che si vuole ma se non fa freddo a sufficienza, cioè se non si gode di una temperatura a lungo inferiore agli zero gradi, la nave sparata fonderà rapidamente. Ecco dunque nel grafico sottostante, basato su dati ARPA Lombardia e AINEVA, l’evoluzione della quota dello zero termico invernale sulle Alpi e Prealpi Orobie negli ultimi trent’anni:

Già oggi la media è posta oltre i 1600 metri (ma nell’inverno scorso è arrivata a quasi 1800 metri, come vedete, e durante le fasi più perturbate e miti degli ultimi inverni è salita in libera atmosfera ben oltre i 2000 metri), e l’evoluzione in corso del clima rende certo l’innalzamento dello zero termico a quote ancora superiori già nei prossimi inverni. Ciò comporta che l’intero comprensorio sciistico e la neve sparata sulle sue piste sarà sottoposta a temperature troppo elevate e fusione nivale quasi costante lungo l’intera stagione invernale.

Quindi, da tale disamina cosa si conclude? Che quelli spesi per il “rilancio” del comprensorio sciistico di Piazzatorre sono soldi buttati al vento, ovvero spesi per un comprensorio sciistico che già oggi ha la sorte infausta segnata, e con tutta probabilità non apporteranno alcun vantaggio concreto e duraturo al territorio e alla sua comunità. Perché, a dirla da un’altra prospettiva, sono soldi potenzialmente sottratti a interventi ben più importanti e utili a favore tanto del territorio, dunque anche della sua attrattiva turistica, ma pure dell’attrattività demografica e della quotidianità residenziale dei suoi abitanti.

Negli articoli della stampa si legge che il progetto «non si limita agli impianti sciistici, ma comprende una serie di interventi dedicati alla valorizzazione complessiva della località. […] L’obiettivo del programma è migliorare le infrastrutture e favorire una frequentazione turistica della montagna che non sia legata esclusivamente alla stagione della neve». Propositi assolutamente condivisibili: peccato che, se si legge il Patto Territoriale dal quale deriva tutto quanto, si evince che la maggior parte degli investimenti è dedicata allo sci – infatti i titoli fanno cenno all’innevamento artificiale, non a interventi che concernono altre attività. Come al solito, manca una visione realmente strategica e organica di sviluppo territoriale con visione a lungo termine e focus sulla comunità locale e i suoi bisogni: si punta nuovamente ad azioni semplici, facili, in modalità copia-incolla, che consentano di spendere rapidamente i soldi stanziati e di farci sopra una sempre funzionale propaganda, in assenza di qualsivoglia reale attenzione nei riguardi del territorio e di analisi delle sue specificità in ottica presente e futura.

A vacuo e, francamente, un po’ grottesco tentativo di giustificare tutto ciò, si sostiene che Piazzatorre è «da sempre legata alla montagna e alla sua frequentazione turistica», così palesando viceversa l’incapacità di cambiare idee, paradigmi, visioni, strategie. «Si è sempre fatto così!» dicono: ma quel “così” oggi non esiste più, e continuare a ragionare e fare cose come nulla fosse non è un “progetto” o una “strategia” o null’altro di simile: è un bias cognitivo. Che purtroppo cagionerà notevoli problemi e difficoltà alla comunità locale senza di contro mitigare o risolvere le tante criticità che la sua realtà presenta. In un comune, per giunta, dove ci sono duemilacinquecento seconde case – 2.500! – vuote per gran parte dell’anno (quando non già sfitte e in vendita) a fronte di sole duecento prime case. A riprova della necessità inderogabile di cambiare strada invece di perseverare, in maniera obiettivamente scriteriata, con modelli turistico-economici obsoleti e già ampiamente falliti.

Come ho già scritto altre volte, di questo passo ovvero senza un progetto di sviluppo ben diverso per il territorio e la volontà di metterlo seriamente in atto, si arriverà ad un punto di rottura per il quale anche a Piazzatorre si sentirà qualcuno lamentarsi:

Signori amministratori pubblici, i montanari non hanno più pane da mangiare!

e qualcuno di quegli amministratori rispondere:

Se non hanno più pane, che mangino la neve artificiale!

(Sempre che le temperature troppo alte non l’abbiano fusa, ovviamente!)